Sport e montagna

Testo e foto di Virgilio Giacchetto

Sono nato alla fine di un novembre carico di neve. Nevicate copiose che scandivano il tempo dell’inverno, del silenzio e del riposo per la gente della montagna.
L’auto a noleggio che mi portava a casa dall’ospedale di Aosta fu costretta a fermarsi per la troppa neve a qualche chilometro dal paese dove la mia famiglia viveva, in Valsavarenche. Mio padre si incamminò a piedi nella neve fresca a battere la traccia seguito da mia madre col suo piccolo fagotto avvolto in una coperta di lana.
Forse è per questo che quando il cielo si colora di quel grigio lucore mi sorprendo a guardare le nuvole che calano lente ad abbracciare le montagne e mi pare di sentire nell’aria il richiamo della neve: è il profumo che ha nutrito i miei respiri nei primi mesi e anni della mia vita.
Infilo giacca scarponi cappello ed esco a camminare nel bosco, sotto la neve: è un modo anche questo per tornare bambino ed essere felice.

Quando sento parlare di “sport della montagna” faccio fatica ad attribuire loro una accezione che mi suona come riduttiva: “sport”…
Tutte le attività che si svolgono sui monti, per noi abitanti delle montagne, erano molto di più di uno sport; erano la vita, forse il senso della nostra stessa esistenza.
Ora la montagna sembra non godere più del diritto di esistere se ad essa non si associano delle attività ludiche, quasi sempre pubblicizzate come “estreme”, finalizzate al puro e semplice divertimento di chi esige dalla natura sensazioni forti. Si cerca la vacanza nei luoghi dove ci si possa buttare a capofitto lungo torrenti spumosi a bordo di gommoni colorati o dove in inverno si possano provare brividi lanciandosi a capofitto lungo i canaloni più ripidi e rischiosi. Se poi in zona si trova l’elicottero che trasporta chi può permetterselo negli angoli più sperduti dei monti, ben venga questo valore aggiunto che a sentire qualcuno dà lustro alla vallata. Poco importa che il silenzio e la quiete di persone e animali venga turbato dal continuo rombare di eliche e turbine.
Ho calzato i primi sci all’età di cinque anni o giù di lì; erano dei lunghi e pesanti attrezzi in legno di frassino che mio padre usava per muoversi lungo la valle durante il suo lavoro di guardaparco. Intorno a un puntale di ferro correva un cavo d’acciaio che veniva messo in tensione da una leva collegata a due molle: erano attacchi che servivano sia per il fondo che per la discesa. Incastravo i piedi in quel groviglio di metalli e mi lasciavo scivolare lungo la corta stradina che conduceva alla mia casa.
Sui pendii che circondavano il paese i ragazzi più grandi battevano il “pistone”: una traccia di neve che veniva pressata salendo a scaletta in fila indiana. Di skilift nella nostra valle ancora non si parlava.
Si usciva da scuola e si correva lì al pistone finché c’era luce: nemmeno il vento che rotolava gelido dai ghiacciai riusciva ad allontanarci da quel piccolo paradiso che ci eravamo guadagnati, nemmeno i richiami preoccupati delle madri ci distraevano dalle nostre discese spericolate e dai capitomboli.
A mano a mano che la neve scioglieva, e i primi refoli di vento tiepido promettevano le dolcezze della bella stagione, sci e slittini finivano in cantine e fienili e incominciavano per noi giochi nuovi. Ogni giorno una fetta di territorio veniva “occupata”; alberi sempre più alti “conquistati”. Sui massi di granito intorno ai paesi misuravamo il coraggio delle prime arrampicate ancora goffe e acerbe ma già audaci; nuove pietraie venivano esplorate alla ricerca dei tesori e delle tane di marmotta. Soltanto il sibilo della vipera disturbata nel suo riposo e la sua testa a triangolo che si rizzava di scatto per fronteggiarci, ci facevano scappare a gambe levate verso il paese.
Ogni estate notizie di alpinisti caduti sui percorsi di salita alle nostre vette più severe ci colpivano; vivevo queste emozioni con tristezza ma anche con curiosità e ammirazione nei confronti di quegli uomini che vedevo come eroi sfortunati, morti su una strada che avrei voluto prima o poi percorrere. Avrei capito più avanti che lo sci, l’alpinismo e ogni azione che si potesse praticare in montagna, nella mia mente di bambino, non erano considerate come mere attività sportive, ma come future e ineluttabili scelte di vita.
Poi, per dirla con una frase del bravo Mauro Corona, “le spallate della vita” e le esigenze scolastiche modificarono il corso delle cose. Rimasi in collegio a studiare per diversi anni, poi la città e ancora la scuola a tenermi lontano dalle montagne. Di quel periodo ricordo però alcune notti d’estate passate in quota, nei casotti di sorveglianza del Parco del Gran Paradiso insieme ai vecchi guardaparco. I loro insegnamenti sulla vita della natura e degli animali selvatici, suggeriti in modo discreto con toni lenti e pacati, i racconti delle loro avventure solitarie, mi facevano sentire a casa.

Bardoney 115
Quando la voglia di ritornare ai monti prese il sopravvento, la montagna diventò lavoro: dapprima sulle piste di discesa a soccorrere feriti, poi nel Gran Paradiso come guardaparco. Eravamo intorno alla metà degli anni settanta e lo sci, soprattutto quello alpino, si stava affermando sempre più come sport di massa. Ogni fine settimana dell’inverno, code di sciatori si riversavano sui campi da sci: era terminato il tempo dello sport d’élite per pochi appassionati e le stazioni sciistiche, in concorrenza fra loro, iniziarono ad adeguarsi alla pressante richiesta di nuove piste e di impianti di risalita sempre più efficienti e sicuri.
Questa “invasione” e questo interesse della massa per i monti innevati, innescarono processi di sfruttamento delle risorse e profondi cambiamenti nelle comunità umane, che mi fecero prendere le distanze da un mondo che si stava velocemente trasformando, per adeguarsi sempre più ai valori del consumo sfrenato, per inseguire il “progresso” e il benessere economico a tutti i costi.
Trovai maggiori soddisfazioni nel mondo dell’alpinismo e la voglia giovanile di misurarmi nelle competizioni venne a farmi visita. Le gare di sci-alpinismo furono il terreno ideale sul quale misurarmi.
Abbandonai quasi completamente lo sci da discesa per dedicarmi al fuoripista e alle arrampicate: trovavo in quegli spazi aperti, in quelle discese nel silenzio e nella neve polverosa, nelle scalate in alta montagna o in falesia, il piacere della solitudine e dell’amicizia dei compagni di avventure che mi riportavano verso la vera essenza dell’andar per monti; avevo inoltre la sensazione che quel modo di affrontare i pendii innevati, i ghiacciai o le pareti di roccia mi facesse ritrovare i legami con il passato.
Scorro velocemente il quaderno di appunti e mi soffermo su una data: 24 dicembre 1982.
Sul piazzale di Valnontey, la colonnina di mercurio segna -14°. La nevicata di metà dicembre ha lasciato sul terreno già un bel po’ di neve.
Max arriva puntuale come sempre; le pelli di foca sono incollate agli sci dalla notte precedente e il freddo pungente ci spinge a forzare subito il passo. Sul percorso che sale verso il Rifugio Vittorio Sella non ci sono ancora segni di passaggio; solo tracce di camosci e stambecchi che trascorrono le fredde notti al riparo delle fronde degli abeti che toccano quasi terra sotto il peso della neve. Gli sci affondano nella coltre nevosa, leggera come polvere e avanzano con ritmo cadenzato nel bosco, dove l’aria è meno tagliente. Alcuni camosci maschi, che hanno appena terminato da poco il periodo degli amori, ci lanciano un fischio di sfida.


Alle baite diroccate del primo alpeggio ci fermiamo un istante a salutare il sole che spunta in fondo alla valle, inondando l’aria di un pulviscolo di cristalli luccicanti. La colonnina del termometro appeso allo zaino rimane ferma; meglio muoversi senza indugiare: siamo diretti al Gran Serre, 3550 metri. A mano a mano che procediamo sugli ampi pendii lo spessore della neve aumenta; siamo allenati e fra di noi c’è intesa, si dice l’essenziale e ci si alterna in testa a battere la traccia.
Ci lasciamo alle spalle il rifugio chiuso per l’inverno per inoltrarci nella conca luccicante, dove le morene conducono al ghiacciaio; silenzio assoluto interrotto dal fruscio degli sci sulla candida coltre, ricamata qua e là da qualche impronta di lepre bianca e di pernice.
Il ripido canalino che dà accesso all’ultimo tratto di ghiacciaio è il punto più pericoloso della salita: lo affrontiamo con prudenza, salendo uno alla volta nella neve che arriva ben oltre il ginocchio, con i sensi tesi a captare ogni eventuale movimento dello spesso strato. Poche diagonali sull’ultimo pendio, una breve facile arrampicata su roccette pulite dal vento e siamo in cima.
Grazie Max. Domani sarà un bel Natale. Una stretta di mano fa circolare l’emozione.
Nonostante il sole il termometro segna -18°; con quella temperatura la sosta è ridotta al minimo indispensabile: tempo di togliere le pelli, una sorsata di tè e siamo già lanciati verso la discesa.
Come descrivere le sensazioni che si provano a sciare su un pendio immacolato lungo una discesa di 1900 metri di dislivello, con neve fresca che sembra farina? Fiotti di autentica e profonda felicità sgorgano dal petto nel sentire il corpo adeguarsi con armonia al movimento delle gambe che dettano il giusto ritmo agli sci; li vedo apparire e scomparire mentre galleggio con leggerezza in un mare di zucchero a velo, sollevando sbuffi gelati che si stampano sul viso. Ci dividiamo il pendio per non incrociare le tracce: ognuno vuole lasciare il proprio effimero autografo sulla neve.
Quanto narcisismo nel voltarsi a guardare le curve rotonde che sembrano disegnate! Quanta felicità e soddisfazione in tutto questo!

Il furore agonistico durò pochi anni, mentre in me si faceva strada un’idea di montagna che male si sposava con le competizioni. Iniziavo a rendermi conto che correndo come forsennati si perdono gli aspetti migliori delle salite. Inoltre, lo sport vissuto come agonismo puro non si addiceva al lato del mio carattere più contemplativo.
Osservavo con distacco e sgomento il cambiamento progressivo della vita in montagna, già in atto da alcuni decenni, che si rendeva sempre più evidente ed era spesso fonte di preoccupazione: la neve, in passato amica e nemica dei montanari, era diventata materia indispensabile per lo svago dei cittadini e fonte di reddito insostituibile per le popolazioni locali. La pratica sportiva dello sci stava velocemente e inesorabilmente modificando valori legati alla montagna che resistevano da secoli.


In nome di questo “sviluppo” sono stati compiuti scempi di ogni genere: foreste disboscate per fare posto alle piste, piloni di funivie eretti sulle vette più alte, interi costoni sbancati. Milioni di metri cubi di cemento hanno modificato suggestivi paesaggi soppiantandoli con villaggi turistici e seconde case utilizzate per poche settimane all’anno, destinate col tempo a divenire fatiscenti scheletri arrugginiti, simboli di un’epoca dissennata.
A tutto ciò, in questi ultimi anni, si è aggiunta la variabile impazzita del clima.
Ambienti con equilibri delicati come le zone di montagna stanno subendo i primi evidenti contraccolpi di un pianeta che si sta surriscaldando; gli effetti dell’aumento delle temperature, previsti e annunciati dagli scienziati da tempo, sono ormai evidenti: i ghiacciai più piccoli stanno scomparendo, altri sono ridotti a miseri nevai, le precipitazioni atmosferiche sono diventate cosa rara e il limite delle nevicate si è considerevolmente alzato.
Mentre sto scrivendo è notte. Il momento in cui si pensa alla montagna come luogo di pace e di silenzio; ed invece su tutto l’Arco Alpino, dal Piemonte alla Slovenia, “l’industria dello sci” è in piena attività per l’apertura della prossima stagione invernale.
In centinaia di stazioni sciistiche migliaia di “cannoni” da neve, temperatura permettendo, stanno consumando ingenti quantità di energia e di preziosa acqua per fabbricare quella neve che il cielo ci regala sempre più raramente. Altre centinaia di “gatti delle nevi” schierati come carri armati in battaglia, stanno consumando milioni di litri di gasolio per trasportare, tirare, spianare, fresare questo “oro bianco” programmato, affinché domani gli sciatori possano trovare piste sempre più lisce e perfette, che le elevate temperature scioglieranno durante il giorno. La neve naturale manca a causa dell’effetto serra e l’effetto serra si nutre anche di quei gas che vengono immessi nell’atmosfera per produrre la neve artificiale!
Per quanto tempo potrà durare questo paradosso?
Tutto ciò è compatibile dal punto di vista economico? I bilanci in deficit delle stazioni sciistiche già da tempo dicono il contrario.
Ma soprattutto: questo sviluppo della montagna è sostenibile sul piano etico?
È accettabile che il silenzio di alcune vallate alpine venga ogni giorno violato dal frastuono degli elicotteri che portano i ricchi ospiti sui pendii incontaminati?
Credo sia giunto il momento in cui chi ama per davvero la montagna ed ha a cuore il suo futuro debba proporre uno sviluppo diverso, più rispettoso di un territorio così ricco di bellezza ma così delicato e sensibile.
Dovremo essere capaci di far conoscere all’ospite che arriva dalla città quelle che sono le peculiarità autentiche di un territorio in grado di offrire i silenzi, la lentezza, la pace e la serenità del contatto con la natura.
Dovremo smettere di scimmiottare quei modelli di vita frenetici che già stanno mettendo in ginocchio la vita sociale delle grandi città: non appartengono alla montagna.
La pratica di tutti gli sport dovrà iniziare a tener conto che esistono dei limiti ragionevoli nello sfruttamento del territorio, limiti oltre i quali è ingiusto e azzardato spingersi.
Noi tutti, proprio ad iniziare da chi la montagna la vive quotidianamente, dovremo cercare di riappropriarci di quei valori che le vecchie generazioni di montanari hanno cercato di trasmetterci.
Buon solstizio d’inverno a tutti.

Virgilio Giacchetto

Fénis 6 dicembre 2015


Pochi giorni dopo aver ricevuto lo scritto di Virgilio, che ringraziamo tanto, il caso vuole che ci ritroviamo tra le mani un volantino che racconta come è nato lo sci italiano.
Qui (in formato pdf di 13 KB) trovate questa interessante “storia di ieri” che riguarda le Valli di Lanzo, precisamente l’alta Val d’Ala: siamo nel territorio alpino di Balme (1414 m, prov. di Torino) e Pian della Mussa (1800 m circa).

Vi segnalo anche che sabato 26 dicembre, alle 21.00, presso l’antico albergo Camussòt di Balme, si terrà una proiezione di diapositive d’epoca avente come tema “Ghiacciai, neve e sciatori” a cura di Giorgio Inaudi.

Domenica 27 dicembre invece il Cai di Lanzo organizza una ciaspolata sul Sentiero Natura Val Servin di Balme con possibilità di merenda sinoira alle 14.00. Alle 16.00, presso il Camussòt, conferenza di Luca Mercalli: “Quale futuro per i nostri ghiacciai dopo la seconda estate più calda del secolo?“.

11 Responses to Sport e montagna

  1. Anonimo says:

    Un articolo pieno di Verità. Bellissimo.

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  2. Anonimo says:

    Dice, l’autore, nell’articolo: “Iniziavo a rendermi conto che correndo come forsennati si perdono gli aspetti migliori delle salite”. Mi fa venire in mente il modo in cui vanno in montagna i bambini: li si vorrebbe costringere ad andare avanti, a seguire il sentiero, a raggiungere quella che per gli adulti è la meta, e loro invece si fermano per un sasso o un fiore. Soprattutto da piccoli sembrano quasi insensibili all’idea di obiettivo, di percorso; e insensibili al panorama. Ma sono semplicemente saggi, i bambini: non si saprà vedere, domani, il panorama, se non si è osservato prima il fiore. Che ci andiamo a fare in montagna, se poi ci portiamo fin lì nostro correre cieco e ottuso verso presunti obiettivi?

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  3. Beppeley says:

    Turismo: Anef, non c’è neve ma si scia su 70% piste italiane

    18 dic. 2015 – La neve latita, ma gli appassionati dello sci possono stare tranquilli perchè possono usufruire del 70% delle piste italiane. Parola di Anef, l’associazione degli imprenditori funiviari, aderente a Confindustria – che raggruppa l’80% degli operatori-, il cui presidente, Valeria Ghezzi, assicura che “le vacanze di Natale sulla neve sono garantite e i turisti possono scegliere se sciare o passeggiare in un ambiente comunque stupendo”. La mancanza di neve naturale, al momento, è un “problema” solo per gli operatori, costretti a investire ingenti risorse per l’ innevamento artificiale delle piste. Ma per gli appassionati il problema non c’è: si scia, in media, sul 70% delle piste, dalla Valle d’Aosta al Friuli Venezia Giulia. “Oltre ad essere aperte moltissime piste di tutti i livelli – aggiuge Ghezzi – l’ innevamento artificiale garantisce un’ottima sciabilità, per la soddisfazione degli appassionati che in questo inizio di stagione non sono affatto mancati. Anzi: il numero delle presenze rispetto allo scorso anno è in sensibile aumento. In alcuni casi è addirittura raddoppiato». Ghezzi ricorda infine che l’impegno degli impiantisti del settore sostiene “l’intero sistema turistico della montagna, a conferma dell’importanza strategica della nostra categoria per l’economia delle terre alte. Stando alle statistiche europee, ogni euro di fatturato delle nostre società ne genera da cinque a sette nell’indotto (alberghi, ristoranti, scuole di sci, negozi), con effetti analoghi anche sull’occupazione: per ogni addetto degli impianti ve ne sono cinque nella filiera”. (ANSA)

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    • ventefioca says:

      Sarà, ma a leggere questi comunicati e nello stesso tempo vedere le montagne secche e percorse dagli incendi mi pare di udire in lontananza l’orchestra del Titanic che continua a suonare i ballabili…

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  4. Gianni says:

    Racconto molto bello, nel quale per la prima parte, quella dei bambini sulla neve, mi riconosco a mia volta. Bravissimo Virgilio a evocare la giusta atmosfera.
    Gianni Castagneri

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  5. Verglas says:

    Ho letto questo post tutto d’un fiato.. mi ha coinvolto moltissimo, soprattutto alcune considerazioni che potrei aver scritto personalmente in quanto compaiono, quasi identiche, nei post che ho pubblicato. Leggendolo scaturivano in me le sensazioni ed emozioni più diverse e disparate. A volte contradditorie, ma tutte reali e veritiere.
    Potrei citarne qualcuna: Malinconia, per una montagna ed una semplicità che non ci sono più, per i ricordi dell’innocenza dell’infanzia. Tristezza e sconforto, per la poca lungimiranza delle istituzioni e degli stessi abitanti che, spesso, come scrive l’autore del post , “per adeguarsi sempre più ai valori del consumo sfrenato, per inseguire il “progresso” e il benessere economico a tutti i costi…. “, svendono il territorio magnifico in cui abbiamo la fortuna di vivere. Passione e rabbia, nel cercare e volere contrastare con i pochi mezzi a disposizione di un semplice cittadino, questo modo di agire deleterio. Pare strano accomunare la ricca Val d’Aosta con le poco conosciute e “povere” (in termini di paragone economico) Valli di Lanzo, eppure, quando c’è la sensibilità alla montagna, si percepiscono gli stessi sentimenti di violazione del territorio. Questo dimostra che non sempre la ricchezza porta benefici all’ambiente, anche quando la disponibilità di fondi ha permesso di intervenire sul territorio su larga scala con interventi migliorativi da un certo punto di vista ma anche snaturanti il paesaggio e la cultura locale. Parimenti, il non agire, la passività, portano allo stesso risultato. Il degrado paesaggistico e la perdita di identità non corrispondono solo e necessariamente ad un “crollo” fisico degli edifici.
    Fatico a nominare i termini “speranza” e “presa di coscienza”. Leggere post come quello di Virgilio Giacchetto, accende una fiammella proprio perché proviene da un abitante di luoghi montani che spesso vengo portati come “esempi”. Eppure anche in questo caso occorre guardare oltre l’opulenza delle apparenze. Forse una nuova mentalità sta pian piano maturando e, se sapremo coltivarla e diffonderla, anche grazie a blog come questo e alle numerose testimonianze che sono state riportate sul medesimo argomento, può darsi che per me e molti altri, sia ancora possibile assistere, almeno all’avvio, di un cambiamento positivo nei confronti dell’ambiente montano, per salvaguardarlo e lasciarne traccia con coscienza alle generazioni dei nostri nipoti.

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  6. serpillo1 says:

    Questo testo mi ha emozionato e faccio mie alcune sue considerazioni.
    Il clima è già cambiato ma non il nostro modo di agire.
    Provo una profonda tristezza quando sento parlare, in questo tardo autunno primaverile, che sulle piste da sci l’innevamento è perfetto. In diverse stazioni, ingrandisco la foto ed osservo che c’è solo una stradina innevata ma intorno l’erba marrone e le cime spoglie..

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  7. fulvialuna1 says:

    Che bello questo post.

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  8. Anonimo says:

    Ho letto il post di Virgilio Giacchetto la notte di Natale: me l’ero riservato come “regalo” da scartare accanto al presepe. Ho condiviso molto del suo stato d’animo pur non annoverando esperienze estreme simili alle sue. La montagna dovrebbe essere semplicità, approccio alla natura, sobrietà. E’ divenuta tutt’altro per il maggior numero delle persone che la frequentano. Si sta ribellando, come un corpo troppo maltrattato. Ma ancora non riusciamo a capire. Vedere le piste innevate artificialmente, strette strisce bianche in un paesaggio secco e bruciato dal gelo, ricorda un passaggio pedonale sull’asfalto. Che tristezza!
    La dabbenaggine degli uomini credo sia senza fine. Pagheremo (e stiamo già pagando) a caro prezzo la nostra stoltezza. Sarò pessimista, ma non riesco a scorgere segni di speranza.
    Debbo, ahimé, condividere le parole di Ventefioca: balliamo sul Titanic in abito da sera, brindando al nuovo anno in una ebete allegria!
    ariela

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