Sea, magia del tempo

Il basso vallone di Sea visto da SO (sulla parte iniziale della cresta che unisce il Ghicet di Sea (2726 m) con la Punta Rossa di Sea (2910 m) – foto camosci bianchi

Testo di Marco Blatto
Foto di Luca e Matteo Enrico (CAAI)

Pochi valloni delle Alpi possono vantare un insieme di caratteristiche storico-paesaggiste tali da renderle uniche, così da motivarne un viaggio o una visita perché se ne possa comprendere davvero l’“anima” attraverso un’empatia diretta. Così è per il vallone di Sea, incastonato in un angolo selvaggio delle Alpi Graie meridionali nell’estremo nordovest d’Italia. Stretto tra alte montagne e pareti vertiginose per una decina di chilometri, raggiunge l’ampia sella che a 3100 metri si affaccia sull’Haute Maurienne, con una distesa glaciale tormentata di crepacci e punteggiata di morene in perenne modellamento. Quassù, dal Colle di Sea, la vista è davvero superba e spazia dal Massif de la Vanoise al Monte Bianco, mentre alle nostre spalle ci si è da poco lasciato il versante nord dell’Uja di Ciamarella (3676 metri).
Un tempo questo colle fu luogo di transito commerciale e di transumanza, testimonianza delle alterne vicende climatiche che hanno caratterizzato l’arco alpino e la presenza glaciale. Sul versante di Sea, quello che un tempo era un poderoso e unico apparato è oggi limitato alla presenza di piccoli bacini separati come il Ghiacciaio Tonini o il ghiacciaio sospeso dell’Albaron, mentre ai piedi del colle il ghiaccio resiste sotto una coltre di pietrame e detrito, dove, in tarda stagione, si aprono improvvisi inghiottitoi. E’ questa l’anima della parte alta del vallone di Sea, che fino ai bellissimi pianori ubicati alla base dei novecento metri dell’irta parete nord dell’Albaron (3260 metri) mostra una spiccata morfologia pleistocenica. Poi, dopo l’alpe di Sea, l’incisione muta aspetto e si rinserra tra pareti ripide e tormentate.
Il piano del Massiet  è stupendo. Qui la fioritura di rododendri nella stagione “buona” è un incanto della natura, posta com’è fra i blocchi di roccia e i margini delle pietraie. Sembra quasi che la mano sapiente d’un arredatore botanico ne abbia deciso la collocazione. Sedendosi su uno dei tanti massi disseminati nel pianoro si ode il richiamo d’allarme delle marmotte, mentre sulle rupi gli stambecchi danno prova di abilità “arrampicatorie”.

Rododendri nel vallone di Sea (foto di Manuela Casalino)

Intorno a questo sacrale silenzio, risparmiato per ora dall’incauta azione dell’uomo moderno, si assiste a una messe di forme disordinate e caotiche, rigate da occasionali cascate d’acqua di fusione e piovana, dove antiche paleofrane ricordano titanici sconvolgimenti. L’anima della parte bassa del vallone, ossia quella iniziale per chi vi si avventuri dal villaggio di Forno Alpi Graie, è dunque di roccia e di acqua. Non fu però sempre così. Antichi documenti attestano che questa porzione di territorio fino all’alpeggio del Massiet era ricoperta di boschi rigogliosi. Fu la mano dell’uomo a mutare l’aspetto del paesaggio con uno sconsiderato taglio delle piante d’alto fusto. Dal XIV secolo, infatti, l’attività mineraria del circondario basata sull’estrazione di epidoto (minerale del ferro), impose il ricavo di grandi quantità di carbone, per la sua lavorazione e la sgrossatura nelle fucine del Tournas del piccolo villaggio.

Gias Balma Massiet (1500 m) visto dall’alto

Si preservò soltanto una minuscola porzione di bosco di faggi, querce e aceri, all’imbocco della valle, sul fianco destro idrografico. Fu questa la volontà di Pietro Garino, che volle salvare il “bosco sacro” nei dintorni della rupe dove gli sarebbe apparsa la Madonna nel 1630, mentre impazzava una terribile pestilenza. E’ qui che nel XVIII secolo fu eretto un santuario dalle fattezze di una fortezza, appoggiato su notevoli bastioni quasi fosse stato posto a guardia del vallone di Sea. Clemente Rovere nel 1839 scriverà di quel luogo: «Un sentimento ed un rispetto religioso tiene lontana da questo luogo la scure del falegname, e neppure vi vengono condotte le capre al pascolo, epperciò grande è la bellezzae la maestosità di quelle piante che già videro succedersi molte generazioni, e che rammentano all’immaginazione le foreste una volta consacrate dai gentili di Delfo e Didone» (“Il Piemonte antico e moderno delineato e descritto”; 1839-1840). Fin dalla sua costruzione, il santuario è meta di devoti che giungono dalla vicina Savoia e da altre valli, popolando d’improvviso il piccolo abitato della testata della Val Grande.

Il Santuario della Madonna Nera di Forno Alpi Graie (Comune di Groscavallo) presidia l’imbocco del vallone di Sea ed è sovrastato dalle magnifiche pareti del versante destro idrografico. Foto camosci bianchi; elaborazione Luca Enrico (CAAI)

Scrive il Conte Luigi Francesetti nelle sue “Lettres sur les Vallées de Lanzo” (traduzione in italiano a cura della SSVL con il volume CXXXIV, marzo 2017 – N.d.R.): «Si vedono allora arrivare, dalla sera prima della festa, una folla immensa di devoti sia da queste valli che da quelle di Pont e dal Piemonte ed anche dalla Savoia, che passano il Col di Sea o il Colle Girard, attaccati gli uni agli altri per mezzo di una lunga corda per sostenersi e impedirsi di cadere nei profondi crepacci che qualche volta si formano e che sono sovente nascosti, come una piega, da un leggero strato di neve incapace di sostenere il peso di un uomo…!». In un altro contesto geografico, lungo le rotte dei viaggiatori nord-europei, il vallone di Sea avrebbe di certo suscitato l’ispirazione di poeti e pittori di rango. Lo stesso Francesetti, restò profondamente colpito durante un’escursione nell’alto vallone e non esitò a definire lo stretto passaggio ai piedi dell’Albaron di Sea “Cheminée orrible”.

Stretta del vallone di Sea. Disegno dal vero di Luigi Francesetti – Inciso su pietra [litografica] dall’abate Denina (da “Lettere sulle Valli di Lanzo“)

Nel 1867, nel suo “Saggio di Corografia Statistica e Storia delle Valli di Lanzo”, l’insigne studioso Luigi Clavarino riporta queste impressioni: «A sinistra scorgersi invece il pittoresco vallone di Sea, coperto di enormi rocce di tutte le forme, le une alle altre sovrapposte, ove l’altro ramo di Stura si precipita con indicibile fracasso, e forma un quadro dei più orribili che io conosca…». Ancora, è la scrittrice Maria Savi Lopez a riportare le sue impressioni, tra orrido e sublime, durante un’escursione sui ghiacciai di Sea: «…Odesi un suono cupo…è un crepaccio nuovo apertosi nel ghiacciaio, come a provare il moto continuo della massa immensa; che pure solcata dall’acqua in mille guise, rotta, spezzata continuamente per ricongiungersi di nuovo, saldarsi ancora ove s’apriva il crepaccio, scende nel moto secolare verso il vallone…e ad ogni passo ha nuove insidie per l’uomo. Ma quella nebbia che scende, quei suoni cupi che ricordano i pericoli della montagna, più terribili fra l’oscurità della notte, mi fanno ricordare che la via è lunga dai ghiacciai di Sea a Forno-Alpi-Graie, e comincio a discendere il vallone…» (“Le Valli di Lanzo”; 1886).

Da sinistra: la seraccata del Ghiacciaio Tonini, Punta Tonini (3329 m) e Colle di Sea (3098 m)

Sea esercita dunque un fascino misterioso sui viaggiatori più sensibili e inclini al romanticismo, mentre l’aspetto estetico è del tutto estraneo dai montanari, che lo percorrono per necessità quotidiane. Al più, le rocce contorte, di un colore cupo e grigiastro, suggeriscono terribili e pericolosi rifugi di “masche”, le streghe della tradizione alpina occidentale. Anche questo, tuttavia, è spirito evocativo del paesaggio.
Per decenni i topografi hanno formulato ipotesi sull’origine del toponimo “Sea”, senza però giungere a tesi convincenti. Quella più plausibile, con aggancio alla particolare morfologia del vallone, è che il toponimo possa derivare dal termine savoiardo “Seyà”, cioè: “tagliato con un colpo di falce”. Nell’idioma locale franco-provenzale, infatti, si pronuncia “Seia” ma senza l’accento.
Dal punta di vista alpinistico, si deve registrare un piccolo “primato” tecnico del tutto subalpino. Nel 1922, infatti, Eugenio Ferreri e Walter Levi scalano i 420 metri della parete nord dell’Uja di Ciamarella, affrontando all’epoca un’imponente parete con minacciosi seracchi, il cui aggiramento obbligherà i due alpinisti a un difficile percorso su ghiaccio ripidissimo. Si trattò della salita in ghiaccio più difficile nelle Alpi Graie meridionali.

Parete nord dell’Ujia di Ciamarella (3676 m) ai nostri giorni (in inverno). Ormai è scomparso l’enorme seracco sospeso poco sotto la cima.

Sulla parete nord dell’Albaron di Sea, invece, si cimenterà negli anni trenta la cordata Berra – Ellena – Cicogna, inaugurando “l’epoca d’oro” della scalata in roccia in questo vallone, destinato a divenire il teatro di ascensioni che faranno la storia. In quel periodo si evidenzia la cordata composta dagli accademici: Firmino Palozzi e Mario Gatto che, veri precursori del free-climbing, esplorano le repulsive creste nord –occidentali della Leitosa. Negli anni sessanta, sugli speroni di Sea sono in azione: Ugo Manera, Gian Piero Motti, Paolo Armando e Gian Carlo Grassi, quest’ultimo esplora anche la poco nota parete nordest dell’Albaron di Sea, dove nel 1974 i fratelli Enzo e Livio Berta apriranno la prima via diretta.
Il vallone di Sea affascina e si mostra agli alpinisti, quasi increduli, come un mondo di pietra inesauribile, dove il conosciuto è ben poca cosa rispetto alle possibilità d’esplorazione esistenti. Ne rimane affascinato un giovane Isidoro Meneghin nel 1977 che, affacciatosi sulla valle dal Passo dell’Ometto, ne percepisce subito le potenzialità. In cordata con Ugo Manera così inizia una metodica esplorazione delle pareti del Massiet (qui la storia dell’esplorazione di Sea – N.d.R) .

Il versante NNO dell’Uja di Mondrone (2964 m) con, a destra, gli speroni di Sea (foto camosci bianchi)

All’inizio dell’autunno il vallone di Sea è deserto. Pochi escursionisti vi transitano, ancor di meno sono gli alpinisti. Le foglie dei maggiociondoli e dei frassini ingialliscono, il sole spunta con maggiore fatica dalle alte e tormentate creste della Cima di Leitosa.
Un uomo solo sale a passo lento e cadenzato lungo il sentiero che conduce all’alpeggio di Balma Massiet: è Gian Piero Motti. Giunge al pianoro disseminato di massi dalle forme e dalle dimensioni svariate e si sdraia su uno di essi. Quante volte è passato di qui, da adolescente, durante le sue prime gite escursionistiche, oppure in anni più recenti di ritorno da qualche classica ascensione nel gruppo Sea-Monfret. Altre volte, su quei blocchi si è cimentato in ardimentosi passaggi di arrampicata, da solo o in compagnia di pochi amici.
Osserva la bella “Guglia Verde” dove il giovane Isidoro Meneghin, detto “Isi”, ha da poco completato in solitaria la “Via della Sorgente Primaverile”, riprendendo in realtà un tentativo del 1975 di Oliviero Toso e amici (che hanno già risolto le maggiori difficoltà della parete). La particolare forma della torre rocciosa gli ricorda il “buon mago della sera” del “Signore degli Anelli” di J.J. Tolkien, così la battezza “Torre di Gandalf il Mago”. La fantasia visionaria e romantica dell’ideologo del “Nuovo Mattino” corre lontano per rimbalzare di parete in parete, ed ecco che, poco più in là, inventa la “Reggia dei Lapiti” e il “Droide”. Ecco che le pareti del Massiet diventano rispettivamente lo “Specchio di Iside”, la “Parete dei Titani” e il “Trono di Osiride”…

Trono di Osiride

Mitologia nordica, classica ed egizia determinano un’anima e una vitalità improvvisa alle grigie e repulsive pareti del vallone.
Sarebbe riduttivo pensare che la fantasia di Gian Piero fosse riferibile soltanto a visionarie letture giovanili: egli aveva letto i “Discepoli di Sais” di Novalis e la “Filosofia delle forme simboliche” di Cassirer.
Il crepuscolo di quelle giornate autunnali pare riportare un po’ di pace e serenità in Gian Piero, mitigando quella crisi esistenziale che verso la fine degli anni ’70 l’ha colto in modo rilevante, allontanandolo dal grande alpinismo e dall’arrampicata.
Il periodo del “Nuovo Mattino” è lontano e con esso le sue contraddizioni, così come le critiche spesso a buon mercato e gratuite di chi non ha capito o non hanno frainteso.
Queste sere solitarie di Sea hanno sapore d’antico e lo riportano agli anni più genuini della sua passione giovanile. Le “Antiche Sere”…

Sea in autunno (foto camosci bianchi)

Non si tratta ancora una volta del geniale riferimento al romanzo di Mailer, quanto di un personale e intenso momento di maturità, di lucidità e di riflessione. “Nuovo Mattino” e “Antiche Sere”.
E’ al “mattino” che un individuo si sveglia avendo di fronte a sé un intero giorno ricco di aspettative e speranze, durante il quale potrà costruire un “nuovo” piccolo tassello della propria esistenza. E’ però la “sera”, alla fine del giorno, che ciascuno potrà riflettere sull’”antico”, su ciò che è stato fatto e ciò che è stato detto.
Quell’universo di roccia contorta dal forte spirito evocativo che prende forma, non è solare come lo sono le rocce della Valle dell’Orco, al contrario, l’atmosfera è qui più intima e più cupa senza però indurre alla tristezza d’animo.
Il periodo delle “Antiche Sere” è forse l’ultimo nella storia dell’alpinismo italiano in cui si possano individuare tutti gli elementi di un movimento di pensiero romantico: riviviscenza, fantasia, sentimento, visione.
Gian Piero si rende conto che la storia d’azione su quelle rocce non sarà questa volta la sua, ma toccherà a “poeti – guerrieri” come Gian Carlo Grassi, a cavalieri solitari come “Isi” o a vecchi amici forti e sinceri come Ugo Manera.
E’ però sulle alte pareti di Sea, sul versante nordest dell’Albaron, che, nel febbraio del 1982, torna il grande alpinismo esplorativo. Accanto ad Ugo Manera c’è un ritrovato Franco Ribetti, che dal 1977 ha ripreso a praticare l’alpinismo di alto livello. I due attaccano superando con difficoltà di V+ i due terzi della via nuova che hanno ideato, poi bivaccano uscendo in vetta il giorno seguente.

Il versante NE dell’Albaron di Sea (3261 m) – foto camosci bianchi

Gian Carlo Grassi, ormai all’apice della sua carriera alpinistica a livello mondiale, trova nel vallone di Sea un vero e proprio “luogo dell’anima”, che lo porterà in poco meno di dieci anni ad aprire ben 150 vie nuove!
Nel settembre Grassi e Meneghin uniscono le forze per superare quella che diverrà la via simbolo dell’epopea di Sea. A loro si unisce Martino Lang, e i tre attaccano al centro il grande scudo “granitico” dello “Specchio di Iside”. La scalata è rude con difficoltà continue di VI. A metà parete una liscia placca priva di fessure pare sbarrare una logica possibilità di riuscita. “Isi” allora piazza un chiodo in alto, vi aggancia un moschettone e vi passa la corda. Si fa calare di qualche metro e inizia una lunga e ignota traversata verso sinistra, fino a quando riesce ad afferrare una sottile fessura verticale. E’ la chiave della scalata. Superato questo tratto l’arrampicata continua sostenuta e ben poco proteggibile, obbligando i tre a un difficile e pericoloso traverso finale di oltre 18 metri, che consentirà di uscire sulla spianata di rododendri sommitale nel vallone sospeso di Leitosa. Nasce così “Sogno di Sea”, in quegli anni una delle più impegnative vie di roccia delle valli piemontesi. Il “Sogno di Sea” a tutti gli effetti è anche un periodo storico che va dal 1983 al 1991, in cui, oltre alle innumerevoli prime salite, si registra una prolifica pubblicistica sul vallone opera soprattutto del fuoriclasse condovese, la cui attività alpinistica-divulgativa di stampo velatamente romantico, gli varrà l’ammissione come Accademico al nostro Gism e la vittoria del “Premio d’Alpinismo G. De Simoni”.

Da sinistra: Isidoro Meneghin, Siegfried Stohr, Gian Carlo Grassi e Franco Girodo (foto di Sigfried Stohr)

Un tragico incidente avvenuto all’uscita di una cascata di ghiaccio sui Monti Sibillini, ci tolse per sempre un maestro e un punto di riferimento insostituibile. Ricordo che in quell’estate, vagando per il vallone di Sea ebbi la sensazione che nulla sarebbe stato più come prima. Tuttavia, poco per volta, tornammo ad accarezzare quelle rocce che, quasi per incanto, si erano improvvisamente spopolate di alpinisti di rango, forse perché la mancanza di Gian Carlo Grassi aveva determinato un arresto dello stimolo esplorativo, oppure perché il vallone non regalava più “fama” ai suoi assidui frequentatori. E’ così che nel settembre del 1993, con l’amico Roberto Bensio attacco il pilastro sudest della Punta Francesetti (3410 metri), risolvendo con un itinerario diretto il grande problema della parete, a destra della Via Manera-Ribetti (1982). Sarà quello il primo VII grado superato in stile tradizionale su un’alta parete delle Valli di Lanzo. Da quel momento non si contano più le vie nuove che ho percorso sulle pareti del vallone, come la “trilogia” sulla parete ovest della Cima orientale di Leitosa (2870 m), lo spigolo nordovest della Leitosa Centrale (2833 m – primo VIII grado in stile tradizionale su un’alta parete di Sea).

Da sinistra: parete nord dell’Albaron di Sea (3261 m), ghiacciaio omonimo, cresta est dell’Uja di Ciamarella (3676 m), ghiacciaio Tonini, Punta Tonini (3329 m) e Albaron di Savoia (3638 m). Foto presa all’attacco dell’Uja di Mombran dai fratelli Enrico

Tra tutte queste salite mi piace particolarmente ricordare la via nuova percorsa sulla parete nord dell’Albaron di Sea: “Alle sorgenti dell’Albaron”, con l’amico L. Pinto. Sarebbe dovuta essere una via aperta da me con Gian Carlo Grassi nell’estate del 1991, come avevamo programmato un giorno, incontrandoci nel vallone. Il destino ha voluto diversamente.
Oggi, molti scalatori sono tornati a percorrere le linee del Massiet. Molti di questi sono amici e compagni di cordata di Gian Carlo Grassi, come per esempio Elio Bonfanti che ha firmato delle belle linee a distanza di venticinque anni. Altri sono “voci nuove” come i fratelli Luca e Matteo Enrico, spesso in cordata con Luca Brunati. A loro si deve la ripresa esplorativa sull’Uja di Mombran (2964 m).

Uja di Mombran (2964 m), nel vallone di Sea, con i tracciati delle nuove via aperte dai fratelli Enrico

Salgo spesso nel vallone durante la settimana. Certo, ho continuato a esplorare le alte pareti e ad aprire itinerari sulle strutture minori. Il momento che amo di più, tuttavia, è quando vengo nelle mezze stagioni, in autunno o in primavera, da solo. Qualche volta mi limito a fare alcuni passaggi sulla “Polvere di stelle”, il circuito di massi così battezzato da Gian Piero Motti. Altre volte, attratto da un’irresistibile voglia di salire, mi lascio andare a percorrere qualche “free-solo”.

La parte iniziale del vallone di Sea visto da NE tra Gias Piano (1731 m) e Pià Nou (1853 m), sul sentiero n. 319 (foto camosci bianchi)

In trent’anni di frequentazione di questo sperduto vallone nelle Alpi occidentali piemontesi, anch’io, alla fine, ho davvero compreso cosa sia un “luogo dell’anima”. Mi ritrovo così a passeggiare nel silenzio dell’inverno o in tarda primavera, quando il vallone è davvero bellissimo, tra branchi di stambecchi, cascate spettacolari e nevi scintillanti sulle cime più alte. Penso alle stagioni passate, che non torneranno più e immagino quelle che verranno. Il tutto in un gioco di riviviscenza e immaginazione. E’ questa la magia di Sea, una magia che va di là del tempo.

Marco Blatto


Ringraziamo sentitamente Marco Blatto per il testo e i fratelli Enrico per il fondamentale supporto fotografico e per la sempre gentile disponibilità.

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