Saggezza della natura e cattivi pensieri

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte
per paura degli automobilisti, dei linotipisti,
siamo gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri,
e non abbiamo da mangiare.
Lucio Dalla, 1977

Testo di Luca Giunti

Una raccomandazione ripetuta fino al lavaggio del cervello recita: «Non mettere le dita su bocca, naso, occhi e orecchie». Giusto. Non bisogna fare come le tre scimmiette «non vedo non sento non parlo». Anzi. Proprio perché vediamo meglio di prima senza la folla sfuocante, perché udiamo meglio nel silenzio inusuale, perché annusiamo odori puliti, proprio per questo parliamo. E prima pensiamo.

1. A febbraio ho pensato gli stessi brutti pensieri dell’ottobre 2017 per gli incendi o del giugno 2018 per l’alluvione. Una certa fatalistica disillusione, una cinica soddisfazione per tutti i disastri ambientali e sanitari ampiamente preveduti e descritti che ci colgono sempre impreparati e soprattutto sempre ciecamente decisi a non cambiare nulla per evitarli definitivamente («Mi vengono in mente pensieri che non condivido» scrisse il meraviglioso Altan).

Questo professor Secondo Covidio a sberle e cinghiate ci ha costretto a ripassare tre o quattro lezioni basilari. Ci ha rimesso sul banco, testa china e polpastrelli inchiostrati, a compilare colonne di aste per ficcarci in testa un abbecedario universale ma incrostato da muffe e nascosto da parassiti superficiali. Ci ha assegnato esercizi severi da svolgere chiusi in casa: «Guai a voi se uscite prima di aver finito i compiti!». Avevamo dimenticato che su questo pianeta possiamo ancora ritrovarci prede, troppo cullati nella tranquillità di essere solo noi a cacciare e cibarsi degli altri. Quel passaggio de I Promessi Sposi («La peggior condizione era quella di un animale senza artigli e senza zanne che pure non si sentisse inclinazione di essere divorato») era rimasto sepolto tra le memorie liceali studiate ma inutilizzate.

Avevamo dimenticato le priorità della vita vera: affetti, cibo, lavoro, educazione, socialità, arte. Che gli impieghi fondamentali sono produrre e distribuire cibo (contadini e fattorini), curare le persone (medici e infermieri) e le loro menti (maestri, professori, educatori di ogni livello e servizio), allargare gli orizzonti (gli stessi di prima, più ricercatori, artisti, sovrintendenti, guide, filosofi). E pensare che un libriccino studiato anni fa aveva già nel titolo tutto il sapere necessario Buono, pulito, giusto! (Carlo Petrini di Slow Food).

Avevamo proprio dimenticato che proteggere la natura, curare la biodiversità, studiare animali e piante, consumare poco e sprecare ancor meno, non sono fissazioni da idealisti rompiscatole ma carte vincenti nella partita della nostra sopravvivenza terrestre.

Avevamo smesso di leggere ogni sera, per conciliare sogni belli, un qualunque articolo della Costituzione della Repubblica italiana. Di colpo, sotto le bacchettate del prof. Covidio, ho ricordato la professoressa inflessibile che mi fece innamorare – oltre che di lei stessa – di due articoli in particolare. Il 4, là dove recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società», perché stabilisce che il lavoro, esaltato da altri articoli fondamentali, non basta che sia garantito: deve essere dignitoso e gratificante per il singolo e per la collettività. Una rivoluzione, ancora oggi! E il n. 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», perché raduna e protegge insieme quello che ha fatto dell’Italia, l’Italia che il resto del mondo invidia: una lenta e sapiente commistione tra natura, storia, cultura e saper vivere.

Non conoscevamo il proverbio spagnolo «Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la Natura mai!», ma per fortuna – perché ha usato carezze e non schiaffi! – lo ha ricordato Papa Francesco durante la Giornata Mondiale per la Terra. La lezione è stata dura quanto l’addestramento urlato ai marines di Full Metal Jacket dal sergente maggiore Hartman. Riconosco che ne avevamo bisogno, ma confesso che ne avrei fatto volentieri a meno.

Chissà se avremo almeno imparato qualcosa! Tento un elenco parziale e fazioso: costringerà Milano a costruire piste ciclabili; convincerà le ferrovie ad allungare i treni sovraffollati dei pendolari; concederà bonus per acquistare biciclette e non automobili; vieterà ai calciatori di sputare ogni momento; porterà la banda larga in Val Chiusella; farà riaprire qualche ospedale periferico, punto nascite, prontosoccorso, e poi scuole, uffici postali, negozietti e presidi forestali; ci farà fare file ordinate senza numeretti; farà spostare gli investimenti pubblici da F35 a Ffp2, dai cacciabombardieri agli asili, da singoli raddoppi ferroviari antistorici a diffuse manutenzioni ordinarie.

2. Nonostante l’evidente utopia sono ottimista. Perché se tento un bilancio (nuovamente parziale e fazioso), trovo che il virus ha già: marcato la differenza tra i cialtroni onnipresenti e i competenti invisibili; inflazionato il petrolio, abbattuto polveri sottili, ossidi di azoto, smog, traffico; favorito amplessi trascurati (forse anche i divorzi, ma il loro bilancio comparativo dovrà essere valutato sul lungo periodo – almeno nove mesi); aumentato i libri letti e i manicaretti casalinghi; abbattuto gli euri buttati nelle slot machine; redento tanti tabagisti; stimolato fantasia e creatività per passare il tempo in casa e per motivare le autocertificazioni; esaltato persino le penne lisce snobbate fino a febbraio; e infine e soprattutto ha convinto i maschi a lavarsi le mani dopo essere andati in bagno (nemmeno mamme mogli fidanzate c’erano riuscite!). Allora le dure lezioni del prof. Covidio saranno state almeno in parte “positive” (ah ah ah).

Un altro elemento che avevamo male interpretato sono i confini. Possiamo edificare tutti i muri, i fili spinati, le barriere che vogliamo; possiamo stabilire dogane, cancelli, dazi ovunque ci aggradi; possiamo esigere documenti, autorizzazioni, certificati finché ci pare. A virus, animali, piante, funghi, parassiti, alla natura insomma, non importa nulla. Quando vuole passare, passa – come ricordano tutti i Papillon del mondo (Steve McQueen nel 1973 o l’orso M49 nel 2019; toh, lo stesso anno di nascita del sadico professor Covidio). Il virus a forma di corona ci ha sbattuto in faccia l’assurdità delle frontiere – molte in Europa risalgono alla Pace di Vestfalia del 1648 –, la loro inutilità e impotenza («Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro», Ivano Fossati, 1983).

In natura i confini non esistono. Esistono limiti – altitudinali, climatici, chimici, ad esempio – che sono continuamente in movimento e sempre permeabili da un qualche pioniere più intraprendente dei consimili, ma non resistono invalicabili in eterno. Infatti l’ecologia descrive gli ecotoni, habitat di transizione tra ambienti diversi, ricchi di biodiversità proprio perché contaminati da abitanti provenienti da luoghi e famiglie differenti. Un esempio famoso di animale insofferente alle tante frontiere è il lupo, per tacere di avvoltoi, istrici, orsi, sciacalli dorati e compagnia viaggiante.

3. In un tempo incredibilmente breve la natura si è ripresa gli spazi occlusi dalla nostra invadenza. I delfini nei porti di Cagliari e Trieste, i fondali di Venezia visibili attraverso l’acqua subito trasparente, rospi rane bisce ricci tassi incolumi nell’attraversare le strade, caprioli fiduciosi sugli sterrati, uccelli rari nei parchi cittadini. Gli animali potranno ringraziare il virus. E molti potrebbero insegnarci comportamenti virtuosi, esperti come sono di distanziamento sociale: scorpioni, serpenti, istrici, vespe, anemoni e ricci di mare, meduse e pizzicanti vari. Noi lo abbiamo chiamato “CoronaVirus” ma la corona regale gliel’hanno messa in testa proprio gli animali, incoronando nuovo Re della Foresta il primo organismo che ha spazzato via dall’ambiente naturale la vera influenza del Pianeta: Homo sapiens.

Tutti vorremmo che lo spettacolo degli animali selvatici confidenti e avvicinabili possa continuare. Togliamocelo dalla testa. Non potrà succedere, almeno non con la libertà e la frequenza di marzo e aprile 2020. Perché gli animali sempre hanno paura di noi e schifano i nostri suoni, i nostri odori, la nostra presenza. Noi puzziamo anche quando profumiamo, figuriamoci quando sudiamo nelle T-shirt acriliche traspiranti. Emaniamo deodoranti, dopobarba e ora anche disinfettanti. Facciamo chiasso persino quando stiamo zitti, con le giacche hi-tech e i calzoni sintetici che sfrigolano a ogni passo, soprattutto con i pantocratici trilli elettronici che, ormai, identificano Homo sapiens tanto quanto i gorgheggi dell’usignolo o gli ultrasuoni delle balenottere. Gli animali hanno nasi lunghi e orecchie grandi per sentirci meglio, come insegna Cappuccetto Rosso. E sanno usarli molto bene. Non illudiamoci, quindi. Quando noi torneremo, loro se ne andranno di nuovo. Possiamo al massimo esercitarci a una maggiore attenzione. Un allenamento salutare e necessario che per dare risultati, come sanno tutti gli atleti, non basta svolgere un paio di volte la settimana. Occorre praticarlo con costanza e consapevolezza. A tutti piacerebbe sbarazzarsi delle cattive abitudini gettandole dalla finestra in un colpo solo, ma loro invece pretendono di essere accompagnate a piedi giù per le scale, gradino dopo gradino.

Se adottassimo una disciplina rigorosa, potremmo forse ridurre il nostro disturbo. Quando torneremo a passeggiare in natura, ricordiamoci del tempo dei guanti e delle mascherine. Continuiamo a indossarli mentalmente. Non parlare, toccare poco, adoperare discrezione, silenzio, passi leggeri e limitati, potrebbe ridurre il nostro contagio verso tutti gli animali. Se per un caso fortunato e irripetibile a qualcuno capitasse di poter vedere da vicino un’opera d’arte famosissima – sogniamo pure, diciamo La Gioconda? – chessò, perché il Fato ci ha fatto entrare al Louvre proprio nel momento in cui i conservatori la spostano per un restauro, ebbene, non resteremmo immobili, trattenendo il fiato, infinitamente ed eternamente grati per quell’istante di congiunzione inaspettata? E certamente non ci azzarderemmo né a toccare il quadro né a chiedere di prolungarne la visione ravvicinata. Probabilmente non oseremmo neppure un selfie. Ecco, la stessa deferenza dovrebbe ispirarci quando abbiamo la ventura di cogliere un animale selvatico in libertà. Non è esagerato questo accostamento tra arte e natura. Come già ricordato, la nostra Costituzione li custodisce insieme all’articolo 9, tra quelli fondamentali «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Pratichiamo allora gratitudine, rispetto, discrezione. E sobrietà.

Siamo in casa bloccati negli spostamenti come se fossimo piante. Come le piante dobbiamo accontentarci di quello che troviamo sul posto: energia, sale, lievito, acqua, medicine. Dovremmo allora imparare da loro a essere morigerati e sostenibili, come ci spiega Stefano Mancuso. In fin dei conti, come noi vivono sulla Terra e hanno colonizzato ogni ambiente possibile, ma hanno cominciato un miliardo di anni prima di noi. Potrebbero insegnarci qualche trucco per sopravvivere, se avessimo l’umiltà di ascoltarle. Potrebbe rivelarsi – almeno nel campo della protezione della natura – la lezione che il virus ci costringe a imparare. E dovremmo comprenderlo bene, perché noi e lui siamo più simili di quanto possiamo immaginare. Ricordate Matrix? L’Agente Smith? «Every mammal on this planet instinctively develops a natural equilibrium with the surrounding environment but you humans do not. You move to an area and you multiply and multiply until every natural resource is consumed and the only way you can survive is to spread to another area. There is only another organism on this planet that follows the same pattern. Do you know what it is? A virus». (Tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus).

Dobbiamo comprendere appieno che quando noi siamo presenti gli ambienti e gli animali non sono gli stessi di quando non ci siamo. Uso arditamente i fondamenti della Fisica del Novecento: il principio di esclusione di Pauli (o noi o loro); quello di indeterminazione di Heisenberg: l’osservazione modifica l’oggetto osservato. Noi invece, continuando la metafora, ci culliamo nella falsa convinzione di vivere come il gatto di Schrödinger, nello stesso momento vivo e morto: dentro e fuori la natura contemporaneamente, a nostro piacimento. Non è così. La natura esiste fuori di noi. Soprattutto, senza di noi. Noi le apparteniamo, lei no. A noi serve tantissimo, ma noi a lei, affatto. Anzi. Viene in mente la ricerca pubblicata un anno fa riguardo la exclusion-zone di Chernobyl. La vastissima area completamente disabitata da 34 anni a causa dell’incidente nucleare del 26 aprile 1986 ha visto aumentare la sua biodiversità vivente. Gli individui di ogni specie – nemmeno di tutte – possono avere vita più breve a causa delle mutazioni genetiche provocate dalle radiazioni ancora potenti, ma il loro numero totale è maggiore di quando la regione era frequentata dagli umani. La nostra presenza fa più danni all’ambiente, in termini evolutivi e bio-diversi, di una esplosione atomica.

La sensazione urticante è che Homo sapiens sia il vero microbo del pianeta: appena riduce il suo contagio, la natura si riprende e guarisce dalla sua… influenza. «Chi è causa del suo mal pianga se stesso» diceva la nonna analfabeta. Il salto di specie – lo spillover – è stato favorito dalle nostre attività alimentari e commerciali, dalla deforestazione e dalla distruzione della biodiversità. Il virus fa il suo mestiere evolutivo: si riproduce ogni volta che può in ogni occasione adatta. E noi gliene forniamo in quantità. Non bisogna incolpare i pipistrelli. Se mai, vanno invidiati. Sono sulla Terra da molto più tempo di noi e il loro fortissimo sistema immunitario li ha portati a convivere in qualche modo con i loro parassiti. Le popolazioni sopravvivono nonostante una percentuale di individui ne muoia a ogni generazione (sentenza per noi inaccettabile). I virus sono documentati sulla Terra da oltre 3 miliardi di anni (3 seguito da nove zeri, tre volte mille milioni); gli archeo-pipistrelli da 3 milioni di anni; il genere Homo da 300.000 anni circa. Siamo appena arrivati e se proseguiamo così ce ne andremo presto («Chissà il cordoglio e il rimpianto che susciteremo» scrisse il sempre fulminante Altan).

4. Nel primo weekend di marzo montagne e parchi sono stati presi d’assalto per sfogare la compressione della prima settimana di quarantena. Non erano ancora in vigore i severi obblighi decretati subito dopo. Impianti di sci e ristoranti erano aperti. E – purtroppo – affollati. Il virus incuba per circa quattordici giorni e intorno all’equinozio 2020 i contagi distribuiti in quel fine settimana scellerato sono esplosi. Ciononostante, fa riflettere che – ancora una volta nella storia – la natura e le montagne diventano un rifugio in tempi di emergenza. Un vero rifugio: un riparo per chi scappa; un ventre materno cui tornare, al quale non si pensa durante la quotidianità ma – sepolto al fondo dell’anima e inavvertito per anni – appena c’é davvero bisogno torna a galla e indica una meta da raggiungere. Sbagliato in questo momento ma indicativo della nostra incancellabile appartenenza.

Hanno impressionato le immagini delle città deserte come inaspettate ghost-towns. Alpi e Appennini sono piene di medie e piccole town che diventano sempre più ghost perché progressivamente si chiudono i servizi che le rendono socialmente vivibili. Bisogna ricordarsene finita l’emergenza. Difendere una scuola periferica, conservare un ufficio postale, mantenere una caserma del Corpo Forestale, favorire un negozio multi-servizi, portare la banda larga in una vallata montana (quanto velocissimamente si è realizzato lo smart-working!) ci aiuterà, poi, nella prossima pandemia e, subito, per una quotidianità migliore. Dall’alto dei monti valsusini si vedono normalmente la Sacra di San Michele e la Basilica di Superga. Emergono dalla foschia lattiginosa che ingrigisce Torino soprattutto d’inverno. Ad aprile 2020 non solo si sono stagliate più limpide ma lo sguardo poteva spingersi fino alle colline di Langhe e Monferrato. Lo smog è scomparso a velocità inaspettata. Un effetto collaterale positivo dei blocchi forzati di movimenti e mestieri. Non è l’unico. Alcuni studi hanno messo in relazione le polveri sottili con la diffusione del contagio. Le particelle virali potrebbero essere favorite nella loro dispersione aerea da quelle di particolato sottile – i famigerati Pm 10 e 2,5 – che fungerebbero da trasportatori: voli charter per i microscopici invasori! Il Ministero della salute riconosce migliaia di ammalati e morti annuali per l’inquinamento di tutto il bacino del Po dal Monviso a Comacchio. Più del virus…

Colpiscono e angosciano le morti senza conforti, senza funerali, le bare accatastate sui camion dell’esercito. Sono morti normali in ogni contesto naturale, tranne che per noi. Abbiamo allontanato da noi quella morte primitiva che incombe ogni istante su ogni vivente, improvvisa e imprevedibile. Disumana, appunto, perché non preceduta da alcuna consolazione e non seguita da alcuna commemorazione. In natura la morte è, e basta («Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli», Fabrizio De André, 1963, preso da Georges Brassens del 1955 a sua volta ispirato da versi di Francois Villon del 1461; da sempre l’umanità si interroga sul tema e i poeti – maledetti, per lo più – lo raccontano in versi crudeli).

Questo virus è una zoonosi, cioè una malattia che attacca gli umani provenendo da animali, sia direttamente sia attraverso organismi serbatoi e incubatori. L’Oms ne descrive oltre 200, dalla peste alla Tbc, da Ebola alle influenze stagionali. Quattro di loro, quattro virus a Rna, causano da soli un quarto di tutti i raffreddori mondiali annuali. Abbiamo sconfitto definitivamente soltanto una zoonosi, il vaiolo, a furia di vaccini (dalla parola “vacca”, non dimentichiamo) inventati da Jenner, Pasteur e seguaci. A dirla tutta, la nostra unica vittoria è stata in gran parte favorita da uno sbaglio evolutivo del vaiolo: non si è modificato abbastanza da sopravvivere al di fuori del corpo umano. Una volta sterminato lì dentro, non ha avuto scampo. Si è infilato in un vicolo cieco, ha eliminato le possibili alternative, non è rimasto adattabile. Ogni organismo che si riduce così, come il famoso Dodo, può sopravvivere a lungo solo se non cambiano le condizioni ambientali. Appena succede, sparisce dalla Storia. Gli altri virus a Rna come questo invece mantengono la capacità di sopravvivere in altri animali e quindi sono praticamente indistruttibili. Bisognerà conviverci a lungo, con alterni equilibri. E non so lo con questo. Grazie ai cambiamenti climatici e all’aumento delle temperature da noi provocati, la fusione del permafrost in Artico sta già liberando decine di virus sconosciuti congelati lì dentro da 20.000 anni e più. Chissà come si spargeranno e come si replicheranno.

Mantenersi adattabili invece di specializzarsi, diffondere invece di accentrare, essere flessibili anziché rigidi, tenere pronte opzioni diverse anziché seguire una sola direzione irreversibile. Sono gli assi vincenti nella partita della sopravvivenza attraverso i millenni, come dimostrano continuamente etologia e storia dell’evoluzione. Sarebbe il caso di applicarlianche a campi che sembrano lontani, come l’economia o l’organizzazione sociale, dove potrebbe emergere come più durevole non concentrare tutti gli uffici in un unico palazzo o tutti i servizi sanitari in un’unica struttura o tutti i finanziamenti in una sola soluzione o tutti gli abitanti in un’unica città. Può essere scomodo e meno affaristico, ma sarebbe da sciocchi immaginare di risolvere un problema usando gli stessi strumenti che lo hanno creato («We won’t return to normality, because normality was the problem». Non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema).

Il virus è praticamente la più piccola entità “vivente”. Vivente deve essere messo tra virgolette perché che i virus siano veri organismi è molto controverso. L’opinione prevalente, anzi, non li inserisce in nessuno dei tre Regni classici (animali, piante, funghi) e nemmeno tra i protisti e le monére. In ogni caso, si tratta di un pacchetto di informazioni elementari ricoperto da qualche proteina sparsa. Uso di nuovo una semplificazione grossolana: il nostro Dna è costituito da 3,2 miliardi di paia di basi mentre i virus hanno un genoma di cinque ordini di grandezza più piccolo. Il Sars-CoV-2 in particolare possiede un singolo filamento di Rna di circa 30.000 nucleotidi, codificanti per 9.860 aminoacidi. Nel linguaggio binario dei computer 2 bit codificano una base, quindi questo coronavirus potrebbe essere descritto da appena 60.000 bit. È l’equivalente di una pagina A4 fitta fitta! La libreria genetica umana è gigantesca rispetto a quella virale ma è stata messa in crisi da un illetterato appena uscito dalla lallazione. Mai un Davidino così insignificante ha abbattuto un Golione così tanto più grande di lui.

5. Non condivido la terminologia guerresca applicata al contrasto al virus. Per ragioni sostanziali, non estetiche. Perché in questo periodo di grande tragedia per noi migliaia di persone subiscono una guerra vera con tutte le dannazioni che questa comporta. Ce lo ha ricordato Paolo Rumiz pubblicando la lettera di una donna che ha vissuto l’assedio di Sarajevo: chiusa in casa come noi, ma senza gas, cinque maglioni addosso contro il freddo, poco cibo, i cecchini a sparare sulle file ai mercati. Poi, perché una guerra può avere tre esiti: vittoria, certamente, ma anche sconfitta o resa. E mi sa che la terza opzione – arrendersi e convivere con il nemico – non sia meno probabile della prima. Altro che debellare il nemico (“de-bellare” portare fuori dalla guerra…). L’ultima ragione: la guerra è un’impresa di taglio maschile, fallocratica, straordinaria (extra-ordinaria) mentre noi abbiamo disperato bisogno di rilasciare e far funzionare soprattutto la componente femminile, normale, ordinaria nell’accezione migliore. Prima di essere accusato di sessismo, preciso che non è una questione di genere ma di atteggiamento mentale. Molti uomini hanno tratti femminili e molte donne viceversa perversioni maschili. Voglio dire che dobbiamo applicare uno schema di manutenzione quotidiana, di piccole azioni che passano inosservate, di prevenzione diffusa, in una parola di “cura” (esposta da don Milani, cantata da Battiato), piuttosto che grandi azioni in condizioni speciali con uno sforzo mostruoso ma limitato nel tempo («L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale», Lucio Dalla, 1977, guarda caso in una canzone titolata «Disperata ed erotica»). Un istruttore di sicurezza sul lavoro spiegò che è più facile insegnare una procedura a una donna piuttosto che a un uomo. La impara subito e la esegue sempre. Perché si immagina il futuro, mentre invece un maschio, soprattutto se ha una certa età, ragiona in base al «non mi è mai successo niente».

Un parallelo meno drammatico ma molto simile possiamo ritrovarlo negli incendi piemontesi di ottobre 2017. Anche allora comportamenti umani hanno preparato le condizioni necessarie alla tragedia, in quel caso l’inurbamento e il conseguente abbandono di colline e montagne che ha comportato la perdita delle manutenzioni costanti e quindi l’accumularsi al suolo di una lettiera facilmente infiammabile. Il fenomeno si è protratto per anni nell’indifferenza, fino a quando un evento momentaneo – la prolungata siccità, anch’essa non esente da responsabilità umane – ha innescato (termine esatto) la catastrofe. Gli incendi ci sono sempre stati, esattamente come i contatti con gli animali selvatici e i loro parassiti, ma si estinguevano rapidamente per la scarsità di materiale adatto a propagarli. Ma se azioni o omissioni umane favoriscono contagi e diffusione, aveva ragione la solita nonna analfabeta «Chi semina vento, raccoglie tempesta». E anche in quel caso chi denunciava il pericolo era inascoltato, tacciato di catastrofismo o di fare la Cassandra. Se un nuovo profeta venisse oggi a proclamare: «Ho trovato il vaccino!», chiederemmo subito: «Qual è?». Lui risponderebbe: «Un altro modo di vivere» e noi lo crocifiggeremmo entro sera.

6. Lavoro in un Ente pubblico di tutela territoriale. Conosco per lunga esperienza lo sguardo infastidito del progettista quando deve sottostare a una Valutazione di Incidenza o di Impatto Ambientale. Non può dirlo apertamente ma pensa che sia un adempimento burocratico sterile e inutile. È invece meritorio e doveroso difendere quel poco di biodiversità che è rimasta intorno a noi. Quella stessa la cui distruzione è riconosciuta come una delle cause non secondarie del salto dei coronavirus dagli animali selvatici a quelli domestici e infine a noi. La biodiversità italiana è minore in quantità rispetto a quella delle foreste amazzoniche o asiatiche, ma non in qualità. Difendere una torbiera in quota o una piccola popolazione di Ephedra o una farfallina incolore non sono manie di qualche ambientalista nullafacente ma doveri morali ancor prima che istituzionali. Sono preoccupato che la lezione non venga imparata. Autorevoli politici hanno chiesto che l’Europa dirotti i fondi del cosiddetto Green New Deal al rilancio di opere edili e cantieri, cemento e asfalto e tondino come panacea, invocando «semplificazione e sburocratizzazione». Questo lamento è spesso ripetuto insieme ai «lacci e laccioli» che, essendo espressione derivata dal bracconaggio, mi insospettisce automaticamente. Decreti e varie norme nazionali e regionali hanno colto al volo l’opportunità disciplinando per legge la riduzione del controllo pubblico, dai pareri delle sovrintendenze a quelli delle commissioni paesaggistiche, urbanistiche, ambientali.

Questa esperienza tragica sembra dimostrare che non siamo capaci di comprendere la nostra stessa sapienza. Gli avvertimenti sono stati numerosi, ben documentati, noiosamente periodici. Dal Club di Roma con Aurelio Peccei già negli anni Settanta del Novecento ai report annuali del Ipcc, dall’Oms a David Quammen, sapevamo quel che sarebbe successo eppure ci siamo arrivati impreparati. Ancora Cassandre! Dimenticando colpevolmente che la sventurata aveva ricevuto dal dio Apollo dapprima il dono della esatta profezia e poi la maledizione di non essere creduta. E senza risalire fino a Omero, avremmo potuto dare ascolto ad altri poeti che attraverso l’Europa – sorda allora come oggi – in una linea immaginaria dall’ellenismo al capitalismo anglosassone passando per il romanticismo italiano, avevano illuminato la strada da seguire. Ha cominciato Shelley nel 1818 con Ozymandias: «Due enormi gambe di pietra stroncate stanno imponenti nel deserto. Nella sabbia, non lungi di là, mezzo viso sprofondato e sfranto, e la sua fronte, e le rugose labbra, e il sogghigno di fredda autorità, tramandano che lo scultore ben conosceva quelle passioni, che ancor sopravvivono, stampate senza vita su queste pietre […]. Sul piedistallo, queste parole cesellate: “Il mio nome è Ozymandias, Re di tutti i Re. Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!” Null’altro rimane. Intorno alle rovine di quel rudere colossale, spoglie e sterminate, le piatte sabbie solitarie si estendono oltre confine».

Ha rilanciato Leopardi con La ginestra nel 1845. Famosa e spesso malcitata per «le magnifiche sorti e progressive», come le rime precedenti celebra la fragilità dell’onnipotenza umana e la sua caducità alla natura indifferente: «Questi campi cosparsi / di ceneri infeconde, e ricoperti / dell’impietrata lava / che sotto i passi al peregrin risona, / fur liete ville e colti / e biondeggiàr di spiche, e risonaro / di muggito d’armenti; / fur giardini e palagi agli ozi de’ potenti / gradito ospizio; e fur città famose. […] A queste piagge venga colui che d’esaltar con lode / il nostro stato ha in uso, e vegga quanto / è il gener nostro in cura / all’amante natura. […] Dipinte in queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive ». E poco oltre il nostro Giacomo spara un verso moderno come una frustata: «Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco!».

Nel 1898 il greco Kavafis compone Aspettando i barbari: « […] Perché mai tanta inerzia nel Senato? E perché i senatori siedono e non fan leggi? / Oggi arrivano i barbari. Che leggi devon fare i senatori? Quando verranno le faranno i barbari. / […] Perché brandire le preziose mazze coi bei caselli tutti d’oro e argento? / Oggi arrivano i barbari, e questa roba fa impressione ai barbari. / Perché i valenti oratori non vengono a snocciolare i loro discorsi, come sempre? / Oggi arrivano i barbari: sdegnano la retorica e le arringhe. / Perché d’un tratto questo smarrimento ansioso? (I volti come si son fatti seri) / Perché rapidamente le strade e piazze si svuotano, e ritornano tutti a casa spaventati? / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente».

Credo che il nostro futuro verrà salvato più dagli artisti e dai naturalisti che dagli economisti. Altrimenti, no.


Tratto dal libro Dopo il virus – cambiare davvero (Edizioni Gruppo Abele), liberamente scaricabile (in pdf o e-book) qui: https://edizionigruppoabele.it/prodotto/dopo-il-virus-cambiare-davvero/

Oltre a Luca Giunti, al libro hanno collaborato, a titolo gratuito e con grande disponibilità: Marco AimeFranco ArminioMauro BianiLuigi CiottiVera GhenoGad LernerTomaso MontanariFranca Olivetti ManoukianMoni OvadiaAnnamaria TestaUgo Zamburru.

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