Il mio regno, la mia prigione

IL MOVIMENTO DELLE DONNE SOLITARIE.

Testo e foto di Emanuela Sanna

Tutto iniziava con dei bauli. Due grandi bauli di cuoio, uno bordeaux e l’altro verde scuro, con le cerniere dorate: mia madre cominciava a riempirli venti giorni prima della partenza con la roba “pesante”. A Roma era giugno e faceva già caldo, ma lei impilava con ordine golf tirolesi, pantaloncini di pelle, pedule, camicette a quadretti con i colli rotondi, ma anche giacche di lana cotta, cappelli e fazzoletti… non si sa mai. Poi il baule veniva chiuso e ci si applicava sopra un pezzo di carta con l’indirizzo, fissato con il nastro adesivo. Avevo appena tre anni, non sapevo leggere, ma il nome lo ricordo ancora: presso Signora Aloisi, Moena.

Gruppo Velino-Sirente. Verso Cima dei Monti di Bagni (2073 m)

Le mie prime montagne sono state quella catena di monti che incorona il paese: il Sella con il Sassolungo e il Sasso Piatto, il Catinaccio con la Roda de Vaèl, i Monzoni con la Cima Vallaccia e il Sas da Pesmeda e il Latemar con il Monte Toac e il Sas da Ciamp.

Dolomiti. Gruppo delle Tofane. Le Cinque Torri viste dal Castelletto

L’appartamento che affittavamo ogni anno era in una casa di tre piani. A poca distanza una casa gemella, entrambe all’interno di un grande giardino recintato. Il mio regno e la mia prigione. All’ultimo piano c’erano i nonni: il montanaro era lui nonno Dino, uno che negli anni Trenta saliva al Terminillo portando sulle spalle pesanti sci di legno, e che d’estate arrampicava con le pedule, una corda di canapa legata alla vita e l’alpenstock. Niente imbraghi, rinvii, scarpette e magnesite sulle mani. Partiva la mattina presto con il pantalone alla zuava, i calzettoni di lana pesante, la camicia a scacchi e un maglione legato in vita.

Al piano di sotto eravamo noi: mia madre, mia sorella e in seguito mio fratello. Mio padre no, lui la montagna non l’amava. La sua passione era il mare. Ci accompagnava su e ripartiva il giorno dopo, per ritornare a prenderci a fine mese. Nei due appartamenti al piano terra c’erano due amiche di mia madre: Anna con i figli Monica e Dede e Ornella con Chicco e Cecilia. Dede aveva un anno più di me, Cecilia la mia età.

Il giardino era la nostra vita dove avevamo una piccola casa di legno, di quelle che si usano in montagna come rifugio per i pastori, arredata con delle panche, un tavolo, un camino e teste di cervi alle pareti. Quello era il nostro castello, il nostro fortino, il campo di tante battaglie e tanti giochi. La nostra estate.

Gran Sasso. Corno Grande verso la vetta Orientale

La mattina gli adulti partivano per le montagne e noi restavamo con la nonna a guardarli dal recinto, sempre più lontani, sempre più piccoli. Non tutti i bambini restavano. Dede, ad esempio, era sempre via con loro e morivo di invidia a vederlo partire con il suo zainetto, una vera borraccia, vestito come i grandi.

“Quando torni?”.

“In montagna non puoi mai dire quando torni, mica lo sai quanto ci metti e poi può venire la pioggia, e magari ci fermiamo a dormire in un riparo perché non si può tornare”.

Rispondeva come un vecchio saggio, ripetendo frasi sentite dai grandi, mentre io mi immaginavo loro al riparo in una grotta o in un fienile, con il fuoco acceso ad aspettare che uscisse il sole.

“Mamma perché non posso venire?”.

“Ti stanchi, è troppo lontano”.

Mi stanco. Come se un bambino potesse stancarsi.

“Dede viene”.

“Perché la mamma non sa con chi lasciarlo e Anna di certo non è una che rinuncia a fare le cose che le piacciono”. E io desideravo essere figlia di Anna.

“Anche Chicco e Ceci possono uscire dal giardino e andare soli in paese, solo io devo restare sempre qui”.

“Perché Ornella gli fa fare quello che vogliono pur di non sentirli”. E io desideravo essere figlia di Ornella.

Fu il nonno a liberarmi un pomeriggio.

“Vado a fare due passi alla Malga Panna, mi porto la bambina”.

Mia madre, che ancora non si era liberata dell’autorità paterna, non disse nulla.

La Malga Panna, la mia prima escursione; Trentino-Alto Adige nei pressi di Moena appunto. Andai a raccontarlo a tutti fiera e orgogliosa come mai, ma Dede mi smontò subito.

“Non è un’escursione è come andare a fare merenda da qualche parte”.

“Ma c’è il sentiero, bisogna salire”.

“Una passeggiata cortissima”.

“Dici così perché io vado e tu no”.

“Figurati, ci vado anche da solo alla Malga Panna”.

Dede aveva ragione, la malga era davvero vicina, ma per raggiungerla dovevi attraversare il bosco di conifere e i prati pieni di fiori, il mio primo bosco, i miei primi prati in quota, i miei primi 200 metri di dislivello. Arrivati alla malga mangiammo delle fragole con la panna seduti fuori su una panca. Mio nonno mi diceva i nomi delle montagne.

“La prossima volta arriviamo anche alla Malga Roncac e alla Malga Peniola, si fa un bel giro ad anello”.

“Domani?”.

“Domani no, la prossima volta”.

Sono andata a ricercarla la Malga Panna, oggi è un ristorante stellato, con cibi gourmet e prezzi elevati che non ha nulla a che vedere con quella che ricordo io.

La prossima volta non arrivava e io continuavo a essere prigioniera.

“Dicevi davvero l’altra volta?”.

“Cosa?”.

“Che alla Malga Panna ci andavi anche da solo”.

“Certo”.

“E allora andiamoci”.

La sicurezza di Dede cominciò a vacillare.

“Come… noi due… ma non ce lo permetteranno…”.

“Ma non glielo diciamo. C’è un buco nel recinto in fondo dietro la casa. Basta uscire da lì”.

“Io non so se mi ricordo la strada”.

“La malga si vede, saliamo su per i prati, non serve la strada”.

“E se ci cercano?”.

“Vabbè se hai paura vado da sola”.

“Figurati, non sei capace”.

Io ormai ero decisa. Andai a casa per prendere qualche biscotto, un pezzo di pane con la cioccolata e soprattutto la borraccia del nonno.

Ero pronta per la prima escursione in solitaria.

PNALM (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise). Lago Vivo

Non era proprio paura quella che provavo, ma una sorta di inquietudine che però mi metteva addosso una nuova carica misteriosa. Era lo stesso timore a rendere la meta più desiderata, più appetibile. La sensazione di stare per fare qualcosa di pericoloso, ma non troppo, qualcosa dove serviva attenzione, prudenza, ma che sapevo di poter fare. È la stessa sensazione che provo anche oggi, quando vado in montagna da sola, accompagnata da un turbamento iniziale che si scioglie con l’avanzare delle ore per lasciar posto a una gioia infinita. Il mio passo. I miei tempi. La mia vetta. Quando cammino con gli altri subentra sempre una sorta di competizione, che tento a stento di soffocare: arrivare per prima, non essere mai ultima, cercare i passaggi più difficili, vergognarmi del minimo affanno, della più lieve fatica. Andare con gli altri è sempre un compromesso, un adattarsi. Passo diverso, tempi diversi, pause diverse, emozioni diverse. Poi però, alcune rare volte, c’è anche la gioia del camminare insieme.

Quella prima volta arrivai su di corsa e altrettanto di corsa tornai a casa. La paura che mi scoprissero non mi fece godere la gita, ma avevo raggiunto il mio obiettivo.

Dopo quella volta ci furono altre Malghe, brevi passeggiate sul fondovalle o lungo il fiume Avisio… Fino ad arrivare all’età adulta, all’autonomia, alle altre “solitarie”, che sono quelle che consolano, rigenerano, guariscono.

Soprattutto nella salita. La salita è la meta. La salita è quella durante la quale devi a volte rinunciare, quella delle decisioni difficili, del “chimelohafattofare”, delle brevi soste per guardarsi indietro e vedere tutto così piccolo e lontano e sentirsi così soli, alti, distanti che è poi “questoèquellochemelohafattofare”. È vedere la vetta, è raggiungerla, toccare la croce e sentirsi immediatamente di nuovo pieno di energie, pronto a cercare altre cime vicine da raggiungere, perché così è troppo poco, perché una vetta non basta mai. La discesa è solo un dover stare attenti a dove si mettono i piedi e un tornare giù, tra gli altri, dove tutto è piatto e incolore.

Emanuela Sanna, Roma 28/07/2022


Biografia:

Giornalista professionista, ho lavorato in un mensile, in un quotidiano, in un settimanale, sul web, come ufficio stampa. Da troppi anni mi occupo di comunicazione politica, spin doctor e similari. “Lettrice” e editor per una casa editrice. Per diletto scrivo di montagna, colleziono vette, leggo e mi attivo per i diritti civili. Se rinasco faccio la guida alpina o la libraia.

Mi trovate su Twitter.

3 pensieri su “Il mio regno, la mia prigione

  1. “La sensazione di stare per fare qualcosa di pericoloso, ma non troppo, qualcosa dove serviva attenzione, prudenza, ma che sapevo di poter fare.”

    “Mai da soli”, leggo su di una rivista. Si parla di escursionismo ed io storco il naso perché penso a tutte le donne che qui ci hanno raccontato delle loro splendide esperienze in solitaria dove è richiesta la massima attenzione e concentrazione.

    Attenzione.
    Concentrazione.

    Due facoltà che stiamo inesorabilmente perdendo nella nostra epoca, distratti ed assopiti dalle innumerevoli protesi (come lo smartphone) che hanno l’obbiettivo di sostituirci nel mondo.

    Oggi più che mai dovremmo invece sentirci dire sovente “Da soli in montagna, più che potete” perché non si va in montagna come se si passeggiasse in città (tanto poi c’è l’elicottero se qualcosa va storto…) bensì si va per attivare al massimo le nostre facoltà mentali che sono quotidianamente mortificate dalla tecnologia dilagante. Massima attenzione, massima concentrazione, massima prudenza, massima osservazione… Tutto questo ci fa stare straordinariamente bene con noi stessi perché ci accorgiamo che passo dopo passo recuperiamo potenzialità dormienti. E così facendo ci connettiamo perfettamente con l’ambiente che ci circonda.

    Grazie Emanuela e torna tra noi a raccontarci delle tue meravigliose esperienze.

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  2. In questo racconto c’è tutta la EMI che conosco…la volontà, l’indipendenza, il carattere, la decisione di una donna che fin da piccolissima aveva già deciso cosa essere da grande…Grazie Grandissima Appenninista del Club 2000m !!!

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  3. bellissimo! Ho immaginato la bimba prigioniera, di una situazione che per tante bambine sarebbe stata idilliaca.. Invece per l’avventurosa scalatrice era una gabbia ! mi ci sono rivista tanto..e mi è piaciuto molto il passaggio : “Quando cammino con gli altri subentra sempre una sorta di competizione, che tento a stento di soffocare: arrivare per prima, non essere mai ultima, cercare i passaggi più difficili, vergognarmi del minimo affanno, della più lieve fatica. Andare con gli altri è sempre un compromesso, un adattarsi.”;;;
    Lo trovo straordinariamente vero e corrispondente al mio modo di essere.. Grazie, è stata una bellissima lettura !!

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