Il giro delle 5 “roye”

royi d’li Lac

Royi d’li Lac nei pressi dei Laghi di Sumiana (1165 m)

“Leggere” il paesaggio, nel nostro caso quello montano, può arricchire molto le nostre escursioni. A seguito della mostra sull’argomento allestita nell’agosto 2015 presso il castello Francesetti di Mezzenile (Valli di Lanzo, provincia di Torino), abbiamo cercato di mettere in pratica questo concetto sabato 24 ottobre, alla scoperta degli antichi canali irrigui artificiali (“roye” nel locale patois francoprovenzale) nella zona compresa tra la frazione Monti di Mezzenile e i laghetti di Sumiana.
Sentiero di riferimento è il numero 204 C, che parte esattamente ai piedi della cappella di Monti 1124 m., dedicata all’Assunta. Già sul vicino versante esposto a Nord, su cui affaccia l’aprico Pian Genin, funzionavano in passato, a quote diverse, almeno 5 roye dall’andamento grosso modo parallelo: all’altezza di circa 1000 m. quella della Trucci, sui 1100 quella del Mount, 80 m. sopra quella della Benna o di Saccona (che il nostro sentiero fiancheggia quasi per intero), più a monte, a circa 1250 m., la royi doou Truqueut e infine, sui 1350-1400 m., al servizio dei pascoli, la royi d’Falbèrt. Lunghe tra 1 e 1,5 km. e abbandonate tutte fra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, prelevavano l’acqua da vari rami del rio Begone; può stupire che nelle Valli di Lanzo, notoriamente non caratterizzate da clima secco, necessitassero contributi idrici supplementari così capillari, ma la mancanza di sorgenti e ruscelli presso i casolari e il bisogno di irrigare più regolarmente prati e campi, al fine di ottenere produzioni agricole più abbondanti, giustificavano evidentemente impegno e fatiche per la costruzione e la manutenzione delle “roye”.

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La roggia della Benna o di Saccona. Quante volte crediamo di camminare su di un sentiero e invece…

Superata la fontana Saccona e passata una bella faggeta, eccoci all’alpe Laiet 1287 m., dove scorgiamo i sassi accumulati in numerose “masiére” per spietrare pascoli che ora stanno (ri)diventando bosco. Come tutte le località con questo nome, lo deriva dalla presenza di vicini laghetti, in questo caso quelli sottostanti di Sumiana; qui giungeva dal rio Saulera, con un aspro percorso di circa 1,2 km. tra pietraie e canaloni, la royi doou Laieut, tra le più ardue da realizzare e mantenere: funzionò fino al 1965 circa, e negli ultimi tempi di frequentazione dell’alpeggio, intorno al 1980, ormai abbandonata per le difficoltà di manutenzione, venne sostituita da un’altra roggia più breve derivata dal vicino rio del Laiet. Abbiamo percorso la prima parte della royi doou Laieut fino alla grande pietraia, lungo il sentiero di servizio riaperto e segnalato, come altri nella zona, grazie al meritorio lavoro di Sergio Geninatti Togli, titolare della casa vacanze dell’alpe Belvedere; sul versante opposto del vallone ecco apparire, oltre a diversi alpeggi, anche le case del Ciampàs 1324 m., un tempo il villaggio permanentemente abitato più elevato del comune di Mezzenile, da dove, fino agli anni ’50 del novecento, i bambini si recavano giornalmente a scuola fino a Mezzenile capoluogo, 670 m. di dislivello e 2 ore abbondanti di marcia più in basso…

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Uno dei due Laghi di Sumiana (1165 m)

Tornati al Laiet, una breve discesa ci conduce ai due suggestivi laghetti di Sumiana 1165 m., circondati da una fitta faggeta. Di origine glaciale, sono entrambi naturali, ma il loro livello era ed è tuttora governato dalla royi d’li Lac (roggia dei laghi), derivata sulla destra idrografica del rio Saulera ai piedi della bella cascata chiamata Pissai doou Mazoun. La roggia è tuttora in funzione all’incirca dalla primavera all’autunno; alimentati i laghi, preziosi bacini di raccolta e di riserva per le necessità idriche (e sedi di una notevole colonia di rane), in passato essa proseguiva fino alla vicina borgata di Sumiana 1103 m., abitata tutto l’anno fino ai primi anni ’60 del secolo scorso e munita, come quasi tutti i villaggi di Mezzenile, dell’immancabile fucina per la fabbricazione dei chiodi.
Oggi tutta la zona appare preda del ritorno della wilderness: fino a pochi decenni or sono era invece densamente popolata, e poteva capitare persino di sentire bella musica provenire proprio da Sumiana, dove un bravo maestro locale insegnava l’uso degli strumenti musicali ai tanti bambini che allora abitavano questa parte del vallone.

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La cascata “Pissai doou Mazoun” (in alto)

Dopo una rilassante sosta in riva al lago superiore risaliamo brevemente sul sentiero per l’alpe Belvedere, ma giriamo poi a sinistra in direzione di Monti, e qui ecco la sorpresa: quello che sembrava solo uno stretto sentiero inciso nello scosceso pendio, nell’attraversamento di una pietraia si rivela essere in realtà un’antica e ben costruita “royi”, di cui non siamo riusciti finora a sapere nome e funzione. Che fosse una roggia lo conferma, poco più avanti, un tratto ancora evidente in cui essa aggirava appositamente un “airàl”, uno dei tanti spiazzi dove in questi boschi venivano allestite le carbonaie; sul nostro comodo sentiero di mezzacosta incontriamo poi le rovine, ormai quasi assorbite dal terreno, di due costruzioni: che fossero le case, un tempo lontano forse abitate tutto l’anno e di cui ora si è perso anche il nome, a cui era diretta la royi misteriosa? Comunque anche su questo poco esteso versante ci sono 3 roye a breve distanza: quella dei laghi, fra 1180 e 1100 m., quella del Laiet, fra 1350 e 1290 m., e quest’ultima intermedia, sui 1200 m., abbandonata chissà da quanti decenni, se non secoli.

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La “royi” di cui attualmente non si conosce né il nome e né la funzione

Seguendo il sentiero che aggira la Tèsta d’li Bosc incontriamo infine la quinta royi della giornata, per un tratto coincidente con il sentiero stesso: anch’essa abbandonata da tempo, prelevava l’acqua dal rio del Laiet a quota 1240 m. circa per condurla probabilmente alle case Coste 1165 m..
Tra maestosi faggi e larici alti e diritti ritroviamo a valle del Laiet il percorso di stamane, lungo il quale torniamo a Monti; 2,15 ore all’andata, compresa la deviazione alla royi doou Laieut, circa 2 ore al ritorno, in una ventina di persone, con passo tranquillo. Un itinerario, di difficoltà E (escursionistico), ideale per le mezze stagioni, ma fresco e ombreggiato anche d’estate: solo una delle tante sorprese che sanno riservare le nostre montagne a chi ama uscire dai percorsi più noti.

Ezio Sesia


Ringraziamo sentitamente Ezio Sesia, sia per averci condotto alla scoperta di un aspetto del paesaggio costruito dai montanari delle Valli di Lanzo e sia per averci donato questa bellissima descrizione dell’escursione (ma ascoltarlo dal vivo, tra le sue montagne, è davvero magnifico).

Altre foto le trovate nella galleria: per visionarle nello slideshow è sufficiente cliccare in alto a destra sul pulsantino con la freccia (le foto verranno visualizzate a tutto schermo e scorreranno automaticamente in dissolvenza).

5 Responses to Il giro delle 5 “roye”

  1. Marco says:

    Lettura di un paesaggio storico a memoria dei luoghi che furono e che ora ci mancano

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  2. serpillo1 says:

    Interessante escursione a completamento della mostra a tema che ci ha permesso di “entrare” nella vita e nella gestione delle acque montane.

    La loro manutenzione era scrupolosa e costante e veniva effettuata con il sistema delle corvée. Prima dell’utilizzo degli stivali in gomma (intorno agli anni ‘60 del Novecento) dove non c’era il sentiero di servizio si entrava scalzi nell’acqua. Questo per non rovinare l’argine delle roye.

    A mio parere, queste piccole opere di ingegneria idraulica montana dovrebbero essere tutelate e valorizzate con la creazione di un sentiero tematico come capita nel nord-est o nella vicina Valle d’Aosta.

    E nelle nostre prossime escursioni, quando vedremo pietre disposte a coltello sul sentiero, quasi sicuramente sapremo individuarle e ci ricorderemo che un tempo, non troppo lontano, servivano a trasportare acqua..

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  3. Anonimo says:

    Ci è spiaciuto molto non potere partecipare al giro delle roye. Siamo stati ai laghi di Sumiana due giorni prima (gita irrinunciabile in autunno), ma naturalmente non abbiamo visto tutti i canali irrigui indicati da Ezio.
    Opere che, come afferma Serpillo, sarebbe ormai necessario tutelare senza perdita di tempo poiché stanno scomparendo lasciandoci sempre più poveri di memorie e di storia della nostra gente. Oggi che abbiamo perso gran parte delle nostre capacità manuali, annientate dalla tecnologia la quale, ahimé, non risolve tutto, conservare i manufatti della civiltà montanara diventa un dovere, non solo per rispetto nei confronti delle generazioni che ci hanno preceduto, ma anche per sprone alle generazioni che verranno. Questo si sta facendo da anni all’estero (in Provenza la tutela della “pietra a secco” è largamente diffusa, addirittura si allesticono da parte delle Università cantieri dove i volontari apprendono le tecniche di restauro) e in alcune parti delle Alpi. Forse sarebbe ora di iniziare anche qui!
    Grazie a Ezio Sesia, sempre preciso, puntuale e competente e ai Camosci bianchi per il loro impegno nella conservazione della bellezza e dell’architettura “povera” delle nostre valli.
    Ariela e Giancarlo

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  4. martellot says:

    Anche io sono dispiaciuto di non essere riuscito a partecipare a questa escursione che sicuramente ha permesso di fare un salto indietro nel tempo….

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