Una povera, grande bellezza

Monaviel (martellot) (1024x768)

Monaviel (1282 m) in Val d’Ala. Raggiungibile in un’ora di marcia con il sentiero n. 240 che parte da Chiampernotto. Foto di martellot

L’articolo che segue è stato scritto da Ariela Robetto, pubblicato sul bimestrale Panorami – Vallate alpine (n. 108 di maggio – giugno 2014), e si incastra perfettamente con il post Il Vallone di Crosiasse del 26 ottobre scorso. Tra l’altro su quel post potete anche vedere la cartografia dell’area alpina di cui si sta scrivendo. Una mappa del territorio ben fatta che va a braccetto con la mappa delle emozioni, intense e strabilianti, che emergono facendo un escursionismo davvero intelligente ed elegante. Come quello di Ariela Robetto.

Al termine di questo articolo cercherò di fare luce – grazie anche a Gian Piero Motti – sulle stupende interconnessioni che potrebbero innescarsi se solo si riuscisse a riaprire un antico sentieruzzo. E con esso, forse, anche il cuore.


Una povera, grande bellezza

Un’escursione sulle alture di Ceres all’insegna dell’essenzialità del vivere

Testo di Ariela Robetto

Per mia natura, non amo il superfluo e credo sia dovere di ogni uomo mantenersi sobrio ed essenziale nel suo stile di vita. Nessuna tra le creature che popolano la terra ricerca qualcosa non strettamente necessario al suo vivere: solamente la nostra specie, all’apice dell’evoluzione (ma ne siamo poi così sicuri?), desidera spasmodicamente circondarsi di oggetti perfettamente inutili e, a questo fine, è disposta a vendersi, prostituirsi, rubare, uccidere…

L’escursione di oggi è una vera e propria lezione di temperanza ed insegna quanto poco occorra per la vita. Il Monaviel è un insediamento d’altura della Val d’Ala che nel 1924, come testimonia una bacheca posta lassù dal CAI lanzese, contava ancora una trentina di abitanti residenti pressoché stabilmente per tutto l’anno. Un piccolissimo agglomerato il quale, secondo la tradizione, ebbe origine nel Trecento ad opera di popolazioni provenienti dal Bergamasco, migrate nella zona di Bracchiello per lavorare nelle miniere d’argento e pirite che si aprivano sui monti all’intorno. Il Monaviel, quasi sicuramente, nacque per evitare il lungo spostamento dal paese, posto sul fondovalle, a 834 metri, sino all’imbocco delle gallerie minerarie; certamente non fu scelto per la feracità del territorio quanto mai severo, scosceso ed inospitale. Sorse, a 1282 metri d’altezza, nell’unico punto in cui la conformazione del terreno consentiva la costruzione di alcune abitazioni, la coltivazione di qualche campo – patate, segale e canapa, l’indispensabile per la sopravvivenza – e la possibilità di un po’ di pascolo.

Monaviel e vallone di Crosiasse (1024x768)

Il puntino bianco visibile a sx è la cappella del Monaviel. Al centro il Vallone di Crosiasse mentre nell’angolo in basso a dx si intravede Bracchiello. Chiampernotto (non visibile) si trova praticamente all’altezza dello sbocco del Vallone di Crosiasse. Foto di martellot

Ci si accorge della povertà e dell’asperità della zona sin dall’imbocco del sentiero a Chiampernotto, frazione di Ceres: un sentiero ripido, gradinato lungo quasi tutto il suo corso, faticoso da percorrere, soprattutto nell’ultimo tratto dove si trasforma in un’unica scalinata e termina in un prato erto ospitante ancora alcuni meli in fiore, viluppi di uva spina ed un’abitazione ristrutturata a nuovo. Le altre case, addossate alla montagna e fra loro come un pauroso gregge di pecore, sono ormai, quasi tutte, in stato di rovina e testimoniano di una dignitosa povertà e dell’immane fatica di vivere. Le vecchie, ancora solide porte, sono sbarrate; molte le serrature ormai corrose dalla ruggine. Come sempre mi interrogo a lungo sugli ultimi esseri che le richiusero e si ritirarono in punta di piedi per non aprirle mai più. Avrei tanto desiderato conoscerli.

Le baite in pietra Monaviel

Le baite in pietra del Monaviel. Foto di serpillo

La bianca cappella, eretta nel 1772, come indicato dal millesimo in facciata, sorge abbarbicata al monte: con un muro di sostruzione in cui è stata riportata la terra, come nei molteplici terrazzamenti che ancora rigano lo scosceso pendio, le è stato regalato un piccolo sagrato per accogliere i fedeli. È dedicata alla Consolata, la Madonna cara al cuore dei piemontesi, la quale, invocata ufficialmente come Consolatrice, nel cuore dei devoti diviene “la Consolata” per sentirla vicina alle pene umane e al travaglio dell’esistere. Il sacro edificio conserva ancora i suoi ex-voto appesi alle pareti: per la maggior parte sono ringraziamenti per il ritorno dal primo conflitto mondiale e per la guarigione da malattie. Molte le litografie di santi, i protettori di cui ancora molti montanari portano il nome: sant’Orsola, san Martino, santa Agnese, santa Paolina con il suo crocifisso e poi quel piccolo san Giovannino, tanto amato nelle valli, fra le braccia di Maria insieme con Gesù Bambino; ai loro piedi la preghiera dell’offerente, ingenua e toccante: “Qual vuoi meglio che io sia: pastore o agnello? Pastor ti cerco e trovo e in sen ti accolgo; i peccati del mondo agnel cancella”.

Cappella della Consolata La meridiana che orna la facciata, ha, da anni, perso lo gnomone, le ore sono scolorite e rimane solamente un quadrato vuoto di giorni senza tempo. Ė difficile scattare fotografie al Monaviel: non v’è spazio a disposizione, le costruzioni ascendono il versante dirupato del monte in verticalità e il bosco ha completamente invaso quelli che un tempo furono prati, campicelli, pochi metri quadri sottratti con fatica alla roccia. È necessario spostarsi verso ovest per incontrare lou Tèst, un meraviglioso, verdissimo, dolce cocuzzolo dalle linee morbide e tondeggianti, il quale, unitamente alla possibilità di approvvigionarsi di acqua, fu probabilmente la motivazione per la quale si scelse il sito per insediarvi le abitazioni. Dalle sue pendici si gode di una vista straordinaria sulla bassa valle e sulle rocce rossastre e ferrigne delle Courbassere e del Plu. Non sono notevoli per altezza questi monti, ma bellissimi per la loro conformazione, tutta guglie e pinnacoli, per il colore a sanguigna che li disegna e per la selvaggia inospitalità percepita al solo guardarli, tanto che solamente il Monaviel e le tre abitazioni della Vija, poco discoste, hanno avuto l’ardire di andarsi ad annidare, come un’aquila, fra le loro rocce scagliose ed aspre.

Panorama verso Est

Tutte le famiglie povere conservano un piccolo scrigno dove stanno rinchiusi i pochi, modesti gioielli tramandati di madre in figlia; anche Monaviel tiene in serbo un gioiello, ma non lo nasconde, anzi lo ostenta fieramente a chi giunge sin lassù: sulla mulattiera che volge verso le Courbassere e raggiunge l’alpeggio del Tourn, un albero di tasso, tre volte centenario, proietta la sua ombra buia nella penombra del bosco. Il suo tronco, diviso in varie parti che si divaricano, poi si riannodano sino ad aggrovigliarsi, racconta le vicissitudini di una vita lunga e densa di tempeste; anche gli uomini sono sovente scissi, nel profondo del cuore, dal fluire degli anni che fa aggallare persone in cui nemmeno più si riconoscono; in seguito tornano, bene o male, a ricomporre le parti e a proseguire la loro crescita, un po’ meno sicuri, un po’ meno granitici nelle proprie convinzioni, le ferite richiuse in cicatrici che talvolta insidiano la fiducia in se stessi, ma rendono l’anima più ferma e forte nelle avversità. Chi avrà seminato il tasso? Dove avrà trovato i semi? All’intorno sono cresciuti altri alberi della stessa specie che ormai fanno parte di questo territorio come i discendenti degli uomini che, settecento anni or sono, abbandonarono i paesi d’origine per trasferirsi su queste montagne. Nella vita di ogni creatura nulla è mai per sempre, tutto muta e fluisce senza tregua. “Panta rei” –tutto scorre- dicevano i Greci.

Monaviel

Monaviel. Foto di serpillo

Non è facile amare Monaviel. È necessario aver percorso lunghi sentieri, aver salito molte ripide scale, aver assaggiato il dolce e l’amaro della vita per lunghi anni, essersi liberati dei tanti inutili pesi che spesso ci accolliamo senza valide ragioni, aver depurato anima e cuore da stolti assilli insignificanti. Quando, nel profondo, si è divenuti netti, puri, ingenui tanto da non sentire più il richiamo delle false sirene e da essere indicati come semplici oppure folli, allora si può amare la scarna, ruvida bellezza del Monaviel. Si potrà obiettare che, in fondo, non è che uno dei tanti insediamenti sgranati, tutti in fila come un rosario, lungo la Valle d’Ala, dal Piano di Ceres sino alle pendici dell’Uja di Mondrone. Posti sul versante rivolto a sud, godono di molte ore di sole in più rispetto ai paesi del fondovalle. Geograficamente l’asserzione è vera, ma storicamente e culturalmente il caso di Monaviel è del tutto diverso, perché il sito non è stato scelto, ma imposto dalla presenza dei creus, le gallerie minerarie che attirarono gli uomini da lontano, per la pratica di uno tra i lavori più poveri, difficili e pericolosi che da sempre richiamano i più disperati in regioni distanti dalla loro terra. Per molti anni Lia e Primo furono l’anima di Monaviel e della sua festa a fine giugno, ne curarono il territorio e si fecero custodi della sua storia. rododendriOggi Lia vive sola e da parecchio tempo non è più tornata a Monaviel. È stata una fortuna conoscerla perché è una di quelle creature che si trovano in perfetta simbiosi con la natura e sembrano nate da una corteccia di larice o dal profumo dei rododendri. Conosce e ama ogni aspetto della montagna: è amica degli uccelli, sa utilizzare le erbe medicinali, sa curare il bosco; conosce, inoltre, tradizioni e storia della Valle d’Ala, non quelle scritte sui libri, ma quelle tramandate a voce dai vecchi, che, al presente, diventano sempre più preziose. Lia vive in una piccola casa ospitante lo stretto necessario, cucina i prodotti del suo orto, si riscalda con il calore buono della stufa in cui arde la legna dei suoi boschi. È una persona ricca di sensibilità, di cultura di vita, di saggezza e di un grande cuore: caratteristiche che ne fanno un essere unico di cui sono orgogliosa d’essere amica. Poco più a monte del Monaviel, la Vija, costituita da sole tre abitazioni in parte rovinate e in stato di totale abbandono, è ancora circondata da pascoli magri, ripide erte erbose salenti a morire nel bosco che le sta, ogni giorno di più, insidiando in un abbraccio soffocante. Una casa, il tetto e le pareti crollate, conserva, intatti, il camino ed il comignolo soprastante, una resistenza impavida all’assedio del tempo e dell’incuria; il focolare, cuore vitale, non vuole cedere alla fine e continua a pulsare inutilmente. Un frassino morto mostra le ferite infertegli dal picchio alla ricerca di cibo o forse di un nido. Anche la povertà di questo albero morto è un simbolo. Ė la natura che ci parla, tocca il cuore di chi la sa ascoltare e insegna uno stile di vita.

1 La Vija (1024x768)

La Vija (1319 m) si trova a ENE del Monaviel. Sulla carta n. 8 della Fraternali editore si legge “Veia”. Foto di Ariela Robetto

Alle soglie della faggeta soprastante le abitazioni, un ometto di pietre si impone alla nostra attenzione: sembra indicare una traccia che s’inoltra, pianeggiante, nel bosco. La seguiamo e ci troviamo, dopo poco tempo, al limitare di una frana sulla quale il passaggio continua con massi ordinati fra la congerie caotica circostante. Seduta su un macigno per riprendere respiro, alzo gli occhi al cielo: una maestosa giovane aquila sta inseguendo un altro uccello, piccolissimo al suo confronto. Essa vola pacatamente, veloce e sicura, la preda sa di non poterla vincere né in velocità, né tanto meno in potenza; adotta allora la tecnica di zigzagare continuamente verso l’alto, poi verso il basso in modo tale che l’inseguitore non riesca ad afferrarla. Spariscono per un attimo, nascosti dal bosco e, quando l’aquila torna, il piccolo uccello non c’è più: spero che la sua tattica di difesa abbia avuto buon esito. È spontaneo parteggiare sempre per il più debole, ma non è questa una peculiarità della natura che sempre, invece, privilegia il più forte.

6 Panorama dalla scalinata (1024x768)

Dalla scalinata il panorama si apre sulla bassa Val d’Ala. Foto di Ariela Robetto

Attraversata la pietraia, ritroviamo tratti di sentiero ancora gradinati, anche se il dilavamento del pendio scosceso ha in parte colmato gli scalini con terra e foglie. Ad un tratto la traccia aggira una modesta placca rocciosa e termina: siamo ormai giunti alla sommità del crinale che separa le pendici del Plu, su cui sorgono Monaviel e la Vija, dall’impervio vallone di Crosiasse, anch’esso, in tempi lontani, zona di coltivazione di miniere, di quei creus da cui derivò il suo stesso nome. La vista da lassù spazia sulla valle in un ondulare di alture ricoperte di boschi da cui emergono i sacri edifici dedicati a Santa Cristina e a Sant’Ignazio; la Stura sinuosa segna il territorio in ampie curve scortata da Ceres e dalle sue frazioni, tutte esposte a solatio, meno la Vana e Almesio: quest’ultimo preferì la posizione a bacìo, lungo l’antica via della valle, rinunciando alla luce e al calore del sole per lunghi mesi invernali, pur di favorire i propri commerci. La vita è sempre questione di scelte ed ogni scelta comporta il pagamento di un prezzo.

2 La vì dla lòbbia (1024x768)

La vì dla lòbia che scende nel vallone di Crosiasse. In alto a destra (ingrandite la foto) si nota la stupenda mulattiera che arriva da Bracchiello (v. post http://wp.me/p21s7m-6Ga) e, sovrastante, il canale di irrigazione. Foto di Ariela Robetto.

Uno stretto intaglio a V si apre nella roccia sommitale, ci sporgiamo per ammirare l’a picco sul vallone di Crosiasse, completamente immerso nell’ombra che fa risaltare il colore rossastro delle pareti fra le quali è incassato; sul fondo, vertiginosamente lontano da noi, scorgiamo ancora il tracciato dell’antica mulattiera che lo risaliva e che oggi si perde durante il percorso e, più in alto, i resti del canale d’irrigazione adducente acqua verso Bracchiello e Chiampernotto dal rio Crosiasse attraverso un ammirevole sistema di ponti e gallerie.

4 Pioli in legno che sostenevano il mancorrente (1024x768)

Pioli in legno che sostenevano il mancorrente . Foto di Ariela Robetto

Allorché con lo sguardo ritorniamo dal lontano al vicino, notiamo ai nostri piedi, dopo alcuni rozzi scalini, intagliati direttamente nel dirupo, l’originarsi di una scalinata costruita con pietre a secco. Essa scende nel vuoto in cinque rampe con quarantanove ampi gradini, poi si ferma e non riusciamo a comprendere quale possa essere stata la sua funzione. Scoprirò poi, leggendo uno scritto firmato da Marco Gozzano, che la cengia naturale, su cui la scalinata si chiude, segna l’inizio di un sentiero, ormai non più praticabile, conducente ai pascoli di Pian Peccio inferiore; questo 3 Muro di sostruzione della scalinata (768x1024)passaggio permetteva agli abitanti di Monaviel e della Vija di raggiungere in quota l’alto vallone di Crosiasse con un percorso molto più breve rispetto a quello delle altre possibili vie, economizzando quindi tempo e fatica. L’amico Ezio Sesia mi informerà essere il sentiero denominato la vì dla lòbia – la via del balcone – poiché, un tempo, un mancorrente in legno proteggeva chi percorreva la gradinata trasportando magari pesanti carichi; si possono ancora scorgere dilavati monconi di legno i quali avevano sicuramente la funzione di sostenerlo. Quand’ero giovane, alla vista dell’Acropoli di Atene, provai una forte emozione e mi fu naturale esclamare «Ecco mia nonna!» tanto sentivo affondare nella cultura classica e nella sua grandiosa magnificenza le mie radici più profonde. Oggi, dopo aver appreso a potare drasticamente il superfluo e l’inutile dalla mia vita, questa povera opera, ciclopica per le possibilità degli uomini che la realizzarono, nella sua primitiva struttura che ha saputo, tuttavia, resistere agli anni e alle intemperie, mi commuove assai più del Partenone e delle eleganti, perfette linee architettoniche dell’Eretteo. A volte anche indigenza fa rima con bellezza, non solamente la maestosità dell’abbondanza. Bisogna, però, scavare l’anima, così come i minatori dei creus scavarono la montagna, privandola delle sue ricchezze, per imparare ad apprezzare e a trarre gioia da una povera grande bellezza.

Ariela Robetto


Dopo l’escursione nel vallone del Crosiasse, mi imbatto a sfogliare il n. 7 del gennaio 1972 della Rivista della Montagna dove rintraccio la relazione di Gian Piero Motti sulla Cresta della Scuola al Monte Plu. Al termine della relazione, Motti spiega come rientrare ai casolari Fugias, nel Vallone di Crosiasse, da dove si attacca la Cresta (il grassetto è mio):

“[…] Giunti all’altezza delle baite dell’Alpe Vieia, attraversare orizzontalmente fino alla spalla prativa dovo sono poste le grange. Di qui discendere per un ottimo e ripido sentiero che riconduce a Fugias m 1131, alla base della cresta.”

Chissà se quella ripida scalinata in pietra, fotografata da Ariela, non faccia parte del sentiero di cui parla Motti? Si può pensare di recuperare comunque quel sentiero (il collegamento mancante tra Vija e Fugias), facendo così nascere un interessantissimo percorso ad anello escursionistico tra Bracchiello e Chiampernotto (tra l’altro adatto anche agli escursionisti non particolarmente allenati) che possa permettere di conoscere ed apprezzare  un angolo della Val d’Ala ricco di testimonianze importanti della vita dei montanari?

verso Fugias

Appena raggiunto il Rio Crosiasse, dal sentierino che si stacca a quota 1000 metri circa dal percorso n. 241 (che parte da Bracchiello), osservando verso l’alto… Condutture per il trasporto dell’acqua verso Fugias?

Segnalo che dal sentiero n. 241 del Vallone di Crosiasse si stacca verso sinistra (NNW), a quota 1000 m circa, una traccia percorribile che scende al Rio Crosiasse che, con portata scarsa, si può guadare facilmente. Dopo però il sentiero che sale a Fugias non c’è più e ci si ritrova nella boscaglia.

Provate ad osservare la carta escursionistica (su gentile concessione dalla Fraternali editore; estratto della n.8 “Valli di Lanzo”): https://camoscibianchi.files.wordpress.com/2014/10/sentiero-241-val-dala.jpg

Provate ed immaginate.


Molte grazie ad Ariela Robetto e alla redazione di Panorami.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

13 Responses to Una povera, grande bellezza

  1. Natura-e says:

    Un racconto-saggio straordinariamente bello. Nella grande crisi globale che stiamo vivendo, non c’è salvezza, per nessuno, se non nella difesa della piccola, povera opera di ciascuno di noi. Beppe Leyduan, hai una penna d’aquila.

    Francesco Paolo Mancini

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  2. ventefioca says:

    Bellissime sensazioni e una profonda umanità. Brava Ariela e bravi camosci bianchi.

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  3. ariela r. says:

    Ringrazio Beppe per aver inserito il mio scritto sul suo Camosci Bianchi e grazie anche per i complimenti.
    Tenevo a precisare che il sentiero detto vì dla lobia non scende a case Fugias, ma sale verso l’alto del vallone di Crosiasse, partendo a nord-ovest dell’alpeggio. Il percorso di cui parlava Gianpiero Motti, scende invece sulla destra della Vija, verso sud-est e, da quello che ho potuto vedere, all’inizio è ancora in buono stato.
    Una domanda: qualcuno ha idea di quale potrebbe essere l’etimologia dei toponimi Monaviel, Vija e Fugias? Bisognerebbe innanzitutto conoscere il patois, cosa che, purtroppo, a me manca.
    Grazie in anticipo e ciao a tutti
    ariela

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    • serpillo1 says:

      Grazie per la precisazione Ariela.
      Con i sentieri presenti (quelli abbandonati e quelli praticabili) si potrebbero fare giri ad anello fantastici: manca solo qualche accorgimento e poi non lasci più i boschi!
      Speriamo che qualcuno risponda alla tua domanda. Si aprirebbe un’altra porta..

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    • Beppeley says:

      Pensavo a cosa riescono a vedere i tuoi occhi, cara Ariela, quando vai per monti.

      Niente di meglio di quanto scrive Anacleto Verrecchia può sintetizzarlo:

      “Vedere, di per sé, non basta. Tutto dipende dalla sensibilità e dalla fantasia di chi vede. C’è chi potrebbe scrivere un libro su una formica e chi non sarebbe capace di buttar giù un periodo osservando il firmamento stellato”.

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  4. martellot says:

    Che spettacolo il post! E che spettacolo Monaviel! Un piccolissimo paese fantasma in un contorno di alberi e rocce. Certo, che come dici tu Beppeley, ci vogliono proprio degli occhi molto sensibili per osservare, ricordare e raccontare come ha fatto Ariela. Complimenti!

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  5. Lisasc says:

    …si sente tutto l’amore per questo angolo di montagna tentando di cogliere l ‘ ” essenza ” sia dei luoghi che delle persone che, lì, hanno vissuto.
    Immagino quegli uomini e quelle donne intenti a costruire le scalinate, la cappella e le case in pietra, allevare e coltivare lo stretto necessario. . . adattandosi all’ambiente. . . rispettando la natura senza mai depredarla o trasformarla e. . . superando le asperità del luogo con la loro laboriosità. . . ingegneria e grande arte manuale ! ! !
    Come dimenticare la figura di Lia, unica testimone della storia di quello sparuto paesino! Sarebbe bello poterla conoscere ed ascoltare I suoi racconti. . . i segreti e le conoscenze sull’arte medicale delle sue erbe…!
    Grazie, Ariela per il tuo racconto le cui immagini scorrono piacevolmente, facendoci assaporare la bellezza ” genuina”e “ruvida ” di Monviel.
    Un grazie anche a Beppe che ci ha fatto conoscere questo articolo e a Serpillo per le sue belle foto.

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    • serpillo1 says:

      Lia è la nostra “memoria storica”! Ti incanteresti a sentirla narrare 🙂

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      • Lisasc says:

        Potresti postare qualche suo racconto? Muoio dalla curiosità.
        Se, poi, fosse possibile ascoltare la sua voce sarebbe il massimo. Grazie !!!

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        • Beppeley says:

          In alto, su questo blog, trovi il “Cerca”: inserisci “Lia Poma” per rintracciarei alcuni suoi scritti sulla vita dei montanari di un tempo delle Valli di Lanzo.

          Hai perfettamente ragione sulla voce: sarebbe molto bello ascoltare direttamente da lei i racconti di montagna. Tra l’altro si potrebbero mettere su internet due versioni: patois (francoprovenzale) e italiano.

          Bisognerebbe convincere Lia.

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  6. ariela r. says:

    Durante le mie camminate ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere tante donne e uomini della montagna. Non tutti avevano il cuore di Lia, ma tutti hanno saputo trasmettermi un po’ del loro mondo semplice, spontaneo, non viziato da sovrastrutture mentali. Per me è stato un grande dono, un prezioso tesoro che conservo e mi aiuta quando la vita e la salute non corrispondono più alle attese e ai desideri di un tempo.

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