Parchi naturali in Piemonte: 25, 40, 100 anni di natura protetta

Parco Alpe Veglia Devero

Testo e foto di Toni Farina

“Quanto spendiamo in Italia per i parchi naturali? Meno di un cappuccino all’anno. È quanto emerge dal rapporto Check-up Parchi nazionali italiani del WWF Italia che fotografa lo stato di salute delle aree naturali protette” nostrane”.
Titolo e sottotitolo a effetto di un articolo apparso di recente su Piemonte Parchi web. Un magazine istituzionale edito dalla Regione Piemonte.
Piemonte Parchi è uno spunto ideale per parlare ancora di parchi naturali. A suo tempo il mensile “cartaceo” fu un’esperienza unica nel suo genere. Un caso editoriale che si conquistò fama e apprezzamenti su vasta scala. Come apprezzamenti su vasta scala caratterizzavano il “Sistema Piemonte” di aree naturali protette.
Le prime sei furono istituite nel 1978, 40 anni fa. Presidente Aldo Viglione, assessore Luigi Rivalta. Da sud a nord della regione: Parco naturale Alta Valle Pesio e Tanaro (oggi Parco naturale del Marguareis), Parco naturale La Mandria (aveva un altro nome che non ricordo, ne ha cambiati tanti), Riserva naturale del Bosco del Vaj, Parco naturale delle Lame del Sesia, Parco naturale della Valle del Ticino (oggi solo Ticino), Parco naturale dell’Alpe Veglia.

Un primo drappello, seguito un paio di anni più tardi dall’istituzione di gran parte delle aree protette. Un drappello che però, fin da subito, prefigurava una visione. Sintetizzava una strategia: era interessato tutto il territorio regionale, dalle Alpi Liguri alle Lepontine. Vari macro-ambienti: montagna, pianura, collina, zona peri urbana. Vari habitat: alpino, fluviale, boschivo. E in più storia umana, espressa dall’area de La Mandria.
Fin dall’origine il “sistema” racchiudeva le varie emergenze della regione ex sabauda. Senza separare natura e cultura. Perché, insieme alla tutela degli habitat naturali, l’obiettivo era quello di creare una cultura della natura.
Obiettivo raggiunto?

Spending rewiew

Non se ne parla più, altri slogan anglofoni sono subentrati. Ma grazie alla spending rewiew il mensile Piemonte Parchi è stato chiuso, e così è venuto a mancare uno strumento nato appunto per “creare una cultura della natura”.
Riduzione della spesa? Grazie agli abbonati Piemonte Parchi si pagava da solo, la chiusura fu una scelta. Inconsapevole forse, avventata certo, ma una scelta.
Della redazione (di cui facevo parte) rimane oggi a difesa del fortino una timida avanguardia. E mentre si fanno sempre più preoccupanti le minacce ambientali globali, la Regione Piemonte non trova le risorse per dar lavoro a un giovane che si occupi di comunicazione ambientale. Un giovane che si occupi di creare una cultura della natura.

E allora ripropongo la domanda: obiettivo raggiunto? No, assolutamente no!
Se da un lato, grazie ai Progetti LIFE comunitari e all’impegno del personale degli enti di gestione, si sono conseguiti importanti risultati in materia di tutela delle specie naturali (risultati che però rischiano di essere vanificati senza la creazione di una vera rete ecologica), dall’altro è ben lungi dall’essere conseguita la creazione di una sensibilità ambientale diffusa, adeguata alle emergenze planetarie.
Le scelte riorganizzative operate dalla Regione Piemonte in materia di aree protette sono state operazioni di pura contabilità, figlie di una visione parziale e riduttiva del ruolo di queste istituzioni. Per vendere sul mercato mediatico il taglio di qualche ente si è smontato un sistema, si è vanificata un’idea.
Con il risultato di destinare i parchi alla marginalità.

Garzetta

Val Grande e Alpe Veglia: 25 e 40 anni di natura protetta

Venticinque anni per il Parco nazionale Val Grande, 40 per il Parco naturale dell’Alpe Veglia (e Devero). Sono stati celebrati in un incontro congiunto il 20 ottobre a Villadossola. Titolo “I parchi naturali per una nuova etica della montagna”.
Tra parole di alto contenuto, spruzzate di retorica e qualche scivolone, nell’incontro non sono mancanti interventi più tecnici, sul pezzo come si usa dire. Ma nessun nodo è venuto al pettine.
Negli interventi del mattino si è ribadito il concetto di “montagna maestra del limite, titolo dell’intervento di Annibale Salsa (past presidente del CAI) nel convegno di apertura di BalmExperience a Lanzo, a febbraio 2016.
Maestra del limite, una missione ardua, nel tempo del no limits. Una missione che avrebbe bisogno di alleati. E quale miglior alleato di un parco naturale, istituzione che ha il concetto di limite nel proprio DNA?


Montagna-parchi, una sinergia, anche questo concetto si è ribadito nel convegno celebrativo di Villadossola. Ma in realtà è soprattutto nei territori montani, settore a maggior indice di naturalità, che i parchi naturali ancora oggi non sono considerati un alleato ma un freno allo “sviluppo”. Fanno testo in Piemonte le difficoltà incontrate nell’istituzione del Parco del Monviso, o quel che accade in Ossola per l’Alpe Devero con il progetto “Avvicinare le montagne”.
La “nuova etica della montagna” avrebbe bisogno di scelte coerenti, esattamente opposte a un simile progetto. A Villadossola “Avvicinare le montagne” è rimasto fuori dalla sala, nessuno voleva polemizzare o infrangere l’atmosfera celebrativa. Sarebbe però auspicabile un secondo appuntamento in cui, archiviati i primi 40 anni, si parli dei 40 a venire. Del futuro.

Gran Paradiso, 100 anni di natura protetta

E veniamo all’ultimo compleanno. Un secolo, 100 candeline: le spegnerà il Parco nazionale Gran Paradiso fra 4 anni, nel 2022. Per prepararsi in modo coerente all’evento si è pensato di far arrivare la tappa n. 13 del Giro d’Italia 2019 ai 2300 metri del Lago del Serrù, in pieno territorio protetto. A maggio, periodo delicatissimo per la fauna.
La macchina mediatica e organizzativa è partita, arduo opporsi.
Montagna maestra del limite? Nuova etica? Ma quando mai! The show must go on, anche nel cuore del primo parco naturale italiano.

Stambecchi

3 Responses to Parchi naturali in Piemonte: 25, 40, 100 anni di natura protetta

  1. Toni Farina says:

    Ieri nel consiglio direttivo del parco si è parlato del giro d’italia al lago del serrù. Una vera grana, temo che il parco ne uscirà male, in tutti i sensi!

    Piace a 1 persona

    • Beppeley says:

      C’è una parola che nella nostra epoca è diventato un comandamento: “spettacolo”. Tutto è stato spettacolarizzato negli ultimi decenni: il bello come il brutto, l’angelico come il diabolico, la morte come la vita, la creazione come la distruzione.
      Tutti desiderano spettacolo e in nome di esso si è edificato un mondo dal cuore di pietra, indifferente ai sentimenti, ai valori e soprattutto indifferente e cinico verso il rispetto della Vita.
      A questo pensavo mentre leggevo un articolo importante e bellissimo del filosofo Bernard-Henri Lévy (https://www.lastampa.it/2018/10/29/esteri/attorno-al-brutale-omicidio-di-khashoggi-la-sfida-di-potere-fra-riad-teheran-e-ankara-0ySWVi8ZQYAHqftAq0XLFI/pagina.html) sull’assasinio di Khashoggi.

      Non importa se un evento spettacolare impatti sulla Vita delle Alpi, se durante il suo svolgimento un essere vivente subisca un danno, si spaventi oppure rischi la vita. Il mondo cerca spettacolo e se non ci finisci dentro non esisti.

      Ci sono delle volte che, mentre scarpino sui sentieri, gustandomi i meravigliosi panorami delle Alpi, dico: che spettacolo! Poi ci penso sù e mi chiedo se mentre me lo sto godendo sono in grado, prima dell’idea di spettacolarizzazione, di comprendere la vita e i delicatissmi equilibri che la governano, soprattutto nei fragili ecosistemi alpini. E sorgono delle domande.
      Come ci sono arrivato fin qui? Quanta merda ho scaricato con la mia auto? Quanta energia ho chiesto al pianeta Terra dal mio risveglio in città fino ad arrivare all’inizio del sentiero? Quanto danno ho provocato per arrivare ad esclamare “che spettacolo!”.
      Come posso rispondere se mi sento solo un idiota?

      Come è possibile che siamo disposti a tutto, fino ad annientare la Vita, per goderci uno spettacolo?

      Mi piace

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