Il Sentier Balcon du Carro

Prettamente glaciale, il piccolo gruppo si erge al di là della cresta spartiacque, interamente in territorio francese. Unica vetta interamente rocciosa il Pic Régaud. Soprattutto nel bacino des Evettes, visto dai pressi del rifugio omonimo, il Glacier des Evettes, con la sua fiumana centrale, le numerose piccole seraccate e le pareti ghiacciate dell’Albaron e della Piccola Ciamarella, conferiscono all’ambiente un aspetto decisamente glaciale, degno di gruppi più elevati e comunque insospettabile a chi non conosce la zona”. Così scrivevano Giulio Berutto e Lino Fornelli nel 1980 nella celebre Guida dei Monti d’Italia dedicata dalle Alpi Graie Meridionali. In realtà nel mio post non volevo presentare esclusivamente il gruppo dell’Albaron e cime limitrofe ma volevo estendere il mio campo di osservazione alla cerchia di vette che circondano una sezione più estesa dell’Haute Maurienne. Volevo presentare la visione davvero spettacolare che si rivela davanti agli occhi dell’escursionista che percorre il Sentier Balcon du Carro. Come dice il nome, è davvero un balcone!

Ma di qual zona delle Alpi sto parlando? Mi sto riferendo, come detto, alle montagne della Haute Maurienne, porzione delle Alpi Graie ubicate alla testata della valle dell’Arc che, in buona parte, costituiscono lo spartiacque con l’Italia. In poche parole, si tratta di una porzione territoriale che si incunea tra la alta Val Grande di Lanzo e la Valle Orco, in un luogo rupestre dove si annidano i più orientali ghiacciai francesi e che di fatto è una zona molto conosciuta dai nostri vicini d’oltralpe per svariate motivazioni: innanzitutto la strada che percorre la valle dell’Arc raggiunge il punto culminale al Colle dell’Iseran che, a 2770 m s l m, si pone al primo posto tra i valichi europei più alti transitabili alle auto (con strada asfaltata). Sottolineo che il Colle dell’Iseran è una salita “mitica” (soprattutto se fatta in bici, eh eh eh…) e, nell’immaginario collettivo, corrisponde al Col du Galibier o all’italiano Passo dello Stelvio. Inoltre l’ultimo paese della valle dell’Arc è Bonneval-sur-Arc. Un gioiello. Un piccolo villaggio posizionato in una conca circondata da alti versanti privi di formazioni boschive ma costellate solo da sparuti ontani e salici, luogo davvero affascinante; gli edifici sono assemblati unicamente in pietra e legno, memorie di una semplice e antica “usanza” di costruire edifici ben lontana dalla riminizzazione di paesi che hanno “venduto l’anima” al diavolo del turismo di massa. Non sono neanche presenti tralicci dell’energia elettrica poiché i cavi sono stati posizionati nel sottosuolo per non deturpare l’eleganza e la fragilità del paesaggio (intendendo con il termine paesaggio l’interazione tra la natura e l’attività antropica). Solo il paese vale già una visita. Inoltre aggiungo che queste montagne si trovano ai confini dell’area protetta della Vanoise. Primo parco nazionale ad essere stato istituito in Francia nel 1963, la sua nascita trae origine dal periodico e consueto sconfinamento degli stambecchi del Gran Paradiso che, situato dietro le creste, ha da sempre rappresentato il serbatoio-salvagente per la specie: purtroppo però nei loro spostamenti oltre confine, il “becco” veniva ucciso dai cacciatori francesi pertanto una sua tutela di fatto “europea” si rivelò necessaria. Inutile quindi ribadire che, in analogia con il vecchio gemello “Gran Paradiso”, non mancano le occasioni per osservare una fauna indubbiamente ben rappresentata.

Entrando nel merito di una eventuale escursione in zona, quello che voglio presentare in questo post è il percorso appunto del Sentier Balcon du Carro che, partendo dal parcheggio de l’Oullieta, situato lungo la strada che conduce all’Iseran a 2480 m, raggiunge il Refuge du Carro a 2759 m. Il percorso ha uno sviluppo orizzontale piuttosto marcato mentre, in verticale, il dislivello è assai modesto. L’escursione si svolge, data la quota, in ambenti aperti privi di alberi dove dominano praterie e pascoli. L’assenza di formazioni forestali garantisce una ragguardevole ampiezza di osservazione dei dintorni e aggiungo che uno degli aspetti che mi ha sempre emozionato di tale escursione è la variazione del panorama che avviene, letteralmente, ad ogni singolo passo. Dopo aver iniziato il percorso a piedi, inizialmente diretto verso Sud per una breve distanza, il sentiero piega decisamente verso Ovest e qui inizia la “sfilata”: compare prima la vetta del Grand Fond con l’omonimo ghiacciaio e poi spunta l’Albaron di Savoia, montagna a mio giudizio notevolmente estetica e slanciata soprattutto se vista da questa posizione ovvero se vista da NW. Un nastro ghiacciato del Glacier Superieur du Vallonet ricopre l’Albaron fin sulla vetta. Ma ancora per quanto? Il Global warming è implacabile e, come è facile intuire, anche le fattezze di queste montagne stanno mutando… Procedendo con l’escursione, compare il Pic Regaud, davvero ardito nelle sue forme e totalmente roccioso con, in secondo piano, la Grande Ciamarella, dove da qui è possibile contemplare la parete Nord, il versante che, dalle Valli di Lanzo, si rivela solo dopo un interminabile percorso alla testata del Vallone di Sea. È inutile sottolineare che tale parete è fortemente cambiata nel tempo: fino a qualche decennio fa era rappresentata da un ampio scivolo di ghiaccio in cui si trovavano due seracchi pensili, testimoni di una presenza glaciale ben più estesa di oggi. Ora di questo non c’è praticamente più traccia e solo nella parte sommitale è ancora presente il residuo di questi “fasti glaciali”… (“Camosci bianchi” ne aveva già parlato: https://camoscibianchi.wordpress.com/2018/08/16/ghiacciai-delle-valli-di-lanzo-osservazioni-2017/ ).

Compare il gruppo dell’Albaron e il Glacier du Vallonet

Da sinistra il Pic Règaud, l’intaglio del Col du Greffier e l’elegante Albaron di Savoia

Appare, sullo sfondo, la parete Nord della Ciamarella

La parete Nord della Grande Ciamarella con il ghiaccio residuo sulla sommità

Il largo e comodo sentiero del Balcon dell’alta valle dell’Arc. Da sinistra la cresta Mulinet-Martellot, la Punta Francesetti e la Grande Ciamarella con i loro ghiacciai.

Il “morbido” versante francese della Catena del Mulinet con l’omonimo ghiacciaio, ancora relativamente esteso.

In seguito, dopo l’apparizione della Ciamarella, compaiono la Punta Francesetti e poi la catena Mulinet-Martellot che, a differenza del versante piemontese così repulsivo, dal versante francese è ammantata dal Glacier du Mulinet che mantiene dimensioni e aspetto ancora rispettabili. In seguito compaiono le Levanne. È difficile, osservando queste ultime, dedurre l’aspetto che ha reso celebre il panorama visibile da Ceresole Reale, immediatamente dietro il confine. Mentre infatti da Ceresole Reale le Levanne si stagliano con una geometria “regolare” contro il cielo, qui sono un po’ più “disordinate” nella loro disposizione. Da Ceresole infatti si osservano la Levanna Orientale, la Levannetta (che puntualmente viene confusa con la Levanna Centrale) e la Levanna Centrale a formare il gruppo delle “Tre Levanne”, dove le tre vette ricordano, nella loro disposizione, la regolarità dei denti di una sega. Al contrario, dalla Maurienne tale geometria non è percepibile: la Levanna Orientale spicca isolata, la Levannetta praticamente assume le sembianze di un piccolo scoglio appena emergente mentre la Levanna Centrale e l’Occidentale rappresentano una grossa muraglia di roccia a sé stante dove si sviluppano interessanti vie di arrampicata (soprattutto sulla Centrale). Vale la pena sottolineare la presenza di un ghiacciaio, il Glacier des Sources de l’Arc, racchiuso nell’anfiteatro delle Levanne, della Punta Girard e della Punta Martellot, che in passato era davvero imponente ma ora l’aumento delle temperature lo ha parcellizzato in piccoli corpi glaciali il cui destino sembra segnato. Ad un occhio allenato ad osservare il paesaggio, non sfuggono le imponenti morene frontali a testimoniare la ragguardevole estensione raggiunta dal corpo glaciale durante la Piccola Età Glaciale.

Le Levanne: da sinistra l’Occidentale, la Centrale, la Levannetta e l’Orientale. Alla loro base i resti del Glacier des Sources de l’Arc, il ghiacciaio più orientale della Francia.

La Levanna Occidentale e la Centrale dal Sentier Balcon.

Le Levanne viste dalla Valle Orco: da sinistra, Orientale, Levannetta, Centrale e Occidentale

Procedendo lungo l’escursione si giunge, dopo una interessante successioni di “sali e scendi” costellati da pittoreschi laghi e ruscelli, al Refuge du Carro. Vale la pena segnalare che, procedendo lungo il percorso, si svela il Glacier des Evettes, ritenuto da sempre come uno dei ghiacciai più belli di Francia. In effetti, fino ad almeno una ventina di anni fa, era presente una lingua glaciale che, dopo una pittoresca seraccata, si adagiava sul Plan des Evettes, realizzando, nella sua forma, l’archetipo del ghiacciaio, il modello del corpo glaciale da inserire nei libri di didattica delle scienze per gli studenti. Il suo aspetto infatti era davvero “da manuale” dove, come una sorta di “bignami” di glaciologia, erano presenti tutti gli elementi distintivi di un ghiacciaio. Sottolineo inoltre che un autore francese, Girardin, lo definiva agli inizi del secolo “fleuve de glace”, tanto era ragguardevole la sua superficie (in relazione alla zona considerata). Oggi non non è più così, la seraccata è scomparsa e il Glacier des Evettes si è ritirato in alto sopra il gradino roccioso che garantiva la sua cascata di ghiaccio; anche se ha perso molto della sua antica grandiosità, la sua contemplazione è sempre spettacolare (per approfondimenti: http://www.nimbus.it/ghiacciai/2013/130904_Evettes.htm). In merito all’edificio del Refuge du Carro, sottolineo la sua struttura semplice quanto “tradizionale”, un autentico rifugio di montagna dove, a poca distanza, ci sono due laghi gemelli nella forma ma alquanto diversi nel colore delle loro acque: il Lac Blanc e le Lac Noir.

Il Glacier des Evettes visto dall’omonimo rifugio

Il Refuge du Carro dopo una abbondante nevicata estiva.

Durante l’osservazione di queste creste, ricordo le frasi di Francis Tracq e di Giorgio Inaudi nel volume “Pastori, contrabbandieri e guide” (Piemonte in Bancarella): “...il confine (Italia-Francia) è costituito da una catena di montagne apparentemente invalicabili, che non scendono mai sotto i tremila metri. Di rado, nell’arco alpino, si trova una barriera così ripida e impervia come quella che separa le Valli di Lanzo dalla Savoia…”. Se abbiamo presente la natura del rilievo della zona, è facile constatare l’asprezza delle forme ma, mentre dal lato piemontese l’acclività dei versanti è particolarmente pronunciata, dalla parte savoiarda le montagne presentano dislivelli distribuiti su distanze maggiori. Da qui una minore pendenza del rilievo. E, forse, la possibilità di osservare paesaggi più dilatati, dove lo sguardo non incontra subito grandi pareti e dislivelli considerevoli a ostacolare la vista ma dove l’occhio può effettivamente spaziare più lontano. Ecco perché si tratta davvero di un balcone!

Come annunciato in precedenza, il dislivello è davvero ridotto e il sentiero è assai largo, aspetti che, a mio giudizio, permettono di effettuare quella che, se non fosse considerevole in termini di spazio percorso, potremmo definirla passeggiata e non escursione. Non solo per la facilità del percorso ma perché, come tutte le passeggiate, questo percorso è davvero rilassante.

Spesso alcuni Grifoni sorvolano la zona

Il Sentier Balcon du Carro

Il rifugio si raggiunge in circa 4 ore di facile camminata. Assolutamente consigliato scegliere una giornata con tempo particolarmente limpido in modo da poter godere appieno della vista sull’alta Valle dell’Arc. Vivamente consigliato, come sempre in montagna, è l’impiego di un binocolo: limitando le mie considerazioni unicamente agli uccelli, è decisamente probabile l’osservazione del gipeto e dei grifoni che, da alcuni anni e sovente in gran numero, scrutano la zona alla ricerca di carogne. E a volte si avvicinano incuriositi senza paura…

Per ulteriori informazioni in merito al rifugio è possibile consultare il sito internet: http://refugeducarro.ffcam.fr/.

Info martellot
Appassionato di montagna, di fauna e di ambiente. Un frequentatore della montagna "di un tempo"

2 Responses to Il Sentier Balcon du Carro

  1. Anonimo says:

    Grazie per la piacevole descrizione dei luoghi. Sicuramente fa venire voglia di andarci, quando potremo.

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  2. Beppeley says:

    Stefano, grazie mille. Post stupendo, descrizioni accurate e foto incantevoli che ci aiutano a sognare e a uscire da questo soffocante periodo di clausura.

    Impressionante il confronto fotografico del Glacier des Evettes. Ho immaginato di essere nel 1920, proprio ai piedi di questo ghiacciaio e di percepirne tutta la sua potenza in termini di riserva di freddo, di acqua e di riflessioni. Quell’ambiente naturale maestoso (100 anni fa) sprigiona vitalità, energia, sacralità ma incute anche timore, quasi come ci fosse un invisibile limite invalicabile alle attività umane.

    Per secoli l’umanità si è confrontata ed ha proceduto nel suo cammino con quegli ambienti. Mi chiedo quanto abbiano contribuito a costruire riflessioni, speranze, avvenire, soprattutto pensando a come si sono ridotti oggi. Sembrano meno vitali, sofferenti e depotenziati. Scarni di futuro.

    Sono molto contento che tu ci abbia proposto un post di escursionismo. Non potendo andare in montagna, dove tra l’altro, mentre marcio, la mia mente sgorga pensieri e riflessioni con una spontaneità che mi sorprende ad ogni passo, ora riesco a “camminare” su quel sentiero e sento che la mia mente torna libera.

    Dal Sentiero Balcon volgo il mio sguardo verso la pianura, verso il basso, e mi vengono in mente le parole di Verrecchia:

    “Una gita in montagna è il mezzo migliore per sfuggire, sia pure di tanto in tanto, alla mediocrità e alla piattezza della vita cittadina. Chi cerca la luce deve salire in alto, come fanno le piante e come fece Zarathustra.”

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