I camosci bianchi (chi siamo)

Un nome dovevamo pur darlo a questo blog: quello che gli abbiamo affibbiato ci è parso “adatto” a descrivere il gruppo per alcuni semplici motivi. Pochi sanno che in realtà l’habitat originario del camoscio è il bosco di latifoglie. Già dai secoli scorsi, nelle vallate alpine, i fenomeni di disboscamento e colonizzazione del territorio a fini agricoli hanno spinto questa specie ad occupare territori ad altitudine più elevata… e si è adattato incredibilmente bene a saltare e zompettare tra rocce a fil di piombo, grazie anche alla particolare fisiologia della zampa (il famoso zoccolo “gommoso”).
Questa caratteristica intrinseca del camoscio, non solamente adattarsi, ma vivere naturalmente in ambienti diversi come il bosco o la croda aspra e scoscesa, ci ha sempre affascinato.
Il mantello bianco: come per noi uomini, ogni tanto nasce anche qualche animale “albino”… innegabilmente è un tratto distintivo che lo caratterizza notevolmente.
Spero che questo blog possa divenire un luogo di incontro virtuale su cui scambiarsi idee, consigli e affrontare argomenti su quella che è la nostra passione, anche quando non siamo a quattr’occhi.
Utilizzare le tecnologie moderne a sostento della cultura e della tradizione.
Un luogo in cui poter leggere ciò che gli altri pensano, ed utilizzarlo per affinare quelli che sono i nostri personali punti di vista.
Un saluto a tutti.
I camosci bianchi

18 pensieri su “I camosci bianchi (chi siamo)

      1. Rebecca Antolini Pif

        Di nulla… e poi ovviamente non dipende da me… gli interessi sono tanti e non tutti possano essere amanti delle montagne e delle camminate sane nel mezzo della natura… 😉

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  4. Anonimo

    Si parla tanto dei danni che recano i cinghiali agli ultimi prati delle valli di Lanzo, ma io vorrei richiamare l’attenzione su un altro problema che, finora, non è entrato agli onori della cronaca: quello delle mandrie sempre più numerose che vengono portate in alpeggio e che costituiscono una rovina per l’ambiente. I presunti margari conducono all’alpe centinaia di capi solo per fruire dei contributi UE, ma si tratta esclusivamente di bestiame da carne, lasciato allo stato brado (“a ragiu”). Il numero dei capi è in genere largamente superiore alle risorse dell’alpeggio e il calpestio porta alla scomparsa della cote erbosa. Ho visto aree un tempo prative ridotte a nuda terra. Gruppi di animali vengono lasciati per un tempo troppo lungo in recinti molto circoscritti (per comodità del margaro): risultato, in quell’area l’erba sparisce per il calpestio e l’anno dopo spunterà erbaccia (vedere l’esempio del Pian di Vaccheria, verso Unghiasse). Frutto dell’incuria è anche il mancato controllo delle acque, che debordano e invadono i prati, trasformandoli in torbiere, mutandone la vegetazione e rendendoli sterili. Ad es. sono rimasto esterrefatto vedendo come l’alpe dei Pianu di Sotto, sopra Chiappili (Vonzo) non abbia quasi più pascolo, invasa com’è dall’acqua della soprastante sorgente. Gli animali, non controllati, provocano il cedimento in certi punti degli argini ed il dilagare dei ruscelli. Le mandrie eccessivamente numerose e non controllate causano anche la rovina dei sentieri con l’intenso calpestio. Il tratto iniziale di quello che da Chiappili sale verso Vassola è invaso dall’acqua di un ruscello che ha rotto l’argine, guarda caso in una zona di passaggio e pascolo di una mandria. Un tempo i margari erano obbligati alla manutenzione: oggi non se ne occupano di certo e la rete viaria va in rovina. Mi chiedo se i Comuni ed il Corpo forestale dello Stato siano al corrente di questo degrado e perché, se avvisati, non intervengano a tutela dell’ambiente. Mi risulta di multe inflitte per motivi risibili, ad es. al conducente di un furgoncino per qualche vizio della documentazione in suo possesso, e non si interviene quando vengono saccheggiati pascoli e sentieri. Per la UE (in quanto espressione del capitalismo rampante) contano solo le cifre: se ogni anno gli animali portati all’alpe aumentano, ciò è segnato come un successo della politica degli “aiuti” alle aree depresse. Se poi questo accresciuto numero di capi di bestiame è causa di degrado dell’ambiente, chi se ne importa ?
    Gian Marco Mondino

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