L’ultima scena di un mito

Cresta di Bionnassay dal Rif. Gonella – versante S del Monte Bianco (foto di Alberto Cucatto)

«Nell’accingermi ad enumerare le imprese del Castagneri sento che sto per fare buona parte della storia alpinistica della Sezione Torinese; sono 25 anni di alpinismo schietto ed ardito che si compendiano nel suo nome e nei quali egli ebbe come guida la presidenza perpetua delle nostre escursioni; con lui si accompagnarono i fondatori del nostro Club e molti dei più noti ed arditi dei nostri colleghi.»

Guido Rey, 1890

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Un mito lo riconosci dall’uscita di scena e che la guida alpina di Balme Antonio Castagneri lo sia, nessuno lo mette in dubbio. Ma quale ultima scena ha fatto smarrire questo grandissimo alpinista delle Valli di Lanzo? Cosa ha potuto fermare le imprese di un personaggio così straordinario?

Metti insieme la roccia e il ghiaccio e cerca i migliori interpreti italiani di questi due terreni. E poi sogna la gloria sul Monte Bianco. Siamo alla fine del XIX secolo e la roccia si chiama Antonio Castagneri (Toni dei Tuni di Balme, villaggio dell’alta Val d’Ala) mentre il ghiaccio è Jean-Joseph Maquignaz. Il sogno lo fa il conte Umberto Scarampi di Villanova – socio del Cai Torino – nell’imminenza di sposarsi. Desidera lasciare la sua firma sul massiccio più alto d’Europa facendosi condurre da due tra le più forti ed esperte guide dell’epoca. Come se oggi mettessimo insieme Simone Moro e Steve House. Per fare cosa?

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Lasciateci liberi di rischiare

Ad esclusivo vostro rischio e pericolo

Metti a repentaglio tutto ciò che hai. Diventa un giocatore d’azzardo! Rischia tutto, perché il momento successivo non è mai certo, quindi perché preoccuparsi? Perché angustiarsi? Vivi pericolosamente, vivi gioiosamente. Vivi senza paura, vivi privo di sensi di colpa. Vivi senza temere l’inferno, e senza bramare il paradiso. Vivi e basta. (Osho)

Un aforisma bellissimo e vero.

Ad ogni morte in montagna si scrivono fiumi di parole sulla sicurezza, dando notizie che non sono notizie. Poi ci si affanna a fare di tutto per inventarsi una montagna asfissiante (come le città dove nascono i soloni della sicurezza ad ogni costo) e per soffocare gli ultimi aneliti di libertà degli umani. Ma bastano poche righe sagge per smontare in un amen tutto il misero ambaradan, perché il momento successivo non è mai certo.

Osho forse non pensava alla montagna. Ma questa è la Montagna e chi la chiude (leggete qui e qui), invocando un concetto subdolo e labile come la “sicurezza” (che per il 99% puzza di marketing), non fa altro che comportarsi da tiranno erigendosi così a portatore di false verità.

Insomma, patacche (o fake) – molto più pericolose della Montagna – di cui il mondo trabocca. Leggi il resto dell’articolo

Sea, magia del tempo

Il basso vallone di Sea visto da SO (sulla parte iniziale della cresta che unisce il Ghicet di Sea (2726 m) con la Punta Rossa di Sea (2910 m) – foto camosci bianchi

Testo di Marco Blatto
Foto di Luca e Matteo Enrico (CAAI)

Pochi valloni delle Alpi possono vantare un insieme di caratteristiche storico-paesaggiste tali da renderle uniche, così da motivarne un viaggio o una visita perché se ne possa comprendere davvero l’“anima” attraverso un’empatia diretta. Così è per il vallone di Sea, incastonato in un angolo selvaggio delle Alpi Graie meridionali nell’estremo nordovest d’Italia. Stretto tra alte montagne e pareti vertiginose per una decina di chilometri, raggiunge l’ampia sella che a 3100 metri si affaccia sull’Haute Maurienne, con una distesa glaciale tormentata di crepacci e punteggiata di morene in perenne modellamento. Quassù, dal Colle di Sea, la vista è davvero superba e spazia dal Massif de la Vanoise al Monte Bianco, mentre alle nostre spalle ci si è da poco lasciato il versante nord dell’Uja di Ciamarella (3676 metri).
Un tempo questo colle fu luogo di transito commerciale e di transumanza, testimonianza delle alterne vicende climatiche che hanno caratterizzato l’arco alpino e la presenza glaciale. Sul versante di Sea, quello che un tempo era un poderoso e unico apparato è oggi limitato alla presenza di piccoli bacini separati come il Ghiacciaio Tonini o il ghiacciaio sospeso dell’Albaron, mentre ai piedi del colle il ghiaccio resiste sotto una coltre di pietrame e detrito, dove, in tarda stagione, si aprono improvvisi inghiottitoi. E’ questa l’anima della parte alta del vallone di Sea, che fino ai bellissimi pianori ubicati alla base dei novecento metri dell’irta parete nord dell’Albaron (3260 metri) mostra una spiccata morfologia pleistocenica. Poi, dopo l’alpe di Sea, l’incisione muta aspetto e si rinserra tra pareti ripide e tormentate. Leggi il resto dell’articolo

Una notte al Daviso

A chi non piace sentire raccontare storie, leggerle o essere, in prima persona, narratore?

Quasi sempre mi capita di partecipare ed essere coinvolta nelle vicende dei personaggi usciti dalla penna di scrittori o raccontati dalla loro voce. Gioisco, mi emoziono alle loro vicende, mi intristisco ed in più amplifico e lego, a quelle sensazioni, i miei ricordi e le mie esperienze personali. In una parola: empatia.

A volte mi capita di essere così coinvolta che la mia curiosità mi spinge a ricercare altre notizie su di loro.

Antonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni (1845-1890) ritratto di Gigi Chessa

Antonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni (1845-1890). Ritratto di Gigi Chessa

Così è avvenuto, ad esempio, per il balmese Antonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni maestro d’alpinismo ed una delle più grandi guide alpine italiane dell’800 al quale è dedicato l’Ecomuseo delle Guide Alpine di Balme (Valli di Lanzo).

Mi sono chiesta: “Possibile che non gli sia stata intitolata anche una cima o un rifugio?”.

In maniera del tutto casuale sono “inciampata” nell’autobiografia di Ugo Manera Pan e Pera ed ho scoperto che nell’autunno del 1968, alla ricerca di nuovi posti da scoprire o sconosciuti, e non valorizzati, l’autore accetta la proposta di Gian Piero Motti “di tentare una nuova via su di un ardito pilastro vergine alla testata della Valle Grande di Lanzo, quella selvaggia cerchia di pareti che forma una delle muraglie più interessanti e suggestive delle Alpi Graie.”
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Il Michelangelo dell’alpinismo

Copertina PDF su Gervasutti di Carlo Crovella

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Carlo Crovella, socio del CAI Torino e del GISM, ha recentemente elaborato un documento (in formato PDF) intitolato: “L’unico, il vero, il solo fortissimo”, dedicato a Giusto Gervasutti, nell’anniversario dei 70 anni della scomparsa del grande alpinista, avvenuta il 16 settembre 1946.

In tale PDF Crovella ha fatto confluire sia gli articoli già da lui pubblicati nel recente passato, sia i suoi scritti derivanti da ricerche su documentazione inedita dello stesso Gervasutti. Il personaggio Gervasutti viene analizzato anche nei risvolti meno noti, come la quotidianità cittadina con i relativi aspetti materiali e psicologici.

Il PDF (che contiene, oltre ai testi, anche numerose foto e diversi reperti dello stesso Gervasutti, in gran parte inediti) è stato inserito da Crovella nella sua collana “Quaderni di Montagna”, che comprende documenti di cultura alpina a distribuzione gratuita.

Per ottenere il PDF su Gervasutti è sufficiente inviare singole mail di richiesta all’indirizzo crovella.quadernidimontagna@gmail.com, specificando nell’oggetto GERVASUTTI e segnalando nel testo il proprio NOME e COGNOME, seguiti dall’indicazione I CAMOSCI BIANCHI.

L’autore provvederà ad inviare via mail il PDF a fronte di ogni richiesta pervenuta, oltre a rispondere agli eventuali quesiti.


Il Fortissimo

“Nel corso del 2016 ricorre l’anniversario dei 70 anni dalla scomparsa di Giusto Gervasutti, detto Il Fortissimo. Non è l’unico principe del VI Grado, eppure brilla di una luce particolare, nonostante sia circondato da astri alpinistici di primaria grandezza. Gervasutti mi ha sempre affascinato e la ricorrenza cronologica si configura ai miei occhi come un “pretesto” per focalizzare i contorni di questo personaggio, unico nel suo genere. Se poi si realizza che l’intera attività di Gervasutti (non solo in termini di performance di punta, ma anche negli altri risvolti quali quello della didattica e della collaborazione con il CAI Torino) è ristretta ad un arco temporale di soli quindici anni (1931-’46), la personalità di Giusto risulta ancora più eccezionale. […] “

Una notte al Rifugio Boccalatte-Piolti

porta ingresso camerata BoccalatteE’ una giornata splendida di fine agosto tra i colossi della catena del Monte Bianco così come prevista dal meteo che segnala solo un “lieve rischio di qualche isolato rovescio temporalesco sulle alte vallate di confine con la Francia” (quando?), e noi puntiamo la prua verso la Val Ferret ormeggiando l’auto nel fondale di Planpincieux, 2600 metri sotto le Grandes Jorasses e 1200 sotto il Rifugio Boccalatte-Piolti che finalmente, dall’8 luglio di quest’anno, si è riempito nuovamente di umanità ed accoglienza dopo un lungo periodo di abbandono. Siamo molto curiosi di conoscere la guida alpina Franco Perlotto che ha deciso di dedicare i suoi prossimi 12 anni alle tensioni alpinistiche che solo un’immensa e leggendaria montagna come le Grandes Jorasses può trasmetterti (l’amo come nessun’altra al mondo). E’ davvero un nido d’aquila quello che ci attende, abbarbicato su di un roccione inforcato dai ghiacciai di Planpincieux e delle Jorasses. Una salita escursionistica (EE) dura dove bisogna trovarsi a proprio agio afferrando la verticalità assistita dai canaponi e da una scala che si fa beffa di un caminetto. Una salita accompagnata dalle continue ed ansiose rotazioni degli elicotteri mentre tutt’intorno scenari da favola disseminano nell’anima graffi di emozioni indelebili.
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Bruno Molino di Balme, un montanaro di altri tempi

Bivacco Molino e Uja

Il Molino con il versante NE dell’Uja di Mondrone (2964 m) – Foto di Umbro Tessiore

Testo di Giorgio Inaudi

Il bivacco Molino, di proprietà del CAI di Lanzo, è una solida struttura in legno, con 24 posti letto, che sorge a 2280 metri di quota nelle Valli di Lanzo, nel comune di Balme.
Gli alpinisti torinesi, e non solo, lo conoscono bene perché serve di base per le vie più impegnative dell’Uja di Mondrone ed è anche una piacevole meta per un’escursione in pieno versante sud, ad inizio o fine stagione.
Come avviene per tutti i rifugi, pochi sanno o si chiedono chi sia stato il personaggio cui la struttura è stata intitolata. Forse per questo motivo i francesi da tempo hanno smesso di intitolare i loro rifugi alle persone e sono tornati al nome del luogo. Forse è meglio così, ma, dal momento che nel nostro paese la maggior parte dei rifugi recano ancora il nome di persone, di solito vittime della montagna, vorrei ricordare la figura di Bruno Molino.
Vorrei farlo senza retorica, in modo sintetico e asciutto, com’era lui.

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Meteora alpina

057-pietrasanta

Ninì Pietrasanta

“..Se la salita era stata difficile e pericolosa, la discesa m’appariva impossibile. Il valligiano che ci accompagnava, passata la corda ad un grosso anello infisso nella parete, la gettò nel vuoto, incitandomi a scendere. Dapprima mi rifiutai, tanto la cosa m’apparve pazzesca, e mi decisi solamente, quando vidi la mia fedele guida avvolgersi la corda attorno alla gamba destra, facendola poi scorrere su la spalla sinistra, creando così una specie di carrucola frenabile, che gli permetteva di scivolare lento giù per la fune. Con misurati colpi di piedi contro la parete, si staccò dalla roccia ed iniziò la discesa.
Mi accorsi allora che la cosa era assennata e anche assai divertente. Mi ci provai e ci presi gusto. Scendevo lentamente, senza scosse, senza rumore: librata così nello spazio, senza alcun contatto con le rupi del monte, mi pareva di essere un ragno, sospeso al proprio filo, intento a tesser la sua tela.
Quando la mia trasvolata ebbe termine, mi trovai su una piccola cengetta, dove mi liberai dal groviglio dei cordami. Per ultimo discese il valligiano, che tirò a sè la corda.
Così, un po’ coi mezzi soliti, un po’ con l’aiuto provvidenziale della corda, ci ritrovammo in breve ai piedi del Campanile.
Lo contemplai lieta e commossa. Mi rispose il sorriso della vetta baciata dal sole.
(Pellegrina delle Alpi – Ninì Pietrasanta che racconta “..La prima volta che sperimentai le precipiti pareti rocciose delle Dolomiti, fu nella scalata del Campanile Basso di Brenta, fantastico obelisco che si eleva, per trecento metri dal punto d’attacco, in linea arditamente verticale; slanciato, severo, è una delle Dolomiti più audaci, più eleganti, più classiche..”)

La curiosità e la passione nel leggere libri di montagna mi hanno portato ad incontrare Ninì Pietrasanta. Leggi il resto dell’articolo

La Rocca è nuda!

Cresta Sud Rocca Patanua

La cresta Sud di Rocca Patanua (2409 m)

Affianchiamo le Valli di Lanzo per raggiungere la confinante Valle di Susa: la meta della nostra escursione è Rocca Patanua (2409 m).

Patanù in piemontese significa svestito, nudo. Il versante orientale, che è più ripido ed esposto al sole, anche in inverno inoltrato, fa in fretta a rimanere senza neve.

E’ un’escursione che inizia dalla Cappella di Prarotto (1450 m – Comune di Condove) e termina in cima alla Rocca con la possibilità di scegliere un percorso su facile e divertente cresta di 100 metri circa di dislivello (se si evita il filo di cresta; in caso contrario si affrontano passaggi di III) oppure su un sentiero evidente d’erba e detriti (EE).

La primavera ci ha donato un’altra esplosione di colori, di profumi e di bellezza. Leggi il resto dell’articolo

Camussòt

logo_camussotDopo importanti lavori di ristrutturazione, a metà maggio 2015 è prevista la riapertura dello storico Albergo Camussòt di Balme, in alta Val d’Ala (Valli di Lanzo).

Luogo simbolo dell’alpinismo torinese da quando alla vigilia di Natale del 1874 i due compagni di collegio ed amici Alessandro Emilio Martelli e Luigi Vaccarone vi pernottarono prima di tentare la salita all’Uja di Mondrone con l’oramai internazionale guida alpina “audace, esperta, fidata, prudenteAntonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni.

Vorrei condividere con voi la riapertura del Camussòt con delle note note bibliografiche di Claudio Santacroce pubblicate su Barmes news n.25 – Gennaio 2006 : una sorta di recensioni dei media del tempo. Leggi il resto dell’articolo

Nascita dell’alpinismo invernale: Uja di Mondrone 1874

Il versante Est dell’Uja di Mondrone (2965 m)

La spinta nell’andar per monti oltre i boschi ed i pascoli delle Terre Alte, non per motivi spirituali, di caccia o raccolta di cristalli, avviene tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento grazie ad un’esplorazione scientifica sempre più frequente da parte di uomini di cultura, studiosi e clericali provenienti da ricche famiglie.

L’Alpine Club di Londra nasce nel 1857; il Club Alpino Italiano invece nel 1863 per volere di Quintino Sella, Bartolomeo Gastaldi ed altri pari gentiluomini.

Si condivide un leggendario e fortunato periodo dove nasce l’interesse della stampa e degli artisti – che son spesso alpinisti – a documentare e a dipingere le ascensioni, le bellezze delle montagne e dei paesaggi.

Tutto è in fermento.

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No alla montagna dei divieti

2010Annibale Salsa definisce il tempo che si può vivere in montagna come “tempo liberato” per contrapporlo al “tempo libero” che oramai, nella nostra epoca, si è ridotto ad un mero “luogo” di scambio, dove ogni nostro desiderio è pronto ad essere realizzato: basta pagare.

Peccato che spesso i bisogni nel tempo libero sono indotti, non spontanei e stimolati per sviluppare il business di aziende che producono profitti organizzandoci il “tempo libero”: un tempo nato e studiato dalla scienza del marketing.

Franco Michieli (post “Il tempo in vendita”), quando ci invita ad osservare il tempo degli animali che vivono in montagna, afferma che il Tempo, anche quello destinato al gioco e all’esplorazione, appartiene loro per natura: nessuno si premura di organizzarglielo in cambio di un compenso. Anche l’uomo ha vissuto per decine di migliaia di anni in condizioni simili. La conoscenza dei mille segreti del territorio, del comportamento degli animali e dei possibili utilizzi delle diverse piante doveva bastare alla vita: il tempo libero dalle attività volte alla sopravvivenza permetteva di sviluppare relazioni e pensieri spontanei, che nessuna “agenzia” si occupava di mettere in vendita. Anzi, in epoche arcaiche il Tempo era la divinità stessa: era identificato col moto circolare del cielo, nel quale i vari allineamenti del sole, dei pianeti e delle costellazioni dello zodiaco costituivano gli eventi supremi che influenzavano il corso dell’esistenza sulla terra.
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Uja di Ciamarella (3676 m)

Ciamarella da Punta Collerin

Il versante Ovest dell’Uja di Ciamarella (3676 m) dove passa la “normale”

Grazie a Giorgio Inaudi ho potuto apprendere la storia della collocazione dell’immagine della Vergine sulla vetta di una delle mie montagne preferite.

La vicenda si svolge centoquattordici anni fa.

Per chi non lo sapesse, l’Uja di Ciamarella (3676 m) si eleva completamente in territorio italiano e rappresenta la cima più alta delle Valli di Lanzo (superata nel settore delle Alpi Graie meridioniali solo dallo Charbonel, 3752 metri).

Il primo salitore è stato l’ingegnere catastale Antonio Tonini insieme al suo canneggiatore Ambrosini, aprendo così la via “normale” il 31 luglio 1857. Erano ancora lontani i tempi dell’alpinismo eroico ed il Club Alpino Italiano non era ancora stato fondato.

Il nostro uomo si avventura in cima alle montagne per portare a termine il suo lavoro: misurare i rilievi. Le sue doti alpinistiche e di intuizione possono essere paragonate ai grandi alpinisti attuali. Non dimentichiamoci che in quel periodo la montagna era dimora di diavoli, mostri e di anime in pena del purgatorio imprigionate nei ghiacci e lo stesso Tonini non trovò nessuno che in Balme lo accompagnasse nelle sue ascensioni. Ambrosini fu obbligato nella salita sulla Ciamarella, pena il licenziamento.
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Prime esploratrici in gonnella nelle Valli di Lanzo

“…La pioggia veniva a catinelle, e già sembrava impossibile di far la tanto bramata salita, quando il tempo, quasi fosse consapevole della viva contrarietà che destava in noi e fosse premuroso di soddisfarci, si rasserenò, non completamente, ma abbastanza perch’io potessi, malgrado i consigli della nostra guida che ci pregava volessimo ritornare a Balme, perch’io potessi, dico, lusingarmi di aver una assai bella giornata, e tanto feci e dissi onde non si indietreggiasse dinanzi ad alcune nuvole, che a me sembravano passeggiere, che finì per avverarsi quel proverbio che dice: ciò che donna vuole, Dio vuole, e partimmo all’insù circa alle 6. La salita fu davvero faticosa a cagione del tempo che due volte, una sul ghiacciaio, l’altra sul picco della Ciamarella, ci sorprese colla fisionomia di una vera tormenta, come diceva la stessa guida…”

Stralcio della relazione “Una salita alla Ciamarella” di Giuseppina Bertetti-Vallino – Bollettino del C.A.I., Torino, 1874, VIII, 265.

La montagna, oltre il pascolo, era vista dalla popolazione locale come sede di diavoli ed anime del purgatorio in pena. Direi quasi inutile dal punto di vista lavorativo perché non produttiva. Le stesse creste e cime hanno avuto tardi una denominazione propria in quanto si preferiva identificare luoghi di lavoro, di vita, di attività, d’incontro, di commercio quali pascoli, alpeggi, campi, borghi, valichi.

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La cagnetta che arrampica

libro Donne in cordataDopo aver letto “Donne in cordata” di Cicely Williams, il mio desiderio era quello di raccontare delle prime esplorazioni ed ascensioni femminili a partire dal 1800 ai giorni nostri.

Per evitare, però, di ridurre il tutto ad uno sterile elenco di nomi, date, salite, cordate, aneddoti (magari anche divertenti) e info tecniche, preferisco fermarmi e raccontare la storia della cagnetta Tschingel che per nove anni della sua vita ha accompagnato, in quasi tutte le ascensioni sulle Alpi, l’americana Meta Brevoort e suo nipote William Augustus Brevoort  Coolidge.

Miss Margaret Claudia Brevoort è un’alpinista americana di prima classe e compie numerose “prime”. Ha un regolare programma di salite nella stagione, entusiasmo da vendere e grande vitalità.

E’ lei che trasmette a suo nipote l’amore per gli animali e per la montagna.

Nell’estate del 1865 Miss Meta, accompagnata da William, giunge in Svizzera, a Zermatt. Leggi il resto dell’articolo