La mia salita al Plu (Cresta Botto)

Una ricognizione suggestiva su una salita insolita nelle valli di Lanzo

Testo di Enrica Grandis

Sono diverse e si sovrappongono le motivazioni che spronano a una salita in montagna: per alcuni è la passione di una vita, per altri è l’anelito della prestazione, o ancora uno sfogo o un desiderio di mettersi alla prova, qualcuno per assecondare il desiderio di altri, ma tutto in qualche modo si intreccia. Nel mio sentire è la curiosità a dominare su tutto. Non sono un’atleta né un’alpinista, solo un’amante della montagna, e sono curiosa. Tuttavia per frequentare la montagna devo comunque allenarmi, almeno un po’. Quel minimo accettabile e con quella certa costanza che consente di godersi una bella gita con gli sci o una piacevole scalata senza troppi affanni. La curiosità mi porta in luoghi incantevoli, a volte singolari. Ogni tanto capita un’occasione un po’ speciale, come questa, alla cresta Botto.

Il Monte Plu (2196 m). La Cresta Botto è quella centrale che si stacca dalla spalla (a destra della vetta)

Cresta Botto. Mai sentita nominare. Eppure scopro subito che lo sguardo si sarà posato inconsapevolmente su di lei centinaia di volte risalendo la valle di Lanzo in auto, all’altezza della diramazione tra la val d’Ala, a sinistra, e la val Grande che frequento da sempre. Avevo osservato la Cresta della Scuola camminando sul bellissimo sentiero del vallone del Crosiasse; sapevo vagamente dell’esistenza di uno Sperone Grigio sui contrafforti del Plu, ma non avevo mai fatto indagini. Poi ecco che due instancabili alpinisti e ricercatori di itinerari inediti o abbandonati, Luca e Matteo, propongono, a me e agli altri soci d’avventura, questa salita. Frequento Luca e Teo un po’ casualmente, visto il divario degli interessi in montagna, ma forse poi neanche tanto considerando che siamo da sempre villeggianti, come si dice, nella stessa amatissima valle. E così si è creata l’occasione.

Il tracciato della via della Cresta Botto. Alla sua sinistra ed in alto, si scorge la vetta del Monte Plu (2196 m)

Bene, dov’è, dove non è la cresta Botto, da dove e come si sale, e soprattutto: come si scende? Quest’ultima, quasi sempre, è la domanda più interessante.
Non c’è molto di scritto, anzi proprio poco. Qualcosa su alcune pagine di “Palestre delle valli di Lanzo” di Gian Piero Motti (1974), che l’amico Beppe Leyduan mi invia gentilmente. Non ho tutti quei bei ragguagli che, da scalatrice della domenica, normalmente mi interessano molto: devo pur sapere bene cosa vado a fare… ma via, non sono io a condurre, e i tre capicordata, Diego oltre ai due già citati, sapranno muoversi con sicurezza su una cresta definita da Motti “palestra”.

Gian Piero Motti, “Palestre delle Valli di Lanzo” (Sottosezione GEAT del CAI, 1974)

Ci sono altre curiosità e mi intriga il fatto che tra i primi salitori, Gatto, Revelli, Cavallero, sia citata la signorina (sic) Paola Dutto. Interessante questa presenza di cui vorrei sapere di più. Se ha scalato la cresta Botto avrà fatto anche altro, interessante la sua presenza soprattutto dal punto di vista psicologico, sarà stata sicuramente molto coraggiosa per sfidare tutti i cliché dell’epoca; e interessante dal punto di vista storico in generale direi, considerando che la donna seconda di cordata ancora negli anni Sessanta, come ci racconta Reinhold Messner nel suo libro On Top Donne in Montagna (ma chissà quanto in effetti ancora oggi, nonostante tutto), veniva mostrata nelle foto a un pubblico desideroso di sensazionalismo, ma messa a volte in ridicolo in un ambiente alpinistico assai incline a pregiudizi vari. Una pennellata di storia, per una prassi, chiamiamola così, che esulerebbe dalla breve narrazione di una scalata, ma forse neanche tanto, e che sarebbe molto interessante da analizzare più attentamente. Vedremo.

Dunque una bella salita per cresta dalle difficoltà moderate, ma niente affatto banali (ovvero il “solito” IV–V interamente da proteggere, a parte tre vecchi chiodi), che pare nessuno abbia compiuto da molto tempo, alle pendici dell’isolato, ma in qualche modo domestico monte Plu.
Insomma, via. Si decide e si va. Alla partenza il clima è ideale, anche tra di noi soci di avventura. Tre capicordata uomini, Luca, Teo, e Diego l’ormai celebre “Camisa”, e ben cinque donne, Vanessa con cui ho scalato anche su vie lunghe diverse volte, Valentina, Chiara e la mia giovane omonima, Enrica. Siamo evidentemente ben presi, come si dice, anche se non ci conosciamo tutti reciprocamente, in cordata, intendo. L’aria è tersa e frizzante e siamo arrivati all’appuntamento in leggero anticipo. Con quella tipica sensazione di aspettativa un po’ sospesa scarichiamo il materiale dalle auto e ci incamminiamo di buon passo da Chiampernotto verso la splendida frazione Monaviel, e di lì a poco deviamo su una traccia che appare un po’ scomoda e ripida, ma è un eufemismo perché il “ripido” dell’avvicinamento deve ancora manifestarsi. Dopo un salto di roccia attrezzato con un cordone, devieremo a destra abbandonando il percorso per lo Sperone Grigio e saranno le belle e robuste (per fortuna) zolle erbose a cui ci aggrapperemo dopo poco a caratterizzare l’avvicinamento! Ci si appiglia qui e là, scalando sull’erba per infilarsi poi in un canalone ancora più angusto, ma connotato da pietroni che si risalgono quasi come “gradini”. Su, su. A un tratto eccoci arrivati all’attacco! E’ qui? E come facciamo a sapere che è proprio qui? Non ottengo grandi risposte ma osservando bene anche a me alla fine pare evidente, in effetti: dove c’è l’intaglio! Ci riprendiamo dalla salita e ci attrezziamo. Ma ecco, come in tutte le avventure degne di nota, il colpo di scena: non ho preso le scarpette! Cerco, cerco, ma non è che ci sia tanto da cercare. Niente, non ci sono proprio. Si potrebbero azzardare alcune interpretazioni, sempre psicologiche, del fenomeno, tipo ascrivendo la dimenticanza a tutti i problemi che ho avuto negli ultimi due anni proprio a causa delle scarpette… questa è un’altra storia ancora, ma il fatto crudo è che le dannate scarpette non ci sono. Oh, cielo. Per dirla delicatamente.

Che fare. Potrei tornare indietro: magari poco agevole, ma la cosa si può fare tranquillamente; anche Chiara ha dei dubbi suoi. Ci guardiamo io e lei con aria un po’ così. Potremmo ripiegare insieme… ma no, è solo un flash, e abbandoniamo subito quest’idea rinunciataria, è evidente che siamo entrambe curiose e non ci va affatto di mollare. Vanessa protesta giustamente e mi dice: “Ma no! Non vorrai perderti anche questa cresta!” (sottinteso, dopo i problemi che hai avuto). E no, infatti non voglio, e via, ci saranno un paio di passaggi di V, posso scalarli anche con le scarpe. Si spera, almeno. Guardo in su, intravedo già qualcosina su placca. Nel nostro bel gruppo c’è anche Valentina che ha ben altri problemi a calzare le scarpette! Ma in lei, che è un’atleta vera, immagino che gli stimoli dominanti siano la volontà di fare e di mettersi alla prova. E’ determinata, come sempre. La voce allegra e limpida dell’altra Enrica, anche lei molto decisa, echeggia tra gli speroni di roccia e allieta la compagnia. Si va.

Partenza.
In ordine sparso.
Sì perché non si deve immaginare una progressione ben ordinata per cordate successive, ma piuttosto un assalto alla diligenza. Ok ragazzi il primo tiro è una passeggiata, ma un po’ di ordine suvvia. Mi fa ridere perché so, anche se non è esplicito, che si tratta di una manifestazione giocosa di quel tipico spirito competitivo tra primi di cordata per conquistare l’avanguardia. Ma no, figurati! Ma sì, invece, guarda che corsa! Io salgo con Diego e tutto procede speditamente. Così come per le altre due cordate, e ci assesteremo a breve in una progressione più ordinata come si conviene.

Si scala! E la roccia è bella. La cresta si rivela a poco a poco con tutto il suo fascino. Qualche placca verticale, non proprio facile da scalare con le mie scarpe imprecise, poi è il susseguirsi spettacolare di torrioni, di traversi facili ma esposti, di intagli un po’ meno facili in cui ci si deve calare, a regalarci sensazioni bellissime e appaganti. Ogni passo è una sorpresa. Ogni cosa è, davvero, illuminata. A un tratto volgo lo sguardo verso il cielo e vedo una grande aquila che vola neanche tanto in alto sulla verticale sopra le nostre teste. Uno stambecco femmina, che si può definire tranquillamente una stambecca senza far venire il mal di pancia a nessuno, occhieggia a destra sbucando di tanto in tanto sul filo dell’altra cresta e segue incuriosita i nostri movimenti. Che ambiente. A spezzare per un momento l’idillio sarà un appiglio che mi rimarrà in mano, anche se l’avevo tastato prima di afferrarlo. Faccio un breve volo senza conseguenze con la corda dall’alto, ma in montagna è così, lo sappiamo, e anche se la roccia appare molto bella è meglio mantenere la dovuta circospezione. Si progredisce, e dopo una varietà di scenari ci rendiamo conto che siamo già in alto, poi risaliamo una torretta, ci caliamo delicatamente su una sella e davanti a noi ecco che si staglia una bellissima piramide di roccia compatta. E’ davvero spettacolare, Vanessa e Chiara spiccano sulla cima, Diego di spalle con tutta l’attrezzatura e la sua immancabile ‘camisa’. Ma non è finita, dopo la cuspide della piramide si dovrà ancora superare un traverso e poi calarsi, non banalmente, sull’ultimo colletto da cui si risale il pendio erboso fino alla dorsale dove, finalmente, sostiamo.
Da lì la vista sul tratto della cresta appena percorsa è, con un’altra angolazione, ugualmente grandiosa. E voltandomi dall’altra parte, verso nord, riconosco subito molto più in basso e sull’altra dorsale, quella che scende dal colle del Crosiasse, il sentiero che ho percorso ancora l’estate scorsa e che conduce a Bracchiello. Non proprio a portata di mano, ma bene in ogni caso!

Ci riposiamo e ci godiamo il momento, siamo felici della nostra scalata. Il cielo si vela leggermente, ora la dorsale del Plu è sferzata da qualche folata di vento, percepiamo tutti il freddo per la prima volta nel corso di una giornata che ci ha regalato una temperatura ideale e la grazia di un sole luminoso. Ora invece le sfumature della primavera ancora in divenire sono esaltate dalle tonalità grigie del cielo che si è fatto velato, in alto. Ma l’aria che spira intorno a noi è tersa, cristallina per la brezza. Siamo vicini alle valli, ma così lontani. C’è una solitudine delle vette e una solitudine degli orizzonti e ancora quella dei confini ineluttabili. Il monte Plu ha un suo fascino solitario. Serpeggia sui nostri volti qualcosa che si potrebbe definire struggimento.

Ormai è giunta l’ora.
Da dove scendiamo?
Nel corso della salita avevo appurato che nessuno aveva in realtà un’idea precisa su questo particolare. Ma via è questo il succo dell’avventura, mica siamo qui per divertirci! Ma la verità è che ha il suo perché, ora, che l’avventura continui. Motti nel suo testo indicava, per la discesa, il canalone erboso che abbiamo appena risalito nel suo breve tratto terminale. Ma divallare da lì non pare bello a nessuno, l’imbuto, per quel che si può vedere, pare diventare una scarpata verticale, e sotto non sappiamo cosa ci aspetta. Si potrebbero risalire senza traccia per altri 200 m di dislivello circa fino alla cima del Plu, poi con una lunga camminata raggiungere il colle D’Attia e da lì reperire il sentiero verso Ala di Stura. Ma nessuno ha voglia di inerpicarsi ancora, e la soluzione migliore pare quella di raggiungere il sentiero del Crosiasse laggiù in basso. E’ lunga eh, e si vede benissimo, ma l’importante è che si riesca a scendere senza troppi affanni.

Mah, insomma. La pendenza non è proprio così lieve e soprattutto, quanti rododendri. Dopo le prime solite, ripide zolle erbose, ecco appunto davanti a noi un mare di rododendri belli prosperosi. Rododendri sì, ma in verticale, si intende! In mezzo a tutte quelle ramaglie il passo si fa incerto e faticoso, ma si vedono alcuni “scorrimenti”, probabilmente dovuti al passaggio di animali selvatici. Valentina e io adottiamo una tecnica raffinata: sedere a terra e via in scivolo! Quasi eccellente. Quasi. Di fatto risparmiamo un sacco di fatica e di inciampi e perdiamo quota velocemente. Siamo un po’ stanchi ormai, soprattutto per la monotonia e la fatica della discesa sulle ramaglie.

Abbandoniamo infine le pendici del monte Plu e oltrepassiamo, lungo il greto del torrente, una bella paretina di roccia dove Teo si sofferma e richiama la mia attenzione: guarda, che bella linea lì… che occhio! E sì, la linea è bella davvero. Ci siamo quasi, finalmente… di là dal… torrente, tra gli alberi so che c’è il sentiero. Sarà ancora una lunga passeggiata, la discesa fino al fondovalle, ma ormai siamo su un sentiero battuto. L’esplorazione è terminata, ma la soddisfazione ci accompagna. Abbiamo scalato un “piccolo” gioiello di cresta con qualche qualche centinaia di metri di sviluppo. Una fantastica giornata in compagnia degli intrepidi organizzatori e della loro mai sazia curiosità per le valli di Lanzo e del mio eccellente capocordata, Diego, detto appunto il Camisa per la sua ormai mitologica camicia d’ordinanza, e di tutto il gruppo della Cresta Botto.

Enrica Grandis


Grazie di cuore ad Enrica Grandis e alla sua genuina passione e curiosità.

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