Grandi scoperte a piccoli passi

20 itinerari in Piemonte e Val d’Aosta dedicati ai bambini
MonteRosa edizioni

Esistono itinerari in montagna per bambini? La risposta è semplice: no. Come ben sanno gli accompagnatori, se ci si riferisce a un’età compresa fra sei e dodici anni tutte le camminate su sentiero con difficoltà E (escursionisti) sono adatte ai bambini di tale età, pur con specifiche distinzioni basate sul dislivello, lunghezza e presenza di tratti esposti.

Il problema non sono la fatica e le eventuali difficoltà ma la noia. Trascinati in esperienze delle quali non avvertono la necessità, i pargoli oppongono spesso decisi rifiuti. A volte neppure la presenza di coetanei costituisce un incentivo sufficiente. Ma, una volta partiti, una storiella può salvare la giornata.

È da questo semplice e collaudato assunto che è nata l’idea di “Grandi scoperte a piccoli passi”. Una guida “contro-corrente”.

Nel tempo della virtualità, dove i racconti non vanno al di là dei canonici 140 caratteri, ipotizzare storie scritte pare quasi una sfida. La sfida della conoscenza, in questo caso la conoscenza non filtrata del meraviglioso mondo della montagna. Leggi il resto dell’articolo

Il Re è nudo

Re delle Alpi: cosí è stato definito lo stambecco. Nonostante il nome, di origine chiaramente tedesca (Steinbock), si tratta di un re tutto nostro. Gli stranieri ce lo invidiano: forse questo fiero cornuto ci rappresenta meglio di tanti papaveri della politica e della vita ufficiale. In un paese di lacché e di pappataci come il nostro, lo stambecco è l’unica figura veramente nobile e fiera. Lo dimostra già il fatto che non si è mai lasciato addomesticare, come se avesse a disdegno gli uomini e il basso mondo. Chissà che la natura non lo abbia posto in Italia per legge di compensazione. Morirebbe di fame, piuttosto che scendere a valle e limosinare il cibo dalla mano dell’uomo, per il quale è difficile dire se abbia più disprezzo o diffidenza.

Così scrisse nel 1950 dello stambecco (leggete il post Re delle Alpi) Anacleto Verrecchia nel suo Diario del Gran Paradiso. Guardaparco come il suo capo (il grande Renzo Videsott), ha consegnato fino a noi un magnifico cornuto che Homo sapiens stava per disintegrare definitivamente. Uomini che hanno lottato per un futuro vivibile e possibile, come oggi non riusciamo a capire, nemmeno leggendo i loro scritti. Leggi il resto dell’articolo

Neve e cielo, nient’altro

Continua a tirar vento, di qua e di là dal colle e i cani se ne accorgono e abbaiano

L’anno che uccisero Rosetta, leggo nella terza di copertina, è il romanzo d’esordio di Alessandro Perissinotto, un Torinese semiologo e folclorista e conduce ricerche su fiabe e tradizioni delle Alpi.

Mi incuriosisco e capisco perché l’amico Giancarlo, tempo fa, mi ha prestato questo libro senza spiegarmi nulla…

Un riflessivo commissario di polizia, in un nevoso inverno degli anni ’60, si trova catapultato in uno sperduto paesino di montagna delle Alpi piemontesi ai confini con la Francia.

Scelto dai suoi superiori perché “la sua famiglia è di lassù”, deve indagare sull’oscura e misteriosa uccisione di Rosetta, giovane donna del luogo trovata morta davanti ad un antico castello disabitato.

Il fatto risale a vent’anni prima – nel 1944 – e l’indagine è stata chiusa in tre giorni: “Uccisa da ignoti appartenenti alla resistenza a causa di presunte collaborazioni con il comando tedesco”. A quei tempi, di tanti e di troppi morti, non si andava per il sottile e l’assassinio era stato archiviato a discapito della ricerca della verità.

Costretto ad usare massima discrezione perché “è questione molto delicata” ha l’obbligo di conferire solo con l’anziano sindaco evitando di far domande agli altri abitanti. Leggi il resto dell’articolo

3 miliardi di anni di evoluzione. 1 secolo di follia

Luca Mercalli

Una lettera dal pianeta Terra

Cari umani, non l’ho mai fatto prima, ma quest’anno ho deciso di scrivervi.
Di capodanni ne ho visti quattro miliardi e mezzo. Duecentomila anni fa siete comparsi voi, autonominati Homo sapiens, ora siete diventati tantissimi, formicolate in sette miliardi e mezzo sulla mia pelle, mi pungete con trivelle per succhiarmi olio che io avevo sigillato in innocue vesciche, scavate gallerie per estrarmi preziosi elementi che poi buttate come rifiuti disperdendoli per sempre e avvelenandovi da soli, abbattete le foreste che mi coprono di una verde peluria, esaurite i pesci degli oceani e sterminate le creature della mia biosfera che ci ha messo tre miliardi di anni per evolversi; asfaltate, cementate, bruciate, fumate, inquinate qualsiasi cosa passi per le vostre mani, e da un secolo a questa parte sembra non abbiate più alcun rispetto per me, mi succhiate ogni forza e mi intossicate con i vostri gas, cambiate il clima, mi fate venir la febbre che fonde i ghiacci e aumenta il livello dei mari, mi riempite di plastica, una roba che avete inventato voi, senza curarvi di riciclarla come ogni cosa che faccio io. Mai nessuna specie aveva osato tanto e danneggiato cosí gravemente i miei processi vitali. Leggi il resto dell’articolo

On Trails (Sui Sentieri) – Robert Moor

Per molti indigeni, i sentieri non erano solo un modo per viaggiare; erano le vene e le arterie della vita culturale. Per le culture orali, il territorio era una biblioteca che raccoglieva le conoscenze di botanica, zoologia, geografia, etimologia, etica, genealogia, spiritualità, cosmologia ed esoterismo. Guidando le persone attraverso questo meraviglioso archivio, i sentieri divennero una ricca creazione culturale e una fonte di conoscenza. Malgrado quel sistema di saperi sia stato ampiamente inglobato nell’imperialismo e sepolto nell’asfalto, è ancora possibile individuare le tracce perlustrando le foreste. Basta sapere dove guardare.

La citazione è una delle innumerevoli che ho annotato nel bellissimo libro “Percorsi – Chi cammina non si perde” di Robert Moor. Il titolo originale in inglese però è molto più diretto e significativo: “On tralis – An Exploration” (Sui sentieri – Un’Esplorazione).

Un’esplorazione nel tempo e nello spazio germogliata dopo che l’autore ha percorso il sentiero degli Appalachi, dalla Georgia al Maine, 3500 chilometri in un colpo solo. Poi non si è fermato più, andando alla ricerca del significato profondo dei percorsi creati dagli uomini, dagli animali, dagli insetti e anche dalle primissime forme di vita che ci hanno lasciato sentieri fossili, 565 milioni di anni fa.

Ma questo libro è anche soprattutto una raccolta di domande che tutti coloro che inseguono tracce molto probabilmente si sono poste. A molte di esse Moor fornisce risposte profonde e autorevoli, così come lo sono le persone che incontra lungo il suo intenso peregrinare. Con un finale inaspettato e stupefacente, dove la libertà viene eretta a monumento per coloro che la cercano in cammino. Leggi il resto dell’articolo

Librerie Antiquarie di Montagna

I librai di Verres (cliccare sopra la foto per ingrandire)

In un momento in cui l’editoria è in crisi, soprattutto quella di settore ed in particolare quella che si occupa di “montagna”, siamo lieti di introdurre questa manifestazione, oramai evento internazionale, che si consacra a libri, stampe e manifesti di montagna, rari e antichi.

Lasciamoci condurre in questo felice micro-cosmo dall’organizzatrice Luisella Sitzia, che ci racconta la storia della mostra di Verres arrivata alla 21esima edizione.

In passato, con mio marito Raffaele Sitzia ogni anno partecipavamo con altri colleghi alla mostra delle librerie antiquarie di montagna nell’ambito del Film Festival di Trento.
I primi anni eravamo in molti e a mio marito venne l’idea di organizzare una mostra simile, nella nostra zona.
Il primo anno facemmo una prova di un solo giorno con alcuni amici. Fummo ospitati in una saletta del civico Museo P.A. Garda ad Ivrea. Leggi il resto dell’articolo

Francesetti e la letteratura del pre-alpinismo

La recente pubblicazione delle Lettres sur le vallées de Lanzo (1820 – 1822) di Luigi Francesetti di Mezzenile (1776 – 1850), tradotte in italiano a cura di Piero Gribaudi per la Società Storica delle Valli di Lanzo, ha riportato alla ribalta la figura del conte, singolare personaggio vissuto fra le Valli di Lanzo e la città di Torino e significativo esponente della letteratura di montagna nel periodo precedente la nascita del Club Alpino Italiano, tuttavia oggi quasi sconosciuto al grande pubblico.

La Società Storica delle Valli di Lanzo è il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi di Torino” intendono valorizzarne la vita e l’opera, nell’ambito del relativo periodo storico, con l’organizzazione dell’incontro sul tema “Luigi Francesetti di Mezzenile e la letteratura del pre-alpinismo“.
In attesa di un ulteriore appuntamento sull’argomento che i due sodalizi si propongono di realizzare prossimamente, esso si svolgerà nella sala del castello Francesetti (dimora estiva del conte), a Mezzenile (To), sabato 2 settembre 2017 con inizio alle ore 16, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di Mezzenile.

Con il direttore del Museo Nazionale della Montagna Aldo Audisio in veste di moderatore, Ezio Sesia, presidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, tratteggerà la figura del conte Francesetti, ad un tempo illuminista e conservatore, ma soprattutto appassionato conoscitore delle “sue” montagne, come traspare dalla sue precise relazioni su cime e valichi delle Valli di Lanzo; Roberto Mantovani, giornalista e scrittore, tratterà delle montagne prima dell’alpinismo, ancora avvolte da un’aura di mistero; Bruno Guglielmotto-Ravet, vicepresidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, mostrerà come Luigi Francesetti, attraverso le litografia presente nelle Lettres, inauguri la rappresentazione pittoresca delle Valli di Lanzo, individuandone gli aspetti “graziosi” più significativi, poi frequentemente riproposti nel tempo.

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Presentazione del sito internet della SSVL

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Sabato 11 giugno 2016, alle ore ore 17.00 si terrà la presentazione del sito internet della Società Storica delle Valli di Lanzo ed in particolare della nuova sezione “Luoghi” con la proposta di 18 itinerari escursionistico-culturali in tutti i comuni del territorio (a cura di Ezio Sesia).

Luogo dell’evento: sala comunale presso l’ex Atl, via Umberto I n. 9, Lanzo Torinese.

Il sito internet della Società Storica delle Valli di Lanzo è assai visitato da appassionati e ricercatori, che vi trovano tutte le informazioni sull’attività culturale svolta, con varie sezioni, presentando fra l’altro l’elenco completo, ampiamente illustrato e commentato, delle 131 pubblicazioni prodotte dal sodalizio dal 1955 ad oggi.

Il sito, nella sezione “Luoghi” intende anche proporsi come utile strumento per chi desidera accrescere la conoscenza del territorio delle Valli di Lanzo attraverso una serie di itinerari che guidano alla scoperta di significativi aspetti ambientali, storici, artistici e culturali in genere, perlopiù poco conosciuti. Sono itinerari che possono interessare sia il turista occasionale sia chi già frequenta le Valli e vuole conoscerle un po’ meglio. Viene presentato almeno un itinerario per ciascun comune del territorio, con una scheda dettagliata e illustrata.

La sezione “Archivi” vuole incentivare lo studio del territorio e sollecitarne la tutela. Nell’ambito del progetto “Tracce dell’uomo” viene proposta una scheda di rilevazione, che chiunque potrà utilizzare durante le proprie passeggiate ed escursioni, descrivendo e fotografando i svariati manufatti che incontra (dai piloni votivi alle fontane, dai forni alle abitazioni, dalle meridiane agli affreschi, dai ponti alle mulattiere, e così via), specie quelli che corrono maggiori rischi di scomparsa o di distruzione per il tempo e l’incuria.Le schede compilate dovranno essere inviate via e-mail alla Società Storica, che ne formerà una raccolta documentaria al servizio dei ricercatori.

Così pure la sezione “Valli ritrovate”, finalizzata al recupero delle immagini d’epoca. Molto utili infine per studiosi e studenti il “Repertorio bibliografico delle Valli di Lanzo” e il “Repertorio delle Tesi di Laurea sulle Valli di Lanzo”.

Per la Società Storica delle Valli di Lanzo

Ezio Sesia

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Qui la locandina redatta dalla Società Storica delle Valli di Lanzo.

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Escursionismo

Le orme di un viandante

virgilio giacchettoVirgilio Giacchetto è uno di quei personaggi della montagna che sono da scovare.
Quando mi sento ingabbiato nei circuiti del mondo metropolitano, quando stento a capirlo, cercando così una via di fuga, amo seguire le sue orme. E se non sono in montagna, leggo i suoi pensieri.


Testo e foto di Virgilio Giacchetto

Non so spiegare il motivo di questa mia attrazione per la montagna, ma credo abbia a che fare con una questione di radici, di solitudine, di pace e di silenzio. A cavallo delle stagioni mi stacco dal lavoro e dalla città per dedicarmi ai monti, finché la neve me lo consente; tardi, verso l’autunno inoltrato, lontano dai periodi delle grandi vacanze, alla larga da chi cerca fra le montagne nuovi luna-park ed esperienze “estreme”.
Parto presto, di notte, perché mi piace vedere come nasce il giorno; mi attardo alla sera per cogliere il preciso istante in cui gli ultimi raggi di sole si staccano dalle vette più alte. Poi rimango immobile per un po’ a guardar le prime stelle che spuntano nel cielo.
Vado curvo sotto lo zaino colmo, pesante; col binocolo che mi balla sul petto percorro i sentieri, scavalco i colli, le valli, mi fermo a dormire nei bivacchi freddi o nei reparti invernali dei rifugi chiusi per l’inverno. Leggi il resto dell’articolo

Meteora alpina

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Ninì Pietrasanta

“..Se la salita era stata difficile e pericolosa, la discesa m’appariva impossibile. Il valligiano che ci accompagnava, passata la corda ad un grosso anello infisso nella parete, la gettò nel vuoto, incitandomi a scendere. Dapprima mi rifiutai, tanto la cosa m’apparve pazzesca, e mi decisi solamente, quando vidi la mia fedele guida avvolgersi la corda attorno alla gamba destra, facendola poi scorrere su la spalla sinistra, creando così una specie di carrucola frenabile, che gli permetteva di scivolare lento giù per la fune. Con misurati colpi di piedi contro la parete, si staccò dalla roccia ed iniziò la discesa.
Mi accorsi allora che la cosa era assennata e anche assai divertente. Mi ci provai e ci presi gusto. Scendevo lentamente, senza scosse, senza rumore: librata così nello spazio, senza alcun contatto con le rupi del monte, mi pareva di essere un ragno, sospeso al proprio filo, intento a tesser la sua tela.
Quando la mia trasvolata ebbe termine, mi trovai su una piccola cengetta, dove mi liberai dal groviglio dei cordami. Per ultimo discese il valligiano, che tirò a sè la corda.
Così, un po’ coi mezzi soliti, un po’ con l’aiuto provvidenziale della corda, ci ritrovammo in breve ai piedi del Campanile.
Lo contemplai lieta e commossa. Mi rispose il sorriso della vetta baciata dal sole.
(Pellegrina delle Alpi – Ninì Pietrasanta che racconta “..La prima volta che sperimentai le precipiti pareti rocciose delle Dolomiti, fu nella scalata del Campanile Basso di Brenta, fantastico obelisco che si eleva, per trecento metri dal punto d’attacco, in linea arditamente verticale; slanciato, severo, è una delle Dolomiti più audaci, più eleganti, più classiche..”)

La curiosità e la passione nel leggere libri di montagna mi hanno portato ad incontrare Ninì Pietrasanta. Leggi il resto dell’articolo

Pertus

Ponte delle Scale

Il Ponte delle Scale nei pressi del villaggio fantasma di Pertus (foto di Ezio Sesia, presa due giorni prima dell’alluvione del 15 ottobre del 2000 che lo spazzò via)

C’era una volta in Valle d’Ala un paesino minuscolo, abitato da una cinquantina di persone dedite alla fusione e alla lavorazione di argento e ferro, oltre che all’agricoltura e all’allevamento del bestiame. Per la sua posizione infossata presso il torrente Stura, all’incirca a valle dell’attuale borgata di Chiampernotto, frazione di Ceres, fu chiamato Pertus, che significa “buco”.
Venne fondato nel 1267, in seguito ad una concessione di Guglielmo VII di Monferrato, da un gruppo di coloni provenienti quasi sicuramente da fuori valle: erano forse i leggendari “bergamaschi” o “biellesi”, allora specializzati nei lavori minerari.
Per quasi 400 anni a Pertus si visse abbastanza tranquillamente, pur tra gli alti e bassi che si alternano come in qualunque altro posto, tra operosità e povertà, rischi di epidemie e carestie, periodiche minacciose alluvioni, finché, il 17 settembre 1665, il villaggio fu spazzato via dalle acque della Stura, che avevano sfondato il temporaneo sbarramento causato da una immane frana caduta dalla zona della Courbassera.
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Sua Maestà

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Tutto quello che scende in basso, laggiú dove vivono gli uomini, s’insozza. Penso a questi ruscelli cosí limpidi e puri, che vanno a portare la vita a sua maestà l’uomo. E che cosa ricevono in compenso? Tonnellate e tonnellate di escrementi, di liquami e di altre sozzure. Dal paradiso terrestre alla fogna: è questo il divino corso della storia di cui parla Hegel? Mi chiedo che cosa sarà del nostro pianeta fra cento o duecento anni, quando la popolazione si sarà almeno quadruplicata. L’uomo sarà pure l’animale piú nobile, però è sporco e contamina. Per i mussulmani contaminano i morti, tanto è vero che non li portano nei loro templi; ma i vivi contaminano molto piú dei morti.

Anacleto Verrecchia, Diario del Gran Paradiso (Fògola Editore in Torino)


Nel 1951 la popolazione mondiale contava circa 2 miliardi e mezzo di abitanti, ancora non troppo numerosa per evitare alcune domande di lungo termine, magari sorte negli orizzonti dell’alta quota del guardaparco Verrecchia.

Sessantaquattro anni dopo siamo già oltre 7 miliardi sulla Terra (in perfetto orario) e noi quella tua domanda, caro Anacleto, cominciamo a viverla sulla2014-06-23 914 (1024x768) nostra pelle, tanto quanto basta per inibirci ulteriori tentativi di visioni sui prossimi cento o duecento anni.

Lo scorso anno è uscito un bel libro che fa comprendere perfettamente quanto sia determinante, per il nostro futuro, la pressione demografica.

«Non voglio dare una sforbiciata selettiva a nessuno in vita oggi. Auguro a ogni essere umano sul pianeta una vita lunga e sana. Ma se non prendiamo il controllo e non caliamo di numero, senza brutalità, reclutando pochi nuovi membri della nostra razza affinché un giorno ci sostituiscano, sarà la natura a darci una bella pila di lettere di licenziamento».

Alan Weisman, Conto alla rovescia (Giulio Einaudi editore)

Se volete saperne di più, segnalo l’articolo pubblicato su “l’Espresso” il 29 novembre 2014: “L’allarme: presto saremo 11 miliardi. La chiave? L’istruzione delle donne.

Die Lanzo-Täler (Le Valli di Lanzo)

Die Lanzo-TälerCari escursionisti tedeschi, arrivate prima voi a “prendervi” le Valli di Lanzo, con i vostri piedi, con i vostri sguardi e con la vostra cultura. Ma fate in fretta prima che i signori da fuori con una valigia piena di soldi ce le scippino definitivamente ed esclusivamente per interessi squisitamente privati e fomentati da una classe politica “montanara” che se ne frega degli spazi pubblici e dei meravigliosi paesaggi alpini custoditi da queste Valli. Paesaggi e sentieri che dovrebbero appartenere all’eternità e non al misero e meschino orizzonte di vita umano.

Ringraziamo sentitamente la redazione di Torino e le Alpi per la gentile concessione a pubblicare questo articolo.


Con questo bellissimo libro, a metà tra descrizione geografica e guida escursionistica, Bätzing e Kleider cercano di dare il loro contributo allo sviluppo locale delle Valli di Lanzo

Werner Bätzing, Michael Kleider, “Die Lanzo-Täler: Belle-Epoque und Bergriesen im Piemont“, Rotpunktverlag, 2015

Non è sicuramente al facile successo commerciale che puntano gli autori Werner Bätzing e Michael Kleider. Le Valli di Lanzo, come annotano anche loro, sono totalmente sconosciute nei paesi di lingua tedesca. Ma anche in Italia e a Torino – è questa una delle storie che racconta il libro – queste valli sono oggi distanti dall’importanza turistica che avevano nei primi decenni del ‘900, nella Belle epoque, quando erano tra i territori più segnati dagli inizi del turismo alpino. Così distanti che oggi, scrivono Bätzing e Kleider, alla prima impressione le Valli di Lanzo sembrano intoccate dal turismo. Solo guardando con attenzione si notano i segni di quell’epoca gloriosa: soprattutto le ville tra il neogotico e il liberty, ma anche le stazioni della ferrovia Lanzo-Ceres, costruite agli inizi del ‘900 in quello strano stile che imita gli chalet svizzeri.
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Il Branlou di Mezzenile

L'AlpinoDomenica 15 febbraio ho assistito al Branlou, il Carnevale di Mezzenile, nelle Valli di Lanzo.

Il Branlou è anche una danza che rileva l’anima celtica e pagana oscurata e repressa dal clero fin dal Medioevo in quanto vedeva nel ballo la pericolosità e la promiscuità dei sessi.

E’ da molto tempo che non partecipavo ad una sfilata di Carnevale e mi ha colpito piacevolmente.

Bandita la musica a tutto volume dei carri allegorici, tra i quali da bambina ero solita sfilare con il mio bel costume da spagnola preparato da mia madrina, spazio invece alle maschere mute che camminano per il paese con un prestabilito ordine e che terminano il loro giro ballando in cerchio nella piazza.

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Una maschera sul volto

Ceres anno 1979

Carnevale a Ceres 1979 (foto di Leandro Vighetti)

Mai come in questo periodo, in cui tutti i giorni sentiamo i nostri volti sferzati dalla violenza della bufera (le notizie orribili che invadono le nostre misere certezze), quella bufera che ti fa smarrire ogni punto di riferimento, che ti fa barcollare e ti fa sentire i piedi mancare il terreno, percepiamo impellente l’esigenza di un punto fermo, di radici forti e penetranti che sappiano inesorabilmente affondare nel terrreno ed aggrapparsi alla vita, la nostra vita.

Sono questi i frangenti di solitudine metropolitana in cui “vedo” il larice solitario, sovente incontrato tra le altezze silenziose delle Alpi, devastato dalla furia della tempesta, che si piega e si contorce sotto i colpi di venti burrascosi.

Piegarsi sì, spezzarsi mai.

Le radici sono il simbolo che racchiude i riti e le tradizioni del nostro Paese. E se il nostro Paese, come tanti altri del mondo Occidentale, è colpito al cuore, proprio nei nodi principali delle reti vitali, dove passa tutta l’informazione mainstream, allora è giunto il momento di salvarsi dal terrore e dalla violenza “emigrando” in periferia, dove resistere ai venti “da fine del mondo”.

Lì, più vive e più forti che mai, ritroveremo le nostre radici.

E sotto quelle maschere, la nostra identità.

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