In ricordo di Gabbo

Sergio Perero è un alpinista provetto, le cui abilità gli sono state tramandate da generazioni. Credo che tutti i camosci bianchi del mondo vorrebbero andare con lui in montagna, almeno una volta nella vita. E noi abbiamo avuto la fortuna di farlo, ancora quando non esisteva questo blog.

Non c’è persona migliore che possa ricordare Gabriele Boetti, scomparso sulla Punta Cristalliera (2801 m), nelle Alpi Cozie, il 6 gennaio scorso. La triste notizia l’apprendiamo dal quotidiano La Stampa che l’8 di gennaio ha dedicato due pagine alla tragedia (cliccate qui per visualizzarle) che ha coinvolto anche il compagno di cordata Alberto Miserendino. Tra quelle righe “incontriamo” nomi che conosciamo ma anche qualche imprecisione, che se ai più possono sembrare inezie, in verità sono questioni importanti per comprendere il mondo montagna.


Testo di Sergio Perero. Foto di Gabriele Boetti

Ho letto diversi articoli sui media che parlano di Gabriele (Boetti) e citano anche il mio nome. Li ho letti perché Gabriele, Gabbo per noi amici, era una persona a me cara e la sua scomparsa mi ha lasciato un segno, un solco nell’animo che come tutti cerco di colmare.
Ho letto cose diverse ma molte sono imprecise o superficiali. È logico, dopotutto non è facile scrivere di montagna, anche se l’argomento sembra banale, né tantomeno descrivere una persona che non c’è più e i cui dettagli sono da reperire in qualche modo.

Voglio per tanto dare spazio ad una descrizione più profonda e corretta del mio amico.

Gabriele era una persona comune, un semplice uomo di 29 anni, con un lavoro qualsiasi (tecnico informatico), una casa, un telefono, una vita come tante se ne possono trovare.
Gabbo però era anche un escursionista-alpinista.
Senza scendere nella fredda ed inutile tassonomia dei ruoli, voglio dire che era un ottimo camminatore, amante della montagna che si era appassionato anche all’aspetto più tecnico dell’ascendere.
Era fisicamente preparato ed allenato, tecnicamente stava migliorandosi passo–passo. Procedeva senza quella fretta che caratterizza il mondo di oggi, quella foga del tutto subito, del “prova e cambia” che tanti hanno quando si approcciano alla montagna come uno dei possibili sport da praticare.
Per Gabbo era diverso. Era una passione, qualcosa che ti brucia dentro che ti appaga e ti stimola, non un banale sport.
Gabbo era sì sportivo. Era un ciclista, ex giocatore di basket, un praticante ad alto livello delle arti marziali ma la montagna era qualcosa di più profondo della mera attività fisica. La montagna era connubio con la natura, era scoperta di se stesso era un mondo in cui era libero di essere lui.
La montagna era uno spazio dove il suo particolare carattere, il suo pensiero profondo e anche un po’ schivo trova campo per esprimersi.

Ho conosciuto Gabbo tramite un’altra passione in comune, quella dei giochi di ruolo.
Dal liceo ho mantenuto delle amicizie con i compagni di allora. Ci troviamo ogni tanto durante qualche serata dedicata.
Gabbo era entrato per caso nel nostro gruppo di amici e dopo poco avevamo scoperto di avere in comune anche la passione per la montagna.

Si è subito delineato come un tipo eclettico, con un carattere introverso, si direbbe strano ma io preferisco dire fuori dagli schemi, fuori dal comune.
Era appassionato di fotografia, di cultura e letteratura orientale e di tecnologia.
Uno capace di una meticolosità maniacale nella scelta delle attrezzature alpinistiche ma che si divertiva a ridere con noi la sera per delle stupidaggini dette o viste su internet.
Un adulto nelle scelte e nei comportamenti, in montagna come nella vita, ma con gli occhi di un bambino felice mentre guardava il mondo dalla vetta di un 4000.

Tra me e lui c’è stato subito feeling e quindi, come normalmente accade, abbiamo deciso di fare qualche gita insieme, come amici.

Su questo punto voglio fare una precisazione. Negli articoli che ho letto c’è scritto che Gabbo andava con dei professionisti, tra cui il sottoscritto. È vero, è andato in montagna anche accompagnato da guide alpine ma chi ha detto che io sono un professionista?
Il professionista della montagna è uno solo: la Guida Alpina. È una figura che accompagna ed insegna l’alpinismo, e gli altri sport di montagna, dietro compenso.
Io sono un semplice appassionato che ha messo al servizio della collettività parte del proprio tempo come volontario del Soccorso Alpino e parte come istruttore sezionale del CAI.
Ci sono istruttori e soccorritori che possono anche esser preparati, tecnicamente e fisicamente, come un professionista ma non sono figure sovrapponibili, è bene precisarlo.
Ritengo giusto che si vada in montagna anche con l’ausilio di un professionista, sia chiaro, ma tra me e Gabbo era pura e viva amicizia.
Lo specifico perché è un rapporto completamente diverso. Gabbo voleva imparare sul campo ed io gli ho indirettamente offerto la possibilità di farlo legandomi con lui e mostrandogli i primi rudimenti dell’alpinismo. La differenza è che come amici si condivide tutto non solo la giornata di sport o di lezione.
Si condividono il passaggio di conoscenza, di esperienza, la scelta della meta, la strategia, gli orari, le modalità operative. Le scelte sono condivise ed il peso delle stesse ricade in modo bilanciato su tutti i partecipanti. Ovviamente la persona più esperta dovrebbe avere un peso maggiore ed infatti Gabriele mai ha cercato di imporre la sua idea ed ha sempre accettato i miei suggerimenti cercando di capire e imparare quale fosse il ragionamento, la regola alla base delle scelte per poterne fare in autonomia la volta seguente.
Abbiamo così fatto qualche 4000, anche con altri amici diventati subito comuni, e qualche arrampicata e percorsi su terreni particolari come creste rocciose e terreni di alta quota.

Gabbo, non avendo impegni familiari e di lavoro, come il sottoscritto, ha continuato a far gite, ad allenarsi, a voler imparare, a volte chiedendomi consigli e ragguagli. Spesso andava da solo applicando tutto quello che sapeva e quello che via via imparava.
Aveva già un ottimo bagaglio personale dovuto alle numerose escursioni anche in periodo invernale ed innevato ma era umile e quindi voleva migliorarsi, imparare.
Per l’approccio invernale alla montagna ha scelto, giustamente, di rivolgersi ad una guida alpina iscrivendosi ad un corso di formazione dalla stessa erogato e che, purtroppo, non potrà frequentare.

Mi piace ricordare Gabbo come quel ragazzo ripreso nella foto, rimbalzata sui vari giornali, che lo ritrae sulla vetta di una cima sopra i 4000 metri.
Quella foto l’ho scattata io, e mi ricordo le parole che mi disse in cima alla Zumstein.
La meta era la Dufour, la cima più alta del gruppo del Monte Rosa, ma non se la sentì di percorrere la cresta che costituisce la via normale italiana alla vetta.
“Non sono ancora pronto, ma verrà il mio momento”, mi disse.
Ecco, quella frase racchiude tutto il Gabbo alpinista che ho conosciuto io.
Felice, anche se non avevamo raggiunto la vetta sperata, pronto ad ammettere i suoi limiti ma voglioso e desideroso di migliorarsi. Prudente ma pronto a mettersi in gioco.
Soprattutto libero, libero di essere se stesso nel mondo che più gli piaceva.

Saluti Gabbo, che tu possa godere dall’alto di tutte le vette che vuoi e che tu possa ancora ridere spensierato come facevi alle serate con gli amici o all’alba prima di uscire dal bivacco alla volta della designata meta!

Queste parole non cambieranno i fatti, non allevieranno il dolore né mio né di altri che ti piangono ma resterà come ricordo di te affinché l’oblio non ti cancelli come le tracce lievi che hai lasciato sulle nevi delle tue amate Montagne.

IL TUO AMICO

Sergio

One Response to In ricordo di Gabbo

  1. Beppe Rulfo says:

    R.I.P.

    Mi piace

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