Lou tchavrìn dal ròtches

La vista sul paese sottostante

Balme vista dalla parete rocciosa che la sovrasta

Testo e foto di Gianni Castagneri

Una parte consistente del seppur vasto territorio balmese, risulta essere improduttiva: diversi ettari della sua superficie sono infatti occupati dai ghiacci perenni, rocce e pietraie. In un simile scenario, dove anche la parte ritenuta fruttifera non è poi gran cosa, risulta difficile immaginare l’esistenza di un’economia rurale che sostentò per secoli qualche centinaio di montanari. Quella gran distesa rocciosa esposta a sud, “a l’andrèt”, che sembra solo una rugosa parete che si eleva verso il cielo alle spalle del capoluogo, dalla quale neanche i metalli furono mai estratti, ebbe anch’essa un ruolo nei tempi passati. “Al ròtches at Bàrmes”, le rocce di Balme, fino al secondo dopoguerra, rappresentarono una superficie sulla quale pascolare le capre, le bestie dei poveri. Nel bilancio delle fasce meno abbienti infatti, le capre rivestivano un ruolo importante, poiché il loro mantenimento era poco oneroso: in estate si mantenevano in buona parte con rovi e germogli, dopo le prime gelate autunnali venivano lasciate a brucare erba secca e arbusti e di nuovo ai primi tepori di fine inverno potevano trovare ben presto i primi nutrimenti. A causa anche di una certa propensione alla vita selvatica, succede ancora oggi che branchi di capre debbano essere recuperate nel pieno dell’inverno tra le rocce dove sono state sorprese dalle nevicate, alle quali non sempre sopravvivono. I caprini sono infatti capaci di resistere alle basse temperature, ma non sopportano la pioggia e la neve caduta sul corpo, tanto che tendono a ripararsi da esse correndo alla ricerca di sporgenze rocciose o alberi.

La pressione demografica che incredibilmente fece sentire un tempo i suoi effetti, accompagnata da un’importante e conseguente presenza di bestiame, indusse alcuni a cercare su quelle pietre cespi di erba con i quali sostentare le capre. Giovani caprai, li tchàvré, agili come i propri animali, non esitarono a inerpicarsi su quelle balze per pascolare branchi di capre per trarre, anche su quei difficili terreni seccati dal sole, un piccolo ma indispensabile introito aggiuntivo. Mio nonno Neti, al secolo Giovanni Maria Castagneri Canàn, mi raccontava di quelle che oggi chiameremmo avventure, ma che di fatto erano il quotidiano impiego di ragazzi in tenera età già inseriti nel ciclo lavorativo. Egli, che su quelle rocce sconfinate apparentemente inaccessibili pascolò almeno fino al 1946, mi rivelava che esistevano anfratti erbosi, al tchàrmes, e ripari sotto roccia, al bàrmes. Sotto una bàrma poi, a metà della parete e poco a valle della cascata del Pissài, oltre a vigilare le capre, produceva ogni giorno il formaggio, “lou tchavrìn”, messo a scolare su di una “pilòira”, una lastra in pietra scanalata all’uopo. “Se at vàis su, iat ancoù na scuoela starmà che dj’avì lasià iquì” (se vai su, c’è ancora una scodella nascosta che avevo lasciato lì). Ci andai purtroppo solo dopo molti anni e della scodella non c’era più traccia.

La pilòira

La pilòira

Quella che invece non mancava era la pilòira, ben riposta sotto una sporgenza rocciosa in parte protetta lateralmente da un muro a secco. In quel luogo impervio, da chissà quanto tempo, era stata realizzata una piccola tchavàna, il locale di trasformazione del latte che sarebbe stato altrimenti difficile trasportare a valle.

La tchàvana

La tchàvana

Una delle iscrizioni più antiche tra le innumerevoli presenti, riporta la scritta “1661 PS”. Pochi metri a monte, una grande sporgenza naturale costituiva “lou boù di Canàn”, la stalla dei Canàn, dal soprannome che contraddistingueva la famiglia dei Castagneri che “sfruttava” quei “beni”, rifugio notturno per le capre e efficace riparo in caso di pioggia.

Iscrizione sulla Tchavàna

Iscrizione sulla tchavàna

Sulle rocce esisteva infatti una regola non scritta ma osservata, che disponeva in zone distinte le aree della parete sulle quali pascolare, suddivise rigidamente tra gli abitanti del capoluogo e quelli delle frazioni. Spesso però i caprai, si organizzavano tra di loro in una forma di reciproco scambio per garantire un minor dispendio di risorse umane, raccogliendo tra più particolari un numero consistente di capi (lou troùp) da condurre tra le rocce ed affidare ad uno o pochi caprai.

Il punto in cui si trova la tchavàna e lou bou

Il punto in cui si trova la tchavàna e lou boù

Produrre i tchavrìn in quei luoghi non doveva essere comunque agevole. Serviva certamente un minimo di attrezzatura: un piccolo secchio, forse di rame, il caglio, una tela per scolare la cagliata (la caiä). Difficilmente il latte poteva essere riscaldato e portato a temperatura, essendo assente la legna necessaria ad accendere il fuoco, utile a scaldare il latte, ed insufficiente quella ricavabile dai pochi ginepri esistenti. Molto più facilmente, al latte appena munto e ancora tiepido, veniva aggiunto il caglio, e dopo il necessario riposo, la cagliata frantumata era avvolta nella tela di canapa, la reiròla. Una volta sgocciolato il cacio sulla pilòira, lo si portava a valle per essere conservato nelle cantine e poi consumato in famiglia o venduto ai provvidenziali acquirenti.

La tchavàna con la pilòira

L’autore del testo nella tchavàna con la pilòira

Su quelle rupi scoscese, percorso segnalato dell’odierno “labirinto verticale” e regno degli stambecchi che in qualche caso convivono con le capre tanto da ibridarsi tra di loro, non si ha notizia di incidenti accaduti a quei ragazzi che giornalmente, con ogni condizione climatica, scalzi o con rustici zoccoli ai piedi, salivano e scendevano con scioltezza. Né vipere né pericoli impensierivano i loro genitori per quella che non era che una condizione iniziatica, propedeutica alle difficili prove che la vita avrebbe poi loro riservato. Su quelle pareti occorreva provvedere a sé stessi e alle capre, che talvolta potevano rimanere imprigionate tra le cenge più insidiose (ambaoussìes). E spesso per cavarsi d’impaccio in situazioni disperate si orinava sui piedi nudi, per far aderire meglio la pelle bagnata alla roccia asciutta. La fitta rete di cenge e passaggi, al séndies e li vioùn, rappresentavano normali ed esposte vie di comunicazione la cui abituale frequentazione sarebbe servita come palestra per quando, da adulti, ci si sarebbe dedicati ad altre imprese e attività attinenti, come quelle ad esempio delle guide alpine.

Incisione di Bernardo (Nadin) Castagneri Canàn, bisnonno dell'autore del testo

Incisione di Bernardo (Nadin) Castagneri Canàn, bisnonno dell’autore del testo

Mio nonno (1913-1986), che spesso in inverno da giovane scendeva in pianura o a mezza valle con il resto della mandria e della famiglia, ricordava sempre come, il giorno che doveva dare l’esame a scuola, forse di terza elementare, si trovava invece tra le rocce di Balme con le sue capre. Ciò malgrado riuscì a formarsi un’istruzione e una cultura da autodidatta che gli furono utili per tutta la sua esistenza, benché le sue origini fossero solo quelle di un semplice ma ben vispo tchavré.


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Sul labirinto verticale

Grazie infinite a Gianni Castagneri (già sindaco di Balme e scrittore di libri sulla cultura alpina) per averci donato questo suo interessantissimo racconto sulla vita dei montanari di un tempo.

Per chi non conosce questa zona alpina, segnalo che Balme (1400 metri circa) è l’ultimo villaggio della Val d’Ala, la mediana della Valli di Lanzo (provincia di Torino).

I termini utilizzati dall’autore sono in arpitano (quello che comunemente viene chiamato patois o francoprovenzale) un dialetto che accomuna un’area alpina molto estesa che, approssimativamente, va dalla bassa Val di Susa fino alla Svizzera (se vi interessa saperne di più, nel link precedente trovate un articolo che spiega l’origine di questo dialetto).

Un approfondimento lessicale sulla parole in patois relative alla lavorazione del formaggio lo si può trovare qui (tratto da Barmes News, N°21, Gennaio 2004, pp. 6-7).

Questa parete vertiginosa chiamata “L’Ròtchess” (questo il nome in patois) è percorsa da un bellissimo itinerario escursionistico di difficoltà “EE” che richiede ottima pratica di montagna e capacità di stare in ambienti verticali ed esposti (alcuni brevi tratti sono attrezzati con cavi). Uscendo dal labirinto verticale si incontra un bivio dal quale è possibile proseguire e raggiungere il Lago Mercurin (2497 m).

Qui un sito dove potete trovare ulteriori indicazioni su questo affascinante percorso: www.lesmontagnards.it/it/attivita/escursionismo/114-il-labirinto-verticale.html

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Labirinto verticale

Per concludere vi segnalo che lo scorso 17 maggio la Società Storica delle Valli di Lanzo ha presentato il 123° titolo della Collana editoriale “La capra Grigia delle Valli di Lanzo o Fiurinà” scritto da John John Battaglino e Claudio Santacroce. Questa razza è stata identificata come autoctona della Valli di Lanzo ed è in corso il riconoscimento come razza in via di estinzione.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

4 Responses to Lou tchavrìn dal ròtches

  1. serpillo1 says:

    Intenso racconto dei montanari di un tempo. Guardando la parete dal basso e percorrendola nella sua verticalità sembra impossibile lo sviluppo della pastorizia ed invece..

  2. Gianni Castagneri chi meglio di lui per descrivere questo pezzo di storia delle sue (anche mie) montagne. Un richiamo al passato delle nostre generazioni che vissero quei luoghi lasciandoci un ricordo flebile, non proprio accessibile a tutti ma profondo di messaggi che oggi più che mai suonano come amore. sacrificio, passione per la montagna , sopravvivenza ad ogni avversità. Forti di spirito e morale le genti che vissero qui ci lasciano diversi insegnamenti che solo gli immutati scenari circostanti ci aiutano a comprendere ed interpretare. Complimenti Gianni !

  3. Gianni says:

    Grazie Gianfranco e grazie Serpillo.Mi piace scrivere del passato, ma quando lo faccio per raccontare vicende di vite vissuta con fatica ai limiti della sopravvivenza, sento di parlare anche un po’ di me, che per fortuna non ho avuto il compito di viverle ma solo quello di conoscerle oralmente e di tramandarne quell’esile ricordo.

  4. Luciano di Ciabertet says:

    Grazie Gianni, sia per le esperienze che fai vivere a chi queste cose non le hai mai viste o sentite raccontare sia a chi, come me, che frequento Balme dagli anni 50, le ha ancora vissute “giocando” d’estate, con qualche coetaneo dell’epoca che il tchàvré lo faceva davvero.

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