Montagne del diavolo

Le ripide pareti di roccia incombenti sul villaggio di Balme

“QUEST’OGGI TEMPO BELLO SONO A CERCARE SETTE PECORE PER QUESTE MONTAGNE DEL DIAVOLO”.
Una delle tante iscrizioni che si trovano incise sulle rocce della grande parete che sovrasta le case di Balme.

Su queste montagne del diavolo e sulla via per conoscerle, il Labirinto Verticale, si trova molto materiale in rete. Noi qui ne abbiamo parlato in un paio di occasioni grazie a due pilastri della cultura delle Valli di Lanzo, ovvero Giorgio Inaudi e Gianni Castagneri, entrambi innamorati del villaggio di Balme (1439 m), ultimo Comune della Val d’Ala che si incontra prima di raggiungere il Pian della Mussa (in auto) e i valichi ad oltre 3000 metri di quota (a piedi), che consentono di guadagnare l’Alta Moriana in Francia attraversando montagne severe e bellissime.
Nato una quindicina di anni fa da un’idea di Inaudi, questo percorso per escursionisti esperti (il Club Alpino Italiano lo classifica con la sigla “EE“) consente di aggrapparsi alla mastodontica ed impressionante parete che domina, verso nord, i balmesi e coloro che giungono fino a qui per godere degli ambienti di alta quota di un angolo selvaggio delle Alpi Graie meridionali. Se la strada asfaltata terminasse a Balme, per continuare a viaggiare (a piedi, magari dopo aver trovato una tappa di ospitalità in questo minuscolo borgo alpino) avresti ben tre scelte cardinali: verso sud inoltrandosi nel magnifico Vallone del Paschiet, lungo la Grande Traversata delle Alpi, con i suoi laghi e l’omonimo Passo, verso ovest per toccare il Piano e poi i valichi storici con le sue vette oppure verso il diavolo, ovvero in direzione nord, arrampicandosi sui Torrioni del Ru o, come dicono i balmesi, “al ròtches at Bàrmes”, le rocce di Balme che sanno raccontarti qual è la loro anima. Non del diavolo bensì molto verticale e severa, un ambiente di alta montagna adatto a chi dispone di piede fermo ed apprezza gli ambienti aerei, esposti e verticali su terreni prevalentemente rocciosi. Leggi il resto dell’articolo

Tutte le strade portano in (alta) montagna

In bicicletta verso Pian del Re

Testo e foto di Toni Farina
Video da YouTube

Strade che salgono in alto. Oltre i paesi, verso le arene del silenzio. Le infrangono.
La questione è da tempo oggetto di contesa. E così accadrà anche quest’anno, 2018, con l’arrivo della calura estiva. Contesa fra portatori d’interesse diversi, talora opposti, sostenitori di posizioni che è arduo conciliare. Da un lato i fautori del turismo dolce per i quali queste strade devono essere in via prioritaria lasciate a camminatori e ciclisti. Una posizione che, è importante sottolinearlo, è fatta propria anche da titolari di esercizi commerciali, gestori di rifugi e posti tappa per i quali l’escursionista è il cliente principale. Un cliente esigente, che mal tollera la convivenza con i motori. Soprattutto se il cliente in questione proviene da oltralpe.
Dall’altro i fautori della massima “la montagna è di tutti”. “Non bisogna escludere nessuno”. Soprattutto non bisogna escludere quell’importante fetta di mercato composta da motociclisti e fuoristradisti, molti dei quali, provenienti anche da oltralpe, trovano sulle montagne del Bel Paese un terreno di gioco molto libero, impensabile nelle loro contrade. Una posizione condivisa da gran parte degli amministratori pubblici, restii a imporre limitazioni.
La questione è da tempo oggetto di contesa, ma nell’estate 2017 è diventata più stringente. Complice il gran caldo, la montagna è diventata luogo di salvezza. E così sarà anche quest’anno e nel tempo a venire. Ma la montagna è per sua intima natura anche luogo del limite: etico (per ci crede) e fisico. E così dalle Dolomiti alla Conca del Prà in Val Pellice, dall’Ossola alle Alpi Liguri è tutto un fiorire di soluzioni intermedie, “provvisorie”, “sperimentali”, spesso figlie dell’italica incapacità di decidere.
Numero chiuso, orario o periodo stagionale limitato, pedaggio, navetta. Lo scopo è di accontentare tutti. Col rischio di non accontentare nessuno.
Tuttavia emergono qua e là timidi segnali. Nulla di strutturato, però si inizia a capire che un accesso più dolce ai luoghi turistici di alta montagna non solo è possibile, ma può essere anche vantaggioso. Può creare qualità. E così si aderisce a campagne di mobilità sostenibile, nella speranza (convinzione sarebbe eccessivo) di dare un impulso a quel turismo tanto vagheggiato, quanto ancora semi-clandestino. Leggi il resto dell’articolo

10 volte al giorno

La vita è un processo in cui si deve costantemente scegliere tra la sicurezza (per paura e per il bisogno di difendersi) e il rischio (per progredire e crescere). Scegli di crescere almeno dieci volte al giorno.
(Abraham Maslow)

Siamo andati tra le valanghe del Pian della Mussa in una giornata bellissima, mentre l’azzurro e il grigio si contendevano il cielo, mentre il sole e la neve si disputavano la scena.

Prima di Pasqua abbiamo scelto di evitare la gabbia, raggiungendo l’alta Val d’Ala in una giornata dove molti ti direbbero di stare a casa, al “sicuro” tra le pareti domestiche.

Non chiedetevi, dopo aver visto le immagini che seguono, se ci saremmo andati anche con l’ordinanza del sindaco che vieta la montagna. L’abbiamo già fatto senza sapere che c’era il divieto. E lo rifaremmo perché è stata un’esperienza indimenticabile.

Se vuoi la sicurezza totale, vai in prigione. Ti danno cibo, vestiti, cure mediche e così via. La sola cosa che ti mancherà… è la libertà.
(Dwight D. Eisenhower)

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Lasciateci liberi di rischiare

Ad esclusivo vostro rischio e pericolo

Metti a repentaglio tutto ciò che hai. Diventa un giocatore d’azzardo! Rischia tutto, perché il momento successivo non è mai certo, quindi perché preoccuparsi? Perché angustiarsi? Vivi pericolosamente, vivi gioiosamente. Vivi senza paura, vivi privo di sensi di colpa. Vivi senza temere l’inferno, e senza bramare il paradiso. Vivi e basta. (Osho)

Un aforisma bellissimo e vero.

Ad ogni morte in montagna si scrivono fiumi di parole sulla sicurezza, dando notizie che non sono notizie. Poi ci si affanna a fare di tutto per inventarsi una montagna asfissiante (come le città dove nascono i soloni della sicurezza ad ogni costo) e per soffocare gli ultimi aneliti di libertà degli umani. Ma bastano poche righe sagge per smontare in un amen tutto il misero ambaradan, perché il momento successivo non è mai certo.

Osho forse non pensava alla montagna. Ma questa è la Montagna e chi la chiude (leggete qui e qui), invocando un concetto subdolo e labile come la “sicurezza” (che per il 99% puzza di marketing), non fa altro che comportarsi da tiranno erigendosi così a portatore di false verità.

Insomma, patacche (o fake) – molto più pericolose della Montagna – di cui il mondo trabocca. Leggi il resto dell’articolo

L’oblio di Balmavenera

Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.
(Cesare Pavese)

Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati.
(Antonio Tabucchi)

Un sopralluogo per l’organizzazione di una delle prossime uscite del CAI Lanzo, volte al recupero dei vecchi sentieri, mi ha permesso di chiarire dubbi sulla toponomastica e scoprire fatti che ignoravo su di un luogo coperto dall’oblio. Leggi il resto dell’articolo

Barmèra

Per molti di voi il titolo di questo post è criptico ed è assolutamente comprensibile. Vedetelo per il momento come un cartello del Cai lungo un sentiero – una freccia – che vi indica una direzione: vi farà attingere agli abissi del tempo. Se poi verrete nelle Valli di Lanzo, allora vi capiterà frequentemente di incontrare questa parola lungo le vostre escursioni, che ci parla di luoghi alpestri abitati fin dalla notte dei tempi.

Le balme (o barme) sono costruzioni tipiche delle Valli di Lanzo e rappresentano la forma più elementare di riparo sotto roccia. La configurazione «decisamente neolitica» fa supporre che siano stati i primi ripari edificati dai Liguri sfruttando il materiale lapideo. «Più o meno consolidate con sostruzioni a secco», se ne trovano numerose testimonianze perfettamente conservate e sono ancora oggi utilizzate con funzione di deposito per foglie e legname (Piercarlo Jorio, Vita e cultura nelle alte Valli di Lanzo, Museo delle genti delle Valli di Lanzo, Ceres 1984. p. 38).

Laura Solero (Tesi di laurea “Beni architettonici e ambientali in Val di Lanzo”)

Un magnifico esempio di balma (riparo sotto roccia) da cui successivamente è stata ricavata una baita in pietra (alp). La struttura risulta anche riparata dalle valanghe perché la copertura è stata realizzata in continuità con la curvatura della roccia. Alpe Riane (1800 metri; Val Grande di Lanzo)

Siamo alle origini dell’abitare nelle Valli di Lanzo, sui duri versanti in quota delle Alpi Graie meridionali. Leggi il resto dell’articolo

Processioni della vigilia di tutti i Santi

Lou couòrs d’li mouòrt

Vuole la leggenda che, quando la notte scura scende a colmare le valli e tutte le creature sono sprofondate nel sonno, lunghe processioni, silenziose e dolenti, percorrano i crinali delle montagne, si snodino lungo i vecchi sentieri. Sono le anime dei morti che tornano sulla terra per espiare le loro colpe; a volte le anime solitarie di coloro che subirono una morte violenta e non riescono a trovare pace poiché non è stata fatta giustizia. È questa una tradizione di tutta la zona alpina, assai diffusa anche nelle Valli di Lanzo. Queste processioni, dette “couòrs d’li mouòrt” hanno luogo nella notte del primo novembre oppure in qualsiasi momento dell’anno, ripetendosi periodicamente. Esse originano da antiche credenze pagane, soprattutto di matrice celtica, secondo le quali le porte dell’altro mondo sono sempre aperte e non vi sono stati definitivi, dunque sia il morto, sia il vivente possono passare con facilità da un mondo all’altro. Leggi il resto dell’articolo

Librerie Antiquarie di Montagna

I librai di Verres (cliccare sopra la foto per ingrandire)

In un momento in cui l’editoria è in crisi, soprattutto quella di settore ed in particolare quella che si occupa di “montagna”, siamo lieti di introdurre questa manifestazione, oramai evento internazionale, che si consacra a libri, stampe e manifesti di montagna, rari e antichi.

Lasciamoci condurre in questo felice micro-cosmo dall’organizzatrice Luisella Sitzia, che ci racconta la storia della mostra di Verres arrivata alla 21esima edizione.

In passato, con mio marito Raffaele Sitzia ogni anno partecipavamo con altri colleghi alla mostra delle librerie antiquarie di montagna nell’ambito del Film Festival di Trento.
I primi anni eravamo in molti e a mio marito venne l’idea di organizzare una mostra simile, nella nostra zona.
Il primo anno facemmo una prova di un solo giorno con alcuni amici. Fummo ospitati in una saletta del civico Museo P.A. Garda ad Ivrea. Leggi il resto dell’articolo

Francesetti e la letteratura del pre-alpinismo

La recente pubblicazione delle Lettres sur le vallées de Lanzo (1820 – 1822) di Luigi Francesetti di Mezzenile (1776 – 1850), tradotte in italiano a cura di Piero Gribaudi per la Società Storica delle Valli di Lanzo, ha riportato alla ribalta la figura del conte, singolare personaggio vissuto fra le Valli di Lanzo e la città di Torino e significativo esponente della letteratura di montagna nel periodo precedente la nascita del Club Alpino Italiano, tuttavia oggi quasi sconosciuto al grande pubblico.

La Società Storica delle Valli di Lanzo è il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi di Torino” intendono valorizzarne la vita e l’opera, nell’ambito del relativo periodo storico, con l’organizzazione dell’incontro sul tema “Luigi Francesetti di Mezzenile e la letteratura del pre-alpinismo“.
In attesa di un ulteriore appuntamento sull’argomento che i due sodalizi si propongono di realizzare prossimamente, esso si svolgerà nella sala del castello Francesetti (dimora estiva del conte), a Mezzenile (To), sabato 2 settembre 2017 con inizio alle ore 16, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di Mezzenile.

Con il direttore del Museo Nazionale della Montagna Aldo Audisio in veste di moderatore, Ezio Sesia, presidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, tratteggerà la figura del conte Francesetti, ad un tempo illuminista e conservatore, ma soprattutto appassionato conoscitore delle “sue” montagne, come traspare dalla sue precise relazioni su cime e valichi delle Valli di Lanzo; Roberto Mantovani, giornalista e scrittore, tratterà delle montagne prima dell’alpinismo, ancora avvolte da un’aura di mistero; Bruno Guglielmotto-Ravet, vicepresidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, mostrerà come Luigi Francesetti, attraverso le litografia presente nelle Lettres, inauguri la rappresentazione pittoresca delle Valli di Lanzo, individuandone gli aspetti “graziosi” più significativi, poi frequentemente riproposti nel tempo.

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25 anni di Percorsi Occitani

Orizzonti distesi a mezzogiorno dalla cima di Rocca La Meja

Testo e foto di Toni Farina

Ancora a scrivere di Val Maira. Ma l’occasione dell’anniversario è troppo ghiotta. D’altronde un quarto di secolo sono davvero un bel traguardo per questo progetto di turismo dolce. Un’esperienza relativamente giovane, ma consolidata, anche grazie alla quale questa splendida valle della Granda è diventata un caso, un esempio.
Bisognerebbe fare come in Val Maira”, è un leit motiv diffuso. Ma dirlo è una cosa, farlo un’altra. Occorrono alcune condizioni non facili a trovarsi. Primo, nella valle in questione non ci deve essere “niente”. Che significa niente grandi e invasive infrastrutture turistiche. Secondo, occorre che si coaguli un drappello di amministratori locali preveggenti, un po’ visionari, dotati della capacità di vedere oltre, nel tempo e nello spazio. Terzo, un po’ di fortuna, o casualità. Forse il caso ha voluto che negli anni ‘80 giungessero da queste parti viaggiatori d’oltralpe, visionari anche loro. Viaggiatori curiosi che, sedotti dal “niente” della valle, con un passa parola capillare l’hanno “portata” nei loro paesi (in Germania soprattutto, molti cittadini tedeschi hanno letteralmente adottato la valle). Quarta condizione, ma non ultima per importanza, l’ambiente, o meglio, la morfologia, l’evoluzione geologica che ha disegnato un solco vallivo un po’ budello, tutto anse. Dove la strada pare fatta apposta per scoraggiare le visite frettolose.
Il niente della Val Maira è stata la premessa per progettare il “tutto”. Il turismo dei passi, del camminare, in ogni stagione. I Percorsi Occitani, un itinerario che in 14 tappe (e molte varianti) compie l’intero periplo della valle, toccando tutti i comuni. In 14 giorni si va da una valle laterale all’altra, tra boschi e altopiani, alpeggi e borgate. Ognuna con il suo posto tappa.
Una rete di locande accomunate da un’accoglienza di qualità: buon cibo, informazioni, gentilezza. E una navetta (lo Sherpabus) per la logistica, i recuperi e le emergenze.

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Una storia semplice

La Blinant (1300 m) in Val Grande di Lanzo

Una storia semplice

Un uomo e un villaggio delle Valli di Lanzo

Testo e foto di Ariela Robetto  (da Panorami-Vallate Alpine n. 124 del 2007)

Quattro case e una cappella in altura: la Blinant.
In anni ormai lontani, dal Boschietto di Cantoira vi salivano gli armenti per il pascolo estivo. Poi fu l’abbandono.
Vi giunsi la prima volta, più di vent’anni or sono, lungo uno splendido sentiero, affacciato sull’aspra rupe di Santa Cristina, già in parte invaso dalla vegetazione, dopo l’incuria causata dalla costruzione della più comoda carrozzabile sterrata. La Blinant era sprofondata nel silenzio, le case grigie di pietra stavano rovinando, ortiche e cespugli spinosi ostruivano gli stretti passaggi fra le abitazioni. La bianca chiesetta, priva di campanile, vegliava dall’alto del pendio un mondo in penosa agonia.
Ritornai lassù sei anni dopo, seguendo la sterrata che si origina dal Colle di San Giacomo, nella Valle del Tesso, e poi scende in Val Grande sino alla Blinant, ridivenendo sentiero nel suo ultimo tratto, in un maestoso bosco di faggi, dopo il Pian d’Aoudjou dove le masche ballano il venerdì notte. Quando arrivammo in vista delle abitazioni, notai da subito che il panorama era cambiato: la cappella ed alcune baite erano ristrutturate, i passaggi ripuliti; a valle del villaggio scorgemmo pure una presenza umana che iniziò a guardare verso di noi con la diffidenza che sempre accompagna la solitudine. Ci dirigemmo verso l’uomo per rassicurarlo. Fu così che conoscemmo Linu dal Busiët: un viso scavato, magrissimo, due occhi vivaci e penetranti; un fisico asciutto, scattante, la statura bassa di quei larici costretti ad affondare le radici nella pietra che non li rende imponenti e maestosi, ma straordinariamente resistenti e forti.

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Mettiamoci in scena

Chiudete gli occhi per cinque secondi e pensate ad un parco. Appena li riaprite, proseguite con la lettura di questo post e leggete alcune visioni delle aree protette del nostro legislatore. E nel resto del mondo della montagna.

Ma forse tu non sei mai stato in un parco. Ok, allora prova ad entrarci contemplando per qualche istante la foto qui sotto:

Nella riforma della legge sui parchi (manca solo più l’approvazione al Senato), tra le varie cose, alcune molto discutibili, si prevede il divieto dell’eliski.

Solo nei parchi? E nelle altre montagne? Sono di serie B?

Il divieto invece non è previsto (?) per tutti gli altri mezzi motorizzati sebbene il Cai l’abbia proposto. Leggi il resto dell’articolo

Un millenario per le Alpi

«Sensibili alla bellezza e permeabili all’amore»

Tre anni per san Bernardo di Aosta

Testo di Bruno Farinelli*

Uno dei più importanti storici del Novecento, Fernand Braudel, dovendo indicare quale catena montuosa europea rappresentasse al meglio la montagna mediterranea si trovò, quasi costretto, a negare questo primato alle Alpi: non di certo per antipatia verso lo spazio alpino ma, al contrario, perché riconosceva a esso delle caratteristiche che lo rendevano unico nel suo genere. «Sì, ma le Alpi sono le Alpi», ragionava Braudel nel suo Mediterranée, «montagne eccezionali per risorse, discipline collettive, qualità dell’umanità, numero delle strade». L’eccezionalità delle Alpi deriva soprattutto da quella «qualità dell’umanità» individuata dallo storico francese, un’umanità che su di esse s’insediò nei secoli, contraddistinta da una profonda spiritualità. Tra le grandi figure che rappresentarono al meglio questa eccezionalità dell’ambiente alpino, possiamo sicuramente annoverare quella di san Bernardo di Aosta, il cui nome rimanda immediatamente al passo del Gran San Bernardo, dove il santo fondò un ospizio nel secolo XI.

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Sea, magia del tempo

Il basso vallone di Sea visto da SO (sulla parte iniziale della cresta che unisce il Ghicet di Sea (2726 m) con la Punta Rossa di Sea (2910 m) – foto camosci bianchi

Testo di Marco Blatto
Foto di Luca e Matteo Enrico (CAAI)

Pochi valloni delle Alpi possono vantare un insieme di caratteristiche storico-paesaggiste tali da renderle uniche, così da motivarne un viaggio o una visita perché se ne possa comprendere davvero l’“anima” attraverso un’empatia diretta. Così è per il vallone di Sea, incastonato in un angolo selvaggio delle Alpi Graie meridionali nell’estremo nordovest d’Italia. Stretto tra alte montagne e pareti vertiginose per una decina di chilometri, raggiunge l’ampia sella che a 3100 metri si affaccia sull’Haute Maurienne, con una distesa glaciale tormentata di crepacci e punteggiata di morene in perenne modellamento. Quassù, dal Colle di Sea, la vista è davvero superba e spazia dal Massif de la Vanoise al Monte Bianco, mentre alle nostre spalle ci si è da poco lasciato il versante nord dell’Uja di Ciamarella (3676 metri).
Un tempo questo colle fu luogo di transito commerciale e di transumanza, testimonianza delle alterne vicende climatiche che hanno caratterizzato l’arco alpino e la presenza glaciale. Sul versante di Sea, quello che un tempo era un poderoso e unico apparato è oggi limitato alla presenza di piccoli bacini separati come il Ghiacciaio Tonini o il ghiacciaio sospeso dell’Albaron, mentre ai piedi del colle il ghiaccio resiste sotto una coltre di pietrame e detrito, dove, in tarda stagione, si aprono improvvisi inghiottitoi. E’ questa l’anima della parte alta del vallone di Sea, che fino ai bellissimi pianori ubicati alla base dei novecento metri dell’irta parete nord dell’Albaron (3260 metri) mostra una spiccata morfologia pleistocenica. Poi, dopo l’alpe di Sea, l’incisione muta aspetto e si rinserra tra pareti ripide e tormentate. Leggi il resto dell’articolo

L’immensità del cielo

Lia, la nostra cara amica montanara della Val d’Ala (la mediana delle Valli di Lanzo che si trovano a nord-ovest di Torino), con la sua sensibilità ed amore per la natura, ci racconta dei giorni trascorsi in montagna con il papà, quando ancora era una bambina.

Sarebbe bello poter ritornare qualche volta indietro nel passato, quando avevo la forza della gioventù, e poter rivivere alcuni momenti di vita.

RicoCamoscirdo i giorni in cui salivo in alta montagna con mio padre. Appena spuntava l’alba partivamo inoltrandoci su per i boschi, accompagnati dal cinguettio degli uccellini: il loro canto era un inno alla gioia del nuovo giorno. Camminando di buon passo raggiungevamo presto la sommità del bosco e, lasciando alle spalle gli ultimi faggi, grandi, immensi, salivamo percorrendo lo stretto sentiero che portava in alto, fino alla punta della Carlera, una splendida montagna della Val d’Ala.

Dall’alto delle rocce i camosci, immobili, seguivano ogni nostro movimento, le marmotte fischiavano forte correndo a nascondersi fra le pietraie, e il fringuello di montagna compiva rapidi voli.

LunGenziane e rododendrigo i pendii crescevano tanti piccoli frutti: mirtilli, fragole, lamponi e la gustosa uva ursina, squisiti e ricchi di vitamine. Fra le rocce aguzze c’erano fiori bellissimi, sassifraghe di ogni colore e, fra l’erba profumata, genzianelle, viole, ranuncoli, rododendri e altri fiori deliziosi con proprietà medicinali: l’arnica per i dolori muscolari, la genziana lutea per i problemi dello stomaco, il genepì e la ruta per la digestione, come pure la camomilla che è anche un calmante.

L’immensità del cielo, il profilo delle montagne, la purezza dell’aria ci facevano sentire vicini al Paradiso e dal cuore saliva una preghiera: “Grazie, mio Dio! Fa’ che l’egoismo umano non distrugga mai lo splendore del tuo creato”.

Ricordo, a proposito, una semplice, significativa poesia che mi disse un giorno una persona che, come me, ama e rispetta la natura:

Fiori di montagna!
Li avete mai visti? Sono meravigliosi.
Piccole gemme sopra uno stelo,
lottano vittoriosi, contro il vento, la pioggia e il gelo.
Lottano invano contro una mano.

Lia Poma