Attraverso le Alpi

Un edificio residenziale nel centro di Cave del Predil (Val Canale, Udine) – foto di Davide Curatola Soprana

Grazie ad un post su MountCity (leggetelo qui) abbiamo potuto vedere la mostra «Attraverso le Alpi», il secondo progetto dell’Associazione Architetti Arco Alpino (AAA), che nel 2016-17 lanciò il contest “Rassegna di Architettura Arco Alpino”, cui presero parte 246 progetti per dare, attraverso l’architettura, una lettura e un’interpretazione dei paesaggi alpini.

«Attraverso le Alpi» è un racconto fotografico della montagna contemporanea, in particolare quella dimensione delle piccole valli secondarie non ancora, o non più, frequentate da un turismo di tipo stagionale. Valli abitate da comunità stanziali che vivono il territorio nel quotidiano e la cui sfida è aumentare i servizi e la loro qualità, con la tenacia di chi è rimasto.

Per leggere e interpretare i diversi paesaggi che compongono l’arco alpino, grazie al lavoro del collettivo Urban Reports, l’associazione AAA cerca di indagare gli usi e le conseguenti trasformazioni dei paesaggi delle Alpi. Non si tratta solamente di prendere in considerazione alcuni esempi particolarmente virtuosi, ma di leggere le “normali” modalità di utilizzo e sfruttamento dei territori che testimoniano la relazione dialettica ed evolutiva tra l’uomo e l’ambiente in cui vive.

Introduce la mostra un video di nove minuti che vi suggeriamo vivamente di vedere ed ascoltare prima di proseguire nella lettura di questo post:

Questo itinerario a tappe lungo un territorio vasto e complesso, si legge su MountCity, si è aperto a incontri con le comunità locali, rivelando, nelle diversità, la comunanza di intenti e sfide, aprendo un confronto su temi analoghi sviluppati secondo le tradizioni locali che costituiscono un patrimonio (di architettura, conoscenza, linguaggio, cultura, tradizione…) oggi ancora fondamentale.

Le tappe dell’indagine fotografica sulle trasformazioni del paesaggio alpino

Per sapere le date, le sedi e gli orari di apertura di questa rassegna, vi rimandiamo al post su MountCity (vedere alla fine).

L’Associazione Architetti Arco Alpino è composta dagli Ordini degli Architetti PPC di Aosta, Belluno, Bolzano, Cuneo, Novara e Verbano Cusio Ossola, Sondrio, Torino, Trento, Udine e Vercelli.  I 274 scatti di Urban Reports provengono dalle strade e dai sentieri delle Val Tanaro (CN), Val Chisone (CMTO), conca di Saint-Nicolas (AO), Val Sermenza e Val d’Otro (VC), Val Divedro (NOVCO), Valmalenco (SO), Val di Rabbi (TN), Val Martello (BZ), e dai territori tra Cadore e Comelico (BL) e Val Canale (UD).

Leggere le Alpi

di Alberto Winterle, Presidente associazione Architetti Arco Alpino
(pubblicato sul n. 118 – 07/2020 della rivista Turris Babel)

Per leggere e interpretare i diversi paesaggi che compongono l’arco alpino abbiamo indagato innanzitutto l’architettura. La prima rassegna «Architettura Arco Alpino 2016» (Turris Babel #105) aveva infatti l’obiettivo di comprendere attraverso i linguaggi del contemporaneo quali fossero le dinamiche in atto nella porzione italiana dei vasti territori alpini. Abbiamo potuto verificare come, attraverso le diverse declinazioni dei temi progettuali, vi fosse una costante e diretta relazione tra le nuove soluzioni proposte e le peculiarità costruttive dei differenti territori. Nonostante fossero evidenti i macro effetti dei fenomeni sociali ed economici che caratterizzano buona parte dei territori alpini, le nuove architetture selezionate nella rassegna evidenziavano quella ricchezza di micro variabili corrispondenti alle caratteristiche costruttive e di insediamento dei differenti luoghi.

La forma del borgo incastonato nella montagna. Rima in Val Sermenza (VC) – foto di Alessandro Guida

Nelle successive «giornate di Borca» la selezione di progetti è diventata pretesto per approfondire l’indagine attraverso tre filtri tematici: l’alta quota, la città alpina e le infrastrutture.
Ora con questo secondo progetto «Attraverso le Alpi», l’associazione Architetti Arco Alpino – composta dagli Ordini degli Architetti PPC di Aosta, Belluno, Bolzano, Cuneo, Novara e Verbano Cusio Ossola, Sondrio, Torino, Trento, Udine e Vercelli – promuove un ulteriore livello di lettura. Grazie al lavoro del collettivo Urban Reports abbiamo cercato di indagare gli usi e le conseguenti trasformazioni dei paesaggi delle Alpi. Non si tratta quindi solamente di prendere in considerazione alcuni esempi particolarmente virtuosi, ma di leggere le «normali» modalità di utilizzo e sfruttamento dei territori che testimoniano la relazione dialettica ed evolutiva tra l’uomo e l’ambiente in cui vive.

La vista sul campanile. Costalta nel Comune di San Pietro di Cadore, Val Comelico (BL) – foto di Davide Curatola Soprana

L’approccio al lavoro non poteva però prescindere dalla consapevolezza che i territori attraversati costituiscono di fatto un «Paesaggio Culturale». L’antropologo Annibale Salsa ci ricorda infatti che per il contesto alpino, a parte i territori oltre il limite dei boschi, parlare di paesaggio naturale è una «forzatura semantica». Viviamo ed abitiamo in un contesto trasformato dall’uomo quindi ci riferiamo ad un «Paesaggio Culturale» (Annibale Salsa, I paesaggi delle Alpi, Donzelli editore 2019). Il paesaggio alpino è effettivamente un paesaggio antropizzato, addomesticato.
Oltre ai centri abitati ed alle infrastrutture, risulta evidente che anche i terreni coltivati, i terrazzamenti, i prati e anche gli stessi boschi sono frutto di una lunga opera di coltivazione e cura da parte dell’uomo.
Chi ci ha preceduto si è insediato nei territori montani, non privi di insidie e difficoltà dove la morfologia pone evidenti limiti, attraverso un lento processo di stratificazione di esperienze empiriche. Nel corso dei secoli sono state «sperimentate» nuove possibili soluzioni abitative e di sfruttamento della terra per alimentare un’economia di sussistenza. Se quindi per un lungo periodo il risultato di tale fenomeno si è retto sulla ricerca di un necessario equilibrio tra gli effetti della presenza antropica e la possibilità di ottenere le necessarie risorse vitali, con l’avvento del turismo vi è stato un completo ribaltamento del rapporto uomo-ambiente. Il paesaggio è diventato un prodotto ed i territori sono diventati valore economico. Difficile quindi definire oggi un limite allo sfruttamento delle Alpi.

Riappropriazione di infrastruttura post alluvione del 2000. Località Jartousiere in Val Chisone (TO) – foto di Alessandro Guida

Strutture ricettive, seconde case, infrastrutture sciistiche, sistemi di approvvigionamento energetico, sistemi di coltivazione ed allevamento intensivo sono diventate le nostre priorità per il sostegno dell”economia. Le «tradizionali» modalità di sfruttamento dell°ambiente alpino sono diventate invece attività quasi folcloristiche necessarie per garantire un grado di autenticità al «prodotto montagna».
Le recenti crisi ambientale, economica e infine anche sanitaria, ci hanno posto in evidenza in modo drammaticamente inequivocabile i limiti delle nostre possibilità di utilizzo e sfruttamento delle risorse naturali. Ci troviamo quindi ora a un bivio, e siamo consapevoli che serve un cambio di passo. Le Alpi non sono più quel luogo idilliaco frutto di un lungo processo di mitizzazione, ma presentano invece tutte le caratteristiche dei sistemi complessi dove è stato superato il confine di quello che può essere considerato uno sviluppo sostenibile.

Resti di una cabinovia abbandonata. Belvedere in Val d’Otro (VC) – foto di Alessandro Guida

Ha ancora senso insistere su un modello di turismo invernale incentrato principalmente sullo sci alpino, con infrastrutture diffuse che però necessitano di un impattante sistema tecnico fatto di reti idrauliche e bacini artificiali di raccolta dell°acqua per assicurare la creazione di neve programmata»? Quale strategia è possibile individuare per invertire la tendenza di una fruizione mordi e fuggi della montagna, cercando di evidenziare come la lentezza ed il tempo sono condizioni necessarie per l’esperienza di conoscenza e frequentazione di un luogo? Quale può essere il limite tra la necessaria trasformazione di alcune porzioni di territorio per sostenere un’economia che permetta agli abitanti delle «terre alte» di non abbandonare la montagna ma di rimanere per garantire la necessaria manutenzione e cura del paesaggio?
Per stimolare alcune risposte, abbiamo provato a leggere dieci diversi territori appartenenti alle dieci provincie che costituiscono la nostra associazione. Si tratta di territori ritenuti significiativi per comprendere come gli attuali usi del paesaggio alpino possano costituire, nel bene e nel male, insegnamenti per costruire nuovi atteggiamenti futuri. Abbiamo scelto valli laterali, non i luoghi più noti e già indagati, proprio per individuare quegli elementi profondi che mettono in luce i nostri segni di appartenenza.

Casa abbandonata sul sentiero tra Saint-Nicolas ed Avise (AO) – foto di Alessandro Guida

Le immagini proposte permettono molteplici livelli e codici di lettura ed interpretazione. Seguendo una successione tematica, le foto sono volutamente accostate le une alle altre mettendo a confronto temi analoghi sviluppati secondo declinazioni locali. Da tale flusso di immagini emerge una sensazione di spaesamento. Riconosciamo segni, forme, strutture ma allo stesso tempo non riusciamo a collocarle tutte in un luogo conosciuto. Riguardando con maggiore attenzione ci rendiamo conto che pur trattandosi di simili modalità di utilizzo dei territori, emergono quelle minime differenze che costituiscono un patrimonio oggi ancora fondamentale.

Il bosco. Colle di Caprauna in Val Tanaro (CN) – foto di Alessandro Guida

Da qui dobbiamo quindi ripartire per individuare nuovi modelli di sviluppo e gestione del territorio, legati alle peculiarità dei luoghi e non banalmente applicando modelli da attuare in qualsiasi posto. É necessario però definire limiti etici e condivisi per mantenere vive le comunità alpine, evitando la perdita di biodiversità e di etnodiversità che porterebbero alla dequalificazione dei paesaggi antropici.
Questo necessario cambio di paradigma può essere stimolato dai drammatici segnali che l”emergenza ambientale ed in particolare la più recente emergenza sanitaria ci hanno evidenziato. Ci troviamo infatti in un momento particolare, se infatti da un lato abbiamo la consapevolezza che «nulla sarà come prima», dall’altro lato sentiamo il bisogno di chiudere questa brutta parentesi e ripartire a vivere «come prima». Dobbiamo però cogliere questi segnali come un’opportunità, come possibili «acceleratori decisionali». Se un numero considerevole di persone sente la necessità di modificare, sperimentare, migliorare la propria vita sia intesa come spazio privato che come comunità, se allo stesso tempo sente il bisogno di cambiare atteggiamento nei confronti dell’ambiente in cui vive, è questo il momento di intraprendere nuove strade.

Punto panoramico lungo il sentiero glaciologico nelle gole del Rio Plima in Val Martello (BZ) – foto di Isabella Sassi Farìas

Innanzi tutto possiamo immaginare un nuovo e diverso rapporto tra aree metropolitane e «terre alte». Aver sperimentato diverse modalità di lavoro e di spostamento ci ha mostrato come territori ritenuti lontani e marginali, se adeguatamente infrastrutturali (dai trasporti alla fibra) si potrebbero aprire a nuovi scenari. Non si tratta ovviamente di una contrapposizione tra sviluppo urbano concentrato e sistema di insediamento diffuso, ma di un ri-bilanciamento di pesi e misure. É questo un tema di approfondimento culturale, sociale e politico a cui possiamo contribuire con un approccio progettuale.
Ripensiamo quindi lo spazio alpino. Molti possono essere i soggetti da coinvolgere attivamente, dagli amministratori ai semplici cittadini, da chi abita stabilmente la montagna a chi la frequenta solamente per brevi o lunghi periodi. Ridefiniamo le modalità dell’abitare e dell’ospitalità turistica temporanea con sistemi integrati, favorendo un maggiore utilizzo delle seconde case ed evitando ulteriore consumo di suolo. Rivediamo le nostre modalità di utilizzo degli spazi aperti, da quelli urbani a quelli nella natura. Sperimentiamo nuovi modelli di sviluppo che permettano un più equilibrato utilizzo delle risorse e del nostro tempo.
Ciò può avvenire senza rinunciare ad introdurre nuovi segni nel paesaggio ma con la consapevolezza che esso è frutto di un continuo processo dinamico di adattamento. Siamo noi i coautori dello spazio di vita in cui ci dobbiamo riconoscere.


Ringraziamo sentitamente gli architetti Viviana Rubbo e Alessandro Guida di Urban Reports per la gentile concessione a pubblicare testo e foto di questo post.

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