Il vallone del ghiacciaio

Testo e foto di Giovanni Baccolo

La meta di oggi è il vallone del ghiacciaio. È una lingua di detriti incuneata tra alte pareti che nella parte più bassa si perde tra ghiaioni che degradano verso i pascoli, ma in alto è così definito da sembrare un canyon. È un luogo disumano, ma non perché lassù si vivano esperienze insopportabili, bensì perché tra quelle rocce l’uomo è un alieno. Prova di ciò è la solitudine cristallina che vi regna: non ho mai incontrato nessuno nel vallone. Non bisogna però lasciarsi trarre in inganno, quello di cui stiamo parlando non è uno di quei luoghi remoti che richiedono ore e ore di fatica per essere raggiunti, tutt’altro. Per arrivarci basta un’ora di cammino da alcuni dei più affollati prati delle Dolomiti, eppure nel vallone non ci va mai nessuno. Non ci sono tracce che lo percorrono e non esistono modi semplici per attraversarlo, è questo il suo bello: non ci sono scopi preconfezionati che spingano a raggiungerlo.

Grazie alla sua posizione, il vallone permette di passare dalla faccia turistica della montagna, fatta di biciclette elettriche, impianti a fune e malghe/ristorante, alla sua antitesi, la wilderness. Il silenzio, contrapposto al chiasso umano dei pascoli, è una barriera invisibile e insormontabile che separa le due prospettive.

Per raggiungere il vallone seguiamo una strada bianca, dove il rischio di essere investiti dai pullmini e dalle biciclette non è del tutto trascurabile, poi un sentiero e infine una traccia che attraversa i ghiaioni ai piedi delle pareti. La traccia scompare all’improvviso perché ad ogni pioggia il ghiaione è investito dai detriti che la montagna scarica dall’alto. Un paio di ometti di pietra indicano l’accesso al vallone, ovvero la spalla di una morena abbandonata. Una volta scavalcatala si scende il pendio di sfasciumi: siamo entrati nel vallone. Ci incamminiamo verso l’alto, cercando il percorso migliore tra giganteschi ammassi di pietre molate dalle intemperie e profonde incisioni scavate tra i sedimenti instabili. Lo sguardo vaga per le pareti tetre e i versanti consumati, ovunque si colgono i segni che il tempo lascia sulle montagne. Il vallone è come una ferita a cielo aperto. Le nicchie bianche nella pietra raccontano di frane recenti; le striature e le superfici levigate dei massi sono i graffi incisi dal ghiaccio; le morene si disfano liberando a valle colate di detriti rossastri. Un ambiente di rovina, sconvolto dal ritiro del ghiacciaio che fino a pochi anni fa riempiva tutto il vallone, garantendo stabilità ai versanti. Il cambiamento climatico incalza e il piccolo ghiacciaio di media montagna ha accusato il colpo, ritirandosi verso quote più alte. Ormai è attestato nel catino sommitale, al limitare dei tremila metri. Più in basso tutto sta cambiando e i segni lasciati dalla sua contrazione sono evidenti e molteplici. Tra le pietre accumulate davanti alla fronte del ghiacciaio, le prime piante attecchiscono senza dare nell’occhio, occupando un terreno che da tempo immemore era sepolto dai ghiacci e non veniva lambito dalla vita.

Sono le piante pioniere, le prime capaci di colonizzare gli ambienti sterili lasciati liberi dai ghiacciai. Non hanno bisogno di un suolo fertile: le loro radici occupano le spaccature tra le rocce e catturano gli scarsi nutrienti. Due piante dal fiore bianco sono facilmente riconoscibili: il camedrio e il ranuncolo dei ghiacci. Sono piante minute che per sopravvivere al clima rigido di questi ambienti si sono adattate ad occupare le nicchie tra un masso e l’altro. Il camedrio è una delle più comuni piante pioniere che si trovano in alta quota sui terreni calcarei e dolomitici. È facilmente riconoscibile grazie al fiore bianco che esibisce all’inizio dell’estate. Anche le sue foglie però attirano l’attenzione, perché nonostante siano davvero piccole, rivelano una certa complessità e sembrano le foglie in miniatura di una quercia, con i lobi, le nervature e i margini dentellati ben evidenti. Il camedrio potrebbe essere eletto la pianta simbolo del cambiamento climatico e il vallone ne sarebbe il degno tempio. Esso non è infatti soltanto una pianta pioniera, è anche un relitto glaciale, ovvero una pianta che è giunta alle nostre latitudini durante le ere glaciali. Quando il clima del pianeta si raffreddò, il camedrio, perfettamente adattato a temperature rigide, intraprese una lenta ma inesorabile marcia verso sud, espandendo il proprio areale. Ventimila anni fa, al termine dell’ultimo periodo glaciale, il piccolo fiore non poté fare altro che invertire la rotta e tornare sui suoi passi inseguendo il freddo verso l’artico, dove ancora oggi trova un ambiente ideale alle sue esigenze. Alcuni esemplari riuscirono però a sfuggire alla migrazione climatica, trovando un’isola fredda nel cuore d’Europa, le Alpi. Quei piccoli fiori sono quindi le sentinelle di un clima che non c’è più e ancora oggi inseguono il freddo spostandosi verso quote sempre maggiori. Chissà se l’uomo un domani sarà costretto a ispirarsi al camedrio, cercando rifugio laddove il clima non sarà diventato troppo ostile nei suoi confronti.

Continuiamo a salire la pietraia, questa volta non sono solo, ci sono anche Giulia e Marcello. A dire il vero sono stati proprio loro a chiedermi che li portassi quassù dopo aver raccontato di questo luogo. Fosse stato per me, probabilmente non sarei tornato. Dopo tante stagioni so che questa potrebbe essere l’ultima uscita su questi monti per qualche tempo e un filo di malinconia è inevitabile. Fu proprio durante una delle prime visite al vallone che decisi di intraprendere un progetto che si appresta al termine. Osservo le cime che ci circondano, conosco i nomi di ogni guglia e potrei tracciare con il dito le vie di arrampicata che risalgono le pareti. Ho studiato queste montagne per anni, esplorandone i sentieri, le valli secondarie e spingendomi sulle vie di roccia più facili. Non mi piacerà lasciarle, ma la mia fissazione rivela il modo che spesso ho di rapportarmi alle cose. Voglio sempre conoscere ciò a cui mi interesso, e questa potrebbe anche essere una buona cosa. A volte però il desiderio di conoscenza è tale da farmi perdere la visione d’insieme. Allontanarmi da questi monti sarà un modo per riallargare le vedute. Tornerò, ma soltanto quando sarà un semplice desiderio a suggerirmelo, non pensieri un poco artificiosi. Ma aldilà di tutto, questo è sicuramente un luogo meraviglioso ed è bello essere qui con un paio di amici e condividere questa giornata. La natura qui è potente e nella sua asprezza quasi repulsiva, e sapendo leggere tra le rocce, si colgono tante storie che non hanno nulla a che fare con gli uomini.


Andiamo avanti, abbiamo raggiunto la base del pilastro che domina il centro del vallone. Un tempo il gigantesco roccione era circondato dal ghiaccio e solamente la sommità spiccava tra i seracchi. Due colate di ghiaccio lo hanno consumato fino a renderlo un enorme panettone levigato. Mentre scherzo con Marcello, Giulia si ferma e tira un calcio a una roccia nera che spicca tra la candida dolomia. È vulcanica e viene da uno dei filoni eruttivi che attraversano questa parte del massiccio. Ce n’è uno che affiora proprio qui, alla base del pilastro. Chissà che catastrofe quando qui prosperavano le barriere coralline e dall’oggi al domani arrivarono colate di lava sottomarina a sconvolgere tutto. Proseguiamo, non manca molto per arrivare a ciò che rimane del ghiacciaio. Bisogna scavalcare l’ultimo gradino di roccia. Giulia e Marcello trovano un passaggio a sinistra, dove una lente di ghiaccio morto ricoperta dai detriti, fa da ponte e permette di risalire il gradino. Io invece vado dritto e cerco di superarlo al centro. Non è poi difficile, si trovano appigli ovunque, basta spostare le rocce instabili che ricoprono tutto. Fino a pochi anni fa qui arrivava il ghiacciaio e ritirandosi ha disseminato ovunque le pietre che trasportava. Si sente che non manca molto perché una brezza gelida ha cominciato a spirare da monte. Soffia lentamente, senza raffiche, ma con insistenza e in pochi minuti ci dobbiamo fermare e indossare tutto ciò che ci siamo portati nello zaino, nonostante sia una calda giornata di piena estate. È il respiro del ghiacciaio. L’aria che rimane intrappolata nella testata del vallone si adagia sul piccolo apparato e si raffredda, diventando densa e pesante. Sotto il suo stesso peso scivola sul fondo del vallone, guadagnando velocità, come fosse una pallina che rotola verso il basso: esempio da manuale di vento di caduta, così respira un ghiacciaio.

Senza accorgercene siamo arrivati alla fronte. Il vallone sembrava chiudersi sempre più, ma appena superato il gradino, le pareti si sono improvvisamente allontanate, mostrando lo splendido circo sul cui fondo sopravvive il ghiacciaio. Il luogo è notevole, ma non bisogna essere esperti glaciologi per capire che il piccolo apparato non gode di buona salute. La neve invernale è quasi del tutto scomparsa, piccole chiazze rimangono soltanto ai piedi delle pareti: gli ultimi residui dei depositi accumulati dalle valanghe. Se al termine dell’estate non rimane neve d’annata, significa che il ghiacciaio non ha speranza di contrastare la fusione estiva ed è quindi destinato a un rapido ritiro. A parte le rare chiazze di neve, nella parte bassa del ghiacciaio affiorano placche di ghiaccio nerastro, circondate da una gran quantità di detrito sparso. Intorno a noi si alzano grandi depositi che sembrerebbero morene, ma sono in realtà lembi di ghiaccio alti una decina di metri completamente ricoperti da pietre e sedimenti. Capiamo che è ghiaccio soltanto perché il lato rivolto al sole fonde copiosamente, provocando una continua caduta di pietre. Per avvicinarci al ghiacciaio attraversiamo una zona fangosa, dove l’acqua di fusione ha creato un gelido pantano. Nelle pozze galleggiano minuscoli iceberg, ne prendo uno in mano. Ghiaccio dolomitico mi dico, una rarità che sarà sempre più difficile da trovare.

Salire ancora sarebbe difficile perché non abbiamo con noi i ramponi, ma nemmeno ci interessa. Ci sistemiamo su un masso e osserviamo il ghiacciaio, ascoltando il rumore dell’acqua e dei massi che scivolano. Centocinquanta anni fa i primi alpinisti che passarono di qui scelsero proprio questo ghiacciaio per salire le celebri cime che lo circondano. Da decenni nessuno segue quei percorsi perché considerati pericolosi e difficili. Il ghiacciaio non ha più importanza per il mondo alpinistico e mai ne ha avuta per quello escursionistico. Sarò forse esagerato, ma è proprio il completo disinteresse che rende questo luogo così speciale. È un luogo di montagna, nient’altro: come insegnano a scuola, è l’antitesi senza cui non può esistere nessuna sintesi.

Mangiamo qualcosa, scherziamo e scattiamo delle fotografie. Scendiamo a valle con un bel sorriso in volto, che nemmeno il temporale riesce a spegnere.

Giovanni Baccolo (@g_baccolo)

One Response to Il vallone del ghiacciaio

  1. È come arrivare su un altro pianeta, di cui s’intuisce la rigogliosa bellezza, che anno dopo anno, sparisce lasciando un’arida natura. Chissà se un giorno tornerà a rifiorire, o rimarrà per sempre un ricordo.

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