Nel Vallone Croset

Quella che m’appresto a raccontarvi non è una storia a lieto fine. Quella che cercherò di narrarvi è l’esperienza di una perdita. E di una sconfitta.

Nelle Valli di Lanzo, a 2405 metri di altitudine, il Colle Croset unisce la Val d’Ala (la mediana delle Valli di Lanzo) alla Val Grande. Situato tra il Monte Doubia (2463 m), a est, e la Punta del Rous (2556 m), a ovest, è un valico cacciato in un angolino dal più frequentato Colle di Trione (2498 m), ad occidente, ove passa la famosa – soprattutto per i nordeuropei – Grande Traversata delle Alpi, la Via Alpina e, ora, il ritrovato Sentiero Italia. Tre percorsi di lunga percorrenza che si sovrappongono ma non ne basterebbero altri dieci per convincere gli italiani a mettersi in cammino per comprendere il senso dell’escursionismo.

Nella primavera del 2016 è stata una sottile linea rossa a farci venire l’appetito per questa lunga e profonda incisione, per nulla chiacchierata e molto misteriosa. Letteralmente schiacciato da due aree escursionistiche molto più rinomate, il Vallone di Trione (sentiero n. 305) e quello di Missirola (sentiero n. 304), il Vallone Croset (percorso dal sentiero Cai-Regione Piemonte n. 306) è stato dotato di bolli bianco-rossi da qualche anno a questa parte. E forse anche ripulito dalle piante infestanti.

Il Vallone Croset ripreso dal versante sud della Val Grande di Lanzo, a monte dell’Alpe San Bernè (Comune di Chialamberto), ad oltre 2000 metri. La linea rossa indica approssimativamente il percorso del sentiero n. 306

Nel 2016, arrivando da Missirola, notiamo la segnaletica sul sentiero e allora perché non sognare di farlo tutto? Da Migliere (1085 m) al Colle Croset (2405 m)?

Non sappiamo chi ha fatto questi lavori ma pensiamo che siano stati eseguiti da persone che certamente conoscono queste montagne. Sicuramente un lavoro imponente, stante la lunghezza e il dislivello di questo Vallone.

In tutti i casi in cui, in queste valli, ci siamo avventurati in territori sconosciuti, soprattutto quando non disponevamo di informazioni sullo stato dei sentieri, abbiamo sempre bussato alla porte del Cai di Lanzo per farci trasmettere via mail la traccia GPS del sentiero, se disponibile.

Ora non ci sembra necessario. Abbiamo visto i bolli, la carta escursionistica e dovrebbe essere improbabile incappare in difficoltà particolari. Certo, col nostro dispositivo faremo comunque la traccia per avere un filo d’Arianna che ci riporti a casa, in caso di problemi di orientamento.

Nello zaino abbiamo tutto quello che ci serve: previsioni meteo ottimali, assenza di caldo africano, carta escursionistica recente, due GPS, buon allenamento, i bolli sui massi e sugli alberi (quelli visti nel 2016 da quota 1400 metri a scendere) e soprattutto l’entusiasmo unito ad un’inarrestabile voglia di esplorare le Valli di Lanzo, anche nei suoi angoli più reconditi e trascurati. Chiamatelo Escursionismo, se vi va.

Le campane della chiesa di Migliere, contornate da montagne assonnate, suonano le sette quando facciamo i primi passi verso l’ignoto. Attraversiamo il torrente Stura e il Bec Tirsi, svettante ed ardito, ci dà subito il benvenuto, proprio alle porte del Vallone. Dopo poco arriviamo al bivio. E che bivio! A destra si va nel Vallone di Trione dove c’è la GTA (cinque ore di marcia per raggiungere l’omonimo Colle) mentre a sinistra c’è il nostro sogno dove ci aspettiamo non meno di quattro ore di cammino per raggiungerlo: il Colle Croset, già toccato nel 2008 dalla Val d’Ala (partenza da Martassina) col sentiero n. 236. Questo crocicchio è davvero un punto straordinario. Qui dei cartelli, alcuni antichi in pietra, elencano le tappe che attendono il viandante con tante ore di marcia.

Il Bec Tirsi (1732 m) alle porte del Vallone Croset

Qui, fermo ad osservare quelle indicazioni, sento fabbricare il tempo. Si dilata enormemente, si connette al cielo, dove il Sole, alle nostre spalle inizia ad emergere inesorabile dal Monte Bellavarda, attimo dopo attimo, scagliando affilate lame di luce che sciolgono le tenebre. E’ uno dei momenti più adorabili che si possono vivere nelle Alpi: ci attende il tempo (il crono), la fatica, le gioie, le paure e tutte quelle emozioni più profonde e squisitamente umane. Le montagne, queste montagne, sanno ricondurti a te, alla tua essenza. E soprattutto fanno una cosa straordinaria: ti fanno camminare con tutte le tue fragilità. Da queste non puoi nasconderti se accetti che le porte del tempo si spalanchino davanti a te, facendoti prendere contatto con il silenzio e la solitudine della tua anima.

Il sentiero non è agevole. Siamo nel pieno dell’esplosione del selvatico alimentato dalle recenti piogge e dal caldo torrido. Felci, ontani e altre specie vegetali invadenti afferrano la traccia quasi come se volessero divorarla. Ci troviamo sovente annegati nella vegetazione ma non troviamo ostacoli insormontabili. I bolli ogni tanto spariscono ma il percorso non è interessato da bivi evidenti che facciano sorgere incertezze. Solo quando iniziamo ad incrociare gli alpeggi, nelle radure, ci sentiamo un po’ disorientati perché facciamo fatica a trovare la segnaletica. Iniziamo a comprendere che, sebbene presente, anche se in modo molto discontinuo, non è stata posata dai volontari del Cai. Nei punti più critici non ci sono le tacche, proprio dove servirebbero. A Gias Vecchio costeggiamo la fila delle baite, dove ritroviamo i bolli, ma poi non vediamo i successivi. Dobbiamo consultare la mappa per orientarci.

Le prime due ore circa, seicento metri di dislivello prima di guadagnare il Gias Croset (1621 m), si sviluppano nel bosco con percorso a dolce pendenza ma soffocato dalla vegetazione. Stentiamo parecchio a riconoscere l’ambiente che abbiamo apprezzato l’ultima volta, scendendo dal Bec Tirsi. Dobbiamo voltarci alle nostre spalle per far spaziare lo sguardo, che così cattura il versante sud della Val Grande con i suoi villaggi a mezza costa e i valloni sospesi. Individuiamo facilmente il villaggio degli Alboni, la Mea e Roci Ruta. Alle loro spalle si innalzano bellissime incisioni che accolgono appaganti escursioni verso lo spartiacque Val Grande-Valle Orco, con notevoli dislivelli.

Nelle prime luci del mattino, il versante a solatio della Val Grande emerge alle nostre spalle, passo dopo passo

Dal Gias Croset, dove ci colpisce la grandezza delle baite affacciate sul Vallone della Vercellina e su quello di Unghiasse, sul versante a solatio, in quaranta minuti circa si raggiunge l’alpeggio di Gias Vecchio (1847 m), estesissimo. E’ impressionante la bellezza del luogo. Verso est, il Sole sta ricamando le creste proiettando luci ed ombre sul pianoro che creano suggestivi contrasti, tutti da fotografare. Fasci di luce indorano parzialmente la radura, solcata dal Rio Croset, mentre in altre zone primeggiano le ombre. Viviamo sensazioni meravigliose che ci fanno sprofondare in un silenzioso senso di ammirazione. Siamo ammutoliti pensando a quanto ci stiamo dando da fare per disintegrare anche questo mondo alpestre, tutti così drogati di combustibili fossili.

Arrivando a Gias Vecchio (1847 m)

E allora i nostri lenti passi, qui, nel Vallone Croset, sono una preghiera. Non sappiamo fare di meglio.

Un fazzoletto di neve resiste. Si trova a est del pianoro, protetto dalle ombre calate dal versante ovest della Testa di Missirola. Come doveva essere esteso cinquant’anni fa, o ancora prima, quando i montanari mantenevano in vita la montagna! Chissà che temperature frizzanti dovevano esserci in agosto, altro che i 30 gradi ed oltre a 1500 metri di questa pazza estate! E’ davvero triste pensare che stiamo perdendo tutto questo. Un delicato e fragile equilibrio climatico che ha permesso agli esseri umani di prosperare, di sognare e di immaginare un avvenire, grazie a paesaggi densi di significati ed opportunità. E pieni di vita. Adesso è tutto più complicato, grazie alla miopia di noi Sapiens.

Le baite in pietra di Gias Vecchio lungo il sentiero n. 306 (Migliere – Colle Croset)

Ci colpiscono molto le notevoli opere prodotte dalle antiche genti alpine affinché potessero sfruttare questi alpeggi. Rintracciamo imponenti opere di canalizzazione dell’acqua (le roye) e le baite sono di notevoli dimensioni. Sempre, in questi luoghi alpestri, mi chiedo come facessero a maneggiare un ambiente così ostico e repulsivo, sebbene sia molto affascinante e ricco (pascoli, acqua, nevai, foreste, insetti, fiori, selvatici, freddo e calore…). Provo grande ammirazione per coloro che seppero affrontare fatiche immani vivendo senza lasciare ai posteri un mondo di rifiuti e senza alterare il clima per soddisfare bisogni abnormi e smisurati rispetto alle potenzialità ambientali. Su questi sentieri percepisco tutta la mostruosità dello stile di vita cittadino ed è davvero complicato ed arduo riuscire ad innestarmi in questo ambiente, come essere umano del ventunesimo secolo, in proporzione ai miei consumi e alle continue richieste di energia dal pianeta. E’ un dialogo impossibile. Non riesco a farmi capire e non capisco i montanari che qui hanno interagito con questo ambiente, ricco e sorprendente. Incantevole, perché qui non sono passate mandrie umane a depredare tutto, per soddisfare la propria voracità, bensì “piccoli”, umili e poveri esseri umani.

Gias Vecchio con il versante sud della Val Grande

C’è una lunga serie di baite, le une affiancate alle altre, che si affacciano sulla radura, con l’ingresso rivolto ad est. I bolli bianco-rossi ci comunicano che siamo sulla strada giusta ma giunti sull’angolo di pietra dell’ultima malga, non troviamo più la segnaletica. Molte direzioni potrebbero essere quelle corrette e allora dobbiamo toglierci ogni dubbio consultando la carta escursionistica. Bisogna svoltare a destra, verso ovest. E infatti, dopo alcuni passi, una timida e sbiadita tacca bianca-rossa, rasente il suolo, ce lo conferma. Qui abbiamo la prova provata che chi ha posizionato la segnaletica non fosse molto ferrato in materia.

Ci attendono altri trecento metri circa di dislivello prima di raggiungere le ultime baite, l’ultimo alpeggio, prima del Colle. Sono passate tre ore dalla partenza e siamo a 1800 meri circa. Abbiamo ancora seicento metri di salita da compiere. Se tutto va bene, un paio d’ore. E così saranno cinque da Migliere.

Uno strappo, lungo il sentiero annegato nelle drose, ci conduce maldestramente all’alpeggio del Crot (2130 m). Un pilone votivo svettante ne annuncia la presenza. Da qui il panorama, appena voltate le spalle verso sud, è incantevole e racchiude anche le vette del gruppo del Gran Paradiso.

Con lo zoom al massimo riesco a catturare il suo ghiacciaio, su cui passa la via normale. E’ in pessime condizioni ed è visibilissima la crepaccia terminale, molto aperta. Noto anche alcune cordate di alpinisti che si apprestano a toccare la vetta rocciosa del quattromila tutto nostro.

Lasciamo alla nostra destra le baite in pietra ed una sparuta mandria di vacche che pascola beatamente. Molto più a monte, verso ovest, distinguiamo due persone. Alziamo il braccio in segno di saluto e loro contraccambiano. Sono molto distanti e per capirne i connotati sfrutto lo zoom della fotocamera. Sono certamente due pastori arrivati fin quassù per controllare il bestiame.

Mancano meno di trecento metri al Colle. Un’ora circa se non incontreremo problemi di orientamento. Ma dov’è?

Il Crot (2130 m)

Sono le 11. Le quattro ore di marcia cominciano a farci sentire la stanchezza. In questi casi – forse sbagliando – cerchiamo di non perdere nemmeno un secondo e avanziamo. Evitiamo così di fermarci per orientarci, confidando nelle tacche bianche-rosse che adesso sono più frequenti e più visibili. Sulla parete di un roccione incontriamo anche una bandierina rossa-bianco-rossa Cai-Regione Piemonte. Mi piacerebbe fermarmi per tirare fuori il pennarello nero indelebile e scriverci “306” sul bianco. No. La stanchezza gioca il suo ruolo in questi casi e ci spinge a raggiungere il prima possibile la meta dove, da sempre, ci imponiamo di alimentarci e riposarci, anche quando il tempo non è favorevole. E’ questa una regola fondamentale per noi, soprattutto quando si fanno lunghissime escursioni, molto dispendiose in termini di energie fisiche e mentali, perché bisogna pensare al rientro.

I bolli a pelo d’erba sono i meno funzionali perché vengono sovente oscurati dalla vegetazione. Ce ne sono molti posizionati così in questo Vallone

Continuiamo fidandoci dei bolli che ora ci conducono in una zona molto affascinante sebbene un po’ tetra. Siamo a 2170 metri e alla nostra destra ci sovrasta un enorme gradino di roccia molto verticale, che sostiene un altipiano ospitante due laghetti, con impressionanti rocce contorte ed un grande orrido nel centro. Le colorazioni delle pareti sono molto varie, dal bruno scuro al nero, dal marrone alle varie sfumature di grigio, con tratti rossastri. Adoro questo ambiente estremamente solitario, severo e ricco di contrasti e sorprese.

Voltandoci per un attimo, ci accorgiamo che il fondovalle della Val Grande è sempre più lontano. La civiltà è distante, ore di marcia per ritornarci. Lo sentiamo intensamente. In questo angolo delle Valli di Lanzo, lontani da tutti e da tutto, ci conforta notare la bellissima aquilegia alpina, che non ci ricordiamo di aver mai incontrato prima. Un colore blu delicato per un istante ci distrae dalla fatica e dalle incertezze, mentre cerchiamo di arrivare il prima possibile al Colle. A 2240 metri circa, la traccia piega decisamente verso destra (nord-ovest) ed inizia a risalire, nel suo punto debole, l’enorme salto roccioso che ci siamo lasciati alla nostra destra. La pendenza aumenta notevolmente mentre il percorso tende a scomparire tra i massi e l’erba degli alti e magri pascoli del Vallone Croset. Non è sempre immediato trovare il bollo bianco-rosso successivo. Riusciamo comunque a mantenere la rotta, quella che crediamo ci porterà ai 2405 metri del nostro valico.

Aquilegia alpina

All’improvviso la pendenza si riduce e davanti a noi compare una pietraia con grandi massi. Dobbiamo attraversarla con molta cautela, ogni tanto calandoci nel buchi tra una roccia e l’altra. Non è estesa per fortuna. Ma il Colle dov’è? Adesso la traccia dovrebbe svoltare decisamente verso sud. Forse è la dietro, alla nostra sinistra, superato quel dosso erboso?

Si notano il laghetti giacenti sull’enorme gradino di roccia. La traccia passa a destra. Sullo sfondo il Monte Doubia (2463 m)

L’altimetro segna 2400 metri. Vediamo un’evidente tacca su di una roccia al culmine del pendio che digrada sull’altipiano. Siamo arrivati?! È l’ultimo bollo e non ne vediamo altri intorno a noi. Giunti sulla dorsale ci affacciamo e notiamo che da qui si può solo più scendere a meno di non volere proseguire verso sud, per raggiungere lo spartiacque Val Grande-Val d’Ala, su terreno erboso e roccioso, privo di segnaletica. Non vediamo alcuna traccia.

L’ultimo bollo bianco-rosso del sentiero che abbiamo seguito termina sulla dorsale erbosa che divide il Vallone Croset con quello di Trione. All’orizzonte, tra le nuvole, compare il Gran Paradiso (4061 m)

Alzo lo sguardo e all’orizzonte emerge la sagoma inconfondibile della Levanna Orientale con la testata della Val Grande di Lanzo. Sotto di noi l’abisso del Vallone di Trione. Avremmo dovuto affacciarci sulla Val d’Ala! Cos’è successo? Non siamo sul Colle Croset! Esausto, faccio la cosa più veloce per capire dove ci troviamo, Apro il cappuccio dello zaino, tiro fuori lo smartphone, attivo il GPS e apro l’applicazione che legge la carta digitale della Fraternali.

Testata della Val Grande di Lanzo con l’evidente mole della Levanna Orientale (3555 m). Sotto di noi il profondo Vallone di Trione

Sulla dorsale erbosa, a 2429 metri rivolti verso sud, si osserva lo spartiacque Val Grande-Val d’Ala. Quello lassù non è il Col Croset ma un valico innominato sulla carta Fraternali n. 8 che si trova a quota 2460 metri circa. Nessuna segnaletica e nessuna traccia in quella direzione

In pochi secondi scopriamo che ci troviamo in un punto segnalato avente quota 2429 metri, al termine di una sottile linea rossa, che devia verso destra da quella più spessa a 2240 metri. Ma non abbiamo incontrato alcun bivio segnalato! Abbiamo semplicemente seguito i bolli, la segnaletica ufficiale del Cai-Regione Piemonte! E queste sono gli unici segnavia presenti! Che però non ci hanno portato sul nostro Colle, il punto finale del sentiero 306.

La linea verde è la nostra traccia GPS mentre quella rossa è l’originale disegnata sulla carta Fraternali n. 8. Il sentiero n. 306 a catasto è quello che dovrebbe portare al Colle Croset (2405 m)

La linea rossa è il sentiero segnalato che non porta al Colle Croset ma ai piedi di un colle innominato sullo spartiacque Val Grande-Val d’Ala (cliccare sulla foto per ingrandirla)

Dunque abbiamo sbagliato grossolanamente perché non ci siamo accorti che le tacche non ci stavano portando alla nostra meta.

Dunque chi ha fatto questi lavori ha sicuramente sbagliato perché non si bollina un percorso che devia decisamente da quello principale (il sentiero a catasto n. 306) portando gli escursionisti in un punto che non è quello di arrivo in questo Vallone, quello che è segnato sulle carte escursionistiche. Questo è un grave e clamoroso errore che nasce dall’assoluta mancanza di cultura escursionistica. Tra l’altro non abbiamo trovato alcuna indicazione che questi bolli portassero da un’altra parte. Nessuna freccia, nessuna scritta sulle rocce. Nessun cartello, soprattutto alla partenza. Perché?

Sulla mappa numero 8 della Fraternali Editore (la carta più recente ed aggiornata attualmente in commercio) la linea spessa di colore rosso (segnavia 306), che indica sentieri segnalati e ben percorribili, a quota 2240 metri non devia decisamente verso destra (nord-ovest) bensì prosegue verso sud-ovest con percorso diretto al Colle Croset.

L’ultimo bollo bianco-rosso a quota 2429 metri di un percorso che non ne capiamo il senso

Noi ci siamo fidati, come sempre, delle segnalazioni incontrate lungo il sentiero. Come potevamo immaginare che portassero da tutt’altra parte, ovvero su di una dorsale erbosa che si affaccia sul Vallone di Trione anziché sulla Val d’Ala? L’ultimo bollo bianco-rosso che troviamo, a quota 2429 metri (quota indicata sulla carta), non ha alcun significato. Sa di sconfitta, di perdita. “Abbiamo perso il Colle e allora vi portiamo fin qui” sembrano dire coloro che hanno fatto questo lavoro disorientante.

La segnaletica presente sulla pietraia, poco prima della dorsale erbosa

Dopo esserci rifocillati e riposati un pochino, verifichiamo con attenzione la mappa. A 2240 metri, rientrando, ci dovrebbe essere il sentiero 306, quello che porta al Colle. E allora, dopo aver caricato il filo di Arianna sui GPS, attiviamo anche la mappa digitale sullo smartphone. Scendendo verso il Crot, e guardando in alto e alla nostra destra, ci accorgiamo che una traccia risale, con alcuni tornanti, il ripido pendio erboso poco sotto il Colle.

In discesa verso l’alpeggio del Crot. In alto a destra c’è il Colle Croset. Al centro della foto si intravedono le tracce del sentiero che non è stato bollinato e ripulito. La zona problematica per l’invasione delle drose è quella sulla fascia rocciosa, a sinistra e in basso della prateria alpina

Sotto di noi notiamo un’esile traccia che si stacca da questo percorso bollinato. Vogliamo raggiungere quel punto per cercare il sentiero che va al Colle. Posizionati proprio sul bivio, affrontiamo in salita la traccia che si stacca dal sentiero principale. Dopo pochi metri ci troviamo davanti ad un muro di drose. È un binario morto. Non si può proseguire. Iniziamo a credere che il sentiero per il Colle è perso da tempo. Forse, per non perdere definitivamente il Vallone, e il 306, chi è arrivato fin quassù, con le latte di vernice e i pennelli, ha pensato di portare comunque gli escursionisti da qualche parte? Fin dove il terreno lo permetteva? Ma se è così, perché non segnalarlo in partenza? O almeno a quota 2240 dove il sentiero bollinato non va più al passo del Croset?

L’esile traccia individuata in discesa. Si stacca esattamente nel punto in cui c’è il bivio sulla carta Fraternali n. 8

Il bivio a 2240 metri, non notato all’andata. Il sentiero n. 306, dopo un brevissimo tratto verso sinistra, si dovrebbe innalzare proprio dove si nota la folta vegetazione, per superare le fasce rocciose

Delusi da chi ha fatto un lavoro del genere, che porta da nessuna parte, senza peraltro confrontarsi con il Cai e nemmeno informando chi produce le carte escursionistiche, rientriamo non senza prima aver scattato numerose foto alla zona sotto il Colle per cercare di intravedere il sentiero. Notiamo soltanto, nella prima parte, la presenza di una folta, spessa e alta vegetazione invadente. È lì in mezzo che passava il sentiero. Chissà quanti anni fa… Non bastavano le latte latte di vernice ma erano necessari anche tutti quegli attrezzi adatti a tagliare gli arbusti che hanno soffocato il sentiero storico.

Il Colle Croset e il bivio (2240 m) non segnalato sul terreno ma presente sulla carta Fraternali n. 8. A sinistra il probabile tracciato dell’antico sentiero n. 306 mentre a destra il precorso che abbiamo seguito, tutto bollinato

Adesso capiamo perché al bivio della partenza le frecce non indicano, come destinazione finale, il Colle. Il cartello che segnala la direzione per il Vallone Croset riporta tappe non in sequenza, come il Gias Vallonet e il Colle di Missirola, entrambi senza sentiero sulla carta escursionistica.

La freccia in alto (sentiero n. 305, GTA) riporta correttamente, partendo dall’alto, la meta ravvicinata (Alpe Trione), la meta intermedia (Laghi del Trione) e la meta di itinerario (Colle del Trione). Il cartello in basso (quello che indica il Vallone Croset) riporta mete che si staccano dal sentiero 306 e quindi non facenti parte dell’itinerario principale (a catasto)

Siamo molto dispiaciuti ed affranti per questa grave perdita escursionistica. Questo Vallone è abbandonato. Segnaletica farlocca, assenza di pulizia, mancanza di dialogo con il Cai (e le istituzioni locali), e con chi fa le carte, denotano povertà culturale, il peggior veleno per la montagna. La mancanza di una diffusa cultura escursionistica, soprattutto tra i valligiani, è un danno enorme.

Evidente dissonanza tra quanto (non) indicato sulla carta escursionistica (la più aggiornata e recente in commercio) e le frecce posizionate al bivio per il Vallone Croset (nessun sentiero tratteggiato per il Gias Vallonet e per il Colle Missirola). Quel cartello, unito alla bollinatura del 306, è un brutto errore escursionistico che provoca notevole disiorentamento

Sono le 15 quando arriviamo a Gias Vecchio. Il Sole, nel frattempo, ha compiuto i suoi passi ed ora è alle nostre spalle ad accendere il paesaggio del versante sud della Val Grande. Salta subito all’occhio un taglio netto ascendente sui pendii boscosi e franosi a monte del borgo degli Alboni. E’ la pista di Pera Berghina, una delle tante edificate durante il giro di valzer dei PSR 2007-2013.

Da Gias Vecchio si nota, sul versante opposto, lo sfregio di una pista che muore nel nulla. Esattamente come il binario morto che abbiamo seguito fino a 2429 m

Questo Vallone meriterebbe di essere salvato anche solo per lasciare ai posteri un esempio eclatante di stupidità umana. Quella pista muore nel nulla. E’ un binario morto come il nostro 306. Sento un senso di nausea osservando questo brutto paesaggio che ci accompagnerà per mezz’ora fino a Gias Croset. Mentre cammino penso a quanta povertà esprime. E poi mi chiedo che colpa ne hanno le future generazioni. Perché si deve lasciare in eredità il brutto? Che non è solo una questione di pura estetica. Quella schifezza è offensiva. Chi se ne è avvantaggiato? Non certo la filiera del legno e nemmeno la pastorizia. Osservate poi in che zone franose passa la sterrata. Quanto costa mantenere percorribile una roba del genere, così pericolosa? E poi, chi ha firmato l’autorizzazione geologica?

Notare su quale versante, in evidente dissesto franoso, è stata edificata la sterrata inutile dei PSR

Forse tutti vorremmo delle risposte precise, che probabilmente non troveremo mai. Personalmente ve ne fornisco una, che le ricomprende tutte quante: povertà. E non riguarda solo Groscavallo ma l’Italia intera perché questo paesaggio brutto lo potete ritrovare in altri numerosissimi esempi lungo lo Stivale. E il meccanismo con cui si fabbricano brutti paesaggi è sempre lo stesso. Parte dall’ignoranza (un abisso senza fine del Bel Paese), prosegue con le scorciatoie nefaste della nostra epoca (ovvero soldi facili a pioggia), e termina con la solita melma nichilista: tante domande, nessuna risposta.

Rimane una domanda importante che attende una risposta, tralasciando quelle sulla totale assenza verso le tematiche escursionistiche da parte del Comune di Groscavallo, già pesantemente dimostrata nelle ultime e recenti vicende delle piste (compresa anche quella del bivacco brutto ed inutile posizionato solo qualche settimana fa nel Vallone di Sea), oltre alla mancanza di informazioni specifiche su questo Vallone nel loro sito internet.

Ma la traccia GPS del 306, che sicuramente il Cai di Lanzo ha in pancia, dove porta?

La traccia che mi arriva via mail ricalca esattamente il sentiero proposto dalla carta n. 8 della Fraternali Editore, ovvero il sentiero che non esiste più.

In blu la traccia GPS (sentiero a catasto n. 306) trasmessa dal Cai Lanzo. Sarebbe interessante ritrovarla sul terreno, per guadagnare il Colle Croset, perché noi non ci siamo riusciti

Ad oggi, il Vallone Croset è perso per sempre perché ogni valle a un colle, che fa narrare la montagna.

Una valle senza un passo percorribile è una valle muta, una sconfitta per la montagna intera.


Termino questo lungo post con alcune considerazioni sulla zona del Colle Croset. Osservando con attenzione la carta escursionistica si nota che proprio a sud della quota 2429 metri (dove i bolli bianco-rossi ci hanno condotto) è segnato un valico. Sottili linee rosse passano da quelle parti, anche nel versante della Val d’Ala. Forse l’intenzione di chi ha bollinato fin qui era quella di portare gli escursionisti a raggiungere il Colle Croset con una via alternativa al sentiero perduto? Noi avremmo tanto voluto provarci ma non era più possibile: troppo tardi e con le energie al minimo. Ho provato ad osservare il versante opposto con le foto scattate durante la sociale Cai alla Punta del Rous, nel settembre del 2014, per verificare se ci sono delle tracce di sentiero che possono offrire una speranza per chi arriva da Migliere.

Osservando attentamente le foto qui sotto, che mostrano il valico innominato a quota 2460 m circa, scattate nei pressi della Punta del Rous (versante Val d’Ala), si nota un’esile traccia che va proprio verso il nostro Colle, aggirando il promontorio roccioso sullo spartiacque.

Nei pressi della Punta del Rous (Val d’Ala) si osservano due valichi che mettono in comunicazione con la Val Grande. Il primo sulla sinistra non è citato sulla carta Fraternali n. 8. Questo passo è quello immediatamente sovrastante la quota 2429 metri sulla dorsale erbosa dove finiscono i segnavia nel Vallone Croset

Zoom della foto precedente. Proprio sul margine destro, sotto la cresta rocciosa in primo piano, si nota un’esile traccia che va in direzione del Colle Croset. Traccia presente anche sulla cartografia Fraternali. Sullo sfondo il Monte Doubia (2463 m)

Anche se realmente fattibile, sulla carta questa alternativa rimarrebbe comunque un’assurdità, perché il percorso sarebbe molto più lungo e assolutamente illogico.

Da questa brutta esperienza di escursionismo, dove un antico sentiero ed un Vallone affascinante vengono banalizzati da errori di sentieristica, possiamo trarre alcuni insegnamenti importanti:

1. la segnaletica sui sentieri è una cosa seria ed è un grave errore improvvisarla o lasciarla incompleta;

2. esiste una legge regionale sull’escursionismo che individua i soggetti autorizzati a fare la manutenzione della rete del patrimonio escursionistico nel pieno rispetto del catasto dei sentieri e della segnaletica ufficiale Cai-Regione Piemonte;

3. anche se avessimo fatto un perfetto orientamento all’alpeggio del Crot, per individuare il valico, avremmo comunque seguito il sentiero bollinato, fidandoci di coloro che hanno fatto dei lavori senza posare però adeguati cartelli verticali (o qualcosa di simile, in mancanza d’altro) per indicare varianti dal percorso principale a catasto (n. 306).

4. è fondamentale segnalare alle sezioni locali del Club alpino italiano lo stato dei sentieri (per le Valli di Lanzo la mail è info@cailanzo.it) evitando assolutamente iniziative private ed estemporanee (vietate);

5. la cura è la manutenzione di un territorio complesso come quello alpino richiede il coinvolgimento di tutta la comunità valligiana, e anche delle istituzioni, ad ogni livello, perché è un atto culturale ed identitario;

6. un sentiero unisce le valli perché fa parte di una rete; perderlo è sempre una sconfitta ed un impoverimento culturale, per tutti.

Fine prima parte.

La seconda parte la potete leggere cliccando qui: https://camoscibianchi.wordpress.com/2019/08/19/il-colle-croset/

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

5 Responses to Nel Vallone Croset

  1. Renzo says:

    Mi sorge una domanda: ma il 236 dall’altro versante arriva ancora al colle o è nella stessa situazione?

    "Mi piace"

    • Beppeley says:

      Bella domanda.
      Ci andremo. E se non ci saranno problemi a raggiungere il Colle Croset dalla Val d’Ala, proveremo poi a scendere sul versante Val Grande per innestarci col sentiero bollinato.
      Speriamo.

      "Mi piace"

  2. Tina says:

    Al di là dello splendido modo di raccontare l’escursione e della sua triste conclusione, traspare un amore per la Montagna che mi ha commossa pur non facendo parte delle “cose” che preferisco. Spero che il percorso esista, anche se ben nascosto, perché rifiuto l’idea che la superficialità imperante tocchi anche questo ambito.

    Piace a 1 persona

  3. Marco Blatto says:

    Ciao Beppe trovo solo ora il tempo di rispondere a questo tuo post, perché una risposta necessitava di tempo e calma. Soprattutto “calma” dopo aver letto quanto hai scritto con uno zelo davvero invidiabile dal punto di vista documentario, quasi un dossier da consegnare ai Ros. Detto questo, e senza spirito polemico, ti svelo l’arcano: gli ignoranti in materia di cultura d’escursionismo e di montagna, autori del “misfatto”, ormai più di dieci anni fa, sono il sottoscritto, Meo Rapelli del Cai di Cuorgné e rilevatore GPS del Cai e Ugo Gabrielli. Il sottoscritto, all’epoca non apparteneva per sua scelta ad alcuna sezione del Cai e solo poco dopo s’iscrisse di nuovo a Cuorgné. Posso capire la tua stizza per aver fallito più volte la meta, francamente capisco molto meno tutto questo can can messo in piedi, con giudizi tranchant, senza prima esserti preoccupato privatamente di cercare di capire le ragioni di quanto è successo. Dunque, ora te le spiego. Come in altre occasioni siamo partiti in tre con falcetto e vernice. Sottolineo “in tre” e “come in altre occasioni” perché, alla fine dei conti, tutto questo mondo “caiano” attivo a ripulire i sentieri d’alta quota, all’epoca non è che si facesse vedere molto, fatta eccezione per Dario Airola del Cai di Lanzo con i suoi volontari, più impegnati però sui sentieri di bassa quota. Tant’è che i primi tentativi di salvare alcuni itinerari, come la “Via degli alpeggi” per il Daviso e il “Sentiero Motti” (che è un’idea mia, sia ben chiaro per dovere storico) furono fatti sempre dai soliti tre ignoranti montanari, nella speranza che qualcuno, più organizzato e di altri Cai, ci venisse dietro e completasse l’opera. Lo stato attuale dei menzionati sentieri la dice lunga su quanti in dieci anni ci abbiano seguito: nessuno! Ma veniamo al presunto Colle del Croset. Quel giorno ci eravamo posti due obiettivi possibili: quello primario era arrivare al Colle del Croset che sapevamo essere di difficile riuscita, il secondo, di ripiego, era arrivare a Roci Tchapel, quella bella roccia dove hai trovato il misterioso ultimo bollino. E questo era un progetto che avremmo perseguito comunque, anche se fossimo riusciti ad arrivare al Croset. Perché? Per due motivi: il primo è perché quello è un punto d’interesse storico per la guerra partigiana. Ho avuto la fortuna di avere un nonno che faceva parte dell’intelligence delle formazioni gappiste in azione in Val Grande ed era l’ufficiale di collegamento inviato dalla Brigata Ateo Garemi per coordinare le formazioni partigiane in attività in montagna con quelle cittadine. Quella roccia era il punto d’incontro delle bande che risalivano dalla Valle di Ala e dalla Val Grande e, spesso, lì sotto si lasciavano munizioni e ordini. Avremmo voluto mettere in un secondo tempo una targa. Inoltre, a non molta distanza vi è il colletto ovest del Croset da cui si può partire con una bella traversata alpinistica della cresta fino al colle ufficiale, cosa che facemmo peraltro. Sapevamo quindi benissimo dove era il Croset “ufficiale” e non ci andammo quel giorno perché in tre non ne saremmo usciti con un lavoro neppure di “minima”. La gita intersezionale di poco dopo, era stata organizzata proprio per sensibilizzare la sezioni a darci una mano a riaprire il Colle del Croset e a far conoscere la storia di Rotchi Tchapel. Il riscontro successivo? Zero! Ci si mise anche una grave malattia che bloccò Ugo (così è ancora oggi) e il tutto naufragò. Noi non abbiamo mai messo nessun cartello che indicasse il Colle del Croset perché al colle non ci siamo mai arrivati. Se altri l’hanno fatto non so che dire, e sulla mia carta (Escursionista) la traccia va in un punto innominato della cresta che non è affatto indicato come Colle del Croset. Se altri indicano sui loro prodotti tracce inesistenti, è grave ma non è affare mio. Ecco svelato il mistero, al di la delle misurazioni “millimetriche”. Abbiamo sbagliato noi? Boh! Dico solo che tante volte invece di essere semplici fruitori della montagna, forse, bisognerebbe prendere una latta e un falcetto in mano e andare un po’ di più al “fronte”. Saluti

    "Mi piace"

Rispondi a Marco Blatto Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: