Una maschera sul volto

Ceres anno 1979
Carnevale a Ceres 1979 (foto di Leandro Vighetti)

Mai come in questo periodo, in cui tutti i giorni sentiamo i nostri volti sferzati dalla violenza della bufera (le notizie orribili che invadono le nostre misere certezze), quella bufera che ti fa smarrire ogni punto di riferimento, che ti fa barcollare e ti fa sentire i piedi mancare il terreno, percepiamo impellente l’esigenza di un punto fermo, di radici forti e penetranti che sappiano inesorabilmente affondare nel terrreno ed aggrapparsi alla vita, la nostra vita.

Sono questi i frangenti di solitudine metropolitana in cui “vedo” il larice solitario, sovente incontrato tra le altezze silenziose delle Alpi, devastato dalla furia della tempesta, che si piega e si contorce sotto i colpi di venti burrascosi.

Piegarsi sì, spezzarsi mai.

Le radici sono il simbolo che racchiude i riti e le tradizioni del nostro Paese. E se il nostro Paese, come tanti altri del mondo Occidentale, è colpito al cuore, proprio nei nodi principali delle reti vitali, dove passa tutta l’informazione mainstream, allora è giunto il momento di salvarsi dal terrore e dalla violenza “emigrando” in periferia, dove resistere ai venti “da fine del mondo”.

Lì, più vive e più forti che mai, ritroveremo le nostre radici.

E sotto quelle maschere, la nostra identità.

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