L’abete

abetenellaneve

foto di Beppeley

Nel nord sull’altura nuda
un abete sorge solo,
ha sonno, e di ghiacci e di neve
lo cinge un bianco lenzuolo.
Sognando va d’una palma,
che nel remoto levante,
solinga e muta s’attrista
sopra il dirupo bruciante.

(E. Heine)

Mondi altri

finis terraeNato in città, ho scoperto il mondo dalle strade, credendo, come tanti altri bambini, che il mondo erano le strade. Strade senza fine che fanno il giro del mondo. Strade che creano i luoghi.

E’ stato così fino a quando un giorno mio papà mi portò in montagna a bordo della bellissima Lancia Appia nera, sempre lucidissima e che mi piaceva tanto, già appartenuta ad Enza Sampò.

Durante le uscite in auto da Torino io amavo seguire con lo sguardo il nastro di asfalto e le sue strisce bianche. Una curva, poi un’altra, poi un rettilineo, poi un tornante e una curva ancora… le righe non finivano mai così come la strada. Ogni volta che salivo a bordo speravo sempre, prima o poi, di scendere dalla macchina esattamente dove la strada, finalmente, sarebbe terminata. Ma non succedeva mai.

Mi ero ormai arreso all’idea che le strade non avessero mai fine: potevo viaggiare all’infinito senza vederle terminare. Così mi immaginavo il mondo. Un mondo dove l’asfalto ti portava dappertutto: bastava non abbandonarlo mai affinché la tua mente fosse guidata in ogni dove con precisione assoluta. E dove c’era una strada c’era la realtà: il resto apparteneva all’ignoto e all’insondabile. Il resto semplicemente non era realtà e non riguardava gli esseri umani.

Quel giorno successe una cosa incredibile ed inaspettata: mio padre guidò l’Appia fino ad un villaggio di alta montagna dove il nastro d’asfalto giunse al capolinea, interrotto di colpo da una barriera invalicabile. Alzai lo sguardo e attraverso il parabrezza osservai una possente barriera di roccia che dominava la strada e la sua pervasiva realtà.

In quell’istante provai la stessa grande meraviglia che mi colse quando vidi la prima volta cadere la neve. Il luogo reale di colpo si era dissolto esattamente dove l’auto si era dovuta arrestare.

In un attimo percepii la mia mente posarsi su di una soglia: il mondo non era solo asfalto. Al di là di esso c’era qualcos’altro. Un altrove che un giorno, poi, avrei avuto la fortuna di esplorare. Oltre quella strada, nettamente tranciata dalle montagne, c’era la via di fuga dal déjà vu.

Agli occhi di quel fanciullo quella soglia era Forno Alpi Graie.

Buone Feste dai camosci bianchi.

Una masticata di Valli di Lanzo

verso Pian di CeresSabato scorso nelle Valli di Lanzo la mattina era nuvolosa e freddina e poco adatta per portarsi in alta quota. Decidiamo allora di fare una passeggiata a Santa Cristina (1340 m) ma preferiamo partire da Ceres (Val d’Ala), seguendo il sentiero n. 242, perché non abbiamo alcuna voglia di rattristarci attraversando le odiose piste autostradali che stanno spuntando come funghi nelle Valli di Lanzo, sconvolgendo così irrimediabilmente paesaggi e sentieri storici (per carpire l’euforia da piste forestali del GAL & C. leggete il post “30 km di piste forestali nelle Valli di Lanzo”; per leggere tutti i post sull’argomento, dal più recente in poi, c’è il tag “piste-agro-silvo-pastorali“).

Ci piace pensare che il versante ceresino del percorso al Santuario possa essere ancora intatto, così come l’abbiamo camminato ed apprezzato decine di volte negli ultimi anni e in tutte le condizioni meteorologiche e su cui abbiamo dedicato molti scritti su questo blog dal punto di vista storico-culturale, con passione e desiderio di scoperta. E invece la barzelletta, così di moda ultimamente nelle Valli di Lanzo, è in agguato al Pian di Ceres (830 metri circa), nei pressi della cappella della peste del XVI secolo.

Dalla rupe di Santa Cristina decidiamo poi di rientrare via Cantoira lungo il sentiero n. 301 (che poi diventa 301 A) quello già sfregiato dalla pista forestale di cui ci ha parlato e documentato l’amico Marco la scorsa estate (post “Andar per piste nelle Valli di Lanzo“). Inizialmente, proprio per evitare la mestizia (in questa giornata di per sé già molto grigia), avremmo voluto ritornare a Ceres passando per i Monti di Voragno ma ormai il danno l’abbiamo subito. Tolto il dente non ci resta che piangere.

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Nascita dell’alpinismo invernale: Uja di Mondrone 1874

Il versante Est dell’Uja di Mondrone (2965 m)

La spinta nell’andar per monti oltre i boschi ed i pascoli delle Terre Alte, non per motivi spirituali, di caccia o raccolta di cristalli, avviene tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento grazie ad un’esplorazione scientifica sempre più frequente da parte di uomini di cultura, studiosi e clericali provenienti da ricche famiglie.

L’Alpine Club di Londra nasce nel 1857; il Club Alpino Italiano invece nel 1863 per volere di Quintino Sella, Bartolomeo Gastaldi ed altri pari gentiluomini.

Si condivide un leggendario e fortunato periodo dove nasce l’interesse della stampa e degli artisti – che son spesso alpinisti – a documentare e a dipingere le ascensioni, le bellezze delle montagne e dei paesaggi.

Tutto è in fermento.

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