Le orme di un viandante

virgilio giacchettoVirgilio Giacchetto è uno di quei personaggi della montagna che sono da scovare.
Quando mi sento ingabbiato nei circuiti del mondo metropolitano, quando stento a capirlo, cercando così una via di fuga, amo seguire le sue orme. E se non sono in montagna, leggo i suoi pensieri.


Testo e foto di Virgilio Giacchetto

Non so spiegare il motivo di questa mia attrazione per la montagna, ma credo abbia a che fare con una questione di radici, di solitudine, di pace e di silenzio. A cavallo delle stagioni mi stacco dal lavoro e dalla città per dedicarmi ai monti, finché la neve me lo consente; tardi, verso l’autunno inoltrato, lontano dai periodi delle grandi vacanze, alla larga da chi cerca fra le montagne nuovi luna-park ed esperienze “estreme”.
Parto presto, di notte, perché mi piace vedere come nasce il giorno; mi attardo alla sera per cogliere il preciso istante in cui gli ultimi raggi di sole si staccano dalle vette più alte. Poi rimango immobile per un po’ a guardar le prime stelle che spuntano nel cielo.
Vado curvo sotto lo zaino colmo, pesante; col binocolo che mi balla sul petto percorro i sentieri, scavalco i colli, le valli, mi fermo a dormire nei bivacchi freddi o nei reparti invernali dei rifugi chiusi per l’inverno.
A volte il buio mi sorprende per strada; allora, se ho fortuna, mi ritiro nelle stalle aperte delle malghe, dove non manca mai un mucchio di fieno su cui stendere il sacco a pelo. Lì mi capita di trovare legna e vecchie stufe crepate che rendono meno lunga la notte: il fuoco scoppietta vivace e tiene compagnia. Se non trovo le baite aperte preparo un giaciglio di fortuna e dormo all’addiaccio, ma certe volte verso le ore del mattino sento freddo.

stambeccoPaura mai: conosco i fruscii della notte e i pericoli che il buio nasconde. Poi verso l’alba, come un cane che si scrolla la rugiada dal pelo, mi levo di dosso il torpore del sonno e riparto; vado lento col bastone in mano e mi fermo spesso ad osservare gli animali, che della montagna sono l’espressione più bella. Così rimango immobile, per interminabili minuti, a guardare le corse dei camosci o il volo dell’aquila.

camoscio neveSono nell’età di mezzo, quella, per intenderci, in cui non conviene voltarsi indietro per far bilanci e riordinare macerie, ma quella in cui è più opportuno tirar diritti per sfruttare al meglio il poco tempo che ancora rimane.
Oltre i colli mi si aprono davanti vallate che non conosco; osservo i paesi dall’alto, li valuto con attenzione e a volte li raggiungo, non solo per trovare una stanza con un bagno in cui lavarmi, ma soprattutto per riposare in un comodo letto e far proviste per i giorni a venire.

volpe1Non cammino né per sfidare né per cercare me stesso: già mi conosco e so dove trovarmi. Cammino perché amo la solitudine, perché mi piacciono i sentieri che conducono nei luoghi più belli e sperduti delle montagne.
Capita di rado di incrociare persone che in queste stagioni di passaggio si spingano verso le terre alte: anche loro sono alla ricerca di pace e di silenzio; quando le incontro mi fermo per qualche minuto a scambiare due chiacchiere, poi ognuno torna alla sua strada. Sui fogli bianchi che porto con me, riposti con cura in un astuccio impermeabile, mi diverto ad annotare con la matita i pensieri che attraversano la mia mente durante le lunghe ore di cammino. Sono annotazioni senza alcuna importanza, vergate in fretta con poca cura; raccontano di incontri con gli animali, del colore sfumato del muschio cresciuto all”ombra del bosco o di rocce scavate dall’acqua che ricordano profili di donna. A volte mi azzardo a scrivere di incontri con altri uomini e allora il narrare diventa più difficile, perché a raccontare degli umani si rischia sempre di giudicare. E quando si giudica è facile sbagliare.

stambecchi neveDel vecchio Pietro, seduto di fronte a me coi gomiti appoggiati al tavolo di legno, sono rimaste impresse nella mia memoria le mutevoli espressioni del volto e lo sguardo franco. E benché il ricordo di quell’incontro sia ormai avvolto nell’evanescente foschia del tempo, una domanda sibilata da Pietro con rabbia, a labbra strette, ancora oggi mi gira nella testa e chiede risposta:
«Ha mai avuto lei, caro signore, la spiacevole occasione di scoprire che tutta la sua vita è stata condizionata da un solo gesto, da una sola decisione assunta in uno scellerato istante durato il tempo di un soffio?»

stambecco2Chi scrive non conosce la verità riguardo alla storia di cui è venuto a conoscenza per bocca dello stesso Pietro ed è costretto a prendere le distanze dal suo stesso raccontare. Chi scrive chiede tuttalpiù che gli venga riconosciuto il solo merito di aver esercitato uno sforzo importante sulla propria memoria per cercare di mettere sulle pagine, in modo fedele, ciò che gli è stato raccontato in una sera d’autunno da un vecchio signore vestito di verde, incontrato per caso in un paese sperduto fra i monti.


Se volete saperne di più: https://camoscibianchi.wordpress.com/2014/08/14/albini/

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

9 Responses to Le orme di un viandante

  1. Natura-e says:

    Un racconto che ha il passo che si tiene in montagna. Fa venir voglia di smettere di correre, e di ricominciare, tutto, dal semplice camminare.

  2. Anonimo says:

    Un breve racconto che mi ricorda il viaggiatore Hermann Hesse, che si immergeva nella natura e nella montagna durante I suoi peregrinaggi solitari nelle Alpi… parole ed iconografe meno ricercate ma comunque profonde. La semplicità di chi vive la montagna lenta e vive sapori per la mente e l’anima che neppure le parole più elementari possono descrivere, salvo il silenzio…belle fotografie…

    Souleiado

  3. Camminatore54 says:

    Bello leggere queste righe in questo momento aspettando il fine settimana per poter salire

  4. ventefioca says:

    belle parole che esprimono benissimo il senso di virgilio per la natura e i monti.

  5. Anonimo says:

    Confesso di non conoscere i libri di Virgilio Giacchetto.
    Oggi, leggendo le sue pagine sui Camosci, sono rimasta affascinata sia dai suoi pensieri che dalla sua scrittura.
    Generalmente non provo mai invidia verso nessuno: ma ho invidiato la sua forza e il suo coraggio. Ne occorrono per vivere i giorni da lui descritti, penso, soprattutto, per stare insieme alla solitudine che, se esercita grande attrazione, è pur sempre compagna esigente e difficile.
    Una mia amica, conoscendo il mio amore per la montagna e per la scrittura, anni fa mi regalò una tazza per il tè che mi offro sempre quando mi siedo al computer per scrivere le mie paginette. La acquistò in una libreria (erano di moda in quegli anni). Su di essa è incisa questa frase: ” la montagna, come la parola, è una zattera contro il caos”.
    Virgilio Giacchetto ha veramente saputo unire la montagna alla parola scritta, costruendo pace e quiete contro il caos dei giorni, non solamente per sé, ma anche per chi legge le sue pagine e le sa ascoltare con il cuore.
    Grazie a lui e a Beppe per avercele trasmesse.
    Ariela

    • Beppeley says:

      Ariela, è sempre meraviglioso leggerti.

      “La montagna, come la parola, è una zattera contro il caos”: bellissima!
      Grazie!

  6. Andrea says:

    “Non cammino né per sfidare né per cercare me stesso”
    questa frase racchiude in sé la chiave che unisce una vasta moltitudine di camminatori silenziosi: coloro che si immergono e trovano alimento nella pace, nella vastità, nel blando ma inesorabile ritmo della natura.
    Ti ringrazio per avermi fatto conoscere Virgilio Giacchetto. Vorrei leggere un suo libro, hai qualche titolo da suggerirmi in particolare?

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