Il regno del silenzio

Testo e foto di Gianni Castagneri

«Lassù sotto la luna!».
Era ormai trascorso molto tempo da quando quelle poche parole erano fluite dalla voce per nulla meravigliata di quello che fu un giovane e solido alpigiano, quando inoltrandosi un po’ alticcio e a notte fonda verso le malghe estive, imboccando il ripido sentiero era stato sorpreso dai gendarmi assegnati all’inibizione del contrabbando. Gli chiedevano dove fosse diretto e la sua era stata una risposta schietta, convincente e quasi elegante, visto che proprio là in alto, sopra gli alpeggi che doveva raggiungere, scintillava una provvidenziale luna piena.
Un mattino di fine estate di tanti anni dopo, mentre il sole già cominciava ad arrossare la grande parete adombrata da nembi solo apparentemente minacciosi, inforcato pensieroso lo zaino con in mente la perspicace esclamazione che anni prima aveva contraddistinto quel montanaro, mi inoltravo alla riscoperta di quel vallone ormai deserto. Incedevo senza alcuna premura, disgiunto dall’impazienza che invece dissimulavano le prime auto sull’asfalto della lontana carrozzabile. Tra quei declivi, un tempo vissuti con lentezza e perfino incredibilmente coltivati, era da tempo sceso il sipario. Ormai, i pendii erbosi pettinati dalle ricorrenti brezze, per secoli curati e dissodati con necessaria accortezza e sui quali avevano pasturato migliaia di vacche e capre, vestivano il desolante stadio di un frettoloso oblio e del conseguente e immeritato silenzio.

Rimaneva, tra quelle grinze del mondo, solo il soffice bisbiglio dei venti ad echeggiare suoni incompresi. Nemmeno un accento del gergo duro, modellato tra gli austeri declivi, accarezzava quei luoghi, nessuna voce umana, scampanio o muggito.
Mi inerpicavo lungo la mulattiera ripensando a quanto sudore avessero terso le pietre ben accomodate che sottostavano ai miei passi. Levigate dal transito risoluto di grinfie animali, di zoccoli chiodati e bastoni, ormai da troppo aspettavano una qualche gratitudine, forse un tardivo riutilizzo o se non altro un rinnovato cenno di decoro. Gli stessi muri a secco, un tempo dritti come la schiena di chi li aveva eretti, sorti a delimitare mulattiere e a sostenere preziosi fazzoletti di terra, strapiombavano minacciosamente in attesa della neve, della pioggia o di qualche altro impulso malevolo che avrebbe dato loro la spinta decisiva.
Rivedevo di tanto in tanto quei massi un po’ squadrati che costellavano il percorso, arrivati lì per gravità, ma presto asserviti come posa, utili ripiani per appoggiare un attimo il carico greve trasportato su dorsi robusti di uomini gagliardi. O sulle spalle di donne temprate ad ogni sforzo, o di bambini già avviati all’apprendimento propedeutico delle difficoltà che avrebbe loro destinato quella vita di fatiche e di rinunce. Qualcuno, ad ogni passaggio, posava un sassolino per poter conteggiare, a fine stagione, il numero degli estenuanti andirivieni.
Poco oltre, vigilavano vecchie baite con gli scarni muri in pietra a secco. E in pietra, naturalmente, erano i gradini. Ed anche le coperture, sormontate centralmente da un sasso biancastro che si credeva potesse scacciare fulmini e demoni, non potevano che esser state ricavate da pesanti lastre di pietra.


Talora, appoggiate a grandi massi per goderne il riparo, le casupole silenti parevano perplesse testimoni di cotanto abbandono. Le finestre scure, affacciate sul vuoto, conferivano una sembianza quasi umana a quegli accumuli ordinati di sassi spaccati, occhi sbigottiti senza più anima e vita. Monconi di attrezzi arrugginiti e manici di legno marcescenti, spuntavano qui e là ad agghindare le spaccature delle facciate, quasi ad officiare un tempo incredibilmente laborioso.
Altre dimore, destinate precocemente all’abbandono, avevano prima subito l’irregolare supplizio delle infiltrazioni, poi, indebolite, avevano ceduto di schianto al carico imposto da qualche inverno più rigoroso. Il tetto stramazzato all’interno, lanciava verso l’alto le estremità inferiori di quelli che un tempo erano nerboruti travi in larice rossiccio, ora scheletrite braccia proiettate al cielo, quasi ad implorare un soccorso non sopraggiunto.
Oscillavo rattristato tra i resti di quei ruderi che furono casa, luogo di lavoro, scuola di vita. Che videro nascere amori e innescare litigi. Che accolsero improvvisate levatrici e ossequiarono le rughe scolpite dalla schiettezza del sole sui volti severi dei vecchi. Che consolarono lacrime di neonati, madri, spose. Che serbarono miraggi e confortarono delusioni. Povere costruzioni che in piccoli spazi custodirono le immense complessità della vita e non seppero offrire in cambio che misere, inusuali e del tutto sporadiche soddisfazioni.


Rivedevo mestamente quelle estati lontane, quando ancora bambino salivo a far compagnia ai nonni, a offrir loro una ridotta collaborazione. Quei posti parevano, già allora, malinconicamente agonizzanti.
Era emozionante, tuttavia, trascorrere le sere al fulgore di una lampada ad acetilene con il suo inconfondibile aroma di carburo. O addormentarsi al pensiero che qualche ghiro frusciasse tra quei muri che coabitava. O ancora, svegliarsi al mattino con la nebbia che sbirciava dalle larghe fessure della vecchia porta. Le mucche, nell’angusta stalla sottostante, regalavano, scampanellando, un po’ di calore, impazienti di uscire tra le lussureggianti e profumate fioriture. Quel latte, quel burro, quei formaggi che ne sarebbero derivati, erano qualcosa di singolare, irripetibile e antico. Non si parlava, a quell’epoca, di acciaio e piastrelle, di sanificazioni e attestati: la trasformazione casearia avveniva con la sola coscienza e il buon senso di ognuno.


Ricordavo ogni stazione d’alpeggio in base all’effluvio che emanava e che derivava dai processi chimici della terra fertilizzata, dagli effetti del sole o dell’umidità sugli erbaggi. Forse, anche, dalla stratificazione delle varie generazioni di genti che si erano succedute. Odori che erano tutti differenti, anche a poca distanza, ma rappresentavano un’importante sensazione supplementare, da stivare nei meandri insondabili della memoria.
Mi piaceva ora considerare come anche i sapori dei prodotti che allora ne stillavano, subito consumati o venduti più a valle, si arricchissero, rendendoli unici ed eccezionali, di quell’acqua così limpida e particolare, dell’unicità di una tal pianta erbacea, della dura selce, ancora una volta, su cui erano stati lavorati.
Rievocavo con affetto e nostalgia, le narrazioni quasi magiche che mio nonno mi elargiva senza mai ingigantire, oculato anche nel raccontare. Scolpito nella testa e nel cuore, era impresso il resoconto del turbamento procurato quella volta che il fulmine aveva squarciato l’albero vicino alla borgata. O la parsimonia di quel tale che, coprendo la brace ogni sera con la cenere e ravvivandola al mattino, riusciva ad utilizzare, economizzando, un solo cerino per estate. O di come si provvedesse con un inconsapevole comportamento ecologista, alla pulizia di paioli e stoviglie con il potere sgrassante dell’acqua bollente accoppiata ad un fascio di ortiche a guisa di paglietta e detersivo. Come scordare il sorprendente gioco di luce che determinava il mezzogiorno, ora del rientro dal pascolo, rivelando in quel momento un minuscolo raggio lucente nell’ombra scura di una grande parete, in posti dove non si potevano udire i rintocchi del discosto campanile. E poi, tra gli altri, c’era il fascino che sprigionavano i racconti di guerra, quelli che evocavano le affannose corse dei giovani che sfuggivano a perquisizioni e rastrellamenti rifugiandosi tra quegli alpeggi o meglio, confondendosi tra le rocce circostanti. E di quando, nelle angoscianti serate d’estate, da lì in alto, si assisteva sgomenti ai bagliori funesti della città bombardata.


Proseguivo intanto il mio tragitto. Riflettevo su come, già allora, la lotta fosse irrimediabilmente perduta. Il progresso, che in un primo tempo aveva bussato timidamente, si era presto affacciato con troppa forza ed energia, e quei fabbricati, rustici e austeri, rischiarati da un lumino, rimanevano l’ultimo baluardo di un medioevo un po’ attardato.
Di quel mondo che, come si diceva allora, era mezzo da vendere e mezzo da comprare, più nessuno vendeva nulla e nessuno era più interessato ad acquistare.
Quegli alpeggi, i terreni, quelle case costruite, barattate e comprate con immani sacrifici, testimoni della volontà di gente coriacea, che aveva resistito a tutto, preferendo mangiare pane e cipolla piuttosto che umiliarsi ad un lavoro in fabbrica o al mestiere dei topi, ossia quello dei minatori o ad un viaggio speranzoso oltremare, si erano di colpo tramutate in un fardello superfluo, gigantesco, avvertito con vergogna come fosse il rimasuglio di una civiltà perdente e perduta, da disfarsene al più presto come un ingombrante rifiuto. Includendo magari, nell’offerta speciale, nel tre per due del distacco, la memoria inascoltata di cui ancora flebilmente si faceva carico. Il mondo correva, ma trottava nella direzione opposta. Nessuno poteva, e nemmeno desiderava, fermare l’avanzata delle auto, dei telefoni, della televisione. Solo qualche anziano, più accorto e loquace, sussurrava frasi inascoltate che sembravano provenire dalla voce di qualche lontano capo pellerossa: «Verrà un giorno nel quale non avrete da mangiare che la lucida lamiera delle vostre auto…».


Chissà.
Qualcun altro già allora introdotto nei meccanismi della modernità, immaginava che un giorno quei pendii sarebbero diventati straordinarie piste da sci, le grange cadenti trasfigurate in rifugi e ristoranti saturi di turisti chiassosi. Questo era il messaggio che si cercava di far prevalere, innescando quell’attesa che avrebbe, innanzitutto, cancellato ogni rimpianto. Ogni rimorso. Forse…
In quel mentre, dopo decenni, non rimaneva che silenzio. Erano prevalse le scelte individuali e non era servito a nulla il detto che era alla base della convivenza comunitaria: «Chi teme di far per gli altri non fa nemmeno per se stesso». Non solo i sentieri erano sprofondati nell’incuria ma persino i canali e le rogge, che portarono per secoli acqua e fertilità, dimenticati da tutti a poco a poco si erano colmati di detriti e avevano riversato altrove la loro prosperità.
Continuando a camminare, mi addentravo tra alberi e arbusti di essenze diverse: larici, sorbi, ontani, rododendri, maggiociondoli. La fragranza che ognuno liberava, mobilitava sensazioni, meraviglie, circostanze. Il profumo di quei legni mi riportava il ricordo delle mucche stilizzate in piccoli giocattoli di legno, intagliati dai nonni durante il pascolo per la contentezza dei nipoti.
Salivo e pur sapendo che non avrei incrociato alcuno nel mio vagare, percepivo la presenza di qualche usuale dimorante che sapevo nascosto tra le piante e le rocce. Soltanto loro si erano fermati, sopravvivendo a tutto, alla solitudine e all’abbandono, perfino ai lunghi inverni nei quali il sole scalda quanto la luna: erano i camosci, i forcelli, i gracchi, le coturnici, le lepri variabili. Equipaggiati testimoni rimasti a custodia di un presente di cui ormai si sentivano, legittimamente, unici depositari.


A dire il vero, a ricordarsi di quei pascoli estivi, di quei relitti che furono modeste abitazioni, vi erano stati ancora di recente alcuni scatenati burocrati pubblici. Abbronzati dallo schermo artificiale di un computer sul quale avevano scandagliato le mappe catastali, si erano affrettati a esaminare il valore, la legittimità, la proprietà di quei cumuli di sassi dormienti. Erano apparsi così, come d’incanto, pregiati e inusitati termini della burocrazia, voci sibilline che risuonavano ostili, inveite e sostenute nella più assoluta discrasia con la realtà dei fatti. Idiomi inconciliabili tra un passato che non c’era più e un’attualità fin troppo, sfacciatamente, contemporanea.

Gianni Castagneri

3 Responses to Il regno del silenzio

  1. Anonimo says:

    Semplicemente stupendo e spettacolare. Complimenti e grazie di cuore.

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    • Lucia says:

      Un racconto per i 5 sensi, un racconto che resuscita l’anima della montagna fatta di odori, sapori, suoni e silenzi che rimangono intatti nel mio ricordo. La vita fatta di piccole cose amplifica i dettagli e risveglia emozioni che troppo spesso rimangono in un angolo travolte dalla fretta della moderna quotidianità. Grazie Gianni per queste bellissime righe!

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  2. marina girardi says:

    Mentre leggevo “sentivo” e ricordavo i profumi del legno, delle erbe, dei fiori.
    Che sensazione di benessere.
    Grazie!

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