Homo sapiens über alles

Sedersi con le spalle all’ingresso del bivacco Molino (2283 m; Val d’Ala – Valli di Lanzo) ed osservare un branco di stambecchi che pascolano a pochi metri di distanza, è al contempo un evento inconsueto ed un’emozione straordinaria.

Dopo aver pascolato, il branco ha sfilato davanti a noi andando avanti e indietro in fila indiana, le femmine in testa e i piccoli al seguito, mentre alcuni esemplari sono rimasti appostati come sentinelle sulle prominenze rocciose, che si erigono alle spalle al bivacco.

A casa, osservando le numerose foto, mi ha colpito in particolar modo questa:

Bivacco Molino (2283 m).

Chi è l’invasore?

Ho proposto questa domanda su Twitter (qui) e alcune risposte mi hanno fatto riflettere.

Intanto mi sembra che la parola “invasori” sia fraintesa. Gli scienziati la utilizzano per indicare l’impatto di noi umani (o di altre specie) quando ci insediamo in nuovi habitat, ma ormai abbiamo occupato ogni angolo della Terra, come sottolinea Pat Shipman autrice del libro che si intitola, appunto, “Invasori“:

Dopo un esordio evolutivo modesto, avvenuto in Africa intorno a 200.000 anni fa, il nostro genere si è diffuso in ogni angolo del mondo: ha invaso una regione geografica dopo l’altra, ha sfruttato nuovi habitat al punto che oggi è presente in ogni continente. Viviamo nel caldo soffocante dei tropici, nel gelo dell’estremo Nord, in cima alle montagne e in fondo alle vallate, su isole e continenti insulari, nei deserti, nelle foreste pluviali, nelle foreste temperate, negli ambienti aperti come in quelli chiusi. Non viviamo sott’acqua, tranne che in habitat artificiali come i sottomarini, ma molti umani vivono in barca o in villaggi galleggianti su laghi e fiumi. Ci siamo insediati praticamente in ogni habitat della Terra. È un primato terribile, che mette quasi sgomento.

E qual è il problema? La domanda è d’obbligo, dopo aver letto alcune risposte al Tweet. Seguendo le riflessioni di Pat Shipman (ma potrebbero essere quelle di E. O. Wilson o di altri scienziati autorevoli), otteniamo questa risposta che però continua ad essere negata o quantomeno ignorata:

Il nostro successo ha avuto un prezzo molto alto per il pianeta. Gli uomini moderni, Homo sapiens, hanno distrutto milioni di ettari di terreno fertile fino a che il terreno è stato eroso dai mari, ed è così ancora oggi. Abbiamo abbattuto immense aree coperte da foreste, boschi e praterie che un tempo producevano ossigeno che ricostituiva l’atmosfera, e frutti, foglie, radici e noci che sfamavano noi e molte altre creature. Siamo riusciti a inquinare, avvelenare e far seccare innumerevoli sorgenti d’acqua grazie ai nostri crescenti e insaziabili bisogni, ai nostri prodotti chimici tossici, ai nostri immensi cumuli di rifiuti. Ma soprattutto abbiamo contribuito all’estinzione di molte più specie di quante sia possibile calcolare.

Tutta questa devastazione, come si innesta nella domanda al bivacco Molino, sorta di fronte ad un branco di stambecchi?

Chi è l’invasore?“.

Oggi con i social possiamo condividere in un nanosecondo le nostre esperienze in ambiente (l’ho fatto) e potenzialmente ed inconsapevolmente possiamo richiamare l’attenzione di numerosi escursionisti, che probabilmente vorranno anche loro vivere momenti naturalistici così deliziosi, magari programmando proprio un’escursione al Molino. Quale sarebbe l’impatto? Dipende. Dai numeri (se sono quelli del Jova Beach Party, forse c’è da preoccuparsi), dall’educazione, dal comportamento e dal profilo culturale di ognuno di noi.

Al Molino eravamo in quattro. Con noi c’erano anche due escursionisti, di cui uno aveva un cane non al guinzaglio. I numeri sono molto bassi quindi, l’educazione mi sembrava attinente all’habitat in cui ci siamo introdotti ma non posso dire granché sulle conoscenze della coppia (sicuramente elevate in termini alpinistici). Arriviamo al comportamento. Vedo che il cane (meraviglioso mucchio di peli) punta il branco e poco dopo si lancia alla rincorsa degli stambecchi, facendoli correre, e sparire, all’impazzata.

Dov’è il problema? Il cane fa il cane, vero? Poteva essere un lupo a comportarsi così, no?

Se io fossi uno stambecco, allora uno dei miei compiti principali, in estate, sarebbe quello di nutrirmi il più possibile perché dovrei accumulare una grande riserva di energia che mi servirà per sopravvivere al prossimo inverno, quando l’erba di cui ho bisogno diventerà scarsissima. Il video qui sotto è molto eloquente in proposito.

Un cane non al guinzaglio (animale domestico, quindi soggetto alla cultura del padrone), che si mette a correre liberamente dietro ai selvatici, fa perdere molta energia agli stambecchi, ai camosci alle marmotte e a tutti quegli erbivori che in montagna devono sperare di sorpassare l’inverno, tornando poi al bivacco Molino, per la gioia degli escursionisti. Non hanno il bancomat e il grande magazzino a loro disposizione.

Invasori? Sì, certamente. Con questo comportamento siamo esattamente come scrive Pat Shipman che, tra l’altro, sostiene che l’accoppiata Homo sapiens – lupo cane sia stato il motivo prevalente dell’estinzione dei neandertaliani (ma non solo, anche, ad esempio, dei mammut), grazie alle loro raffinate tecniche di caccia.

Cercate di non fraintendermi: non ce l’ho con i cani bensì con i comportamenti umani e con la loro cultura, inadeguata a vivere su questo Pianeta. Se fossimo arrivati in cinquanta al bivacco, avremmo probabilmente disturbato la fauna (figuriamoci con cani al seguito). Così come quando si urla (gli escursionisti che lo fanno sui sentieri, si fanno qualche domanda?), si corre dietro agli animali per fotografarli, si cerca di toccarli o, addirittura, di cibarli. O quando si abbandonano rifiuti (succede ancora). Tutti questi atteggiamenti sono ascrivibili a Homo sapiens invasore. Un invasore provoca danni enormi agli habitat naturali (e noi sapiens, volenti o nolenti, ne facciamo parte ed attingiamo da essi, anche se crediamo di sfamarci con i supermercati), così come succede quando subiamo l’invasione di specie aliene (lo scoiattolo grigio, ad esempio).

Il problema, checché ne dicano i commentatori su Twitter (sovente troll), è attualissimo e grave e riguarda l’impatto del turismo alpino in generale.

Chissà cosa pensa di tutto questo lo stambecco del Molino, che negli Anni ’40 del secolo scorso stava per essere sterminato da Sua Maestà Homo sapiens e che ora rischia l’estinzione a causa dei cambiamenti climatici? Cambiamenti indotti dalle attività umane?

Cosa ne penserebbe E. O. Wilson, che nel libro “Metà della Terra” scrive:

Il mondo vivente è in condizioni disperate, sta subendo un rapido declino a tutti i livelli della sua varietà. Sarà aiutato ma non salvato da misure economiche legate ai suoi servizi ecologici e ai suoi potenziali prodotti. E nemmeno la conoscenza della volontà divina basterà: le religioni tradizionali sono imperniate sulla salvezza degli esseri umani, qui e nell’aldilà, più di tutti gli altri scopi che si possono concepire.
Soltanto un cambiamento radicale del ragionamento morale, con un maggiore impegno nei confronti di tutte le altre forme di vita, potrà permetterci di affrontare questa sfida, che è la più grande del secolo. Le regioni selvagge sono il nostro luogo di nascita; è a partire da loro che sono state costruite le nostre civiltà; è da lì che provengono il nostro cibo e la maggior parte delle nostre abitazioni e dei nostri mezzi di locomozione; è in mezzo a loro che vivevano i nostri dèi. La natura allo stato selvatico è un diritto di nascita di chiunque al mondo. I milioni di specie a cui abbiamo permesso di sopravvivere, ma che continuiamo a minacciare, sono i nostri parenti filogenetici. La loro storia a lungo termine è la nostra storia a lungo termine. Nonostante tutte le nostre pretese e fantasie, siamo sempre stati e sempre saremo una specie biologica legata a questo particolare mondo biologico; milioni di anni di evoluzione sono codificati in modo indelebile nei nostri geni. Senza regioni allo stato naturale non può esistere la storia.
Dovremmo sempre tenere a mente che per costruire il magnifico mondo che la nostra specie ha ereditato la biosfera ha impiegato 3,8 miliardi di anni. La complessità delle sue specie ci è nota solo in parte e il modo in cui le loro interazioni creano un equilibrio sostenibile è qualcosa che abbiamo iniziato a capire solo di recente. Che ci piaccia o no, che siamo preparati o no, siamo la mente e i gestori del mondo vivente. Il nostro futuro ultimo dipende dalla comprensione di questo. Abbiamo percorso molta strada nel periodo barbaro in cui ancora stiamo vivendo e credo che quanto abbiamo imparato ci basti per adottare un precetto morale trascendente riguardo a tutte le altre forme di vita. E’ semplice ed è facile da enunciare: non dobbiamo causare altri danni alla biosfera. (Edward O. Wilson, Metà della Terra).

Homo sapiens über alles, gli umani soprattutto. Gli umani sopra ogni cosa.


Al bivacco Molino è stata una giornata di incontri speciali e di emozioni uniche. Oltre al branco di stambecchi, si è fatto vedere il maestoso gipeto che con volo radente ha catturato la nostra attenzione e quella degli ungulati. A casa ho poi avuto la conferma che trattasi di immaturo di tre anni di età, grazie a questa foto (la migliore che ho potuto scattare):

Gipeto 3° anno in volo sopra il bivacco Molino.

L’amico Maurizio Chiereghin mi ricorda via WhatsApp che è la terza osservazione che faccio: la prima il 14 giugno 2020 (Alpe Giasset, in Val d’Ala), la seconda il 28 giugno 2020 (Pian Ciamarella, Val d’Ala). In effetti ne sentivo la mancanza, dopo due anni dall’ultima e ormai, ad ogni escursione, mi chiedo quasi sempre se lo potrò avvistare perché è meraviglioso vivere così l’escursionismo, incrociando gli animali, soprattutto quelli che per secoli sono stati perseguitati dagli umani. Maurizio è il referente per le Valli di Lanzo per il monitoraggio del gipeto e ogni osservazione comunicata viene scrupolosamente archiviata (a ieri ne ha fatte già 80 nel 2022!). A proposito, se siete interessati, potete seguire via YouTube l’incontro “Gli avvoltoi in Italia e il gipeto nelle Valli di Lanzo“, che si è svolto venerdì 12 agosto in Valle di Viù, al Museo Tazzetti di Usseglio. Qui trovate il video: https://youtu.be/QQTk6Vkv5d0.

Ci tengo a ricordare che le osservazioni che possiamo fare in montagna degli animali che hanno rischiato l’estinzione, è possibile grazie alla volontà di persone meravigliose e toste (come Renzo Videsott e colleghi, ad esempio) che hanno lottato duramente affinché venissero salvati dalla follia umana e portati così fino a noi.

Quando molti anni fa mi sono accorto di amare profondamente la montagna, il mio escursionismo è diventato inscindibile dallo studio: non posso farne a meno. E’ solo così che posso nutrire questo mio sentimento. Lo studio non è solo leggere libri ma anche seguire le persone che amano e si occupano di montagna, intesa come luogo di interazioni tra umani ed ambiente.
L’unico ponte che possiamo gettare tra noi (animali culturali) e la natura è la conoscenza. Ringrazio quindi tutti gli amici che mi aiutano a comprendere il complesso e fragile mondo delle Alpi: più imparo e più mi sento ignorante.

L’ultimo incontro della giornata (in verità il primo) è quello con un montanaro di altri tempi: Bruno Molino. La salita al bivacco è sempre una buona occasione per ricordarlo, magari grazie a Giorgio Inaudi e Umbro Tessiore: qui il post.

Bruno Molino, a sinistra nella foto.

Senza di voi, sarebbe tutto molto più complicato.

Grazie.

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