Le dimore del vento

Nivolastro (1423 m) in Val Soana

C’è sempre un errore di previsione dietro le grandi emozioni della montagna. Il gioco del “tutto sicuro al 100%” non porta a nulla. Sa di artificio, di ambiente asettico. Privo di tutto. Sa di mefistofelica retorica.
Nella ricerca della perfezione assoluta non si impara niente, se non a morire senza aver vissuto.

Siamo in Val Soana e il nostro sentiero comincia dalle pagine di un libro che ci parla di cammini imperfetti tra borgate abbandonate nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Comincia a Ronco Canavese senza fare i conti con le tempeste che anche qui hanno abbattuto centinaia di alberi, come ci dirà il guardaparco, con il suo cane Argo, che provvidenzialmente ci intercetta con il suo Defender mentre indossiamo gli scarponi, pronti a decollare.

Non potete partire da qui. Ci sono centinaia di alberi crollati lungo il sentiero.

Immaginiamo di quale devastazione sta parlando. A dire il vero, il dubbio di trovare il sentiero interrotto ci era già venuto nelle Valli di Lanzo, senza però farci venire in mente di contattare il Parco per chiederne la percorribilità. Ma evidentemente da lassù, qualcuno veglia su di noi mandandoci un gentilissimo guardaparco per farci trovare il giusto cammino.

Tiriamo fuori la carta e chiediamo cosa possiamo fare di alternativo, visto che ci siamo alzati alle 6 dalla Val d’Ala e ora siamo qui, dopo un’ora e mezza di viaggio.

Potete partire da Chiapetto, poco più a monte da qui, e fare comunque un giro ad anello toccando le borgate di Nivolastro ed Andorina. Lì abbiamo già ripulito il percorso dagli abeti caduti.

Ci infiliamo in auto e ci accorgiamo, qualche centinaio di metri più in su, verso Valprato Soana, che la Land Rover del guardaparco ci attende al bivio per Chiapetto con la freccia intermittente sinistra accesa, ovvero la giusta direzione per sperare di camminare. Lui e Argo ci faranno strada fino alla partenza del sentiero per Nivolastro.

La mente va subito al post “Qualche giorno con il guardaparco

Siamo felici di aver iniziato così la nostra escursione. Incontrare un guardaparco significa prendere subito contatto con la conoscenza del territorio. Ho sperato fino all’ultimo che ci accompagnasse un pezzettino sul percorso, così avremmo potuto imparare sicuramente molte cose interessanti su queste montagne.

In Val Soana c’è silenzio e vento di foehn. Sapevo che sarebbe stata una giornata con Eolo ma non me l’aspettavo già così a bassa quota. Che bello, penso, due incognite lungo il cammino. Una risolta con un incontro insperato – un guardiano del Gran Paradiso – e l’altra, sebbene inquietante, presto scopriremo che sarà una presenza necessaria tra i fantasmi di Nivolastro e Andorina. Anche se lungo il sentiero i giri del vento, tra le fronde e le colonne del cielo abbattute dalla violenza della tempesta, ci incutono timore.

Verso la borgata Nivolastro (1423 m). Anche qui, come nelle Valli di Lanzo, molti gli alberi crollati sui sentieri. I guardaparco hanno già provveduto a ripristinare il sentiero che parte da Chiapetto (1143 m)

Il vento qui è memoria. Le imposte delle case di Nivolastro, crollanti dalla fuga verso la pianura torinese, sbattono d’improvviso con violenza dandoci il benvenuto, mentre un leggero gorgoglio di acqua di una fontana si intrufola nei nostri pensieri, insospettabilmente e pudicamente riparata da un muretto a secco impastato di vuoto, di silenzio e di montagne. Addentrandoci tra le rovine della borgata abbandonata, dove un tempo vivevano un centinaio di montanari, camminiamo come su di un pavimento cosparso di vetri rotti: abbiamo timore di ferirci sentendo avanzare domande spaesanti.
Non puoi comprendere una scena alpestre dove la prepotente e seducente bellezza dei monti stagliati all’orizzonte, colorati di neve abbacinante e di blu abisso, si intromette violentemente tra le rovine di un mondo agonizzante e in lento dissolvimento.

Anche lungo i nostri passi le raffiche e i boati del vento sono memoria di quello che è successo a fine ottobre sulle Alpi con la tempesta Vaia.
Mentre camminiamo silenziosamente verso la nostra prossima tappa, la borgata di Andorina, lungo un sentiero boscoso che attraversa zone impervie e raffiche di vento, pensiamo al sole che la sta accendendo e scaldando. Intravediamo tra i rami la cappellina in magnifica esposizione che ci attende per il nostro meritato riposo e ristoro.

Un cammino non è mai sicuro al 100%. Intraprendere una nuova escursione, una nuova ascensione, per me significa andare incontro alle incognite. Non è sempre facile accettare tutto questo ma riesco a vincere le resistenze che vorrebbero farmi deviare verso sentieri conosciuti, più abbordabili e con meno sorprese. Quando si accetta tutto questo – l’ignoto – è come fare un piccolo salto nel vuoto. E quella soglia è tanto oscura quanto ricca di insegnamenti. Volgere la prua verso ciò che non si conosce, abbandonando le certezze, è rinnovamento spirituale. E’ fiducia. E’ avvenire. E’ entusiasmo. Anche quando gli ostacoli sembrano farti desistere.

Al centro si osserva il villaggio di Andorina (1460 m) in splendida posizione (fianco destro della Val Soana, tra Ronco Canavese e Valprato Soana)

Torniamo indietro!“.

Manca poco ad Andorina. Siamo su di un versante nord a 1500 metri di quota. L’avevo osservato a casa sulla carta dei sentieri. Ma non mi ero fatto grossi problemi. E invece dei brevi ma insidiosi tratti innevati-misto ghiaccio tappezzano il sentiero, per di più in discesa. I ramponi sono rimasti a casa aspettando i ghiacciai dei 4000. Davvero una scemenza che nasce dalla pigrizia di non farsi le giuste domande, dal non aver avuto la voglia di interrogare a fondo i bollettini meteo delle scorse settimane con la carta sotto il naso, comodamente seduti a casina.

Verso Andorina. In un inverno “normale” qui dovrebbe esserci molta neve (1500 m ca.)

Vento, temperature fuori norma e qualche cristallo di ghiaccio di troppo sul sentiero. Incertezze da mutamenti climatici. Siamo a 1500 metri, non in una problematica parete nord di qualche montagna importante. Ma siamo comunque a nord. Dove tutto cambia. Rio ghiacciato e ombre. Il sole davanti a noi. Manca poco. Ci mettiamo un bel po’ di attenzione, cautela e tanta lentezza, cercando di progredire sul bordo a monte del sentiero dove c’è un po’ di neve che gli scarponi riescono a mordere. Il resto è ghiaccio che si nasconde sotto gli infiniti aghi di larice, sotto esili strati di neve in via di disfacimento. Guadiamo il rio gelato e trasparente grazie a delle roccette pulite, senza verglas: le uniche a disposizione ove posare i nostri piedi. Un altro colpo di fortuna.

Andorina è un balcone assolato dove far naufragare l’appetito e il freddo del nord. Andorina, un’altra dimora del vento, con le sue fontane, le case che crollano e le temperature da cambiamento climatico. Con il cielo azzurro naufragio e la cappellina con l’entrata rivolta ad est, che custodisce l’anima autentica e genuina della montagna, oggi spazzata dal vento.

Un’altra minuscola dimora di pace delle Alpi Graie in lento ed inesorabile disfacimento. Un altro luogo in quota dove il silenzio si materializza scorrendo su ventosi crinali e sgusciando fuori dai gorgoglii di pudiche fontane, che attendono.

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Grazie di cuore a tutti i guardaparco. E ai loro cani.

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

4 Responses to Le dimore del vento

  1. Molto bello: “Volgere la prua verso ciò che non si conosce, abbandonando le certezze, è rinnovamento spirituale. E’ fiducia. E’ avvenire. E’ entusiasmo.” Anche il titolo: “Le dimore del vento” è particolarmente evocativo.

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  2. Un cammino non è mai sicuro al 100%. Quanto è vero. Partire sempre con questa frase in testa. Giusto. Aggiungo … non è mai lo stesso, cambia di anno in anno, di stagione in stagione. Quante sorprese belle e meno belle. Sono pur sempre sorprese. Buone camminate con uno zaino pieno di curiosità, di meraviglia, di stupore. Al primo problema (perchè se lo chiamiamo così è veramente un problema, non sappiamo risolverlo) torniamo indietro, cambiamo strada. La montagna non scappa. Ci aspetta. Sempre. Un saluto dal Friuli Venezia Giulia! Buon anno!Mandi mandi!

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