Nel vallone di Trione

Bec Ceresin e Levanna Orientale

Bec Ceresin (1708 m) e Levanna Orientale (3555 m)

Di questo bellissimo vallone laterale della Val Grande di Lanzo ne abbiamo già parlato in due occasioni: una quando nel 2012 il Comune di Chialamberto ha deciso di venderlo per 90 mila euro (qui il post) e l’altra invece quando Ariela Robetto lo ha descritto magnificamente dopo averlo percorso fino all’Alpe Trione (qui il suo post).

In entrambi i casi sono mancate le foto che potessero testimoniare la straordinaria bellezza di questo ambiente alpino, situato sul versante nord e sul quale passa il percorso della Grande Traversta delle Alpi (GTA) e della Via Alpina (itinerario blu), nella tappa che da Pialpetta (1070 m) porta a Balme (1450 m), in Val d’Ala, grazie all’attraversamento del Colle di Trione (2498 m).

Il sentiero che collega il fondovalle della Val Grande a questo Colle è identificato sulle carte escursionistiche con il n. 305 e misura circa dieci chilometri per quasi 1500 metri di dislivello. In questo vallone una meta già molto ambita è quella rappresentata dagli incantevoli Laghi di Trione situati a circa 2200 metri di quota in una grandiosa comba di origine glaciale. Li abbamo raggiunti per la prima ed unica volta nel 2001 durante una giornata molto umida di fine agosto il cui cielo ci ha negato molti degli scorci panoramici dominati dalle vette della Val Grande di Lanzo.

Laghi di Trione e Grampa

I Laghi di Trione (2200 m circa) e in lontananza il Gran Paradiso (4061 m)

E’ un’escursione lunga, anche se ci si ferma solo ai Laghi, ma tutta la fatica sarà comunque ampiamente ripagata dagli aspetti paesistici, naturalistici e culturali che sono disseminati lungo questo straordinario itinerario, senza tralasciare la possiblità di osservare animali selvatici come camosci, marmotte, aquile e stambecchi, soprattutto al mattino presto.

camoscio

Camoscio lungo il sentiero

Il vallone di Trione viene ricordato soprattutto per due elementi rocciosi molto particolari: uno è il “Bec Ceresin“, enorme monolite di roccia la cui base è più stretta della sommità, e l’altro è la “Pera Cagni“, un grosso masso che ha alimentato una leggenda tra le più famose di tutte le Valli di Lanzo (un detto dei vecchi diceva: “Lou Calcant e Pera Cagni valount pi dla Fransa e Spagni” ovvero il Calcante e Pera Cagni valgono più di Francia e Spagna). Se vi interessa saperne di più, vi invito a leggere l’articolo di Ariela Robetto postato sui camosci lo scorso anno.

Bec Ceresin dall'Alpe Trione (1024x768)

Il Bec Ceresin visto dall’Alpe Trione (1648 m)

Ma non sono certamente solo questi gli unici motivi di interesse verso questa entusiasmante escursione.

Noi decidiamo di tornarci dopo ben tredici anni e sebbene le previsioni meteo per questo fine settimana preannunciano l’avanzata del caldo algerino, questa volta abbiamo molto più fortuna perché durante tutta l’ascensione riusciamo a godere di panorami abbastanza limpidi e non disturbati dalle nebbie che sovente risalgono i pendii vallivi già dalla tarda mattinata.

Girard, Levanna e Barrouard

Da sinistra: Punta Girard (3262 m), Levanna Orientale (3555 m) e Monte Barrouard (2863 m)

Ci prefiggiamo come meta di raggiungere il Colle di Trione, per noi ancora sconosciuto.

Pensiamo così di partire molto presto da Migliere (1054 m, frazione di Groscavallo), sia per avere tutto il tempo necessario per goderci con calma l’escursione e sia per approfittare delle prime luci dell’alba, tra le migliori per contemplare e fotografare la montagna.

Alpe Trione

Alpe Trione (1648 m)

L’ascensione fino al Colle la si può idealmente suddividere in tre tappe intermedie, ognuna delle quali consente di guadagnare dislivello superando altrettanti “gradini”. Come prima tappa possiamo considerare l’Alpe Trione (1648 m), bellissimo alpeggio immerso in un ambiente naturale straordinario e contornato da panorami notevoli, soprattuto quelli del versante sud della Val Grande, dominato dalla mole della Levanna Orientale (3555 m) e dal Bec Ceresin. Per raggiungere questo alpeggio il sentiero percorre un lungo traverso verso ovest-sud-ovest con morbida ascensione per circa un’ora e mezza di cammino.

lariceto

Rododendri nel lariceto

Ci si ritrova letteralmente sprofondati in un affascinante lariceto che in questo inizio di giugno è impreziosito dai deliziosi cespugli di rododendri che sovente sanno trasformarsi in veri e propri tappeti fioriti. Ogni tanto la foresta, con i suoi frizzanti giochi di luce, ci concede di spaziare con lo sguardo verso il fondovalle, dove distinguiamo le piccole borgate, fino agli immensi pendii e valloni che solcano il versante solatio della Val Grande: gli occhi ricercano i minuscoli insediamenti a mezzacosta, con le loro bianche chiesette, gli alpeggi, le cime e le incisioni di origine glaciale percorse da sentieri straordinari che raggiungono gli ambienti di alta quota fino allo spartiacque Val Grande-Valle dell’Orco.

Alboni

Rivotti (1452 m) nel versante sud della Val Grande

Stupende le baite di questo “alp” inserite perfettamente in uno scenario ricco di elementi naturali e paesaggistici: si trovano addossate ad un enorme e verticale salto di roccia da cui precipita un’imponente cascata che si adagia poi sull’estesa radura prospicente le abitazioni, dove si osservano i grandi mucchi di pietre accumulate a seguito dello spietramento. Ariela Robetto descrive magnificamente questo paesaggio alpestre:

“[…] Qui abbiamo una riprova della lotta capillare e instancabile condotta dai montanari contro l’ambiente povero ed inospitale: la zona è stata sottoposta, palmo a palmo, ad una ciclopica opera di spietramento, di cui restano, conturbanti ed ammirevoli testimoni, innumerevoli macìe sparse su tutto il territorio.

mucchi di pietre

Spietramento

Mi accorgo di quanto sia improprio denominare “mucchio di sassi” questi manufatti; essi sono veri e propri capolavori di equilibrio e di statica nelle loro forme nuragiche: alte più di due metri, con un diametro basale di circa tre, presentano sulla superficie laterale una sorta di scalinata elicoidale di lose infitte trasversalmente, usata evidentemente per il trasporto dei massi sulla parte superiore della costruzione. […] “

Lasciamo incantati questo “alp” e riprendiamo l’ascensione sapendo che ci attendono ancora molte meraviglie sopra di noi.

verso Gias di Mezzo

Verso Gias di Mezzo

La seconda tappa consente di accumulare ulteriori 300 metri circa di dislivello per toccare così il Gias di Mezzo (1968 m), strepitoso insediamento temporaneo posizionato su di un ripiano aereo circondato da estesissimi ed incantevoli panorami. L’architettura della costruzione principale ha fattezze non comumi nelle Valli di Lanzo. Peccato che l’abbandono e il logorio causato dalle forze degli elementi naturali stiano erodendo questo stupendo esempio di manufatto alpino. Peccato dover perdere un capolavoro di paesaggio delle Alpi Graie dove natura e cultura hanno saputo incontrarsi donandoci vibrazioni estetiche.

Gias di Mezzo

Gias di Mezzo (1968 m)

Mi ritrovo ammutolito di fronte a tanta maestria. Non riesco a trattanere la curioistà e allora decido di salire quei pochi gradini, che conducono all’entrata, per sbirciare all’interno della baita. Un lato del tetto e oramai completamente privo di lose. Una finestra ha ancora un vetro intatto mentre in quella a fianco il vuoto è riempito dal profilo del Bec di Nona.

Gias di Mezzo (2) (1024x768)

Il lato del tetto verso est senza le lose (lastre di pietra che fungono da tegole)

Rimango molto colpito dalla bravura nel realizzare i sostegni per il tetto utilizzando pilastri in legno. La domanda che ricorre, quando osservo queste tipologie architettoniche, è sempre la stessa: “Ma come facevano a fare tutto questo senza utilizzare mezzi meccanici?”.

Gias di Mezzo (3) (1024x768)

E i termini “alp” e “gias“, che sovente si incontrano quando studiamo le carte escursionistiche, cosa siginificano? Perché insediamenti posti a quote differenti hanno nomi diversi?

L’opera che mi ha fatto comprendere la montagna modellata dalle genti alpine, quella che sovente incontriamo nelle nostre escursioni, è la tesi di laurea di Laura Solero (Beni architettonici e ambientali in Val di Lanzo, pag. 130):

“[…] Durante i mesi freddi il bestiame veniva ricoverato nelle stalle delle abitazioni permanenti di fondovalle o della pianura per poi essere transumato, ossia spostato progressivamente verso le aree montane con pascoli più freschi, nella stagione estiva, per risiedere nelle abitazioni temporanee.

Per utilizzare al meglio le risorse del territorio, l’uomo iniziò a organizzare i suoi spostamenti in verticale, sui piccoli terrazzi e nei valloni laterali;

«col sistema delle grange (dal basso latino granea), muande (dal latino mutare), le seconde case scaglionate in quota, e degli alp o arp, che in tutte le lingue di origine indoeuropea significano il luogo dove si sale d’estate col bestiame, di qui il nome di Alpi. Sono i tramüt (tramutare latino), i traslochi col bestiame e qualche provvista a dorso di mulo, che consentono di raggiungere le residenze temporanee» (L. Dematteis, Case Contadine cit., p. 49).

Il sistema dei tramüt, il trasloco del bestiame, sfruttando le varie stazioni di alpeggio, (grange, muande, alp, gias), sistemate scalarmente a varie altitudini, consentiva alle mandrie un facile accesso agli alti pascoli, evitando dannosi spostamenti giornalieri. Notevoli vantaggi si avevano anche dal punto di vista agricolo poiché gli abitanti dei comuni situati nella fascia sotto i 1200 m in tal modo potevano mettere a coltura terreni sino ai 1500 m d’altitudine, tagliare il fieno fin oltre i 1800 m e pascolare il rimanente anche a quote molto più elevate.

Insediamenti temporanei e transumanza sono inscindibilmente legati e hanno una tradizione millenaria e lo spostamento estivo è testimoniato a partire dai primi documenti […].”

Gias di Mezzo e Levanna Orientale

Gias di Mezzo e Levanna Orientale (3555 m)

Un senso di tristezza ed impotenza mi cattura mentre tutt’intorno danzano i silenziosi e luminescenti abissi delle montagne. Dal fondovalle levitano inquietanti interrogativi sulla mia civiltà. Una civiltà incapace di tramandare ai posteri queste straordinarie testimonianze di vita vissuta in ambienti difficili ma veri, come quelli che si stanno presentando nei nostri orizzonti metropolitani: crollano e con essi si dissolvono millenni di cultura alpina. A chi verrà dopo di noi, di queste montagne, non resterà che un mucchietto di pietre in ricordo di chi ci ha letteralmente donato la Montagna. Non riusciremo più a sentire con i nostri piedi, prima che con il nostro cervello, le potenzialità dell’adattamento delle genti alpine.

Gias di Mezzo (4)

Particolare dell’orditura del tetto (Gias di Mezzo)

Siamo a 2000 metri circa. La terza “stazione” è poco sopra di noi. I Laghi di Trione si trovano a 2200 metri contornati da un circo glaciale meraviglioso. Poco prima di toccare questi specchi d’acqua incontriamo l’ultimo alpeggio del Vallone, il Gias dei Laghi (2187 m). Il tramüt si conclude qui, tra le maestose vette della Val Grande. La comba, ricca di nevai abbacinanti, è dominata a nord-ovest dal Bec di Mezzodì (2431 m; la via normale normale alla vetta è classificata E), verso sud-ovest dalla possente mole della Leitosa orientale (2826 m; la via di salita dal Colle di Trione fino alla Leitosa Occidentale è classificata F+) mentre a sud-est si individua la Punta del Rous (2556 m).

Gias dei Laghi

Gias dei Laghi (2187 m)

Tra queste due sommità si nasconde il Colle di Trione (2498 m). In effetti, appena guadagnata la conca dei Laghi, dove il panorama si distende a 360 gradi, è facile credere che questo Colle sia posizionato sull’ampia depressione che si trova subito a sinistra della Leitosa e invece, lo scopriremo molto presto, da qui non è assolutamente individuabile.

Osservando verso ovest si incrocia il Monte Carro (2327 m). Salendo poi verso il Colle di Trione emergerà, sopra lo spartiacque Val Grande-Valle dell’Orco, la stupenda mole ghiacciata del Gran Paradiso (4061 m).

Conca sud-est con Leitoisa (1024x768)

Una porzione della grandiosa conca dei Laghi di Trione dominata a sud-ovest dalla Leitosa orientale (2826 m)

Appena lasciate alla nostra sinistra le baite in pietra ci viene incontro di colpo il primo dei due laghi. L’acqua di colore verde con il bianco dei nevai crea contrasti spettacolari e ci invita ad una sosta. Di neve tutt’intorno ce n’è ancora parecchia. Ce l’aspettavamo avendo notato, durante la prima parte della salita, la presenza di nevai nell’alto vallone della Vercellina, sul versante sud.

Laghi di Trione

Laghi di Trione

Al Colle mancano 300 metri circa di dislivello. Meno di un’ora se il sentiero fosse in condizioni “normali” ma oggi è sprofondato nella neve. Riusciamo a seguire ancora per qualche centinaio di metri i bolli bianco-rossi poi, ad una svolta, ci troviamo in un mare bianco. Indossiamo le ghette e proviamo a seguire le indicazioni del gps. Troviamo ogni tanto qualche bollo che ci conferma che siamo seguendo la giusta rotta. Sebbene le temperature siano in netto rialzo rispetto ai giorni precedenti, la neve riesce ancora egeregiamente a sostenerci anche se ogni tanto sprofondiamo in qualche buco pur facendo il possibile per stare distanti dai massi che, rilasciando calore, fanno fondere precocemente la neve intorno.

Nevai

I nevai riescono ancora sostenere il nostro peso

Il percorso iniziale non crea problemi, la pendenza è modesta. Dai Laghi la traccia compie un ampio semicerchio verso est, in direzione del Monte Carro. A circa 2250 metri il percorso piega decisamente a sud verso una fascia rocciosa dove riusciamo a notare dei bellissimi muretti a secco sui cui passa il sentiero, E’ questo il passaggio più ripido e delicato del percorso che, in queste condizioni di innevamento, richiede un po’ di attenzione.

Verso il Colle di Trione

ll tratto di percorso sottostante la ripida fascia rocciosa. Sullo sfondo i Laghi di Trione

Mentre saliamo ci rendiamo conto che la fortuna è stata dalla nostra parte perché sicuramente nei prossimi giorni non sarà più possibile effettuare questa salita in condizioni accettabili: il caldo in sensibile aumento (zero termico a 4000 m) provocherà un rapido scioglimento degli strati più profondi del manto nevoso rendendo pericolosa la progressione già nelle prime ore del mattino, mancando il rigelo notturno.

Tratto ripido

Il superamento della fascia rocciosa. I montanari qui hanno fatto passare il sentiero sostenendolo con muretti a secco

Superato il salto di rocce, il percorso spiana improvvisamente lasciandoci finalmente intravedere il Colle di Trione. L’altimetro segnala che abbiamo superato i 2400 metri di quota e alla nostra meta ne mancano ormai solo più un centinaio. Siamo molto felici perché consapevoli che in pochi minuti di marcia, salendo su buoni pendii di neve che ancora ci sostengono, anche perché nel frattempo qualche nuvolone innocuo ha sparpagliato ombre tutt’intorno, raggiungeremo il nostro valico che da tempo anelavamo di incontrare.

Il sentiero sostenuto dai muretti e la Leitosa

I muretti a secco del sentiero. A destra la Leitosa orientale (2826 m)

Sinceramente non pensavamo che saremmo riusciti a guadagnare il Colle quando siamo arrivati ai Laghi, considerando le temperature ormai in deciso aumento e non più favorevoli per affrontare pendii innvevati, soprattutto nelle ore centrali della giornata.

Colle di Trione

In vista del Colle di Trione (2498 m)

Sono trascorse quasi sei ore da quando siamo partiti dal fondovalle. La stanchezza e l’appetito ci aggrediscono. Buttiamo qualcosa nello stomaco, ci godiamo qualche scorcio sulla Val d’Ala ed assaporiamo la gioia intensa per essere arrivati fino a qui e per aver azzeccato la giornata adatta per conoscere tutto il vallone di Trione in uno dei suoi momenti migliori. E soprattutto siamo molto contenti di esserci accorti che questo sentiero è in buone condizioni, per quanto riguarda la percorribilità, sebbene la segnaletica, a mio modesto parere, avrebbe dovuto essere un po’ più curata, tenendo presente che questo percorso rientra in una tappa della GTA e della Via Alpina (tra l’altro suggerisco di fare attenzione ai tempi di precorrenza indicati sulle frecce: non sempre sono coerenti).

Gta

Grande Travesata delle Alpi e itinerario blu della Via Alpina (http://www.viaalpina.eu/it/page/245/l-itinerario-blu)

E’ solo da qualche anno che è stata fatta la manutenzione di questo percorso che per molti anni è stato lasciato in totale abbandono. Prima di questi interventi, gli escursionisti che facevano la GTA (soprattutto stranieri) scrivevano puntualmente le lamentele sul portale della Via Alpina, a quei tempi gestito dalla Regione Piemonte (da quest’anno invece tutta la rete escursionistica della Via Alpina è stata presa in carico dalla CIPRA).

Torre d'Ovarda e Servin

Da sinistra: Torre d’Ovarda (3026 m) e Monte Servin (3021 m) dal Colle di Trione

Vi invito a tuffarvi in questo splendido vallone, anche solo per raggiungere qualche “tappa” intermedia. L’ideale è scegliere una giornata con basso tasso di umidità, magari con un po’ di vento: condizioni ideali per apprezzare a pieno l’ambiente visto che tale percorso, a mano mano che si prende quota, spalanca estesi e meravigliosi panorami.


Colle di Trione (2498 m) – Val Grande di Lanzo
Rododendri

La parte iniziale del sentiero

Periodo consigliato: da giugno ad ottobre (attenzione alle condizioni di innevamento e allo zero termico)

Località di partenza: Migliere (1054 m – fraz. di Groscavallo)

Dislivello:  1486 m

Difficoltà: E

Tempo di salita: 5 h

Lunghezza del percorso: 9,5 km circa (solo l’andata)

Cartografia: “Valli di Lanzo n. 8“, scala 1:25000, edita dalla Fraternali Editori oppure “Alte Valli di Lanzo carta n. 17“, scala 1:25000, edita da L’escursionista Editore

Segnavia: n. 305 – GTA  con bolli bianco e rossi

Note: la segnaletica verticale non sempre riporta tempi di percorrenza attendibili; l’itinerario è lungo e conviene partire molto presto per godersi con calma l’escursione; calcolare 300 metri di dislivello all’ora. Mantenere una media più alta su questo percorso significa correre: ma questo non è escursionismo. Ci sono anche altre carte topografiche in vendita sulle Valli di Lanzo (parlo di quelle in scala 1:25000) che io ometto sempre di indicare nei miei post perché non sono adatte a fare escursionismo utilizzando l’altimetro. Una buona ed utile carta (strumento molto importante per affrontare in sicurezza la montagna e per conoscere il territorio) deve riportare isoipse con equidistanza non superiore ai 25 metri (le Fraternali le hanno a 10 metri). Equidistanze maggiori non favoriscono l’utilizzo dell’altimetro per orientarsi, strumento questo fondamentale per navigare in montagna.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

29 Responses to Nel vallone di Trione

  1. Anonimo says:

    splendida descrizione per un itinerario ormai poco battuto…

  2. serpillo1 says:

    Bel post.
    Camminando, quando mi imbatto nelle baite, sogno che vengano riconosciute Patrimonio dell’Umanità.
    Sono ciò che rimane di una tradizione culturale e di una tipologia edilizia che sta scomparendo. Sono dei capolavori del genio creativo umano che stanno crollando anno dopo anno se non manutentati.
    E’ un vero peccato..

    • Beppeley says:

      Tutti dovremmo desiderare ardentemente che le Valli di Lanzo diventino un parco per difendere e lasciare a chi verrà dopo di noi tutti i tesori immensi che racchiudono.

      Il rischio che siano devastate da logiche di breve periodo è molto alto.

  3. Fabio says:

    Grazie. Credo però che la foto del versante sud dovrebbe rappresentare la Frazione Rivotti e non l’Albone.

    • serpillo1 says:

      Buongiorno Fabio.
      Se fosse i Rivotti la cappellina dovrebbe essere isolata dall’abitato, a valle e in mezzo ai prati.
      Da dove è stata scattata la foto si dovrebbe vedere anche la strada che prosegue nel Sentiero Balcone.
      Penso invece siano gli Alboni e la chiesetta è immersa nelle case e nel bosco, no?

      • dragoonflame says:

        ritengo anch’io si tratti dei Rivotti; la chiesa dei Rivotti ha il campanile grande e staccato dalla chiesa stessa e, caratteristica di tutti i campanili costruiti dai Robetti di Migliere, il tetto a cupola invece che a piramide come si nota nella foto (Rivotti, parrocchiale di Groscavallo, Vrù -cui hanno costruito una cupola anche sulla cappella stessa); Inoltre gli Alboni non hanno un piano erboso visibile al di sopra del piano delle case, caratteristica invece visibile ai Rivotti.

        Detto questo, splendido servizio 🙂

        Non ricordo più correttamente un’informazione, ma mi pare di ricordare che ‘alp’e ‘gias’ indicherebbero la stessa situazione di alpeggio, ma nel tempo nuovi proprietari provenienti da fuori delle valli (non ricordo più l’origine) hanno iniziato a chiamarli col secondo termine come loro usanza e tale termine è rimasto in quegli alpeggi a discapito degli altri 🙂

        • Direi che si tratta dei Rivotti, il campanile non “mente”. La prospettiva della foto in effetti può però ingannare e celare alcuni elementi viceversa riconoscibili. a proposito di Rivotti e Alboni… prepariamoci a due nuove strade:
          una che collega Pera Berghina ai Ghielmi che si sovrapporrà all’attuale sentiero balcone e l’altra da Alboni alle Benne quindi a Roci Ruta e alla Vaccheria, per raggiungere i Pasè con largo tornante e infine Pian delle Riane (!!!). I lavori iniziaranno tra breve.

          • Beppeley says:

            Fantastica notizia.
            Era troppo bella quella zona perché potesse essere consegnata così com’è alle future generazioni.

            Continuo a credere che noi italiani non ci meritiamo assolutamente un Paese così bello.

            E tra non molto il “Bel Paese” sarà solo più un Paese, visto gli scempi che si continuano a generare sul territorio.

          • Beppeley says:

            Per chi non sa la vicenda della strada per il Piano delle Riane segnalo questo post (“Una storia conosciuta da pochi”):

            https://camoscibianchi.wordpress.com/2009/02/08/una-storia-conosciuta-da-pochi/

          • Fabio says:

            Per quanto riguarda le strade dovrebbero avere i seguenti tracciati: Pera Berghina – Riane. Pera Berghina – Vaccheria – a monte del Bec di Mea – Benne dell’Albone e stop nel bosco. Il traonco Pera Berghina Riane è già in fase di costruzione dalla fine di maggio.
            Saluti

        • Beppeley says:

          Ok, fatto correzione. Grazie.

        • ritola says:

          “alp” e “gias” indicano in effetti la stessa situazione di alpeggio: entrambi costituiscono l’ultima stazione di alpeggio in quota.
          La loro posizione era, per ovvie ragioni, sui versanti solivi.
          Ho letto che i “gias” hanno assunto questo nome perché chi li montava proveniva dall’altro versante della montagna, quello inverso quindi spesso ghiacciato, e da qui il termine. Si tratta di luoghi privilegiati dalla natura, solatii, spesso in piano, derivanti da analoghe formazioni geologica, dove i pascoli si mantenevano a lungo freschi.
          La loro presenza è più frequente in Val Grande rispetto alla Val d’Ala e alla Val di Viù, a indicare anche una diversa provenienza, anche linguistica, degli utilizzatori, come sottolineato da dragoonflame.

    • Beppeley says:

      Grazie della segnalazione.

  4. fulvio says:

    Un bel giretto.L’ho fatto qualche annetto fa ma ci potrei ancora ritornare per l’ambiente molto selvaggio e per il panorama dal colle.

  5. Panorami meravigliosi, le immagini delle montagne levano il fiato, sono rimasta affascinata dai laghi e da quei rigogliosi rododendri, la madre terra è davvero generosa con noi e noi non la rispettiamo abbastanza.
    Condivido ciò che hai scritto su ciò che troveranno coloro che verranno dopo di noi, dovremmo aver maggior cura di queste ricchezze.
    E poi beh…trovarsi occhi negli occhi con il capriolo, immagino che per te sia normale, io rimarrei a bocca aperta! Sai, in campagna da me ci sono numerosi daini e uno dei miei scopi dell’estate è incontrarli…l’anno scorso ne ho visti diversi ma uno in particolare mi è rimasto nel cuore, era notte e lui ha fatto capolino tra gli alberi, mi è sembrato di essere in un libro di fiabe 🙂
    Grazie di questo racconto, è affascinante leggere delle tue montagne! Buona serata a te!

    • Beppeley says:

      Avrei voluto mettere altre foto dei rododendri: è stata una magnifica sorpresa.

      E’ sempre una meraviglia osservare la fauna alpina anche se, ti confesso, mi dispiace molto quando gli animali si spaventano e scappano via di corsa: perdono molte energie. L’estate a loro serve per accumulare grasso per poi sopravvivere alla durezza dell’inverno. E’ anche per questo motivo che è fondamentale portare i cani al guinzaglio in montagna. Proviamo a metterci nei loro panni. Noi andiamo in un ambiente per divertirci: loro ci si devono confrontare tutto l’anno con tutte le scarsità e privazioni che la montagna racchiude.

      Questo aspetto dovrebbe farci riflettere molto, anche “portando” queste osservazioni nella civiltà di pianura.

      Grazie mille per il tuo commento.

  6. rok 64 says:

    Che bell’alpeggio!
    io non l’ho mai visto, ma mio papà da ragazzino, ha fatto ” ‘l garsun”, dai suoi zii, margari appunto al Trione.

    Vedo il post solo oggi, ma ieri lo hanno visto i miei figli, ed hanno immediatamente messo il portatile in uno zainetto e lo hanno fatto visionare al nonno…..

    Ha detto di ringraziarvi, il nonno si è commosso vedendo i “suoi posti”, ed è stata l’occasione di racconti della sua fanciullezza, della vita dura dell’alpeggio, e scene di vita quotidiana, e sopratutto, quando le nebbie salivano e ti fanno perdere il sentiero, e in un caso, lo avrebbero addirittura costretto ad una nottata in mezzo al bosco, senonchè, una folata di vento ha portato a lui il rumore della cascata, e così è riuscito a trovare “cose conosciute”, e a riuscire a rientrare….

    Ciao!
    Rok 64

    • Beppeley says:

      È davvero emozionante sapere che un post sulla montagna riesca a far parlare più generazioni, così come lo è scoprire chi lo ha vissuto. Mi piacerebbe pubblicare qualche racconto del nonno sul vallone di Trione. Lasciamo fare ai tuoi figli?

      Grazie per questo tuo commento.

  7. Anonimo says:

    bravo Beppe..brava Cris..andar per valloni inesplorati e non raccontarlo è un pò come tradirlo!!!Ma Voi lo raccontate..poichè il piacere della condivisione delle emozioni che regalano le “Nostre Alpi”..Vi fà “onore”!!!bepperulfo

    • Beppeley says:

      Grazie Beppe!
      Speriamo solo questi angoli selvaggi e straordinari (anche e soprattutto per la presenza di ecosistemi montani molto importanti) continuino ad esistere senza che vengano presi d’assalto da chi ci vede solo materia prima da trasformare in moneta.

      Le strade, purtropppo, continuano a proliferare nelle Valli di Lanzo.

      Ma così si deturpano paesaggi straordinari (il paesaggio è tutelato dalla Costituzione) e si perdono i sentieri d’accesso alla montagna dal fondovalle, obbligandoti a camminare su piste.

      Di strade mi bastano e mi avanzano quelle che ci sono in pianura.

  8. ritola says:

    Un patrimonio davvero straordinario!
    L’ingegno dei montanari, gli abitanti delle montagne, è stupefacente.
    Le opere di ingegneria che sono stati in grado di costruire con fatica e pochi mezzi, sia in termini di attrezzi, sia in termini di materiali, sono testimonianza tangibile dell’ingegno dell’uomo e delle sue capacità di adattamento. le costruzioni a più alta quota si trovano in un territorio senza più alberi e senza calce; la costruzione a secco è sopravvissuta a secoli di utilizzo, di disuso e di mancanza di manutenzione, coi mezzi di cui disponiamo oggi chissà se saremmo in grado di realizzare ancora costruzioni così: solide, durevoli, rispondenti alle necessità, in armonia con il contesto…

  9. ritola says:

    Il Gias di Mezzo è un capolavoro costruttivo!
    L’economia dei mezzi e la maestria della costruzione si manifestano in un esempio sublime di capacità tecnica e raffinatezza.
    Le capriate sono ancora perfettamente a piombo, poggiate l’una all’altra, inserite l’una nell’altra. Gli intagli nei puntoni sono perfetti, le catene e il monaco sembrano posti in opera l’altro ieri, così come la partizione lignea.
    Spero che il tetto mantenga la sua stabilità a lungo, un suo dissesto comprometterebbe quest’opera perfetta che meriterebbe di essere conosciuta, visitata (con cautela) e studiata per ricordare a quanti provano vergogna per il passato di miseria patito dai montanari, che la ricchezza d’animo e di cervello spesso non va di pari passo con quella che riempie le tasche!

    • Beppeley says:

      Grazie infinite per le tue osservazioni.
      Bisogna avere occhi per “vedere” al di là delle apperenze ed io quegli occhi li ho allenati grazie a chi mi ha concesso di allenarli.

      Grazie ancora.

  10. popof1955 says:

    Ciao Beppe, bellissimo post che mi fa svegliare. Eh si mi sembra che siano mesi e mesi che non metto gli scarponi: piccoli acciacchi e impegni di lavoro cancellano i ricordi. La lontananza è come il vento… però stasera il piccolo fuocherello che rimane nel cuore con i mille sentieri che vanno in sogno si risveglia. Grazie Beppe fa bene risvegliare le voglie sopite, alcune immagini profumano.

    • Beppeley says:

      Grazie popof, sono felice che tu abbia voluto nuovamente affaciarti su questo blog e lo sono ancora di più pensando che questo post ti abbia fatto venire voglia di rimetterti in cammino.

      Fallo, fino a quando avrai un briciolo di energia e forza.
      Solo così ci salviamo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: