Il garzone del Trione

Alpe di Trione

Alpe Trione (1648 m). Sullo sfondo il Bec Ceresin e le montagne del versante a mezzogiorno della Val Grande

Nel XXI secolo il  vallone di Trione è una stupenda escursione della Val Grande di Lanzo il cui sentiero è una tratta della GTA (Grande Traversata delle Alpi).
Questo vallone è anche un fantastico alpeggio, venduto nel 2012 dal Comune di Chialamberto ad una società privata.
Quante volte ci è successo di percorrere sentieri che attraversano alpeggi abbandonati e poi di domandarci come doveva essere la vita di chi ci lavorava? Quante volte abbiamo pensato alla fatica di vivere la montagna lasciandoci alle spalle le baite crollanti, magnifici esemplari di architettura alpina?
Con il racconto che segue, e poi con il prossimo, cercheremo di costruire un ponte che ci permetta di collegare il presente con il passato, magari poi intravedendo tracce di avvenire nei sorrisi di nuove generazioni.
Il passato è il racconto di nonno Giuseppe che, da adolescente, nell’anno 1949 ha lavorato negli alpeggi del Trione. Il presente invece sono le esperienze straordinarie vissute dai suoi splendidi nipoti Felice Alberto e Piergiuseppe nel 2012 (all’epoca rispettivamente di 10 e 12 anni di età!) e nel 2013 che su questo blog hanno voluto raccontarle (qui il post del 2012 e qui quello del 2013). Non poteva finire così, perché anche la scorsa estate questi meravigliosi ragazzi hanno trascorso le loro vacanze negli alpeggi del Ciavanis, lasciandosi alle spalle, per alcune settimane, il mondo urbanizzato, artificioso ed ipertecnologico della pianura.
Ma questa è anche e soprattutto la storia di amore di due bellissimi valloni, il Trione e il Vassola, valloni laterali della Val Grande di Lanzo, autentici gioielli delle Alpi Graie meridionali. Uno è il vallone di Giuseppe, l’altro quello di Anna.
Storie di generazioni e di montagne tanto amate. Tanto anche da chi le ha vissute da semplici escursionisti, da turisti di passaggio o da viaggiatori stanchi delle “città atrofizzate che si credono il centro del mondo”, per dirla con le parole di Paul Virilio del libro “Città panico. L’altrove comincia qui”.
Un’ultima cosa: questo racconto contiene parole in patois francoprovenzale delle quali abbiamo cercato di fornire la traduzione, con le note a piè di pagina, per favorire la comprensione del testo. In quelle parole c’è la Montagna, c’è l’identità e l’autenticità dei luoghi alpestri delle Valli di Lanzo. In quei suoni c’è un mondo straordinario, una ricchezza ed una diversità che dovrebbero essere tramandate alle prossime generazioni.


AL PASCOLO NEL TRIONE NEL 1949
STORIA DI UN OTTANTENNE NONNO DI DUE RAGAZZI 12-16 ANNI CHE TRASMISE LORO (INDIRETTAMENTE) LA PASSIONE PER LA VITA D’ ALPEGGIO
Nonno Giuseppe

Giuseppe al Trione

Incominciamo a dire che si è fatta la transumanza partendo con le bestie dalla Cascina Cernaia (Caselle) e siamo andati alla stazione di Caselle.
Lì è stato caricato il bestiame sui carri bestiame della “Cirièlans”(1), di pomeriggio perché in quei momenti era possibile avere delle soste lunghe in stazione, e siamo partiti per le Valli di Lanzo, e siamo andati fino a Pessinetto.
Arrivati si è scesi e ci si è avviati per l’alpeggio, ormai era buio e abbiamo camminato per tutta la notte, poi abbiamo fatto una sosta ad un ubergi(2) e la gente che “accompagnava la mandria” ha preso un caffè, mangiato, riposato.
Simpatico il detto che il nonno ha appreso dai frequentatori dl’ubergi: “bien po jalen, est duraà tre diì” (beviamo poi andiamo, è durato tre giorni…); le mucche si sono sdraiate sulle strade (duro il tragitto anche per loro), poi siamo ripartiti, ormai di mattina di buonora, e siamo andati fino a Miliere(3), ci siamo fermati, poi ognuno di noi si è caricato l’attrezzatura sulle spalle, sullo zaino alcuni attrezzi, addirittura sulla fas-cera(4), scaricando un po’ i muli che altrimenti avrebbero avuto un carico eccessivo per il ripido e impervio tragitto per arrivare al Turiun(5).
Salendo, abbiamo attraversato la Stura e saliti per la mulattiera.
Attraversiamo il primo vallone, tenendo presente che la mulattiera era stretta e nei punti difficili c’era addirittura da mettersi sull’orlo del precipizio per fare in modo che le bestie non cadessero (stessa cosa faceva mia nonna all’alpeggio Vassola: siamo “nipoti d’arte”).
Alpe TrioneCosì abbiamo attraversato quattro valloni e avanti così fino al 5° vallone e siamo andati su fino al primo tramut(6) e lì si sono distribuite le vacche nelle stalle.
C’erano anche quattro muli da sistemare. In quel momento sono iniziati i giorni d’alpeggio e io dal giorno dopo, iniziando dal mattino prestissimo, ero predestinato a fare il burro ”a mano”.
Siccome ero il più vecchio all’alpeggio fra i giovani cugini (che iniziavano dalla Andreina, che aveva un anno esatto in meno di me, poi c’era il Giuseppe, il Michelino, poi la Fiorina e la Franca), io dovevo togliere una scodella di panna e la zia ci metteva assieme il cioccolato e lo distribuiva a colazione a tutti noi ragazzi.
I giorni a seguire lavoravo la panna, la trasportavo alla burera(7) e poi finivo con fare il burro.
Non dovevo toglierlo io dalla burera, veniva lo zio.
Questo, un giorno dopo l’altro… siccome che alle 3 del mattino un ragazzo di 15 anni ha fame… bevevo una scodella di panna prima di fare il burro e poi prendevo quella che dovevamo mangiare, così la zia distribuiva fra tutti i ragazzi.
Gias di mezzoChiamatela birbanteria oggi come oggi, ma allora avevo fame, pertanto era normale.
Alla sera precedente mi mettevo in tasca una fetta di polenta per avere la mattina successiva qualcosa da mangiare, poi andavo in cucina dove c’era la macchina che scremava il latte, sempre a manovella (il latte di 100 mucche, 100 pecore e 50 capre, su per giù). Dopo che avevo scremato il latte, la zia preparava la colazione del mattino, che era composta da una insalata di cipolle bianche, latte e formaggio (naturalmente) e la panna con il cioccolato.
Poi andando giù per il sentiero c’era una fontana, io avevo preso l’abitudine la mattina di andare a lavarmi la faccia e il collo, con l’acqua di questa fontana (sorgente) che era tutt’altro che calda.
Ho saputo, addirittura molti anni dopo, in un racconto della zia, che ho insegnato io a tutti i cugini a lavarsi al mattino la faccia con quell’acqua freddissima, ma ritemprante.
Fatta la colazione si andava al pascolo; quando era brutto (territorio con precipizi o strapiombi) si andava tutti per ”parare” le vacche affinché non cadessero.
Una volta mi ricordo che c’era Michelino a parare le mucche prima del precipizio e, passando, una mucca fece rotolare una roccia che gli scaraventò il bastone Gias di mezzogiù dal burrone, schivandolo di pochissimo, con conseguenze ben immaginabili se l’avesse colpito, ma il buon Gesù ha deciso che Michelino diventasse vecchio.
Io ho proprio visto questo, cose normali, cose d’alpeggio…
Poi mio zio un giorno era andato giù fino Caselle, ritornò in alpeggio dopo due giorni e allora quando arrivò già nel pomeriggio tardo dissi alla zia “le ‘rivà barba Pierin”(8) e allora chiesi alla zia se potevo fare una scappata a casa.
“Sì sì, se vuoi andare puoi andare”; mi sono vestito e sono partito come una saetta, di corsa, infatti feci i valloni al volo, nella mulattiera c’erano i tornanti, però io saltavo da una parte all’altra, non chiedetemi come abbia fatto, ma sono arrivato a Miliere in brevissimo tempo.
Ho preso una bicicletta in prestito da conoscenti e alé, mi sono accodato a una macchina e sono arrivato fino a Ciriè.
Gias dei laghiMia mamma non l’ho neanche vista perché era all’ospedale. A casa c’era mia sorella, mio papà era andato a trovare la mamma e allora sono andato a trovare la “morosa”(9).
Il giorno dopo mi sono preso la bicicletta e sono ritornato a Miliere e, posata la bicicletta prestata, mi prendo lo zaino e 1, 2, 3, 4, era lunga arrivare alla meta, mi incammino sul quinto vallone… il quinto era un po’ più pianeggiante, mi rilasso un pochino, poi ad un momento non si vedeva più niente, la nebbia “tuppa” (fittissima) mi impedisce perfino di vedere il sentiero… “cosa faccio”? Più che stare qua per non correre il rischio di perdermi di brutto…, poi ho fatto ancora 2 o 3 passi e ho sentito la cascata che era di fianco alle case, in questo modo mi sono orientato.
Il 4° tramut è su ai laghi, il lago più piccolo è di 10.000 metri quadri , più o meno… quando si è al 1°tramut, al 4° la neve è ancora alta, e quando si va al 4° si stava poco perché ad agosto spesso già nevica e allora bisognava scendere al 3°…, questa è la mia storia.

Firmato

Il nonno di Piergiuseppe e Felice Alberto


(1) La “Cirièlans” è la ferrovia che unisce il Comune di Ciriè con quello di Lanzo Torinese. Chiamata anche Torino-Ceres.

(2) Albergo. Nel Vocabolario del patois francoprovenzale di Ceres (Valli di Lanzo), di Diego Genta Toumazìna e Claudio Santacroce (2013 – Editrice il Punto – Piemonte in bancarella), tale parola è indicata con il lemma 0ubèrdji (ôbèrjo/ôbèrge).

Giuseppe

Nonno Giuseppe con la “fas-cera”

(3) Migliere (1054 m) è una frazione del Comune di Groscavallo in Val Grande di Lanzo ove nei pressi passa la Gran Traversata delle Alpi (GTA). Dal versante all’inverso tale percorso escursionistico arriva dal Colle di Trione (2498 m) e attraversa tutto l’omonimo Vallone. Nel versante all’andrit raggiunge il Colle della Crocetta (2640 m) per poi planare in Valle dell’Orco.

(4) Telaio rettangolare per il trasporto del fieno. Nel patois francoprovenzale di Ceres è chiamato frassiéri (frassière) mentre in quello di Balme è la frasquéri (la fraschéri).

(5) “Torrione”, in riferimento a quello che usualmente viene chiamato “Bec Ceresin” e dove nei pressi si trova l’Alpe Trione (1648 m). Ariela Robetto (qui il suo post) ci racconta che “Lou Tourioun, da cui il vallone ha derivato il nome, poi alterato in Trione, è un enorme monolite a forma di prisma quadrangolare di roccia gneissico-granitica, alto una quarantina di metri su una base di quindici, completamente isolato dal resto delle rocce che lo circondano: i suoi spigoli laterali divergono in modo che risulta più larga la faccia superiore rispetto a quella inferiore”.

(6) Tramùt (tramut): “una delle stazioni, poste ad altitudine crescente, di cui è costituito un alpeggio”, dal Vocabolario del patois francoprovenzale di Ceres (Valli di Lanzo).

(7) Macchina per il burro, zangola.

(8) “E’ arrivato lo zio Pierino”.

(9) Fidanzata.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

17 Responses to Il garzone del Trione

  1. serpillo1 says:

    Il sentimento di affetto che mi lega a dei luoghi aumenta se conosco i posti e le persone che lì hanno vissuto.
    Grazie al nonno che ci ha raccontato e reso partecipi di un “pezzo importante della sua vita” ed ai nipoti che hanno avuto voglia di sentirla e trascriverla.

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    • Beppeley says:

      …ma soprattutto grazie ai nipoti che hanno saputo con incantevole entusiasmo ed amore posare i propri occhi e le proprie mani su di un pezzo bellissimo delle Alpi Graie meridionali.

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  2. Lisasc says:

    La tua presentazione, le foto e le note mi hanno reso più semplice comprendere il racconto e ad immaginare quei luoghi, immensamente affascinanti ma a me sconosciuti.
    È un racconto straordinario di vita quotidiana, di sacrifici e di pericoli affrontati come se fossero una conseguenza naturale del vivere in montagna e dell’amore per essa. È un mondo dove l’anziano ha un grande ruolo : è colui che possiede lo scrigno del ” sapere montanaro” e che trasmette ai più giovani.
    Grazie, anche a te: per tutto quello che fai e che condividi.Sentiamo che ci metti il cuore e ti ringrazio come ” figlia della montagna “.

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    • Beppeley says:

      Fa sorridere pensare a come oggi, per chi frequenta la montagna, tutto deve essere super sicuro, a prova di bomba.
      Poi ci accorgiamo, per stare nell’attualità, che le nostre città sono molto più rischiose di un’uscita tra i monti.
      È proprio un mondo storto!
      Grazie Lisa.

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      • martellot says:

        è vero, questo racconto ci fa percepire quanto difficile (e in alcuni casi pericolosa) fosse la vita nella montagna di un tempo. Penso anche ai sacrifici fatti, alle tante ore di lavoro spese lavorando, alle dure condizioni ambientali (freddo, pioggia, ecc.), condizioni che oggi ben pochi di noi sarebbero disposti ad accettare….

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      • Lisasc says:

        Ben detto,Beppe!!! e buon risveglio.

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  3. Sto scrivendo un libro sui miei anni passati in alpeggio, lo sto impaginando e sistemando con aggiunta di foto. Partendo da quarantaquattro anni fa!!! Vita semplice ma vera, viva. Ricordi bellissimi che oggi pochi capiscono. Bello vedere che qualcuno apprezza la vita dura degli alpeggi.

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    • Beppeley says:

      Ciao Tiziana, grazie per la segnalazione del libro.
      Mi piacerebbe sapere quando lo pubblichi. Ce lo fai sapere?

      Bello ed entusiasmante notare che sono ragazzini giovanissimi ad apprezzare quella vita. Certo, possiamo immaginare che tra qualche anno le estati le trascorreranno a correre dietro ai primi amori, come è giusto che sia, ma sicuramente certe esperienze ti cambiano per tutta la vita e credo che hanno fatto un sacco di bene a se stessi e alla montagna.

      Il merito, ovviamente, è anche della loro meravigliosa famiglia.

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      • certo, farò sapere. A proposito, ho visto l’articolo sul Vallone di Crosiasse. Confermo che è molto bello, dall’estate scorsa abbiamo portato su le nostre mucche in alpeggio lì. Al colle d’Attia si arriva molto bene. Noi saliamo da Chialamberto, ma è stato molto ben sistemato anche il sentiero da Brachiello. Ciao.

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        • Beppeley says:

          Grazie Tiziana! Mi fa molto piacere avere qui una persona che fa vita d’alpeggio!
          Se lo gradisci, sono felice di pubblicare qualche tuo racconto di quelle zone che amo tanto!

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  4. Pingback: Il garzone del Trione | Natura-E

  5. Anonimo says:

    E’ un onore e un piacere aver letto il racconto pubblicato sul blog dei Camosci Bianchi, che ho fatto ai miei nipoti, è commovente aver rivisto i casè agli alpeggi, la meravigliosa cascata, mi sembra di essere sceso ieri, ma sono passati 65 anni.
    Sul 1° Tramut, in quegli anni si faceva anche del fieno, (trasportato rigorosamente con la fas-cera perché in montagna è il modo più pratico e veloce di trasportare il fieno) perché necessitava per alimentare gli animali che non potevano andare al pascolo perchè si erano fatte male, e quell’alpeggio era piuttosto pericoloso, anche perchè per “mangiare” tutta l’erba possibile, spesso si andava nell’impervio, e l’incidente poteva capitare, rileggendo mi sembra di rifare quel sentiero così stretto che il mulo faceva fatica a passare, e la “gabasa di mui” toccava contro le rocce…

    Ringrazio le persone che hanno risposto sul blog, che apprezzano la dura vita dell’alpeggio, che era normale a quei tempi, ma erano “altri tempi”, persone che valorizzano ed esaltano i valori della montagna.

    Nonno Giuseppe

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    • Beppeley says:

      Grazie tante a te, ci ha fatto tanto piacere leggere di vita vissuta sui luoghi alpini che sovente percorriamo nelle nostre escursioni.

      E grazie tante anche per le foto! Quella in b/n è davvero una chicca. Difficile trovare testimonianze fotografiche della vita d’alpeggio di un tempo!

      Torna presto con altri racconti, se ti fa piacere. Qui sei il benvenuto!

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    • Nonno Giuseppe, tanto di cappello a Lei. Ho parlato con il mio papà di quanto scritto su questo blog e mi ha detto che La conosce. Anche lui ha 82 anni, ha ancora le mucche e delle pecore. Forse si ricorda di lui, è Mario Fornelli (Mario ed Natal – Mario dij Sant’Anna Devesi). Da giovane saliva in Val di Viù, poi quando c’ero già io, salivamo a Campo della Pietra, siamo stati al Ciavanis, a Nuviant, poi tantissimi anni a Corio al Soglio e a Chiaves Menulla. E’ bello sentire raccontare queste testimonianze. Sono andata a vedere Trione, oggi molto imboscato.
      Anche mio suocero era un marghé, oggi avrebbe anche lui 82 anni. Il Rusatu di Robassomero. Tantissimi ringraziamenti per il racconto. Grazie.

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      • ROK64 says:

        Ciao, ieri ho fatto leggere il commento a mio papà, “nonno Giuseppe”, purtroppo non ha ricordi in merito a Mario Fornelli, mi dispiace. Nemmeno mia mamma Anna “dla Puarta” di Vonzo, non riesce a focalizzare. Però un grande saluto, mi raccomando, faglielo avere.

        ROK64

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  6. P52 says:

    Bellissima testimonianza di questi bellissimi luoghi che amo tantissimo, un plauso a questi stupendi ragazzi Pierfelice e Felice Alberto ( che conosco ) con le loro testimoniaze nei post del 2012 e 2013.
    Conservare dentro di voi queste belle esperienze di vita e i racconti di nonno Giuseppe!!!
    A presto
    Ciao

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  7. Camminatore54 says:

    Impareggiabile testimonianza di una vita sana e di grandi valori umani non recepita dall’attuale cecità umana.

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