Appunti dal versante est

IL MOVIMENTO DELLE DONNE SOLITARIE.

Testo e foto di Ilaria Teofani

Passo Valparola – Capanna Alpina – Col de Locia – Grande Fanes – Piccolo Fanes. Nord-Est, Dolomiti, cuore delle Conturines e Regno dei Fanes. Tra le viscere di quel cuore di pietra sognai di salire dall’età di 6 anni, ci riuscii a 28, da sola.

Parete nord-ovest del Sasso di Santa Croce (3026 m).

Dalla Capanna Alpina, dopo aver lasciato la macchina in mezzo al passo Valparola, iniziai la salita verso il Col de Locia; per il ritorno sarebbero stati guai, come capita a volte nelle discese (anni dopo, non fu una discesa di pietra a trarmi in inganno, ma gli eventi della vita con le loro difficoltà).

Ma torniamo alla salita; finalmente il “Fanes” stava uscendo dalla saga di Karl Felix Wolff, dopo anni in cui lo avevo solo immaginato, fantasticando durante le mie villeggiature in Val Badia, sul lato inverso de La Crusc. Dopo l’ultimo tratto ripidissimo prima del Col de Locia, tutte le foto della mia macchinetta usa e getta erano finite. Io non sono tipo da celebrazioni di vette e trofei, prediligo lo spirito crepuscolare che intravede i particolari insignificanti, la complessità e la bellezza invisibile. È questo l’unico vezzo “aristocratico” della mia vocazione popolare, appena posso ritorno alle piccole cose, belle o sinistre, talvolta amare.

Valicato il Col de Locia, il cuore di pietra del mondo era lì, il Fanes: immenso di prati, di cielo e di antichi fasti caduti; le rovine del Regno dei Fanes, raccontate nella leggenda tramandata oralmente dai ladini, che confluisce nella saga, addormentate tra l’erba, tra mille intricatissimi rivoli, sotto un cielo che oltre quelle vette non rividi più.

E il mondo iniziava qui: a sinistra scorgevo La Varella, a destra le Tofane e di fronte la lunga strada verso il Fanes.

La strada della vita, chiamai così quella gita, che rappresentò per me l’esistenza intera. Alle mie spalle c’era il mondo sudato e perduto, mentre il futuro prossimo era solo una cartolina che conoscevo a memoria. E proprio lì cominciai ad imbattermi in tanti errori e difficoltà.

In quella culla di pietra furono un cielo minaccioso e la voglia di sparire i compagni del mio ritorno, tra “strade” lunghissime, strati di ere lontanissime, nell’abisso riscattato di un giardino di meraviglie, vecchio baratro di un mare antico che ora sfiorava il cielo. Nell’eterna dialettica tra mare e montagna vi è il riscatto del mondo.

Camminai ancora molto e la fatica era la mia seconda pelle. Evitando passi falsi arrivai al torrente della capanna alpina, sciolsi le gambe alzando le braccia al cielo, ma la macchina era ancora lontanissima e la stanchezza mi confondeva la mente…A metà strada mi addormentai su una panchina, con il miraggio della forza che non vi era più.

La sera a veder camminare la gente era un misto di spossatezza e di pace antica, ricordando il tramonto su La Crusc.

Ilaria Teofani

Oltre quella fortezza vi era il cielo degli anni migliori e una bambina la cui adulta non era stata all’altezza. Non mi mancò il coraggio per restare, decisi però di tornare a casa e anche se non ho rimpianti ho certezze di cui non so più cosa farmene. E la “lunga strada” rimase sigillata nella nostalgia e nella voglia di vivere che ritrovai e lasciai lì, chiusa nelle viscere di un regno perduto, senza cercarla mai più.


Biografia:
Nata e cresciuta vicino al mare, tra Civitavecchia e Roma. Vivo da tre anni in Valle d’Aosta, ma per lavoro sono spesso anche in Piemonte. Per 30 anni ho peregrinato ovunque, sulle Dolomiti, e nonostante la vita mi abbia portato a stabilirmi ad ovest, il cuore batte sempre ad est.

Ilaria Teofani 29/06/2022

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