Il paesaggio negato

«Il paesaggio rappresenta uno spazio di vita in cui riconoscersi, un antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di uno scenario muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere. Le nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose» (Annibale Salsa – I paesaggi delle Alpi).

Salendo a Testa Pajan (1856 m) da Almesio (755 m, fraz. di Ceres). Alle spalle il versante sud della Val d’Ala con il Vallone di Crosiasse e a sinistra il Monte Plu (2196 m). Le chiazze bianche pianeggianti sono frammenti di un paesaggio in via di disfacimento

Una foto nel cassetto

Sto cercando delle foto della Cresta Botto (Monte Plu, Val d’Ala, Valli di Lanzo) nel mio sterminato archivio digitale. Sapendo dove posizionarmi, rovisto nelle escursioni che ho fatto salendo a Testa Pajan, modesta elevazione del versante nord, ma che offre panorami notevoli su quello a solatio, perfetti per osservare gli slanciati speroni del Plu.
Il 2 gennaio 2015 le condizioni di luce sono ideali, così come la scarsità del manto nevoso. Le temperature dei giorni precedenti lo hanno cristallizzato. Forse non tutti sanno che per poter catturare gli elementi del paesaggio alpino, la condizione migliore è un mix di fattori. Intanto le stagioni sono fondamentali: tardo autunno, inverno o inizio primavera perché le foreste che ricoprono fittamente i pendii devono essere completamente spoglie. In questi periodi dell’anno, inoltre, la neve deve avere uno spessore esiguo. E poi le temperature, che devono essere possibilmente sotto zero di notte e al di sopra di giorno, affinché le pennellate di neve gelino, fungendo così da veri marcatori del territorio. In questi casi la neve evidenzierà le zone dove i montanari, nel corso dei secoli, hanno costruito il paesaggio. Tutto questo non capita spesso e oltretutto bisogna avere la fortuna di trovarsi al posto giusto, nel momento giusto e con la luce perfetta.

2 gennaio 2015. La Val d’Ala verso ovest vista da 1500 metri di quota salendo a Testa Pajan. Le condizione del manto nevoso marcano innumerevoli elementi del paesaggio. A sinistra si notano le piste da sci di Ala di Stura, mentre a destra, sui pendii, si possono identificare facilmente gli alpeggi.

Il 2 gennaio 2015 era un giornata molto favorevole per sguinzagliare la fotocamera sulla sterrata che da Almesio porta a Testa Pajan e tra gli innumerevoli scatti, compresi quelli al Monte Plu, ritrovo anche quelli del territorio del Monaviel (1262 m), minuscolo insediamento, ormai abbandonato, adagiato proprio alle falde della Cresta Botto.

Nel novembre 2014, Ariela Robetto descrive magnificamente la zona portandoci anche a rintracciare delle grosse baite in pietra abbandonate, che le carte escursionistiche indicano con il toponimo “Vieia” (Vija in patois). Siamo a circa 1320 metri di quota e a quindici minuti di cammino da Monaviel. In questa zona ci troviamo esattamente sul confine tra due ambienti molto diversi tra di loro: uno spazio di vita degli antichi montanari e uno spazio di gioco per gli alpinisti. Un punto di contatto ideale che rende particolarmente attraente questa grande, povera bellezza, fonte di interessanti riflessioni. E di tensioni.

Il sentiero d’accesso a questo territorio parte da Chiampernotto (849 m, fraz. di Ceres) e richiede un’oretta di marcia su sentiero (il n. 240). Gli escursionisti che scelgono questa meta, o che ci transitano per andare oltre, avranno visto sulle carte escursionistiche o sul web il percorso, magari condito da qualche informazione storica:

Verso il 1300 arrivarono nelle nostre valli alcuni minatori provenienti dal Bergamasco per lo sfruttamento delle molte miniere di ferro avute in concessione dal Marchesato dei Savoia. Fondarono una piccola comunità che più tardi divenne la Borgata di Brachiello, tuttora attiva. Da questa Borgata risalendo a Ovest, verso il Monte Plù (2001 m), trovarono una miniera di argento e pirite. La fatica del lavoro e la necessità fecero loro costruire le prime baite poco più in basso: “Il Monaviel”. Con tanta volontà disboscarono i terreni circostanti e così fiorirono prati, pascoli e molti campi che producevano ottime patate ma soprattutto segale e canapa.

Nel 1700 le famiglie che trascorrevano la maggior parte dell’anno al Monaviel erano una decina, in tutto quasi trenta persone. Ben cinque furono i caduti nella Guerra del 1915-18. (Lia Poma)

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Nel 2007 il Cai Lanzo ci chiede di rinvenire queste scarne informazioni storiche per farne delle bacheche informative, da posizionare sul sentiero 240.
E’ grazie alla cara amica Lia che possiamo tentare di immaginare cosa significasse vivere a Monaviel, mentre Ariela Robetto descrive così questo piccolo villaggio:

[…] Sorse, a 1282 metri d’altezza, nell’unico punto in cui la conformazione del terreno consentiva la costruzione di alcune abitazioni, la coltivazione di qualche campo – patate, segale e canapa, l’indispensabile per la sopravvivenza – e la possibilità di un po’ di pascolo. (qui il post)

Dunque Monaviel, nella mia mente di semplice escursionista, è soltanto una manciata di baite addossate ai salti di roccia della Cresta Botto, con un sentiero che ci passa in mezzo. Anche le foto lo dimostrano. La maggioranza delle immagini che potete trovare della zona, confermeranno proprio questo.

Salendo a Testa Pajan sul sentiero 205. E’ il 13 ottobre 2018 e le foreste che ricoprono i pendii sono ancora rigogliose e verdeggianti La cima appuntita è il Monte Plu dalla cui spalla destra precipitano tre crestoni sulla zona di Monaviel. La piccola area prativa al centro della foto è “lou Tèst” che Ariela Robetto descrive come un meraviglioso, verdissimo, dolce cocuzzolo dalle linee morbide e tondeggianti. Cliccate sulla foto per poter identificare i luoghi.

Dalla foto sopra si possono identificare, sul versante sud, solo due elementi di un paesaggio negato. Perché in verità non riusciamo minimamente a percepirne la complessità, in quanto occultata dal bosco. E’ una grave perdita, così come ce lo spiega Annibale Salsa nel libro “I paesaggi delle Alpi” (2019, Donzelli Editore):

Oggi registriamo, purtroppo, gravi perdite di paesaggio alpino, complice un rapido inselvatichimento di territori antropizzati da secoli. Nuovi modelli di sviluppo economico hanno innescato fenomeni di spopolamento massiccio delle terre alte e la natura selvaggia ha ripreso il suo corso riappropriandosi di quanto le era stato sottratto. Di fronte alla crisi ambientale che stiamo vivendo, molti uomini del nostro tempo si sono convinti che questi processi di rinaturalizzazione costituiscono una provvidenziale panacea, una sorta di risarcimento morale nei confronti della natura. Una natura spesso idealizzata in chiave ideologica, piuttosto che descritta secondo protocolli scientifici.

Paesaggio naturale? No, grazie

Che percezione possiamo avere del paesaggio alpino se una grossa fetta ci è negata dall’inselvatichimento del territorio? E soprattutto, cosa intendiamo per paesaggio? Quello naturale? O quello culturale? Ma un paesaggio naturale non è una contraddizione in termini? In verità il paesaggio è il risultato di un dialogo secolare tra uomo (cultura) e ambiente (natura).

Ritagliando la foto precedente, ci soffermiamo sul territorio intorno a Monaviel, di cui riusciamo a distinguere a malapena la piccola e bianca cappella e lou Tèst. Tutto intorno è bosco fitto.

Da sempre la mia percezione del paesaggio del Monaviel è stata nutrita da foto come quella sopra.

Ariela Robetto nel post del 2014 aggiunge alcuni importanti elementi del paesaggio, praticamente invisibili a occhio nudo. Uno di questi è rappresentato dalle baite di pietra poste a nord-nord-est di Monaviel e tagliate fuori dal sentiero principale, il 240. Sono denominate “Vieia” sulle carte escursionistiche. Nella foto precedente è impossibile notarle. Si trovano all’estrema destra dell’immagine, immerse nel bosco.

Riassumendo: una piccola e graziosa cappella bianca, un minuscolo agglomerato di case in disfacimento (Monaviel), un cocuzzolo erboso e un paio di baite in lento ed inesorabile declino (Vieia).

Ecco il tutto rappresentato sulla carta escursionistica:

Estratto della carta digitale Fraternali Editore n. 8 (Valli di Lanzo).

Ritorno al futuro

Sei anni fa non sapevo di aver catturato qualcosa di straordinario, grazie ad un mix di fattori favorevoli per penetrare all’interno della fitta boscaglia. Il percorso per poter decifrare più consapevolmente il paesaggio culturale, edificato nei secoli dagli antichi minatori-dissodatori del Monaviel, era ancora lungo e passava casualmente dalla riscoperta degli speroni del Plu. Ne ho parlato a fine 2020 col post “Le suggestioni del Plu“. Quest’anno poi una comitiva di alpinisti ha deciso di riacciuffare la Cresta Botto (quella che lambisce le case del Monaviel) e di cui ne ha parlato anche Enrica Grandis. È proprio ricercando fotografie degli speroni, dopo la loro recente riscoperta, che finisco nel 2015 dalle parti di Testa Pajan.

La foto seguente (2 gennaio 2015), scattata di ritorno proprio dalla cima di Testa Pajan, offre una lettura del territorio del Monaviel decisamente più nitida. Le foreste hanno perso completamente le foglie, la bassa vegetazione si è ritirata ed ora il paesaggio è come se si fosse messo a nudo.

Cliccare sulla foto per ingrandirla.

Proprio sopra il tornante innevato (strada che sale da Almesio), a sinistra nella foto, si nota, marcato dalla neve, il cocuzzolo erboso chiamato “lou Tèst” e subito a destra il puntino bianco della cappella del Monaviel. La neve riesce anche a far risaltare il gemello di “lou Tèst” proprio alla sua destra e quasi allo stesso livello. In altre stagioni sarebbe invisibile. Tra le due alture prative passa il sentiero 240, che sale da Chiampernotto. Al centro è visibile chiaramente l’imbocco del Vallone di Crosiasse che, seguendolo nel suo sviluppo, piega progressivamente a nord-ovest. In alto, imbiancate, ci sono le vette dello spartiacque Val Grande-Valle Orco mentre all’estrema destra si nota il Monte Bellavarda.

Nella foto sopra esposta, il paesaggio include anche il Monte Plu (2196 m), in alto a sinistra. La neve ha evidenziato diversi elementi, come le aree prative in piano, i sentieri e le strade sterrate (in basso a destra). A questo punto sono quasi sicuro che molti di voi preferivano trovarsi ad ottobre per contemplare un paesaggio ricoperto da foreste lussureggianti. Soprattutto inselvatichito. Non ci sarebbe da stupirsi, perché oggi è questo il canone estetico dominante, come ci spiega Annibale Salsa in “I paesaggi delle Alpi”.

Continuo a sfogliare le foto digitali, cercando qualche scatto significativo della Cresta Botto, magari ben zoomato. E invece mi accorgo che la mia attenzione indugiava soprattutto sulla zona del Monaviel.

Zoom dell’immagine precedente. Si nota la piccola cappella del Monaviel. E poi? Cliccateci sopra per ingrandire e visualizzare i dettagli.

La foto appena vista è sorprendente per quanto sa disvelare. Per rendersene conto, bisogna ingrandirla. Cliccateci sopra ed osservate attentamente a valle dei due pianori erbosi, in particolare sotto quello di destra. Con cerchi rossi ho evidenziato gli innumerevoli ed estesissimi terrazzamenti in muretti in pietra a secco, costruiti dagli antichi montanari.

La foto seguente è un’ulteriore ingrandimento della precedente e mostra il prato di “lou Tèst” e le baite di Monaviel, disseminate sul bordo destro. Notate i terrazzamenti a valle.

Cliccare per ingrandire.

Ogni fazzoletto di terreno, anche quello più ripido, è stato sfruttato per le coltivazioni agricole, erigendo muretti a secco.

Altro dettaglio, questa volta della zona della Vieia (1320 m), situata a nord-nord-est del Monaviel. Al centro ed in alto si notano le baite circondate dagli alberi con numerosissimi terrazzamenti (v. i cerchi rossi cliccando sulla foto).

Cliccare per ingrandire e visualizzare i dettagli.

Nel paesaggio negato

Ma sono proprio muretti a secco? Così numerosi? E davvero si estendono per così tanto dislivello, ricoprendo i pendii, soprattutto quelli a valle della Vieia, che dalla foto precedente risultano precipitare verso il sentiero 240? Esterrefatto ed incredulo, decidiamo di entrare in questo mirabile paesaggio culturale per vedere da vicino tutto quello che il re-inselvatichimento ci nega. Risaliamo così il sentiero 240 da Chiampernotto e a 1115 metri lo abbandoniamo per piegare decisamente a nord, puntando verso la Vieia.

Di seguito la galleria foto.

Le foto sono state fatte percorrendo indicativamente il tratto centrale della foto seguente, fino al pianoro erboso per poi piegare a destra (est) e proseguire così fino al crinale. Da qui abbiamo svoltato a sinistra (nord-ovest) per raggiungere le baite della Vieia.

Cliccare sopra l’immagine per ingrandirla.

Le foto della galleria non sono che una minima testimonianza degli innumerevoli muretti a secco che tappezzano completamente il versante sud-sud-est.

A sinistra si nota il pianoro erboso marcato dalla neve e al di sotto di esso il versante sud-sud-est, completamente terrazzato, che precipita nel fondovalle della Val d’Ala. Ingrandendo la foto si può vedere il percorso approssimativo del sentiero 240 (indicato in rosso) che sale da Chiampernotto.

Dalla deviazione verso nord, sul sentiero 240, fino alla Vieia sono 200 metri circa di dislivello di paesaggio costruito!

In blu è evidenziato il tracciato GPS del nostro percorso al libero con i waypoint di alcuni terrazzamenti. Estratto della carta digitale Fraternali Editore n. 8 (Valli di Lanzo).

Un breve video (2 minuti circa) testimonia la perdita di paesaggio della zona della Vieia – Monaviel. Un bellissimo gruppo di terrazzamenti, completamente immersi nella boscaglia, incontrati nell’escursione (waypoint 06 sulla mappa). Suggerisco di guardarlo su “YouTube” per poterlo vederlo a schermo intero.

Tutto terrazzato. Tutto Patrimonio dell’umanità, secondo l’UNESCO.

«Le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l’ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura. La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l’applicazione pratica adattata alle particolari condizioni di ogni luogo» in cui viene utilizzata, spiega ancora l’Unesco. I muri a secco, sottolinea l’organizzazione, «svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura».

Tratto dall’articolo “Unesco, muretti a secco patrimonio dell’Umanità” pubblicato su La Repubblica il 28/11/2018.

Avete visto un paesaggio tradizionale delle Valli di Lanzo invaso da fenomeni di re-inselvatichimento che conducono inesorabilmente verso una grave perdita culturale.

Per completare l’esplorazione dei terrazzamenti tra Monaviel e Vieia, così come approssimativamente individuati da lontano, abbiamo risalito anche i pendii sottostanti “lou Tèst“, a valle delle baite di Monaviel.
Rientrati dalla Vieia, percorrendo il sentiero 240 siamo scesi a circa 1200 m e poi, al libero, abbiamo seguito un percorso tra i terrazzamenti, fino a ritrovarci sul meraviglioso pianoro di “lou Tèst“, che offre splendide vedute sui crestoni del Monte Plu, con in evidenza lo Sperone grigio. Questo percorso è più breve rispetto al precedente però non è quello corretto per rintracciarli. Ritornati sul sentiero 240, e scendendo verso Chiampernotto, a circa 1135 metri abbiamo seguito un’evidente traccia, che presto diventa mulattiera, e che conduce a delle baite in pietra in disfacimento (su di una pietra angolare si legge “1899”). A monte di esse si notano i terrazzamenti del percorso precedente e facilmente raggiungibili da qui.

Di seguito la mappa con i due percorsi appena descritti.

In blu il primo percorso fatto ritornando dalla Vieia mentre quello in giallo il successivo. Dalle baite con muretti (waypoint 14) si possono raggiungere i terrazzamenti a monte (percorso blu). Estratto della carta digitale Fraternali Editore n. 8 (Valli di Lanzo).

Nella seguente galleria foto potete vedere i muretti a secco costruiti a valle di “lou Tèst“. La prima sequenza delle foto (1 – 13) riguarda il percorso blu mentre la successiva (14 – 20) quella del percorso giallo.

La visione d’insieme dei percorsi fatti, che ci hanno disvelato tutto quanto nascosto dall’avanzata del bosco, iniziata dopo l’abbandono di questi versanti, che erano abitati quasi tutto l’anno, è mostrata nella carta escursionistica seguente.

In blu sono evidenziati i tracciati GPS dei nostri percorsi con i waypoint di alcuni terrazzamenti. Estratto della carta digitale Fraternali Editore n. 8 (Valli di Lanzo).

Proviamo a fare un sforzo per immaginare i pendii erbosi a valle del Monaviel e della Vieia senza la selva. Cosa significherebbe osservare queste versanti anche in estate? Cosa penseremmo? Che ragionamenti potremmo fare sulla montagne e sul loro sfruttamento secolare? Riusciremmo a rintracciare quella cultura del limite che ha consentito alle genti alpine di tramandare, fino a noi, un ambiente intatto, non devastato dalle infinite possibilità dei mezzi tecnologici della nostra epoca?

Come sarebbe adesso questa montagna se nel XIII secolo ci fossero stati i mezzi tecnici di oggi?

Per tentare una maggiore comprensione dell’area alpina sottoposta a re-inselvatichimento, ho riportato i percorsi del sentiero 240 e quelli in GPS su Google Earth.

In rosso il sentiero 240 mentre in blu quelli fatti al libero per rintracciare i terrazzamenti nel bosco (immagine tratta da Google Earth). Cliccare per ingrandire.

Dall’immagine sopra esposta, e con le foto fatte nell’inverno 2015, non dovrebbe essere difficile immaginare come doveva presentarsi il paesaggio a valle degli insediamenti del Monaviel e della Vieia.

Bernard Debarbieux e Gilles Rudaz definiscono i montanari come «faiseurs de montagne» («costruttori di montagne»)1, oggi potremmo dire anche «costruttori di paesaggi», come ho avuto modo di affermare. Poco spazio essi lasciavano alla natura selvaggia in quanto essa veniva percepita e rappresentata come un pericolo, come una presenza invasiva. Oggi, l’abbandono di molti territori di montagna favorisce un ritorno al re-inselvatichimento. Gli spazi aperti che, in alternanza agli spazi chiusi, generano ricchezza di paesaggi e biodiversità, si stanno gradualmente perdendo. Ciò significa che, se non si interviene in maniera adeguata promuovendo il pascolamento, lo sfalcio dei prati, la pulizia dei pascoli, vi è il rischio di una grossa perdita di biodiversità.

1 B. Debarbieux – G. Rudaz, Les faiseurs de montagne. Imaginaires politiques et territorialités, Cnrs Éditions, Paris 2010.

(Annibale Salsa – I paesaggi delle Alpi).

Coloro che fanno sovente escursioni nelle Valli di Lanzo, diranno che non è raro incontrare, lungo i sentieri, esempi di terrazzamenti. Questo è vero. Purtroppo è invece rarissimo poter contemplare un paesaggio terrazzato, nel suo insieme, come esempio di costruzione culturale, soprattutto se pensiamo a questo tipo di estensioni.

Un altro esempio impressionante, scoperto a marzo di quest’anno, di nuovo grazie al giusto mix di fattori, si trova nel versante nord della Val Grande, nei pressi del Comune di Chialamberto. E anche in questo caso si tratta di un estesissimo paesaggio terrazzato, quasi sempre invisibile a causa del re-inselvatichimento.

Versante esposto a nord-ovest della Val Grande nei pressi del Comune di Chialamberto (a destra si nota il campanile della Parrocchiale). Questa foto panoramica è stata scattata sul sentiero 325 a 900 m circa, nei pressi dell’edicola votiva. Cliccando sulla foto è possibile visualizzare la versione in alta definizione e ingrandibile.

Approssimativamente, l’estensione in lunghezza dei terrazzamenti nella foto sopra è di circa un chilometro. Purtroppo, dalle foto, non è possibile comprendere quanto invece sia quella in altezza. Di seguito la mappa della zona.

La linea nera è la misurazione (approssimativa) dell’estensione della zona terrazzata. La foto panoramica è stata scattata nel versante a solatio sul sentiero 325, poco sotto l’edicola votiva indicata con un pallino arancione (sul bivio con il sentiero 325B). Estratto della carta digitale Fraternali Editore n. 8 (Valli di Lanzo)

Potete osservare qualche particolare ingrandito della foto panoramica nella galleria immagini ⇒ cliccare qui (link a Google Foto).

Di nuovo, l’invito è quello di tentare di immaginare questo versante senza vegetazione, come lo era prima dell’abbandono innescato dallo spopolamento della montagna.
Adesso pensate un attimo a tutte le persone che risalendo in auto la Val Grande (la provinciale passa proprio a fianco della Parrocchiale) ignorano tutto questo (me compreso fino a metà marzo di quest’anno) e che pensano che la wilderness spalmata alla loro sinistra, sia sempre esistita.

Particolare della foto panoramica mostrata in precedenza.

Guardando con attenzione le foto, mi domando se un versante così fittamente terrazzato non possa garantire maggiore stabilità. Immagino che durante gli eventi meteo violenti e persistenti, come le alluvioni, l’acqua che scorre verso valle non potrà mai prendere molta velocità, essendo il suo corso interrotto continuamente dai salti dei muretti a secco. Quanto tutto ciò può essere importante, nella nostra epoca spesso caratterizzata da fenomeni meteorologici estremi? E la mancanza di manutenzione di questi manufatti, potrà un domani creare dissesti?

Montanari senza volto

La fotografia è stata inventata nel XIX secolo e poter osservare in uno scatto le genti alpine intente a “costruire” la montagna non è facile. I volumi della Società Storica delle Valli di Lanzo ci possono sicuramente aiutare ma ovviamente rimaniamo sempre confinati in un arco temporale relativamente breve. Che volti avevano coloro che lavorarono duramente nei secoli precedenti? Come facevano a costruire questi terrazzamenti? Come trasportavano i materiali? Chi si dedicava a questi lavori? Le donne o gli uomini, che alla falde del Plu e all’Inverso di Chialamberto erano soprattutto minatori?

Lia Poma ci dice che nel 1700 le famiglie che trascorrevano la maggior parte dell’anno al Monaviel erano una decina, in tutto quasi trenta persone.

Non potremo mai guardare negli occhi quelle famiglie e non è semplice nemmeno tentare di immaginarle alle prese con la montagna.

A loro, alle genti alpine che hanno costruito il paesaggio tradizionale delle Valli di Lanzo, rivolgo il mio sguardo ma è come osservare un buco nero. Nella nostra epoca sommersa dalle immagini e dai video, un’epoca dove tutto è documentato fino all’eccesso, sconfinando addirittura nelle manipolazioni, nelle falsità, mi sembra quasi inaccettabile non poter avere alcun riferimento fotografico di gente vera e delle loro montagne. Nessuna testimonianza scritta, nessuna narrazione orale. Niente. Il buio totale.

Quelle famiglie hanno lasciato un’invisibile ed infinita striscia di durissima laboriosità. Il silenzio abissale di un sentiero accennato ed incerto, tra i manufatti del Monaviel, occultati dalla boscaglia, custodisce l’immane fatica della quotidianità. Per noi, oramai persi in orizzonti impregnati da una natura catastrofica, è tutto assolutamente incomprensibile ed inimmaginabile. Le distese di foreste – la wilderness – sono un sipario che lentamente, stagione dopo stagione, si sta chiudendo su di un paesaggio la cui trama, di cultura e natura, sussurra, sempre più sommessamente, mondi impossibili. Mondi di cui vergognarsi di fronte all’immane potenza della tecnica contemporanea.

Le mirabolanti tecnologie di oggi, nelle mani di tutti noi, rispetto a quelle disponibili dai minatori-dissodatori del Monaviel, conducono ad un accostamento impietoso. Cosa avrebbero fatto gli abitanti della Vieia del XVI secolo, se avessero avuto petrolio e ruspe come noi? Se avessero avuto cieli oscurati dall’inquinamento con al di sopra satelliti per comunicare e navigare globalmente? Avrebbero lo stesso saputo rispettare il senso del limite? Si sarebbero comportati differentemente da noi, stregati dal no-limits, così terribilmente seducente con la sua delirante manifestazione di potenza e fallace superiorità verso la natura?

Personalmente sono tentato di rispondere di no. Non credo che sarebbero stati diversi e migliori di noi verso la natura. Per avvallare questa considerazione ci viene in aiuto un libro che ritengo fondamentale per comprendere cosa volesse dire estrarre la vita dalle Valli di Lanzo. Si intitola Una fatica da donne. Indagine sulla quotidianità femminile nelle Valli di Lanzo tra fine Ottocento e metà Novecento, pubblicato nel 2000 dalla Società Storica delle Valli di Lanzo e scritto da Marica Barbaro, Carla Parsani Motti e Maria Teresa Pocchiola Viter.

Questo volume ci fa capire (e sentire) cosa significasse lavorare in montagna in quel periodo (figuriamoci ancora prima). Per comprendere il termine “fatica”. Perché noi non lo capiamo più.

Il versante terrazzato a valle della Vieia è il riflesso di quella fatica. Se Una fatica da donne ci racconta la verità, allora quel paesaggio oggi, nel XXI secolo, è un paesaggio impossibile. Nessuno attualmente farebbe le medesime fatiche, gli stessi sforzi inimmaginabili, che consentirono un impatto nullo sulla natura. Anzi, favorirono la biodiversità (ne erano consapevoli?) ma senza stravolgere l’ambiente. Senza devastare ma aiutando addirittura la stabilità dei pendii.

Che volti avevano? Erano donne o uomini che costruivano muretti a secco per poter coltivare?

Andrea Tavernier “Mattino autunnale” 1902 – Dimensioni tela: altezza 172,5 cm. – larghezza 249,5 cm. Cliccare sull’immagine per ingrandirla. Crediti: Wikimedia Commons.

In questo caso ci viene in aiuto un’altra importante presenza culturale delle Valli di Lanzo: è il Museo Civico Alpino “Arnaldo Tazzetti” di Usseglio (Valle di Viù) che la scorsa estate ha proposto la bellissima mostra “Montagne. Mito e fortuna delle Alpi occidentali tra Ottocento e Novecento“. Tre le opere esposte, c’era proprio questo meraviglioso dipinto di Andrea Tavernier che rappresenta un magnifico paesaggio di montagna e dove in primo piano c’è l’anello forte della società alpina tradizionale: una giovane donna che con un gerla sulle spalle cammina a piedi nudi sull’erba, “costruendo” la montagna. Costruendo il paesaggio tradizionale.

Potrebbe essere un paesaggio delle Valli di Lanzo? Uno di quelli in via di dissolvimento? Che magari proprio questa fanciulla ha contribuito ad edificare?

Inverso di Chialamberto (marzo 2021)

Monaviel, e molto probabilmente anche Chialamberto (in origine “Forno di Chialamberto”), era un avamposto minerario e quindi non dovremmo sbagliarci più di tanto se immaginiamo che fossero soprattutto gli uomini a dedicarsi a questo durissimo lavoro. Ma allora chi poteva occuparsi di tutto il resto? E cosa ci possono dire quelle foto di paesaggi terrazzati?

    Per quanto riguarda il lavoro agricolo, anticipando il movimento per la parità dei sessi, la donna partecipa alla cruda concretezza di tutte le attività prevalenti: il taglio, la raccolta e il trasporto del fieno; la captazione delle acque per irrigare i prati; la zappatura, la concimazione e la semina dei campi, la mietitura e la battitura della segale, la raccolta di pere, mele, noci, castagne. A differenza di quanto avviene in pianura, in montagna sovente è necessario costruire il campo di patate e di segale strappandolo a forza di picconate al pascolo dei pendii incolti.
    «Ora invece siamo sgnor1 andiamo là a zappare e troviamo la terra, invece noi tutti il giorno roncavamo… tutti gli anni si cambiava posto… prendevamo il pich2 e roncavamo tutto il giorno per qui nei chiapè3 e dopo seminavamo in questi pezzettini, tutti gerpëtt4, per non sprecare i prati belli… perché nei prati avevamo da fare il fieno» 5.
    La cura e l’allevamento delle bestie grosse e minute, la pulizia della stalla e del pollaio, la trasformazione del latte in burro e formaggio, la coltivazione dell’orto, la manutenzione dei vestiti da lavoro, la preparazione del cibo e la rigovernatura della cucina sono attività domestiche che hanno più attinenza con il lavoro agricolo, che con quello di casalinga. […]
[…] «Tutti facevano calze, ma taconà6 no! Una garbina di letame, un bambino in braccio e, mentre andava, taconava!!!»7.

1 Ricchi.
2 Piccone.
3 Pietraie.
4 Terrazzamenti ricavati contenendo la terra con muretti a secco.
5 Testimonianza di Orsolina Guglielmotto, Toglie.
6. Rattoppare.
7. Testimonianza di Santina Morino, Toglie.

Da Una fatica da donne (2000, Società Storica delle Valli di Lanzo). 

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Tornetti (Viù), 1915-20 ca. “Una fatica da donne” sullo sfondo di Rocca Moross. «La garbina sulle spalle… sempre! Porta legna, porta erba, porta fieno, tutto!». Crediti: Società Storica delle Valli di Lanzo.

Rileggendo questo libro, fondamentale per decifrare i paesaggi tradizionali delle Valli di Lanzo, mi sono imbattuto proprio nella zona dell’Inverso (dl’Anvers, in patois) di Chialamberto, alle cui spalle si trovano disseminati innumerevoli terrazzamenti. C’è proprio un capitolo intero, scritto da Carla Parsani Motti, dedicato alle testimonianze raccolte dalle donne di questo territorio. Vi propongo qualche citazione esemplare:

     «Dovevamo lavorare, sempre! Dal mattino alla sera, riposo mai […]. Lavoravamo come bestie [le donne] anzi forse peggio, perché le bestie bisognava tenerle bene. Anche una sola mucca era una ricchezza […]. C’era solo da lavorare, lavorare e basta e senza tante storie!» (testimonianza di G.A. da un nastro registrato nel 1983 e rielaborato da M. Angela Donna).

[…] Ogni fazzoletto di terra coltivabile veniva strappato alla montagna e coltivato a patate, canapa, segale, coltivazioni che poi si sono mantenute fino agli anni Sessanta. Ancora oggi possiamo avere un’idea della secolare fatica dell’uomo che ha saputo modificare l’ambiente in relazione alle sue necessità vitali, osservando l’opera davvero ciclopica dei muretti di pietra a secco.

Da Una fatica da donne (2000, Società Storica delle Valli di Lanzo).

So che a Mezzenile c’è un monumento al chiodaiolo mentre ad Usseglio quello al cacciatore.

Non sarebbe una buona idea quella di erigerne uno in memoria delle fatiche delle donne di montagna? Come è stato fatto a Mocchie, in Val di Susa?

Damnatio memoriae

Forse le foto di quei paesaggi sempre più difficili da rintracciare, e che stanno via via scomparendo, mi hanno permesso di tentare una manovra disperata, facendo in modo che non sia ancora giunta l’ora di perderli definitivamente, evitando così di trovarsi al cospetto di uno scenario muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere. Le nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose. (Annibale Salsa).

Dovremmo tutti riflettere sull’importanza di presenze culturali nelle vallate alpine. In fin dei conti senza quella della Società Storica delle Valli di Lanzo e senza quella del Museo Civico Alpino “Arnaldo Tazzetti”, non avrei mai potuto tentare di far parlare quei paesaggi, facendo emergere, tra l’altro, temi attualissimi come quelli attinenti ai diritti e all’emancipazione delle donne. Non so se ci sono riuscito ma sicuramente posso dirvi che non è stato semplice. Personalmente sono molto grato a tutti coloro che si impegnano affinché questi centri di cultura alpina continuino a lavorare per poter così anche tutelare un bene preziosissimo, come lo è la memoria collettiva.

Sarei molto contento se questo post venisse letto anche da chi ha intenzione di conoscere le Valli di Lanzo, magari facendo escursionismo, perché è fondamentale comprendere che la wilderness non è sempre positiva se, avanzando, sommerge e rende invisibile il rapporto secolare tra esseri umani (cultura) e ambiente (natura).

Perché è in tutto questo rapporto che si gioca la sfida della sopravvivenza di Homo sapiens sul pianeta Terra.


Per chi vuole approfondire il tema del paesaggio, allora suggerisco due recenti puntate di “Diedri e meandri“, podcast curati da Luca Calzolari e Roberto Mantovani, con la partecipazione di Annibale Salsa e Fabio Targhetta:

Un libro fondamentale per comprendere questo tema è I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia di Annibale Salsa (2019, Donzelli Editore). Sulla pagina internet dell’Editore potete trovare anche le recensioni, con interviste all’autore. ⇒ cliccare qui.

Ala di Stura, anni Trenta. «Mi vengono incontro con il garbin in testa colmo di letame» (Carla Parsani Motti). Crediti: Società Storica delle Valli di Lanzo (Una fatica da donne).

Di seguito invece segnalo i libri della Società Storica delle Valli di Lanzo consultati prima di scrivere questo post, con l’avvertenza che l’elenco non ha alcuna pretesa di esaustività. Anzi, vi prego di segnalarmi qualsiasi altro testo che possa aiutarci ad aggiungere altri elementi di riflessioni su questo tema, molto complesso.

Non è facile rintracciare i volumi della SSVL anche perché molti di essi sono esauriti da tempo. Una valida soluzione è quella di richiederli in prestito facendo una ricerca sulle biblioteche piemontesi, grazie al servizio “Librinlinea”. ⇒ www.librinlinea.it oppure cercarli tramite la Bliblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano. ⇒ https://caisidoc.cai.it/biblioteche-cai/Biblioteca-Nazionale/.

Per l’inquadramento storico dell’epoca delle prime colonizzazioni delle Valli di Lanzo, soprattutto per quelle innescate dallo sfruttamento minerario, segnalo la tesi di laurea dell’Arch. Laura Solero intitolata Beni architettonici e ambientali in Val di Lanzo: Ala di Stura. L’architettura rurale montana delle borgate a mezzacosta.

Salendo a Monaviel per la festa della Madonna Consolata (giugno 2014).

La verità ontologica – la realtà profonda del mondo – è il caos. Ma la verità pragmatica – la verità che possiamo usare, la verità che ci porta da qualche parte – è una riduzione del caos. La prima è la wilderness, la seconda è un sentiero. Entrambe sono essenziali, entrambe sono vere. (Robert Moor)

9 pensieri su “Il paesaggio negato

  1. Al di la dell’articolo molto bello, circostanziato e profondo, ho apprezzato molto la possibilità d’ingrandire le foto archiviate in google photo che per me è una scoperta, e che consente di poter esplorare alcuni particolari in profondità. Vedrò di adeguarmi per i prossimi post 😉

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    1. Grazie Paolo, mi fa molto piacere sapere che ti è piaciuto. Sono anche contento di avere un riscontro su Google Photo, anche perché è il primo post in cui lo uso. Spero che tutti i lettori lo trovino versatile. Bisogna solo avere un attimo di pazienza quando si fanno gli ingrandimenti per dare modo a Google Photo di caricare completamente la foto che, in questo caso, sono in dimensioni originali (subito sembra che la foto sia sgranata…). Non so però cosa riescano a vedere gli utenti che non usano Android.

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      1. Io uso solo il pc e devo dire che il risultato è molto buono. Ingrandendo i particolari che indichi nell’articolo si notano bene.
        Io le foto in google e anche qui su wp però le carico tutte in formato ridotto per non esaurire lo spazio.

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  2. Anonimo

    Complimenti per la pazienza con cui hai ricostruito micro-paesaggi che racchiudono un universo. Bella l’idea di soffermarsi con acribia su un minuscolo fazzoletto di terreno e scrutare con occhio indagatore tutto quanto può disvelare. Non posso che dare ragione a te e ad Annibale Salsa: l’inselvatichimento non è un avanzare dell’ambiente naturale anche perché dove ricresce la vegetazione questa è “sporca”, non corrisponde sicuramente alle foreste originarie.Ritengo però che a questo processo non vi sia rimedio.Come giustamente rilevi, il paesaggio costruito nel corso dei secoli era utilitaristico, dovuto a necessità economiche, di sopravvivenza. Per fortuna oggi non è più così e, supposto si potesse mantenere artificiosamente un paesaggio antico, avremmo costruito un museo che si guarda, ma non si vive. Vogliamo riproporre “una fatica da donne” per la gioia di osservare un mondo alpino che colpisce il sentimento? Che Dio ce ne liberi! I tempi non sono più quelli, per fortuna: sappiamo che la storia non è guidata dall’estetica o dalle ideologie, ma solamente dall’economia e alle esigenze dell’economia essa si adegua.
    Il paesaggio alpino che abbiamo in testa (dove paesaggio deriva da paese=antropizzazione) diventa panorama, uno sguardo in cui le tracce umane possono essere “divorate” dalla natura, forse più matrigna che madre, ma pur sempre natura.
    Il mondo dei vinti, è vinto per sempre!

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  3. Anonimo

    Articolo ricchissimo di temi, forse troppi. Ce ne sarebbe da disquisire….mi hanno commossa piacevolmente le citazioni tratte da uno dei più bei libri, a mio parere, che trattano delle valli. Leggendolo ho davvero sentito la fatica delle mie povere ave che a quarant’anni parevano settantenni. E sì, credo proprio che il paesaggio sia l’espressione della simbiosi tra uomo e Madre Terra, nutrita da rispetto ed equilibrio. Lo sostengo da un po’, (anche se alcuni tra gli amici ambientalisti non sono d’accordo) ormai gli alberi hanno preso il sopravvento cancellando, con nostra colpevole compiacenza, secoli di fatiche, di cultura e di tradizioni. Sapessi quanti chilometri muretti a secco qui, dietro Pessinetto fuori, stanno tristemente e silenziosamente scomparendo…Mi fermo qua, ma hai scoperchiato il vaso di Pandora.

    Laura Chianale

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  4. Articolo ricco ed intenso di spunti.

    La Storia ha abbandonato per diverso tempo questo mondo rurale alpino.

    Per approfondire l’argomento dei terrazzamenti, non solo nelle Valli di Lanzo, lascio questo articolo di Michele Corti su Ruralpini: https://www.ruralpini.it/La-cultura-del-muro-a-secco.html
    Interessante e magari da proporre qui “Il cantiere sulla costruzione di muri in pietra a secco” che si tiene ad Artegna (Friuli-Venezia Giulia).

    A proposito di testimonianze, domani (26 giugno 2021) verrà presentato a Lanzo, nel programma delle manifestazioni per il 75° anniversario di fondazione della Società Storica delle Valli di Lanzo, un libro di Marica Barbaro.
    “Nastri di memoria. Interviste possibili: voci e storie di gente di montagna tra passato e presente” pubblicato dalla Società Storica delle Valli di Lanzo http://www.societastorica-dellevallidilanzo.it/appuntamenti.html
    Ecco l’autrice Marica Barbaro (da un articolo di G.Giacomino su ll Risveglio del 24/06/2021):
    “Il mio sforzo è stato quello di consegnare alla parola scritta i racconti dei testimoni, intessuti di silenzi, sospensioni, ripetizioni, flusso di memorie apparentemente disordinate, ma tutte indissolubilmente legate da costanti temi comuni: fame, salute, lavoro, condizione femminile, feste, rapporti famigliari”.

    Mi piacerebbe vedere, in ognuna delle Valli di Lanzo, un sentiero tematico che riabiliti alcuni i muretti a secco con le coltivazioni e un monumento alla fatica delle donne di montagna.

    Coltivare la memoria è essenziale ed essere consapevoli di questa porzione del passato è necessario.

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