Il cielo degli stambecchi

Dividere il cielo con gli stambecchi, ma anche con i camosci e le marmotte, è un’esperienza molto gradevole e unica nel suo genere: l’anima si allarga, lo spirito si arricchisce e l’innocenza degli animali fa dimenticare la malvagità degli umani“.

Anacleto Verrecchia (Vallerotonda, 1926 – Torino, 2012), definito il “più lucido, incisivo e spirituale discepolo italiano di Arthur Schopenhauer”, ci ha lasciati esattamente dieci anni fa ed una delle sue opere letterarie più importanti è “Diario del Gran Paradiso“, che sovente ho avuto il piacere di citare su questo blog.

Il 2022 è il centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso e il giovane Verrecchia lo visse intensamente per tre anni di fila in veste di guardaparco, nei primi anni ’50.

Area del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Crediti: www.pngp.it

La malvagità regna e la pazzia comanda. Potrebbe essere questa l’estrema sintesi del suo percorso di conoscenza nel Parco, dove ha potuto osservare, comprendere ed amare la natura meravigliosa di un angolo delle Alpi Graie, restituendogli nel contempo una visione nitida della natura dell’uomo.

Se il cielo degli umani è ormai da tempo svuotato del sacro, così non è per quello degli stambecchi i cui istinti consentono loro di vivere nei limiti del pianeta, riuscendo addirittura a superare le ere glaciali, sebbene poi abbiano rischiato seriamente di essere sterminati dall’uomo, prima dell’istituzione del Parco del Gran Paradiso.

La follia umana spiegata e descritta da Verrecchia è collegata da un filo invisibile alla “Montagna Sacra” che un manipolo di sapiens ha proposto di istituire per i 100 anni del PNGP, che si festeggiano quest’anno.

Chantel, 30 agosto 1950

“Hegel vede dappertutto la ragione, ma è molto piú facile vedervi invece la pazzia. Tutta la vita, se ci si fa caso, si svolge all’insegna della follia. Ciò che chiamiamo ragione, dice Schelling, è solo una follia regolata.”

Sono quasi mille le sottoscrizioni del progetto che trova però la resistenza dei due Comuni coinvolti, ovvero Ronco Canavese e Cogne, rispettivamente in Piemonte e Valle d’Aosta.

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati numerosi articoli sulla Montagna Sacra (individuata nel Monveso di Forzo), richiamando un tema – il sacro, appunto – che manda in fibrillazione il semplice cittadino come il dotto studioso.

Personalmente, e con tutti i miei limiti, ho cercato di approfondire il tema e mi sono ritrovato così molto affascinato dalle lezioni proposte dal filosofo Umberto Galimberti che spiegano con estrema chiarezza ed autorevolezza come il sacro non sia altro che una dimensione umana congenita e che nemmeno l’invenzione della ragione da parte di Platone è riuscita ad annientare. Il sacro è la componente folle dei sapiens e solo fino a qualche tempo fa era “governato” dalle caste sacerdotali ma poi – ahinoi – la religione ha abdicato a questo compito, lasciando il sacro libero di irrompere, senza alcun controllo. Alla luce dei gravissimi ed enormi problemi globali, non credo che ci sia molto da dubitare sulla potenza del sacro, capace addirittura di stravolgere i cicli biogeochimici della Terra.

Purtuttavia, tornando all’epoca di Verrecchia, con la sua esperienza salvifica nel Parco, quando di crisi climatiche e di limiti allo sviluppo non se ne parlava, le manifestazioni del sacro erano evidenti per il Nostro, anche senza l’Antropocene: è stato proprio il cielo degli stambecchi a mostrargliele.

Vieyes, 5 dicembre 1950

Se proprio avete bisogno di un Dio, non cercatelo nel cuore dell’uomo, ma piuttosto nel canto degli uccelli, nel silenzio del bosco, negli occhi di un camoscio o nello scrosciare di un fiume.

Credo che Verrecchia sarebbe molto favorevole all’istituzione di una Montagna Sacra, dove non metterci più piede. Anzi, sono convinto che suggerirebbe di istituirne una moltitudine, affinché ogni persona possa osservare dal basso la follia, prendendone così le necessarie distanze e limitandone la potenza che, come ci spiega Galimberti, è molto più grande della ragione.

Monveso di Forzo. La Montagna Sacra vista dalla Punta-Rossa (PNGP).

Il capitolo finale del libro “Diario del Gran Paradiso” – Sogno – è l’incontro dei “Demiurghi” sulla punta del Gran Paradiso. Il Bene, il Male, la Saggezza e la Pazzia si riuniscono a consiglio per dimostrare chi ha fatto e chi governa il mondo.

Verrecchia negli anni ’50 aveva osservato e studiato con profonda empatia ed acutezza il cielo degli stambecchi. E aveva capito quello degli uomini, svuotato del sacro.

Nel Terzo Millennio avremmo bisogno di un “guardaparco” globale che difenda la natura e i suoi fragili e delicati equilibri dalla potenza folle degli uomini. Però non basta più il solo cannocchiale. Ci vuole qualcosa di più solenne ed universale: osservare una Montagna Sacra, scendendo definitivamente e per sempre dalla sua “vetta”.

Ma per fare tutto questo ci vuole un coraggio da grande alpinista. Dimostriamo di avercelo senza armarci di piccozza e ramponi bensì recuperando la nostra più genuina innocenza. Ed intelligenza.

Vieyes, 14 settembre 1951

Tutto quello che scende in basso, laggiú dove vivono gli uomini, s’insozza. Penso a questi ruscelli così limpidi e puri, che vanno a portare la vita a sua maestà l’uomo. E che cosa ricevono in compenso? Tonnellate e tonnellate di escrementi, di liquami e di altre sozzure. Dal paradiso terrestre alla fogna: è questo il divino corso della storia di cui parla Hegel? Mi chiedo cosa sarà del nostro pianeta fra cento o duecento anni, quando la popolazione si sarà almeno quadruplicata. L’uomo sarà pure l’animale piú nobile, però è sporco e contamina. Per i mussulmani contaminano i morti, tanto è vero che non li portano nei loro templi, ma i vivi contaminano molto piú dei morti.


Anacleto Verrecchia (2010) – Foto Fontema (opera propria).

Per saperne di più.

Su Anacleto Verrecchia:

Sul sacro:

Sul progetto “Montagna Sacra per i 100 anni del PNGP”:

Vieyes, 27 maggio 1951

Può capitare che una grande nevicata isoli le femmine di stambecco e non permetta ai maschi di raggiungerle e fecondarle. In tal caso si ha per cosí dire un anno sabbatico dell’attività sessuale. Non si potrebbe mettere la neve anche nel letto degli uomini? Cosí diminuirebbe l’aumento pauroso della popolazione, da cui dipendono, se ci si pensa bene, tutti i nostri guai. L’uomo è il piú intelligente o il piú sconsiderato degli animali? Si riproduce sempre e ovunque, al caldo e al freddo, nei ricchi palazzi e nelle misere capanne, senza curarsi del destino cui andranno incontro i figli. Gli altri animali, in questo, sono piú accorti. Lo stambecco, per esempio, non si riproduce in cattività, mentre l’uomo piú è schiavo e disgraziato e piú è prolifico. Inoltre, come già accennato, nel parco il numero di stambecchi tende a rimanere stabile. Ora è in forte aumento, perché c’è stata una strage durante l’ultima guerra. Comunque gli stambecchi non si riproducono oltre un certo numero. Istinto? Allora vuol dire che questo benedetto istinto funziona meglio della nostra conclamata ragione. Perfino le lucertole, se portate in un ambiente poco favorevole, non si riproducono. È possibile trovarle a Vieyes e a Selvanera, ma non piú in alto. Oltre all’altitudine, però, c’entra anche l’esposizione del terreno. La vipera è stata trovata anche a 2500 metri, però di dimensioni piú piccole.

4 pensieri su “Il cielo degli stambecchi

  1. Giovanni Baccolo

    Grazie Beppe, belle riflessioni quelle che ispiri e mi è venuta voglia di leggere il Diario del Gran Paradiso, cercherò di procurarmelo! Un saluto e un pensiero a quei cieli puliti e agli animali selvatici, cui davvero appartengono le montagne.

    Piace a 1 persona

    1. Prego Giovanni! Grazie a te per il commento.
      Ho letto e riletto il libro. Soprattutto quando capita che ci sono azioni umane incomprensibili (all’ordine del giorno, basta leggere un quotidiano). Torno così in un attimo nella natura delle montagne (anche solo leggendo due righe di Verrecchia) e mi sento bene, come se di colpo sul soffitto si spalancasse il cielo degli stambecchi. Tutto allora si fa limpido e comprensibile. E mi viene un desiderio incontenibile di prendere un sentiero per poter incrociare gli stambecchi, i camosci, le marmotte, le aquile…
      Con gli anni, osservando la natura, ho capito che non è solo uno spettacolo ma una fonte indispensabile di cultura e di benessere. Gli occhi di uno stambecco possono farti comprendere molte cose su noi umani, se li si osserva con profonda umiltà ed empatia.

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