Dialogo tra TomadiLanzo (Tuma) e il Genius Loci (Genio)

Testo di Laura Chianale* (per la traduzione delle parole in patois, cliccate sul numero che trovate subito a fianco: si apre un file a parte in pdf con le note al testo)

***

Mi chiamo TomadiLanzo, ma quelli di qua mi dicono Tuma. Sono centinaia di anni che vivo da queste parti, conosco ogni sasso, ogni prato, ogni mucca, ogni fiore, ogni filo d’erba, ogni stalla, ogni margaro, ogni catapecchia, ogni veilin(1), ogni gerla, ogni garbin(2), ogni reirola(3). Sono stata su tutti i tavoli delle valli, li ho visti cambiare commensali e cibo, ho visto nascere e morire decine di generazioni, ho visto costruire case, ho visto le piene più devastanti della Stura, ho visto ogni tipo di neve, ho visto fulmini assassini, ho visto matrimoni e funerali, ho visto sparare e uccidere e morire, ho visto crudeltà ed eroismi, ho visto processioni e risse. Ho visto la fame e la miseria, ho visto la dignità, ho visto e vissuto tutti i cambiamenti, lo spopolamento, per me tanto doloroso che mi ha quasi uccisa, ho visto rinascite e ricadute, ho visto passione e testardaggine.

Ho però avuto a fianco un grande amico, il Genius Loci, io lo chiamo Genio, anche se non gli piace tanto. Genio è più vecchio di me, infinitamente più vecchio, abita qua da migliaia di anni. E’ difficile da descrivere, sembra impalpabile a volte, ma allo stesso tempo molto solido, un concentrato di energie. E’ un gran lavoratore, instancabile, giorno e notte.


T (Tuma): Ciao Genio, presentati.

G (Genio): Ciao Tuma, è la prima volta che vengo intervistato, sono emozionato.
Dunque, mi occupo dell’armonia e delle relazioni tra acqua, vento, terra, piante, animali ed essere umano, sono l’anima antica e profonda delle valli e ne conosco e rappresento l’essenza, frutto di un lungo processo, lungo quanto la mia vita: l’insieme delle azioni, dei pensieri e delle emozioni di tantissime generazioni di persone che hanno vissuto in precedenza, un insieme di memorie e storie collettive.

T: Genio, ma dove vivi?

G: Ovunque, in ogni luogo, in ogni persona, in ogni filo d’erba. Nessun luogo può esistere senza Genius perché si trasformerebbe in un “non luogo”.

T: E cosa mangi?

G: Sono alla costante ricerca dell’armonia, è il mio cibo preferito e ne sono molto goloso.

T: A dirla tutta Genio non è farina da far ostie, come diciamo da queste parti, sovente emette suoni di rabbia, lo sento sbuffare. E’ davvero un po’ farnastico(4), e, come ogni essere vivente, accoglie dentro di sé buio e luce.
È un amalgama di energie, vibrazioni, sensazioni, emozioni, rancori, pazzia, ribellione, sottomissione. E’ il carattere delle valli.

G: Soffro se i valligiani con le loro azioni non si curano del luogo in cui vivono, non gli vogliono bene, non se ne sentono parte. Mi piace tanto la Bellezza, quella che palpita dalle nostre valli, ma per vederla bisogna togliersi gli occhiali della superiorità e dell’ignoranza e guardare con occhi liberi, e scovare ed esaltare la Bellezza dentro e intorno a noi con umiltà, pazienza, rispetto, determinazione e consapevolezza.

T: Genio, cos’è l’essenza delle nostre valli?

Si incupisce, forse perchè ho la faccia di chi non ha capito tanto bene… Ma è solo concentrato, perché un attimo dopo si illumina e mi travolge di parole.

G: È la Bessanese e l’amiantifera di Balangero, sono le baite in pietra costruite in famiglia il sabato e la domenica e gli orridi e tristissimi condomini a dieci piani tirati su in fretta e furia per catturare i villeggianti e adesso con le serrande ostinatamente chiuse, sono gli scuolabus gialli che viaggiano raggianti avanti e indietro, e i centri estivi allegri e colorati, sono i ragazzi delle superiori che si alzano all’alba e tornano al tramonto, su e giù tra montagna e pianura su pullman, sono le strade grattugiagomme con pertus(5) che ci puoi sprofondare, le strettoie che quando si incrociano due camion sono dolori, è la storica malconcia ferrovia che tanti ci invidiano ma che in fondo snobbiamo e quasi sopportiamo, sono le piole in cui si beve una volta, magari più di una volta e poi… oplà, via la patente, sono i campanilismi estremi, anche tra frazioni e famiglie, faide inspiegabili generazionali, e sono i tedofori delle Valliadi che hanno commosso e unito tutte le valli, sono i drolu(6), che sono quelli da Procaria in su, ma anche i ciausan(7) non scherzano e discendono dai calabresi al confino, e vogliamo parlare poi di quelli di Pugnetto, e quelli di Richiaglio che Mike Bongiorno gli ha fatto arrivare la luce, e i viucesi dicono siveisu(8), e moi e toi(9), e se quelli di Pessinetto sono li cain(10) ci sarà un motivo, e i balmesi sono servaj(11), abitavano nelle barme(12) e adesso si sentono furbi e fanno anche la birra e hanno vietato l’elicottero e le motoslitte.

E Mezzenile che non li capisci parlare? Che hanno un goddu(13)…, adesso che hanno vinto le Valliadi ci vanno tre a tenerli e uno a parlargli. Poi con il castello Francesetti, che poi castello non è ci hanno montato su un finimondo e fanno gli snob…

È Santa Cristina che è di Ceres ma è di Cantoira e il più furbo di Ceres si è fatto fregare dal più drolu di Cantoira.

È la Madonna Nera di Forno e quella del Ciavanis, è il santuario di Sant’Ignazio e la cappella della peste a Ceres, è la Madonna degli Olmetti, sono le centinaia di piloni votivi sui sentieri e crocevia, sono gli ex voto e le donazioni.

Sono le masche che abitano in ogni borgata ma qualche borgata è più abitata di altre, è la celebre parsimonia nostrana, ma anche la gara di generosità che si scatena a ogni incanto e per tutti quelli che hanno bisogno.

Sono i boschi incolti, dove una volta c’erano prati e ci si strappava di mano un legnetto per il fuoco e guai a buttare un riccio vuoto, ci si accendeva il putagè e adesso le castagne marciscono a terra in mezzo alle foglie.

Sono le campane che cantano allegre, è la tristezza ritmata della pasà(14), sono le pietre della posa.

Sono i giorni di marca, Santa Bibiana quaranta dì e na smana e Sant’Orso con il suo pajun(15) e San Medardo.

Sono i villeggianti, che ormai non ce ne sono più di quelli che si fermavano tre mesi, ma una volta….una volta si vendeva il latte, qualche uovo, un po’ di burro, due patate, un po’ di verdura e buoni che erano e intanto si racimolava qualcosa per l’inverno negli stabi(16).

Adesso… quei pochi rimasti, a parte quelli con la badante, sono vegani e vegetariani e guai il salame, e le uova solo se le galline sono felici, e il latte e il formaggio no perchè fanno male al colesterolo, e la drugia puzza, e vanno a balinare(17) i prati con i cani che poi a fare il fieno e la riorda(18) si marturia(19).

E’ la polenta con le patate dentro, sono le fiere, sono le feste patronali, la banda e gli alpini, è cantarne due negli ubergi(20) (i drolu di Cantoira, bisogna dirlo, sono i più bravi), sono le cene dei coscritti, che poi per due o tre giorni non sei in bolla, è la sina di marghè(21), sono i rudun e le bersane(22), è la battaglia delle reine, che se ci beccano gli animalisti sono dolori, e tanto ad Aosta perdiamo sempre che hanno reine di 80 miria.

E’ la curenta, che ogni paese ci ha la sua, ed è la più bella di tutte e tutti la ballano e fa tanta allegria e quando la ballano i priori in costume è ancora più bella. La curenta non è una danza qualsiasi: “È la danza che ognuno ha dentro di sé” (cit.).

E’ la desarpà(23), l’annuncio dell’autunno che arriva, finisce un’altra stagione, si torna in stalla in pianura, festa di sorrisi e bronci degli automobilisti frettolosi o preoccupati di sporcare la macchina, le vacche con i rudun chiassosi che suonano un concerto primitivo e inconfondibile, i marghè, anche i più piccini, con le canne e gli scarponi che camminano orgogliosi a fianco della mandria.

Sono le guide alpine, conosciute in tutta Europa per la loro capacità, che accompagnavano i giovani benestanti stranieri che da fine 800 praticavano i sentieri valligiani. Guide alpine, o contrabbandieri, o ambedue, il confine a volte era davvero sottile. E’ il museo di Balme, che custodisce la loro storia e che forse è un po’ trascurato.

E’ la nosta moda, il patois o per meglio dire, il francoprovenzale, che cambia di frazione in frazione ed è bellissimo nella sua ricchezza di varianti, così pittoresco che a volte è intraducibile.

Sono le montagne che ci circondano, le Levanne incappucciate, il col della Crocetta, il passo delle Mangioire, Pian Sulera, il vallone del Sea, Malciaussià, i laghi Verdi, il Rocciamelone, le gorge di Mondrone, i prati, i ruscelli, la Stura e le sue cicliche alluvioni. Il cielo immenso.

Sono i chilometri di muretti a secco che tengono su le montagne, il ponte di Cesale, quello del diavolo, le mulattiere costruite in tempi remoti che resistono orgogliose al passare del tempo, e ne hanno visti di ciocule(24) e di scarponi.

T: Il mio amico Genio qui si commuove e tira un sospirone.

G: Tutto questo, e molto di più, è l’essenza delle valli, sono io.

E continua, bisbigliando di una grande opportunità, offerta dalla Strategia Nazionale Aree Interne, secondo lui è un’importante occasione per capire, tutti uniti, come valorizzare identità, storia e tradizioni locali e creare una base fondamentale per l’economia virtuosa, un’economia che punti a eliminare, o ridurre moltissimo, la pendolarità e lo spopolamento. Ma ha paura, paura che ancora una volta vengano proposti modelli vecchi e fallimentari, che hanno svilito Genio, modelli che, lui dice, hanno rappresentato e presentato la montagna in funzione e in subordine del modello cittadino.

G: Vedi, Tuma, ci saranno grandi cambiamenti, ci sono tutti i segnali, parecchi miei colleghi Genii Loci sono morti o moribondi a causa del disordine e della disarmonia dei loro luoghi, generati dalle azioni sconsiderate e irrispettose dell’Uomo. La disarmonia genera (moltiplicandola) disarmonia, bisognerà affrontare scenari insoliti, l’eccezionalità diventerà la norma, la montagna dovrà trovare altri equilibri. Servirà molto coraggio per affrontare le inevitabili difficoltà con schemi e progetti innovativi, che rimettano la Madre Terra al centro delle attività umane e riportino in vita e in salute i Genii Loci. Una rivoluzione copernicana.

Ma poi sembra crescere in Bellezza, si dilata e io sento un piacevole tepore.

G: Ma… da qualche tempo mi sembra di percepire un piccolo refolo di freschezza, avrebbe bisogno di crescere per spazzare via decenni di scelte suicide. Sento svilupparsi qua e là sensibilità e ripensamenti, verso le origini, la storia, la cultura e il territorio, non so se saranno sufficienti, c’è bisogno di tanto lavoro e tanto buon senso, vedremo…

Ciao Tuma, appuntamento tra dieci anni per un’altra chiacchierata.

Forse.


*Laura Chianale vive a Pessinetto Fuori (Valli di Lanzo), in un luogo molto apprezzato e frequentato dalle masche ma Groscavallo e Mezzenile si contendono senz’altro il suo DNA, metà drolu e metà farnastico. Profondamente innamorata del Genio, che sente e vede ovunque, grande amica di Tuma con la quale negli ultimi anni condivide inaspettate e gratificanti esperienze


Grazie infinite per il coraggio, la schiettezza e l’onestà intellettuale di Laura Chianale che con questo testo cristallino rompe il silenzio dei valligiani sul loro straordinario mondo. Grazie per la verità.
In quest’epoca dobbiamo constatare, per l’ennesima volta, e non solo nelle Valli di Lanzo, che i più grandi rocciatori appartengono al genere femminile. Non afferrano pareti per portare il loro ego a sventolare inutilmente in cima al mondo ma sentono umilmente il lamento dei luoghi. E così le trovi in prima linea a lottare per la Vita e l’avvenire.
I maschietti sono avvertiti: le masche sono tornate e questa volta non andranno al rogo.

3 Responses to Dialogo tra TomadiLanzo (Tuma) e il Genius Loci (Genio)

  1. serpillo1 says:

    Deliziosa ed originale chiacchierata tra la Tuma e il Genio.

    Da escursionista che sono inserisco nella loro conversazione (non me ne voglia la vegliarda e generosa Tuma) le brutture delle piste forestali mal pianificate e progettate che hanno inferto lacerazioni visibili al territorio montano e la ricchezza di flora e fauna che nulla toglie ad un Parco Nazionale.

    Grazie Laura. Mi hai fatto emozionare.

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  2. fabiofab011 says:

    Bella conversazione, caratterizza molto le valli che potrebbero essere molto più valorizzate di adesso con un progetto in comune, che possa attirare gente interessata alla montagna ‘sostenibile’ e lenta, preservandone gli aspetti che per secoli le hanno plasmate. E magari attraendo anche nuove idee e attività nel rispetto della storia passata. Anche il territorio montano, per vivere, ha bisogno di evolversi, di trasformazioni che lo facciano navigare verso un futuro che abbia memoria del passato, come piace a noi.

    E poi aggiungerei lo sci di fondo, perfetto per vivere la montagna anche d’inverno (sperando che la neve torni ad essere più abbondante…).

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