Uno sguardo sull’infinito

Testo di Luca Giunti*

Montagne e domande vitali dalle quali non possiamo sfuggire

La montagna si sta appiattendo. Tutte le montagne del mondo si stanno sgretolando. In senso geologico: l’erosione agisce incessantemente e mette a disposizione della forza di gravità pietre sempre nuove che rotolano in basso. In senso climatico: l’aumento delle temperature riduce i ghiacciai, abbassa le vette e fonde il permafrost che da millenni incolla insieme strati di rocce diverse, liberandole alla caduta. Non basta a contrastare il fenomeno la pressione delle placche continentali, che non smette mai di spingere, né il sollevamento dei continenti, ininterrotto dalla fine dell’ultima glaciazione. Sono troppo lenti rispetto alla velocità della demolizione.

Soprattutto, le montagne si sono livellate nella nostra testa e nei nostri comportamenti. Il mondo moderno fa di tutto per eliminarle, fisicamente e culturalmente. Gallerie ferroviarie e stradali le traforano continuamente alla base, per andare dritti. Skylift ed elicotteri le risalgono usando energia fossile anziché quella di uomini e animali addomesticati. Reti elettriche e informatiche annullano i dislivelli e collegano istantaneamente luoghi isolati fino a vent’anni fa.

Perché tutto questo? Perché la montagna ci sbatte in faccia attributi che la nostra specie non vuole vedere, o non vuole più vedere.

Innanzi tutto, la montagna è – per definizione – in salita. Farà sorridere, ma è basilare. Infatti, escludendo gli impianti di risalita e i mezzi motorizzati, in montagna si va ancora a piedi. Cioè un’esperienza mai praticata da molti ragazzi e tanti adulti. Intendo non il passeggiare per strada, ma il camminare per qualche ora senza asfalto e con un certo peso nello zaino. Chi come me accompagna frequentemente persone sui sentieri montani – per quanto facili, larghi e ben tracciati – si preoccupa vedendo quanti inciampano continuamente, non hanno ritmo né fiato, si dichiarano “morti di fatica” dopo mezz’ora di cammino e dopo due ore hanno vesciche mostruose nei piedi.
La ragione è nota: siamo sedentari e pigri, i nostri ragazzi praticano molti sport ma tutti strutturati e su fondi assolutamente perfetti; sono abituati ad avere tutto subito e comodamente, per cui non concepiscono una sana fatica.
Però la scuola insegna loro che la più grande conquista della nostra specie è stata la postura eretta. Studiano le imprese dei grandi esploratori e le conquiste degli eserciti antichi, tutti rigorosamente appiedati (l’Anabasi, Ciro il Grande, l’Impero Romano, Annibale, Gengis Kahn, Attila, le Crociate, Marco Polo, Cortéz, il Far West: hanno usato qualche nave e un po’ di cavalli, ma la maggior parte dei trasferimenti – centinaia di chilometri – li hanno fatti camminando. D’altronde, come è nata la più famosa gara delle Olimpiadi?); e magari, durante una ricerca, scoprono che i loro nonni compivano a piedi distanze oggi impossibili, anche solo per frequentare la loro stessa scuola.

Poco più di mezzo secolo fa l’aspetto delle montagne era diverso. Molte comunità stanziali o stagionali ci vivevano, coltivavano e allevavano bestiame. C’erano meno boschi, più prati e più canali irrigui. I sentieri utilizzati oggi dagli escursionisti collegavano le borgate, i campi, gli alpeggi e i fondivalle. Erano larghi, aperti, puliti perché percorsi ogni giorno più volte (mentre oggi i turisti si lamentano che sono poco segnalati e invasi da arbusti). I muretti a secco che ancora resistono alla gravità sono monumenti al lavoro e alla fatica dei nostri avi. E’ frequente imbattersi in vecchi insediamenti in pietra crollati o invasi dalla vegetazione (“pietre un giorno case ricoperte dalle rose selvatiche”, cantava un poeta). Fermarsi e cercare di immaginarne la vita quotidiana senza elettricità e acqua corrente (che è poi la vita odierna in paesi meno fortunati del nostro) costituisce un salutare esercizio mentale, da prescrivere come cura purificante usando questo volume di “Visions” come breviario.

Un altro aspetto inconsueto che ci impone la montagna è il silenzio. Merce rara in città. Sappiamo che il rumore continuo causa importanti disturbi e posso affermare che dà assuefazione: spesso occorrono diverse ore di disintossicazione per riuscire a posare cuffie e smartphone, e a non urlare sempre, in modo da apprezzare nuovamente la quiete. Che non è mai assoluta, ma sempre colma di fruscii, sospiri, schiocchi, versi e voci, e suoni sempre diversi e mai finiti, ma tutti naturali.

Insieme al silenzio va considerato lo spazio, o meglio, gli spazi. Abbiamo perso anche quelli, nella modernità. Ricerche mediche hanno correlato l’aumento dei difetti visivi nei giovani al fatto di non avere più soggetti lontani da osservare, chiusi come siamo tra pareti e palazzi. Le montagne ci costringono ad alzare lo sguardo, salendo, e allargarlo, in cima. Così ci ricordano quanto siamo piccoli e quanta poca conoscenza abbiamo del mondo. Questo ci disturba: meglio appiattirle – e appiattirci.

Poi bisogna ricordare il buio. E già, perché come denunciano sempre più afflitti astronomi e astrofili, illuminiamo sempre di più e sempre peggio. Moltissimi umani non possono più vedere abitualmente la Via Lattea. La montagna, non ancora del tutto inquinata e dall’aria ancora sottile, permette di godere del cielo stellato, con tutto il suo corredo fascinoso di emozioni, curiosità e mistero. Non si tratta di scrupoli di scienziati un po’ fissati o delle manie di romantici nullafacenti. Da quando la nostra specie ha sviluppato una coscienza – forse 100.000 anni fa – è sempre bastato alzare gli occhi per vedere il cielo, le stelle e i pianeti. Questa cupola nera ha accompagnato la nostra evoluzione, ed è stata fonte di ispirazione per sapienti e artisti. Le grandi esplorazioni, dai Fenici a Colombo, l’hanno usata per orientarsi; la tradizione cristiana vi ha trovato il segno della nascita di Gesù; Galileo, Keplero e Copernico vi hanno posto le basi della scienza moderna; Kant vedeva in essa un principio di ragione e di morale universale; poeti e innamorati di ogni epoca vi hanno cercato risposte alle domande assolute dell’umanità. Questo spettacolo quotidiano era gratuito e accumunava tutti: re e contadini, naviganti e pastori, monaci e briganti, industriali e impiegati, autisti e operai, minatori e fornai. Tutti tornando a casa la sera potevano liberamente gettare uno sguardo – e quindi un pensiero – sull’infinito. Soltanto negli ultimi 50 anni – un battito di ciglia della nostra storia – abbiamo perso gran parte di questa possibilità. Le montagne sono ancora buie, ma questo ci spaventa. Meglio illuminarle (sci notturno, fari, lampioni, telecamere) o evitarle. Non sia mai che ci venga da pensare!

La Via Lattea – foto di Faysal Khan da Pixabay

Frequentare la montagna significa riflettere continuamente, anche in maniera inconscia, sui bisogni e sull’essenzialità. Infatti, quando tutto quello che crediamo indispensabile lo trasportiamo sulle nostre spalle, ci vogliono solo due o tre esperienze per ridurre tantissimo il peso e molto il volume. Inoltre si scopre con sgomento che le nostre appendici tecnologiche hanno una disperata fame di energia e non si trovano prese elettriche infilate negli abeti. Si potrebbe persino imparare che si può vivere senza. Orrore!

Il primo basilare insegnamento che riceve dai più esperti ogni alpinista alle prime armi, è: se sei in difficoltà, se cambia il tempo, se il tuo compagno non sta bene, TORNA INDIETRO. Non importa se sei a pochi metri dalla meta: torna indietro. Non importa se hai dedicato mesi e quattrini a preparare la scalata o la spedizione: torna indietro! Un consiglio saggio e disinteressato. Uno di quei consigli poco appariscenti che salvano vite umane, bilanci dello stato, dissesti idrogeologici. Un consiglio che non fa andare in televisione o sulle prime pagine dei giornali, dove infatti va sempre e soltanto la notizia dell’alpinista che non ha seguito il consiglio ed è precipitato – come quella dei soldi sprecati e delle frane cadute, mai quelle dei denari risparmiati e delle alluvioni evitate. In una parola, questo ammonimento tipicamente montanaro dice: sii reversibile! Perché ciò che è irreversibile non è mai buono. Nel mondo odierno, invece, passa l’idea che “irrevocabile” sia una qualità positiva. Per questo la montagna non ci piace e vogliamo appiattirla: perché ci presenta i nostri limiti mentre noi vogliamo essere onnipotenti e illimitati.

Foto Luca Giunti

La montagna ci insegna ad affrontare l’imprevedibile e a essere adattabili. Sono caratteristiche peculiari della nostra specie, forse quelle che più di altre ci hanno reso evolutivamente così adatti. Oggi però tendiamo a dimenticarle. Se ho programmato una gita il tal giorno lungo il tale itinerario, nulla può farmi cambiare idea o percorso. Se ho pianificato di impiegarci due ore, non accetterò nessun incontro o inconveniente che possa rallentarmi (meglio anzi se ce la farò in 110 minuti). Così un temporale, una mandria di mucche, una comitiva o un guardiaparco lungo il sentiero non li vedrò come possibili arricchimenti per aspettare, per guardarmi intorno o per conoscere aspetti nuovi, ma solo come rallentamenti della mia performance – che dovrà essere al più presto condivisa sui social, ovviamente. Vogliamo la sicurezza ad ogni costo e in ogni circostanza, ma la montagna ci ricorda che si tratta di un’illusione. Smarrire il sentiero, scivolare, cadere sono accidenti che non vorremmo, ma possono capitare. Saranno meno probabili quanto più saremo preparati “dentro” di noi (allenamento mentale prima che fisico) e non “fuori” perché arriverà sempre un momento in cui GPS e smartphone non ci potranno aiutare. Non lo dico io, lo descrivono ogni anno i Soccorsi Alpini di tutta Europa, stufi di mandare professionisti attrezzati e costosi ad aiutare sciagurati con le infradito sui nevai. La modernità cerca di convincerci che l’esperienza può essere sostituita dall’informazione. Le montagne ci dimostrano che non è vero. Quindi bisogna annullarle.

Infine, le montagne restano un rifugio per disperati. Non a caso, da secoli è impossibile sottomettere gli Afghani, perché ad ogni guerra si nascondono sulle cime che conoscono meglio dei loro nemici, nonostante siano inferiori in tecnologia. Non a caso, la montagna è stata il luogo di elezione della resistenza partigiana. Non a caso, i valichi alpini hanno fatto passare emigranti, contrabbandieri, perseguitati e clandestini – e continuano a farlo tuttora. Tutta gente che ha bisogno di non farsi vedere troppo dalle autorità costituite.

Fatica, Silenzio, Grandi Spazi, Buio, Essenzialità, Limiti, Ribellione congenita.

Tutto questo e molto altro offrono le montagne.

Chissà per quanto tempo ancora?

Luca Giunti

*Guardiaparco Aree Protette Alpi Cozie

La dimensione del tempo in montagna. Cogliere l’attimo dopo aver atteso e osservato per ore (aquila su capriolo al Frais; foto di Luca Giunti)

Questo pezzo di Luca Giunti lo potete trovare anche in versione inglese nell’articolo Mountains and Slow Tech. Evolutionary Processes at the Interface with Natural and Virtual Ecosystems comprensivo di un contributo di Elena Camino intitolato Mountains and evolutionary timescales.

Qui per scaricare il pdf.

Ringraziamo di cuore Luca Giunti: siamo davvero tanto felici di poterlo avere qui tra di noi.

I camosci bianchi augurano a tutti gli amici, e ai lettori di passaggio, Buone Feste.

Riccio cucciolo a Bogone – foto Luca Giunti

4 pensieri su “Uno sguardo sull’infinito

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