La vì dla lòbia (la via del balcone)

Ultimi metri prima del tuffo nel vuoto. Siamo sulla Cresta della Scuola dove comincia la misteriosa vì dla lòbia. Sullo sfondo il Monte Rosso

[…] Allorché con lo sguardo ritorniamo dal lontano al vicino, notiamo ai nostri piedi, dopo alcuni rozzi scalini, intagliati direttamente nel dirupo, l’originarsi di una scalinata costruita con pietre a secco. Essa scende nel vuoto in cinque rampe con quarantanove ampi gradini, poi si ferma e non riusciamo a comprendere quale possa essere stata la sua funzione. Scoprirò poi, leggendo uno scritto firmato da Marco Gozzano, che la cengia naturale, su cui la scalinata si chiude, segna l’inizio di un sentiero, ormai non più praticabile, conducente ai pascoli di Pian Peccio inferiore; questo passaggio permetteva agli abitanti di Monaviel e della Vija di raggiungere in quota l’alto vallone di Crosiasse con un percorso molto più breve rispetto a quello delle altre possibili vie, economizzando quindi tempo e fatica. L’amico Ezio Sesia mi informerà essere il sentiero denominato la vì dla lòbia – la via del balcone – poiché, un tempo, un mancorrente in legno proteggeva chi percorreva la gradinata trasportando magari pesanti carichi; si possono ancora scorgere dilavati monconi di legno i quali avevano sicuramente la funzione di sostenerlo. Quand’ero giovane, alla vista dell’Acropoli di Atene, provai una forte emozione e mi fu naturale esclamare «Ecco mia nonna!» tanto sentivo affondare nella cultura classica e nella sua grandiosa magnificenza le mie radici più profonde. Oggi, dopo aver appreso a potare drasticamente il superfluo e l’inutile dalla mia vita, questa povera opera, ciclopica per le possibilità degli uomini che la realizzarono, nella sua primitiva struttura che ha saputo, tuttavia, resistere agli anni e alle intemperie, mi commuove assai più del Partenone e delle eleganti, perfette linee architettoniche dell’Eretteo. A volte anche indigenza fa rima con bellezza, non solamente la maestosità dell’abbondanza. Bisogna, però, scavare l’anima, così come i minatori dei creus scavarono la montagna, privandola delle sue ricchezze, per imparare ad apprezzare e a trarre gioia da una povera grande bellezza (dal post Una povera, grande bellezza).

Siamo in bassa Val d’Ala, versante sud, in uno degli angoli più straordinari di tutte le Valli di Lanzo.

Nel 2014 un articolo stupendo di Ariela Robetto – Una povera, grande bellezza -, pubblicato originariamente sul bimestrale Panorami, ci fa prendere contatto con una soglia psicologica.
A circa 1400 metri di quota, al culmine della Cresta della Scuola (contrafforte del Monte Plù), a suo tempo abitualmente frequentata dagli alpinisti della “Gerva“, una scala in pietra si tuffa nel vuoto e nell’ignoto in cinque rampe con quarantanove ampi gradini.

Il vallone di Crosiasse visto dal versante nord della Val d’Ala. I riferimenti ai luoghi aiutano a comprendere orografia e attività umane, un tempo possibili grazie a straordinarie vie. Foto di martellot

Dove porta? Per alcuni valligiani, esperti di antiche vie, sembra che si adagiasse su di un sentiero utile a raggiungere l’alto vallone di Crosiasse, fino a toccare gli alpeggi di Pian Peccio o forse delle miniere (Crosiasse dovrebbe derivare da crosi o creus, ossia le galleria di accesso alle miniere).

Trascorreranno tre anni prima di vedere con i nostri occhi quella magnifica opera in pietra. E’ il 26 novembre del 2017 ed un forte vento secco, che da nord scende nel Vallone di Crosiasse, ci guida su sentieri agognati da tempo e che in un angolino della nostra mente tentavano di emergere dagli abissi dell’oblio. Con l’aiuto della perdurante siccità, riusciamo finalmente, scendendo da Pian Peccio, lungo il sentiero n. 241, a guadare il rio Crosiasse, raggiungere le baite Fugias (commoventi) e toccare, grazie ad una bella mulattiera (per alcuni data persa per sempre), La Vija (1320 m) dove due grosse baite attendono gli escursionisti prima che il tempo (crono e meteo) dia loro il colpo finale.

La mulattiera che si stacca dalle baite Fugias e raggiunge la spalla erbosa dove sorge La Vija.

“[…] Giunti all’altezza delle baite dell’Alpe Vieia (La Vija, N.d.A.), attraversare orizzontalmente fino alla spalla prativa dovo sono poste le grange. Di qui discendere per un ottimo e ripido sentiero che riconduce a Fugias m 1131, alla base della cresta” .
Gian Piero Motti sul n. 7 del gennaio 1972 della Rivista della Montagna del Cai.

Sono le 15, pensiamo a Motti, e finalmente riusciamo a far riemergere dall’oscurità luoghi che hanno un significato importante, soprattutto perché nei pressi passa il sentiero Cai-Regione Piemonte n. 240, un percorso molto frequentato ed amato, ricco di testimonianze della montagna vissuta dagli antichi montanari.

La linea verde è il tracciato GPS dell’antico sentiero che collega Fugias (1160 m) a Monaviel (1282 m), passando dalla Vieia (1320 m). Nell’articolo di Robetto l’Alpe Vieia è La Vija (in patois). La perdurante siccità dell’estate-autunno 2017 ci ha consentito di guadare agevolmente il rio Crosiasse, arrivando dal sentiero n. 241. Il percorso Vieia-Monaviel è una bellissima mulattiera immersa nei faggi

Sebbene il sole si stia sempre più abbassando, abbiamo il morale a mille e così decidiamo di andare a cercare la vì dla lòbia e il suo tuffo nel vuoto.
Ci ricordiamo a malapena di qualche particolare, raccontato da Ariela e Giancarlo (suo marito, che insieme al loro amico Gualtiero hanno scovato la scalinata): un bosco, una pietraia e qualche ometto. E qui che succede una cosa insolita: per orientarci, accediamo a questo blog con lo smartphone e rileggiamo la parte finale del post Una povera, grande bellezza. In poco più di mezz’ora usciamo dalla faggeta, attraversiamo la frana alla bell’e meglio, risaliamo con decisione un ultimo tratto nel bosco addossato alla cresta orientale del Monte Plù e ci troviamo a rimontare una placca che sostiene un stretto e aereo intaglio, la parte finale della Cresta della Scuola.

La placca finale prima dell’intaglio che fa precipitare nel vallone di Crosiasse, grazie ad una incredibile scalinata in pietra, molto verticale

Fino all’ultimo non riusciamo minimamente ad immaginare l’effetto adrenalinico che provoca questo salto nel vuoto. Non stiamo scalando, stiamo semplicemente camminando su di un antico percorso realizzato dalla straordinaria operosità delle genti alpine.

Scendiamo tutti i gradini, scattiamo innumerevoli foto ed osserviamo con attenzione il versante orientale che dirupa verso il fondovalle del vallone di Crosiasse. Si può tentare di proseguire, sicuramente in tardo autunno o all’inizio della primavera, evitando così le stagioni più problematiche. Ma ora è tardi e qualsiasi tentativo è da escludere se vogliamo rientrare a Bracchiello prima dell’oscurità.

La linea azzurra è il tracciato GPS del sentiero che collega Vieia (1320 m) alla scalinata in pietra (1400 m ca.)

Erano le 9 quando siamo partiti da Bracchiello. Alle 11 eravamo a Pian Peccio di sopra per ripararci, dietro ad una roccia, dal vento teso e freddo che sfondava negli estesi pascoli. Non avevamo raggiunto il Colle Crosiasse perché avevamo, a nostra insaputa, un appuntamento con il vento affinché ci accompagnasse nelle sue dimore. Sono trascorse più di sei ore, le ultime a cercare vie dimenticate da Dio.

Se nei prossimi giorni non comincerà a nevicare, tenteremo di avanzare dalla fine della scalinata, per cercare la vi dla lòbia, un percorso straordinario e difficile da immaginare, che dovrebbe raggiungere Pian Peccio di sotto a 1360 metri di quota, attraversando un versante severo e ripido, tra creste, frane e cenge sospese sul vallone di Crosiasse. Almeno così si presenta osservando le foto che abbiamo scattato nelle precedenti escursioni sul sentiero n. 241.

Il versante Sud-Est del Monte Plù (2196 m) visto dalla strada provinciale delle Valli di Lanzo, poco prima del Comune di Ceres. A sinistra c’è Monaviel, in centro La Vija mentre a destra è indicata la scalinata in pietra. La linea verde è il sentiero Fugias-Vija-Monaviel. Quella azzurra il percorso Vija-scalinata. Cliccare sulla foto per visualizzare i dettagli

Le sorprese comunque non finiscono qui perché, rientrando, dalle baite de La Vija scopriamo che si stacca una bellissima mulattiera che in dieci minuti scende a Monaviel, dove finalmente ritroviamo un sentiero segnalato con tutto quanto previsto dal Cai e dalla Regione Piemonte (n. 240). Abbandoneremo poi questo percorso per deviare sul sentiero n. 243 che raggiunge Bracchiello (indimenticabile arrivarci dal sentiero), dopo aver guadato nuovamente il rio Crosiasse (senza ponte; l’alluvione del 2000 l’ha portato via). I guadi, in questo fine novembre, sono favoriti dall’esigua portata dei rii, sofferenti della tremenda siccità.

Se non arriverà la neve e il gelo, nei prossimi weekend tenteremo di seguire le orme dei vecchi montanari pastori-minatori che percorrevano la misteriosa ed evanescente vì dla lòbia.

PREVISIONI DEL TEMPO PER IL PIEMONTE E LA VALLE D’AOSTA
1-05 DICEMBRE 2017
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A cura di Redazione Nimbus, e-mail: info@nimbus.it
Data emissione bollettino: Venerdì 1 Dicembre 2017
Il prossimo bollettino sarà emesso il 4 dicembre

NEVICATE FINO A BASSA QUOTA TRA VENERDI’ SERA E SABATO MATTINA; DA DOMENICA TORNA IL SERENO CON INTENSO GELO NOTTURNO.

Il resto dell’inverno primavera 2017-2018 è storia recente.
Tutto rimandato. Toccherà aspettare il disgelo, quando la neve sul versante esposto a est del vallone di Crosiasse non ci impedirà di tentare l’ignoto. Da quel 26 novembre qualcosa dentro di noi è scattato. La soglia, il vuoto, le incognite. E la domanda: “Perché un’opera così ciclopica su di un angolo impervio delle montagne della Val d’Ala? A cosa serviva? Qualcuno sostiene che era utilizzata per condurre gli armenti negli alti pascoli, altri invece pensano ai carichi dei minatori. Ma nessuno è mai riuscito a rintracciare i creus.

Sabato 2 dicembre 2017 ai 1400 metri circa della frazione Cornetti del Comune di Balme, in alta Val d’Ala (Valli di Lanzo).

Dopo aver osservato il tipo di vegetazione, non particolarmente invadente, e il terreno alla base della scalinata, siamo convinti che possiamo tentare di avanzare e magari, se avremo fortuna, incontreremo altri manufatti che ci confermeranno che siamo sulla via giusta. Sarebbe fondamentale per tracciare correttamente con il GPS la vì dla lòbia. Ma potrebbe succedere facilmente di stopparci dopo pochi metri, per un albero che blocca il percorso, per le difficoltà ad intercettare la corretta direzione, per l’invadenza degli arbusti e per altri mille motivi. A tavolino studiamo minuziosamente la carta, annotiamo la fascia entro cui la traccia dovrebbe avanzare (1400 – 1300). Per arrivare dove? Pian Peccio di sotto è il primo alpeggio che si incontra proseguendo verso nord. Ed è immediato pensare che quella scalinata servisse per scavallare la Cresta della Scuola, così da non perdere quota e raggiungere con la via più diretta e breve un punto utile alla vita dei montanari, che portavano sulle loro spalle carichi anche di 40 chili e oltre. E forse dovevano anche condurre le mandrie al pascolo, sebbene sia davvero difficile immaginare le vacche scendere sui quei gradini in pietra.

Analizziamo con meticolosità anche le foto scattate negli ultimi anni durante le escursioni nel vallone di Crosiasse per osservare l’orografia che incontreremo. Sarà una foto che ci risulterà fondamentale per capire e per sognare: è quella che ritrae un angolo di strada che conosciamo molto bene a Chiampernotto (dove nei pressi c’è la partenza del sentiero n. 240) ed è stata presa proprio sul culmine dell’intaglio, prima di scendere sui gradini di pietra.

Dall’inizio della scalinata, con lo zoom al massimo, la fotocamera riprende un particolare del fondovalle della Val d’Ala che conosciamo bene: è la provinciale con la fermata della corriera.

Quindi se da quassù (1400 metri circa) si vede la strada provinciale, allora da laggiù (Chiampernotto, 900 metri circa) si dovrebbe individuare la scalinata in pietra con la fotocamera spinta al massimo.

Chiampernotto (900 m ca., frazione di Ceres). Alle nostre spalle c’è la tettoia dove si ferma la corriera. Cliccate sulla foto ed individuate il circoletto rosso, a destra dell’evidente sperone roccioso

Non è evidente la scala in pietra. Difficile da notare, anche ingrandendo al massimo le foto. Cosa ci ha permesso di identificarla con certezza totale? La giovane betulla a sinistra del circoletto rosso, che ha una punta biforcuta.

Sono le 15:16 del 26 novembre 2017. Il panorama dall’intaglio sulla Cresta della Scuola è delizioso. Di fronte, subito a sinistra della betulla solitaria, si nota la vetta di Testa Pajan (1856 m), versante nord

Per puro caso scatto una foto con la betulla solitaria, subito a sinistra scendendo i gradini. Sarà proprio questo albero provvidenziale ad aiutarci ad identificare la scalinata in altre foto suggestive.

Foto del 25 ottobre 2014 presa a 1000 metri circa sul sentiero n. 241 (Bracchiello – Alpe Crosiasse) del vallone di Crosiasse. La scalinata (1400 m) è esattamente nel circoletto rosso (versante esposto a est).

25/10/2014, foto dal sentiero n. 241

25/10/2014, foto dal sentiero n. 241

25/10/2014, foto dal sentiero n. 241. Cliccate e ingrandite al massimo. Si notano i muretti a secco che sostengono la scalinata della vì dla lòbia

La foto che segue fa comprendere la grandiosità delle genti alpine che hanno abitato queste montagne. E’ stata scattata il 26 novembre sul sentiero 241 all’inizio dell’escursione interrotta a Pian Peccio, dove avevamo l’appuntamento con il vento. Non sapevamo ancora nulla di cosa avevamo fotografato in quella straordinaria giornata, rapiti da Eolo.

400 metri più in basso ignari escursionisti risalgono il fantastico vallone di Crosiasse, un’opera grandiosa della cultura dei cammini e dei sentieri. Lassù, pastori-minatori si dirigono verso l’alto vallone di Crosiasse, lungo la vì dla lòbia?

Ma esiste davvero la vì dla lòbia? Oppure è solo un miraggio partorito dalle menti di incalliti escursionisti, alle perenne ricerca di antiche vie? Chi mai avrebbe avuto il coraggio, per trovare le sostanze di cui vivere, di progettare un’opera così impervia, tra creste e frane? Tra rocce e cenge?

Cinque mesi di lungo inverno, questa è stata l’attesa per tentare la nostra avventura. Le prime fiammate di caldo intenso, anomalo, arrivano ad aprile e così comincia il disgelo, veloce alle quote più basse stante la scarsità della neve. E’ un 25 aprile con bel tempo e gran caldo quando partiamo da Chiampernotto per raggiungere Monaviel, grazie al sentiero n. 240.

Sul sentiero Cai-Regione Piemonte n. 240

Partiamo alle 9, senza fretta. Nel percorso iniziale riusciamo anche a curare un po’ il sentiero, ripassando, con il pennarello nero, il suo numero sulle bandierine Cai-Regione Piemonte e risistemando qualche ometto. La segnaletica orizzontale e verticale è perfetta ed è molto rilassante raggiungere Monaviel. Qui attiviamo il GPS e ci facciamo guidare, senza perdere tempo, fino a La Vija e poi all’intaglio soprastante la Cresta della Scuola.

Sono le 10:45 ed è ora di tuffarci nell’ignoto e tentare di avanzare. Questa volta ci organizziamo e fotografiamo con calma la verticalità e l’esposizione della straordinaria scala in pietra a secco a 1400 metri di quota, posata su di una cresta alpinistica (per ingrandire le foto che seguono, cliccarci sopra).

Abbiamo superato la soglia. Siamo molto emozionati e ci apprestiamo ad avanzare immersi nella totale incertezza. Ma tutto questo ci elettrizza.
Subito dopo aver attivato il GPS, emerge la domanda delle domande: a cosa stiamo andando incontro?

Subito dopo aver superato la stretta cengia, ci troviamo a decidere se risalire verso sinistra o scendere a destra nella boscaglia, su terreno ripido e cosparso di foglie secche. Sebbene molto disagevole, decidiamo di perdere quota facendo molta attenzione. Ci troviamo in breve su di una placca inclinata. Non sappiamo se questa sia la nostra via. Non ci tocca che avanzare ma, dopo pochi passi, con immensa sorpresa ci viene incontro un’altra scalinata in pietra, indizio inequivocabile che stiamo progredendo nella corretta direzione!

Di fronte a noi, davanti agli alberi, si notano altre pietre posate dall’uomo mentre l’orizzonte è dominato dal versante occidentale del Monte Rosso (1780 m), che precipita ripido nel tratto iniziale del vallone di Crosiasse

Sono trascorsi trenta minuti da quando ci siamo inabissati sul vallone di Crosiasse e ora siamo sicuri di essere sulla vì dla lòbia!

La seconda scalinata in pietra della vì dla lòbia a 1300 metri circa

Indescrivibile la nostra gioia! Siamo sulla rotta giusta, seguendo le orme degli antichi pastori-minatori che avevano bisogno di vie essenziali per trovare ciò di cui vivere. E per realizzarle erano disposti ad affrontare ogni terreno, non si fermavano davanti alle difficoltà ed erano in grado di sopportare fatiche inenarrabili.

Registriamo un waypoint e poi proseguiamo con una bella iniezione di fiducia, pronti ad affrontare incognite e rischi di fallimento. Ma presto troviamo altro conforto perché l’esile traccia non lascia dubbi. Sovente incontriamo brevi scalinate e passaggi obbligati, segni inequivocabili che siamo sulla nostra via! Marciamo in direzione nord, in lieve discesa, con l’attenzione a mille mentre alla nostra destra si scorge, tra gli alberi, il fondovalle del vallone di Crosiasse. Ci troviamo duecento metri al di sopra del sentiero 241, quello che scorre parallelo al rio omonimo.

Davanti al pc, ingrandendo la foto al massimo, noteremo la passerella in legno del primo attraversamento del rio Crosiasse, sul sentiero 241. Cliccateci sopra per l’ingrandimento (circoletto rosso)

Di colpo la vista si spalanca, tra gli alberi, sull’alto vallone di Crosiasse e sulla cresta che discende dal Monte Plù, la seconda, in direzione nord, parallela a quella della Cresta della Scuola. Sulla carta, in tale linea di impluvio, è indicato un rio. Studiandola a tavolino, ci aveva destato qualche preoccupazione per il disgelo in corso. Avevamo messo in conto l’impossibilità di guadarlo. Presto scopriremo che il canalone è completamente asciutto.

A dispetto delle nostre valutazioni, partorite osservando a casa la carta, la vì dla lòbia si dirige verso una zona di frana, scendendo sotto i 1300 metri di quota. Intanto il panorama si ampia, facendoci comprendere appieno l’opera incredibile delle genti alpine, che hanno inventato una balconata di pietra in questi scoscesi e problematici versanti del Monte Plù.

L’aspro e ruvido versante occidentale del Monte Rosso che origina lo stretto ed incassato – nella parte iniziale – vallone di Crosiasse

Ci troviamo sulla pietraia che a casa non avevamo previsto di attraversare. E’ la direzione giusta?

Avvicinandoci, ci chiediamo se sarà semplice attraversarla e se effettivamente i montanari passassero da qui. Forse la via corretta passa più a monte, al di sopra della frana?

Siamo attoniti. E’ la terza scalinata importante che incontriamo. Ce ne sono altre, più piccole, che qui trascuriamo ma che sono state fondamentali per confermarci la correttezza dell’itinerario. Questo è molto importante perché la traccia che stiamo facendo con il GPS corrisponde ad un percorso fedele. Fino ad ora, non ci siamo inventati nulla: siamo sulla rotta dei montanari che hanno costruito le montagne di Bracchiello e Chiampernotto.

Le rocce che sovrastano la vì dla lòbia generano un ambiente al contempo affascinante e severo

Sul ripido versante orientale del Monte Plù, che precipita nel fondovalle del vallone di Crosiasse, la vì dla lòbia mostra la sua architettura, nata dalla genialità dei pastori-minatori

Sono trascorsi quarantacinque minuti dal tuffo e siamo solo ad un quarto del percorso necessario per toccare Alpe Pian Peccio di sotto. Sempre che la vì dla lòbia abbia questo in mente. Di sicuro, fino ad ora, ha avuto cose grandiose in mente e noi sentiamo, passo dopo passo, la meraviglia di questa fantastica ed unica via.

Continuiamo ad avere conferme sulla nostra via. Non ci sembra vero di essere arrivati fin qui sebbene non sappiamo nulla di cosa incontreremo proseguendo. Dovremo avere molta fortuna. Stiamo pensando anche ai guadi del sentiero 241 che, se riuscissimo a raggiungere Pian Peccio di sotto, dovremo affrontare. Quello assistito solo da un cavo d’acciaio ci lascia molto perplessi visto il forte fragore dei rio Crosiasse che sta raccogliendo l’imponente disgelo. E anche i torrenti dopo l’Alpe non ci lasciano tranquilli. Lo vedremo. E la passerella in legno sospesa sul Crosiasse, il secondo attraversamento del rio, arrivando da monte? Sarà investita dal flusso impetuoso?

Nei circoletti in giallo sono indicati i guadi previsti se raggiungeremo Pian Peccio di sotto. Il primo in alto è necessario se vogliamo guadagnare agevolmente il sentiero n. 241 per poi scendere su Bracchiello. Quello in mezzo (cavo d’acciao sul rio Crosiasse) è un’incognita da affrontare se il primo guado avrà successo. Ma abbiamo un piano B, che evita i primi due guadi, da scegliere a Pian Peccio di sotto dopo aver valutato con attenzione. La soluzione estrema è tornare indietro da dove siamo arrivati, risolvendo così i problemi del rio in piena

Superata la frana, guadagniamo un punto della via che consente di salire su di un roccione che si affaccia sul fondovalle, in una posizione molto panoramica. Basta qualche scatto per accorgerci che siamo proprio all’altezza della passerella in legno sul rio Crosiasse! Ingrandendo le foto, notiamo che il ponticello non è invaso dall’acqua e quindi un problema, sul rientro, è di colpo svanito. E’ un altro momento molto favorevole, che ci infonde tanto coraggio per proseguire nell’ignoto.

La passerella in legno che consente al sentiero 241 di portarsi dal versante destro idrografico a quello di sinistra. Questo è il primo attraversamento del rio, salendo. Seguirà, poco dopo, un altro guado con cavo d’acciaio, problematico in caso di forte disgelo (cliccare sulla foto per l’ingrandimento)

Il rio Crosiasse porta a valle l’imponente disgelo alimentato dal caldo fuori dalla norma per aprile (zero termico a 3600 m)

Continuiamo a perdere quota. Abbiamo fatto un waypoint al punto panoramico: indica 1282 metri, la stessa altezza di Monaviel. La discesa verso i 1250 metri di quota circa avviene grazie all’ennesima scalinata, perfetta per la nostra stabilità, sebbene i nostri zaini abbiano un peso ridicolo.

I gradini ci fanno scendere verso il bosco, attraversando una piccola sorgente. Da qui la vì dla lòbia si inoltra nella foresta, cominciando a riguadagnare lentamente quota. Siamo forse in uno dei punti più problematici del nostro percorso perché tra il caos degli alberi sovente la traccia si perde e questo ci obbliga a qualche “avanti e indietro” esplorativo per verificare la correttezza della direzione. Per fortuna riusciamo sempre a rinvenire qualche segnale importante come le pietre che contornano il sentiero, non casuali. Il popolo delle rocce è un titolo di un bel libro di Giorgio Inaudi che parla degli abitanti di Balme. Titolo che si addice perfettamente anche ai montanari che hanno solcato queste montagne della bassa Val d’Ala, molto probabilmente minatori abituati a confrontarsi quotidianamente con la durezza del loro lavoro, con la ruvidezza della montagna e con la fatica del vivere, tutto molto difficile da immaginare in questi ambienti estremi.

Anche nel bosco riusciamo a rintracciare la vì dla lòbia

Cartografia, altimetro e GPS ci avvisano che siamo ormai nei pressi della pietraia sovrastante Pian Peccio di sotto. Nell’ultima parte del bosco la traccia non è obbligata ma abbiamo due segnali visivi inaspettati e assolutamente graditi: la pietraia alla nostra sinistra mentre, davanti a noi, scrutiamo una chiazza grigia appuntita, slanciata verso l’azzurro del cielo che si confonde tra i tronchi degli alberi.

Sul momento ci fa pensare ad un grosso masso ma poi, più avanziamo e più il roccione assomiglia sempre più al tetto di una baita in pietra; l’altimetro ci conferma che quello che stiamo osservando non è un miraggio.

Siamo assaliti da una gioia incontenibile. Increduli, e con un’emozione fortissima, ci avviciniamo ad un segno inequivocabile della vita dei montanari. Sono trascorse due ore memorabili da quando la prima scalinata in pietra ci ha letteralmente lanciati sulla vì dla lòbia. Abbiamo camminato insieme ai pastori-minatori del Monaviel, della Vija e forse con quelli di Bracchiello, di Fugias… Abbiamo sentito la voce di Gian Piero Motti che ci suggeriva di trovare sempre il coraggio per avanzare ed inseguire i propri sogni, le proprie visioni. Abbiamo vinto la sfiducia e la rassegnazione. Sentivamo parlare della vì dla lòbia come di un percorso fantasma, quasi leggendario, sepolto da decenni di eventi meteorologici ed idrogeologici, dall’abbandono e dall’oblio. L’abbiamo immaginato ed inseguito per tre anni, da quando Ariela Robetto ci ha raccontato di una scala in pietra formidabile che si tuffa nel vuoto. Per andare dove? Tutti coloro che abbiamo consultato ci hanno detto che questa via oramai non esisteva più, che probabilmente serviva per raggiungere gli alti pascoli evitando una costosissima, in termini di fatica e tempo, discesa nel fondovalle del vallone di Crosiasse. Ma adesso era sepolta per sempre.

Alpe Pian Peccio di sotto (1360 m). Il peccio è l’abete rosso.

Non è semplice spiegare cosa si prova a scoprire un importante tassello della memoria dei luoghi che si imparano ad amare profondamente con la fatica del cammino. Ancora più complicato è far comprendere la bellezza – unica – nel poter attingere, grazie ad una via, alla vita dei montanari, ovvero di coloro che hanno letteralmente costruito montagne, che ancora oggi stanno in piedi grazie al loro incommensurabile lavoro.

Il vallone di Crosiasse solo fino a qualche anno fa sembrava perso per sempre, dilaniato dall’alluvione dell’ottobre del 2000 e dai successivi intensi eventi meteo che hanno martoriato le montagne, ad ogni quota. E invece adesso siamo qui, su di un “nodo del desiderio” che unisce altri nodi. La vì dla lòbia esiste ed è un favoloso ed estremo sentiero che funge da cerniera dei territori alpini. Spiegare cosa succede nella mente di chi cammina, dopo essere riusciti a vincere le lacerazioni prodotte sulle Alpi dall’indifferenza verso i luoghi, è un’impresa ardua. Si sente un senso di compiutezza, si percepisce una logica nel cammino, ci si sente connessi con altre epoche, con i nostri antenati che ci hanno lasciato cose grandiose, come ad esempio le montagne, senza doverci portare sulle spalle alcun debito. Ma soprattutto si conquista una pace infinita.

L’eternità dei luoghi modellati dall’uomo. E’ questa la grandiosa bellezza che abbiamo l’onore di sentire, di respirare, di osservare, di comprendere e di descrivere.

Arrivati alle baite di Pian Peccio di sotto fissiamo il waypoint e poi fermiamo il GPS.

La linea azzurra rappresenta la traccia GPS della vì dla lòbia che, insieme a quella viola e gialla (descritte in precedenza), completa la nostra esplorazione del versante sud-occidentale del Monte Plù ove ci sono segni importanti e bellissimi della vita delle genti alpine

Le baite, in lenta agonia, riescono ancora a trattenere un’infinità di suppellettili ed utensili, mai visti in centinaia di escursioni. Si trovano addirittura abiti consunti abiti appesi alle travi. Sembra che tutto qui si sia cristallizzato, in una interminabile attesa.

Dietro le case i residui nevai alimentano una serie di rii che, sfiorando le baite, si tuffano verso il fondovalle di Crosiasse.
Dopo aver pranzato, è ora di decidere come rientrare. La soluzione più semplice e “sicura” sarebbe tornare indietro sulla vì dl lòbia, idea molto allettante ma è nostra intenzione dimostrare che è possibile fare un giro ad anello, soluzione, questa, sempre molto apprezzata e ricercata dagli escursionisti. Come primo tentativo scegliamo di guadare verso Pian Peccio di sopra – chissà perché siamo convinti di riuscirci – e tentare poi le incognite del guado sul rio Crosiasse, con il cavo d’acciao come unico sostengo, in un tratto stretto ed impetuoso.

La prima intenzione, dopo un’ora di tentativi, non porta a nulla. E’ impossibile, con i rii carichi di acqua, qualsiasi attraversamento. Riusciamo solo a superare il primo piccolo torrente che incontriamo.

La linea gialla è il percorso da Pian Peccio che ci ha consentito di attraversare solo un rio. Per un’ora cerchiamo altri guadi ma l’imponente disgelo, favorito dal caldo anomalo, non ce lo consente. Se ci fossimo riusciti, avremmo raggiunto il sentiero 241 (linea rossa), per rientrare a Bracchiello, ma con una seconda incognita da affrontare rappresentata dal guado con cavo (circoletto nero in basso; cliccate qui per vederlo nelle condizioni del 26/11/17)

Abbiamo il piano B da attuare, escludendo il rientro per la vì dla lòbia.  Da Pian Peccio di sotto si discende per 100 metri circa di dislivello in direzione est-sud-est, per intercettare così il sentiero 241 attraverso un bosco che sappiamo non essere impenetrabile, in quanto l’abbiamo più volte osservato in precedenti escursioni salendo al Colle Crosiasse (1809 m). Sarà importante arrivare nel fondovalle subito dopo il guado per trovare il sentiero anziché il rio. Con bussola e altimetro ci lanciamo nel bosco, che in alcuni tratti risulterà molto ripido, e con il sottobosco ricoperto da una spessa strato di foglie secche, attraverso il quale, già dopo pochi passi, si intravede l’acqua gorgogliante del rio Crosiasse. Iniziamo ad essere stanchi, per quest’ultima prova.

Il bosco giacente su ripido versante tra Pian Peccio di sotto e il fondovalle del vallone di Croisiasse

Presto, scendendo con estrema cautela, intravediamo finalmente un bollo bianco rosso dipinto sul tronco di un faggio. Arriviamo così sul sentiero, a due passi dal guado e questo ci consente di verificarne lo stato.

Ritroviamo un segno amico, dopo molte ore di cammino senza alcun segnavia. Siamo sul sentiero 241

Notare il cavo d’acciaio e la portata del rio Crosiasse che avrebbe richiesto un attraversamento a piedi nudi. Per un confronto, cliccate qui (foto del 26/11/17 dopo mesi di siccità)

Il tracciato GPS di colore verde è la via seguita per scendere sul sentiero 241 (rosso)

Stanchi ma felici. Abbiamo realizzato un sogno facendo tornare in vita una via fantasma. Sono le 15:15 e ci sentiamo molto più tranquilli, avendo superato tutte le più importanti incognite di questa meravigliosa escursione. Siamo partiti alle 9 da Chiampernotto e potremmo ritornarci senza mettere piede sull’asfalto della Val d’Ala ma l’attraversamento del rio Crosiasse, tra Bracchiello e Chiampernotto, lungo il percorso Cai-Regione Piemonte n. 243 (bellissima mulattiera), non è possibile perché manca il ponte, travolto dall’alluvione dell’autunno del 2000.
Scendendo scatteremo numerose foto al versante orientale del vallone di Crosiasse, dove passa la vì dla lòbia in una fascia altimetrica tra i 1400 e 1260 metri (il punto più basso toccato dalla via), cercando di individuare la roccia panoramica incontrata all’andata.

Esaminando le foto a tavolino, riusciamo ad identificare il punto panoramico dell’andata, dove abbiamo individuato la passerella in legno. Cliccare per ingrandire la foto e rintracciare poi il circoletto rosso.

La foto sopra è inequivocabile e fa comprendere l’abilità dei vecchi montanari nel saper individuare e costruire vie in ambienti estremi. Un’arte fondamentale per lo sfruttamento delle Alpi.
Altre foto esplicative:

Un’idea ravvicinata dell’ambiente attraversato dalla vì dla lòbia ve la può dare questa immagine: cliccate qui (è l’ingrandimento della prima foto della colonna di destra nella soprastante galleria).


Per capire appieno la bellezza unica e il valore culturale ed ambientale di questa zona della Alpi Graie meridionali, basta dire che gli escursionisti nordeuropei, che raggiungono con la GTA Balme (in alta Val d’Ala), dopo aver saputo dell’esistenza di questo incredibile vallone, desiderano rientrare a Ceres passando a mezzacosta sul versante sud della Val d’Ala e poi discendere lungo il vallone di Crosiasse col sentiero 241, sebbene non ci siano punti di pernottamento lungo la traversata. Questo è quanto mi ha riferito l’amico Guido di Les Montagnards.

Tutta la zona intorno al Monte Plù, fino ad arrivare, verso est, a Santa Cristina (Val d’Ala – Valli di Lanzo), è uno scrigno escursionistico di incomparabile bellezza.

Il Cai Lanzo ha riaperto da poco il sentiero Bracchiello – Monti di Voragno (in viola la traccia del sentiero n. 261) con posa di segnaletica verticale ed orizzontale. Le traccia verde, azzurra e gialla sono quelle che abbiamo esplorato e non hanno segnaletica. Se ne fossero dotati, farebbero aumentare notevolmente le potenzialità escursionistiche della zona, aggiungendo sentieri storici, molto interessanti dal punto di vista culturale, naturalistico ed ambientale.

Gli ultimi lavori di ripristino della rete sentieristica Cai-Regione Piemonte (che hanno visto l’impegno indefesso del Cai Lanzo) stanno facendo nascere percorsi che vanno incontro ad ogni esigenza, con svariati giri ad anello (dai più brevi ai più lunghi che necessiterebbero di tappe per il pernottamento, come per il Tour del Monte Plù), in ambienti meravigliosi sotto molteplici aspetti, dove poter sfogare la fantasia escursionistica.

Lungo il sentiero n. 261 (Bracchiello – Monti di Voragno), un altro esempio straordinario della cultura dei cammini e dei sentieri

Quanto abbiamo appena documentato è un tassello fondamentale di questa rete e auspichiamo che la Regione Piemonte, di intesa con il Club Alpino Italiano, possa presto provvedere a segnalarla adeguatamente, posando sui guadi passerelle o ponti che ne consentano la percorribilità anche durante le fasi di disgelo o dopo prolungati periodi piovosi, evitando anche di dover di percorrere a piedi la provinciale (molto pericoloso), per chiudere gli anelli con partenza da Bracchiello o da Chiampernotto.

I guadi che dovrebbero essere dotati di passerelle o ponti, per aumentare la potenzialità escursionistica, sono i seguenti (circoletti bianchi):

Da nord verso sud:

1.  da Pian Peccio di sotto per raggiungere il sentiero n. 241;

2. dal sentiero 241 per raggiungere La Vija da Fugias;

3. sul sentiero n. 243 tra Chiampernotto e Bracchiello.

Per chi è interessato alla documentazione fotografica, qui di seguito trovate i link alle gallerie dei percorsi:

Siamo convinti che questo post possa interessare tutti, anche chi non fa escursionismo perché quando si arriva a Ceres, dopo i tornanti della stazione ferroviaria, si spalanca ai nostri occhi un paesaggio straordinario se lo si osserva con occhi nuovi.

Da lassù, i vecchi montanari che vagano per le loro vie, ci invitano a guardare in alto. Sempre.


Questa bellissima esplorazione delle montagne della bassa Val d’Ala è stata possibile grazie ad un grande gioco di squadra e per tale motivo ci sentiamo in dovere di ringraziare tutti coloro che ci hanno aiutato:

  • il Club Alpino Italiano, in particolare tutti gli istruttori della Commissione Escursionismo LPV per averci indicato la soglia quando abbiamo partecipato al 6° Corso per Accompagnatori di Escursionismo (2005 – 2007);
  • i volontari del Cai Lanzo che da decenni piegano la schiena gratuitamente per portare alla luce la cultura dei cammini e dei sentieri;
  • le squadre forestali della Regione Piemonte che nel 2014 hanno reso nuovamente praticabile il sentiero n. 241;
  • Ariela, Giancarlo e Gualtiero, straordinari cacciatori di soglie e amici preziosi;
  • la Fraternali Editore per il fondamentale supporto cartografico sia tradizionale che digitale, abbinato ai dispositivi GPS;
  • tutti i veri montanari delle Valli di Lanzo, di oggi e del passato, che con la luce dei loro occhi, e con la loro straordinaria caparbietà, ci hanno fatto prendere contatto con la soglia dell’eterno.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

16 Responses to La vì dla lòbia (la via del balcone)

  1. andreagiors says:

    Itinerario semplicemente fantastico! emozioni percepibili alla sola lettura! bravi!

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  2. ventefioca says:

    complimenti per la tenacia e la descrizione! un volo fantastico

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  3. Giancarlo Bonnat says:

    Ho riletto con emozione profonda il racconto di un escursione che ebbi la fortuna di fare a fine anni 70 (ricordo era l 8 dicembre). Bracchiello-col Crosiassie-Pian Peccio-Vija-Monaviel-Bracchiello, percorrendo quella che la mia guida Pierino nativo di Bracchiello chiamava “la via delle scale”. All epoca un abitante di Bracchiello utilizzava, a detta di Pierino le baite di pian Peccio. Mi ricordo di aver scattato alcune diapositive, provero’ una di queste sere a cercare. Grazie per aver riportato in vita un itiberario che dopo tanti anni pensavo perso per sempre.

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    • Beppeley says:

      Grazie a te!
      In effetti è proprio la via delle scale! Mi ha fatto molto piacere leggere della tua escursione perché è proprio quel giro che ritengo assolutamente interessante e da far conoscere!
      Siamo felice di aver camminato su di un via fantastica! Il vallone di Crosiasse è incredibile. Spero tanto che riuscirai a ritrovare le diapositive. E magari, se puoi scansionarle, le pubblichiamo qui!
      Facci sapere!

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  4. Anonimo says:

    Avvincente e misterioso come un giallo, istruttivo e tecnicamente dettagliato come un documentario, commovente e ricco di sentimenti come un romanzo… Cosa dire? Nulla. Se non lasciarsi prendere e trasportare sull’ onda delle emozioni in questo viaggio fantastico che tutti vorremmo poter sperimentare. Alla fine permane un velo di malinconia e di tristezza per l immensa grandezza e saggezza, ai più sconosciuta e sottovalutata, che ci hanno lasciato questi antichi abitanti delle nostre Valli. Probabilmente taciturni, abituati alla solitudine ma con una profonda cultura della concreta semplicità miracolosamente giunta a noi, ancora tutta da scoprire, e che mille volte supera l eloquenza affabulatrice e inconsistente di cui oggi è, nostro malgrado, permeato il nostro tempo. A voi e a tutti coloro che con dedizione, studio, curiosità, contribuiscono a mantenere in vita l interesse per questi luoghi, un grande GRAZIE per questo dono che costituisce un altro piccolo pezzo del puzzle, appena iniziato, delle Valli di Lanzo. Verglas

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    • Beppeley says:

      “Alla fine permane un velo di malinconia e di tristezza per l’immensa grandezza e saggezza, ai più sconosciuta e sottovalutata, che ci hanno lasciato questi antichi abitanti delle nostre Valli.”

      Anche per me è così. Sovente penso che lungo la nostra traiettoria di sviluppo, abbiamo dimentitcato di portare con noi “l’immensa grandezza e saggezza”. Questo è certamente uno dei motivi che mi spingono a percorrere antiche vie: sono piene di saggezza e di bellezza, per quanto “povera”.

      La penso come gli Apache dell’Ovest, come ho scritto ad Ariela.

      “…che mille volte supera l’eloquenza affabulatrice e inconsistente di cui oggi è, nostro malgrado, permeato il nostro tempo.”

      Assolutamente d’accordo con te. Percorrere questi cammini è soprattutto prendere contatto con la concrettezza, con le cose solide, con la manualità, con il territorio. Fa tanto bene. Quando ho curiosato nelle baite di Pian Peccio, vedendo tutti quegli utensili, mi sono chiesto cosa ci faccio io nella vita con un pc e uno smartphone.

      Dannato per sempre colui che si permetterà di rubare quegli oggetti: devono stare lì, a testimonianza di una vita fatta di fatiche, per noi incomprensibili, grazie alle quali hanno tenuto in piedi le montagne.

      Noi stiamo facendo collassare il mondo.

      Grazie a te.

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  5. Anonimo says:

    Finalmente ci siete riusciti! Bravi e complimenti per la tenacia, la caparbietà e la fiducia riposte nel vostro desiderio di “farcela” . Ci avete fatto rivivere l’emozione di quando scoprimmo quella prima scala proiettata sul vuoto e avete dato compimento alle tante domande che essa ci pose.
    Io non riuscirò mai più a ripercorrere i vostri passi, Giancarlo e Gualtiero già progettano un tentativo. Le vostre fotografie dettagliate ed il racconto (per me, amante dei polizieschi, un vero thriller) mi hanno, comunque, proiettata verso quella “ad ventura” che sin da quando ero bambina mi ha sempre affascinata. Quando non la si può vivere, come voi, di persona, è già consolante leggere le righe di chi ha avuto la fortuna e il coraggio di affrontarla. Ad ventura = verso il futuro, verso gli accadimenti che verranno. Spero che i vostri auspici per il ripristino del sentiero possano avverarsi e che in molti riescano ad ammirare quanto i vecchi hanno saputo costruire per sopravvivere. Un tempo, non si pensava al guadagno facile, la fatica faceva parte del quotidiano. Oggi, forse, queste lezioni di vita sono messe in disparte, si vuole tutto e subito, pensando che il fine giustifica qualsiasi mezzo. Ma non voglio fare la moralista.
    Grazie ancora per il bel racconto e per non aver desistito dall’impresa.
    Ariela

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    • Beppeley says:

      Ci siamo riusciti, Ariela, insieme, grazie ad un lunga cordata i cui membri amano profondamente la montagna.
      Anche per il ripristino del sentiero (segnaletica e passarelle-ponti) dobbiamo costituire una cordata. Sembra che qualcuno sia già molto interessato. Speriamo, perché, oltre a favorire l’escursionismo (un gran bel colpo questo…), credo che abbiamo il dovere morale di lasciare a chi viene dopo di noi una montagna solida, come lo erano i vecchi montanari, e “leggibile”, a misura d’uomo e non di macchine, affinché ognuno possa trovare il proprio sentiero.

      Leggendo il libro “Percorsi” di Rober Moor (ne ho parlato in un recente post), mi sono annotato un passaggio che trovo bellissimo:

      “[…] Queste culture spesso arrivano a vedere il mondo in termini di sentieri. Gli Apache dell’Ovest credono che lo scopo della vita sia percorrere il “sentiero della saggezza”, per ottenere tre attributi che Basso ha tradotto come “fluidità della mente”, “resilienza della mente” e “fermezza della mente”, espressioni enigmatiche se prese isolatamente, ma chiarissime se considerate all’interno del contesto metaforico di chi cammina (con fluidità, fermezza e resilienza) lungo un sentiero. Secondo i Creek, il modello della vita ideale è chiamato “sentiero dell’erba sacra”, mentre per i Navajo il bene ultimo è uno stato di pace ed equilibrio descritto come “percorrere la via della bellezza. […]

      Una povera, grande bellezza.

      Grazie di cuore.

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  6. paologiac says:

    Che dire Beppe, complimenti, per la tenacia, la pazienza ed il tempo dedicato a questa esplorazione.

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  7. Lu19lucia says:

    Sapere che esistono ancora sentieri così mi fa star bene ;
    Sapere che i montanari di un tempo hanno attraversato montagne aprendo vie e costruendo scalini nella pietra per restituire paesaggi intatti di bellezza a chi sarebbe passato sui loro passi mi riempie di gratitudine;
    Sapere che è ancora possibile trovare passaggi nella montagna creati dalla pazienza e dalla saggezza di chi non poteva disporre di tutti i mezzi che abbiamo noi mi fa riflettere su come sia facile oggi rovinare un patrimonio nel tempio della natura;
    Sapere che ci siete voi, sentinelle instancabili di una parte delle Alpi che purtroppo non conosco ancora, che mi fate venir la pelle d’oca a leggere le vostre parole e a guardare i vostri scatti mi riempie di felicità e nostalgia per la montagna che amo tanto.
    Grazie sempre per queste magiche evasioni che ci regali Beppe! portaci sempre dentro ai tuoi scarponi!!!😊

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    • Beppeley says:

      Grazie del tuo bellissimo commento.
      Non immagini quanto sia appagante e soddisfacente sapere che esistono persone come te che apprezzano tutto questo. Ci aiuta tantissimo a continuare in quello che facciamo.
      Ti aspettiamo nelle Valli di Lanzo per farci in giretto insieme! Facci sapere quando puoi venire.
      A presto e grazie ancora!

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  8. massimo p. says:

    Per il ciclo: “Cammini e/o passaggi dimenticati” ecco uno di quei luoghi dove mi piacerebbe andare. Magnifica esplorazione e magnifico resoconto, non pensavo vi fossero costruzioni così ardite su quel versante
    Avete in programma nuove esplorazioni della zona ?

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