Processioni della vigilia di tutti i Santi

Lou couòrs d’li mouòrt

Vuole la leggenda che, quando la notte scura scende a colmare le valli e tutte le creature sono sprofondate nel sonno, lunghe processioni, silenziose e dolenti, percorrano i crinali delle montagne, si snodino lungo i vecchi sentieri. Sono le anime dei morti che tornano sulla terra per espiare le loro colpe; a volte le anime solitarie di coloro che subirono una morte violenta e non riescono a trovare pace poiché non è stata fatta giustizia. È questa una tradizione di tutta la zona alpina, assai diffusa anche nelle Valli di Lanzo. Queste processioni, dette “couòrs d’li mouòrt” hanno luogo nella notte del primo novembre oppure in qualsiasi momento dell’anno, ripetendosi periodicamente. Esse originano da antiche credenze pagane, soprattutto di matrice celtica, secondo le quali le porte dell’altro mondo sono sempre aperte e non vi sono stati definitivi, dunque sia il morto, sia il vivente possono passare con facilità da un mondo all’altro. Leggi il resto dell’articolo

Francesetti e la letteratura del pre-alpinismo

La recente pubblicazione delle Lettres sur le vallées de Lanzo (1820 – 1822) di Luigi Francesetti di Mezzenile (1776 – 1850), tradotte in italiano a cura di Piero Gribaudi per la Società Storica delle Valli di Lanzo, ha riportato alla ribalta la figura del conte, singolare personaggio vissuto fra le Valli di Lanzo e la città di Torino e significativo esponente della letteratura di montagna nel periodo precedente la nascita del Club Alpino Italiano, tuttavia oggi quasi sconosciuto al grande pubblico.

La Società Storica delle Valli di Lanzo è il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi di Torino” intendono valorizzarne la vita e l’opera, nell’ambito del relativo periodo storico, con l’organizzazione dell’incontro sul tema “Luigi Francesetti di Mezzenile e la letteratura del pre-alpinismo“.
In attesa di un ulteriore appuntamento sull’argomento che i due sodalizi si propongono di realizzare prossimamente, esso si svolgerà nella sala del castello Francesetti (dimora estiva del conte), a Mezzenile (To), sabato 2 settembre 2017 con inizio alle ore 16, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di Mezzenile.

Con il direttore del Museo Nazionale della Montagna Aldo Audisio in veste di moderatore, Ezio Sesia, presidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, tratteggerà la figura del conte Francesetti, ad un tempo illuminista e conservatore, ma soprattutto appassionato conoscitore delle “sue” montagne, come traspare dalla sue precise relazioni su cime e valichi delle Valli di Lanzo; Roberto Mantovani, giornalista e scrittore, tratterà delle montagne prima dell’alpinismo, ancora avvolte da un’aura di mistero; Bruno Guglielmotto-Ravet, vicepresidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, mostrerà come Luigi Francesetti, attraverso le litografia presente nelle Lettres, inauguri la rappresentazione pittoresca delle Valli di Lanzo, individuandone gli aspetti “graziosi” più significativi, poi frequentemente riproposti nel tempo.

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Una storia semplice

La Blinant (1300 m) in Val Grande di Lanzo

Una storia semplice

Un uomo e un villaggio delle Valli di Lanzo

Testo e foto di Ariela Robetto  (da Panorami-Vallate Alpine n. 124 del 2007)

Quattro case e una cappella in altura: la Blinant.
In anni ormai lontani, dal Boschietto di Cantoira vi salivano gli armenti per il pascolo estivo. Poi fu l’abbandono.
Vi giunsi la prima volta, più di vent’anni or sono, lungo uno splendido sentiero, affacciato sull’aspra rupe di Santa Cristina, già in parte invaso dalla vegetazione, dopo l’incuria causata dalla costruzione della più comoda carrozzabile sterrata. La Blinant era sprofondata nel silenzio, le case grigie di pietra stavano rovinando, ortiche e cespugli spinosi ostruivano gli stretti passaggi fra le abitazioni. La bianca chiesetta, priva di campanile, vegliava dall’alto del pendio un mondo in penosa agonia.
Ritornai lassù sei anni dopo, seguendo la sterrata che si origina dal Colle di San Giacomo, nella Valle del Tesso, e poi scende in Val Grande sino alla Blinant, ridivenendo sentiero nel suo ultimo tratto, in un maestoso bosco di faggi, dopo il Pian d’Aoudjou dove le masche ballano il venerdì notte. Quando arrivammo in vista delle abitazioni, notai da subito che il panorama era cambiato: la cappella ed alcune baite erano ristrutturate, i passaggi ripuliti; a valle del villaggio scorgemmo pure una presenza umana che iniziò a guardare verso di noi con la diffidenza che sempre accompagna la solitudine. Ci dirigemmo verso l’uomo per rassicurarlo. Fu così che conoscemmo Linu dal Busiët: un viso scavato, magrissimo, due occhi vivaci e penetranti; un fisico asciutto, scattante, la statura bassa di quei larici costretti ad affondare le radici nella pietra che non li rende imponenti e maestosi, ma straordinariamente resistenti e forti.

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L’immensità del cielo

Lia, la nostra cara amica montanara della Val d’Ala (la mediana delle Valli di Lanzo che si trovano a nord-ovest di Torino), con la sua sensibilità ed amore per la natura, ci racconta dei giorni trascorsi in montagna con il papà, quando ancora era una bambina.

Sarebbe bello poter ritornare qualche volta indietro nel passato, quando avevo la forza della gioventù, e poter rivivere alcuni momenti di vita.

RicoCamoscirdo i giorni in cui salivo in alta montagna con mio padre. Appena spuntava l’alba partivamo inoltrandoci su per i boschi, accompagnati dal cinguettio degli uccellini: il loro canto era un inno alla gioia del nuovo giorno. Camminando di buon passo raggiungevamo presto la sommità del bosco e, lasciando alle spalle gli ultimi faggi, grandi, immensi, salivamo percorrendo lo stretto sentiero che portava in alto, fino alla punta della Carlera, una splendida montagna della Val d’Ala.

Dall’alto delle rocce i camosci, immobili, seguivano ogni nostro movimento, le marmotte fischiavano forte correndo a nascondersi fra le pietraie, e il fringuello di montagna compiva rapidi voli.

LunGenziane e rododendrigo i pendii crescevano tanti piccoli frutti: mirtilli, fragole, lamponi e la gustosa uva ursina, squisiti e ricchi di vitamine. Fra le rocce aguzze c’erano fiori bellissimi, sassifraghe di ogni colore e, fra l’erba profumata, genzianelle, viole, ranuncoli, rododendri e altri fiori deliziosi con proprietà medicinali: l’arnica per i dolori muscolari, la genziana lutea per i problemi dello stomaco, il genepì e la ruta per la digestione, come pure la camomilla che è anche un calmante.

L’immensità del cielo, il profilo delle montagne, la purezza dell’aria ci facevano sentire vicini al Paradiso e dal cuore saliva una preghiera: “Grazie, mio Dio! Fa’ che l’egoismo umano non distrugga mai lo splendore del tuo creato”.

Ricordo, a proposito, una semplice, significativa poesia che mi disse un giorno una persona che, come me, ama e rispetta la natura:

Fiori di montagna!
Li avete mai visti? Sono meravigliosi.
Piccole gemme sopra uno stelo,
lottano vittoriosi, contro il vento, la pioggia e il gelo.
Lottano invano contro una mano.

Lia Poma

Una notte al Daviso

A chi non piace sentire raccontare storie, leggerle o essere, in prima persona, narratore?

Quasi sempre mi capita di partecipare ed essere coinvolta nelle vicende dei personaggi usciti dalla penna di scrittori o raccontati dalla loro voce. Gioisco, mi emoziono alle loro vicende, mi intristisco ed in più amplifico e lego, a quelle sensazioni, i miei ricordi e le mie esperienze personali. In una parola: empatia.

A volte mi capita di essere così coinvolta che la mia curiosità mi spinge a ricercare altre notizie su di loro.

Antonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni (1845-1890) ritratto di Gigi Chessa

Antonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni (1845-1890). Ritratto di Gigi Chessa

Così è avvenuto, ad esempio, per il balmese Antonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni maestro d’alpinismo ed una delle più grandi guide alpine italiane dell’800 al quale è dedicato l’Ecomuseo delle Guide Alpine di Balme (Valli di Lanzo).

Mi sono chiesta: “Possibile che non gli sia stata intitolata anche una cima o un rifugio?”.

In maniera del tutto casuale sono “inciampata” nell’autobiografia di Ugo Manera Pan e Pera ed ho scoperto che nell’autunno del 1968, alla ricerca di nuovi posti da scoprire o sconosciuti, e non valorizzati, l’autore accetta la proposta di Gian Piero Motti “di tentare una nuova via su di un ardito pilastro vergine alla testata della Valle Grande di Lanzo, quella selvaggia cerchia di pareti che forma una delle muraglie più interessanti e suggestive delle Alpi Graie.”
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Il Michelangelo dell’alpinismo

Copertina PDF su Gervasutti di Carlo Crovella

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Carlo Crovella, socio del CAI Torino e del GISM, ha recentemente elaborato un documento (in formato PDF) intitolato: “L’unico, il vero, il solo fortissimo”, dedicato a Giusto Gervasutti, nell’anniversario dei 70 anni della scomparsa del grande alpinista, avvenuta il 16 settembre 1946.

In tale PDF Crovella ha fatto confluire sia gli articoli già da lui pubblicati nel recente passato, sia i suoi scritti derivanti da ricerche su documentazione inedita dello stesso Gervasutti. Il personaggio Gervasutti viene analizzato anche nei risvolti meno noti, come la quotidianità cittadina con i relativi aspetti materiali e psicologici.

Il PDF (che contiene, oltre ai testi, anche numerose foto e diversi reperti dello stesso Gervasutti, in gran parte inediti) è stato inserito da Crovella nella sua collana “Quaderni di Montagna”, che comprende documenti di cultura alpina a distribuzione gratuita.

Per ottenere il PDF su Gervasutti è sufficiente inviare singole mail di richiesta all’indirizzo crovella.quadernidimontagna@gmail.com, specificando nell’oggetto GERVASUTTI e segnalando nel testo il proprio NOME e COGNOME, seguiti dall’indicazione I CAMOSCI BIANCHI.

L’autore provvederà ad inviare via mail il PDF a fronte di ogni richiesta pervenuta, oltre a rispondere agli eventuali quesiti.


Il Fortissimo

“Nel corso del 2016 ricorre l’anniversario dei 70 anni dalla scomparsa di Giusto Gervasutti, detto Il Fortissimo. Non è l’unico principe del VI Grado, eppure brilla di una luce particolare, nonostante sia circondato da astri alpinistici di primaria grandezza. Gervasutti mi ha sempre affascinato e la ricorrenza cronologica si configura ai miei occhi come un “pretesto” per focalizzare i contorni di questo personaggio, unico nel suo genere. Se poi si realizza che l’intera attività di Gervasutti (non solo in termini di performance di punta, ma anche negli altri risvolti quali quello della didattica e della collaborazione con il CAI Torino) è ristretta ad un arco temporale di soli quindici anni (1931-’46), la personalità di Giusto risulta ancora più eccezionale. […] “

Una notte al Rifugio Boccalatte-Piolti

porta ingresso camerata BoccalatteE’ una giornata splendida di fine agosto tra i colossi della catena del Monte Bianco così come prevista dal meteo che segnala solo un “lieve rischio di qualche isolato rovescio temporalesco sulle alte vallate di confine con la Francia” (quando?), e noi puntiamo la prua verso la Val Ferret ormeggiando l’auto nel fondale di Planpincieux, 2600 metri sotto le Grandes Jorasses e 1200 sotto il Rifugio Boccalatte-Piolti che finalmente, dall’8 luglio di quest’anno, si è riempito nuovamente di umanità ed accoglienza dopo un lungo periodo di abbandono. Siamo molto curiosi di conoscere la guida alpina Franco Perlotto che ha deciso di dedicare i suoi prossimi 12 anni alle tensioni alpinistiche che solo un’immensa e leggendaria montagna come le Grandes Jorasses può trasmetterti (l’amo come nessun’altra al mondo). E’ davvero un nido d’aquila quello che ci attende, abbarbicato su di un roccione inforcato dai ghiacciai di Planpincieux e delle Jorasses. Una salita escursionistica (EE) dura dove bisogna trovarsi a proprio agio afferrando la verticalità assistita dai canaponi e da una scala che si fa beffa di un caminetto. Una salita accompagnata dalle continue ed ansiose rotazioni degli elicotteri mentre tutt’intorno scenari da favola disseminano nell’anima graffi di emozioni indelebili.
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Bruno Molino di Balme, un montanaro di altri tempi

Bivacco Molino e Uja

Il Molino con il versante NE dell’Uja di Mondrone (2964 m) – Foto di Umbro Tessiore

Testo di Giorgio Inaudi

Il bivacco Molino, di proprietà del CAI di Lanzo, è una solida struttura in legno, con 24 posti letto, che sorge a 2280 metri di quota nelle Valli di Lanzo, nel comune di Balme.
Gli alpinisti torinesi, e non solo, lo conoscono bene perché serve di base per le vie più impegnative dell’Uja di Mondrone ed è anche una piacevole meta per un’escursione in pieno versante sud, ad inizio o fine stagione.
Come avviene per tutti i rifugi, pochi sanno o si chiedono chi sia stato il personaggio cui la struttura è stata intitolata. Forse per questo motivo i francesi da tempo hanno smesso di intitolare i loro rifugi alle persone e sono tornati al nome del luogo. Forse è meglio così, ma, dal momento che nel nostro paese la maggior parte dei rifugi recano ancora il nome di persone, di solito vittime della montagna, vorrei ricordare la figura di Bruno Molino.
Vorrei farlo senza retorica, in modo sintetico e asciutto, com’era lui.

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Ora Piercarlo cammina nuvole lontane

Piercarlo Jorio se n’è andato al solstizio d’estate.
Uomo eclettico, di intelligenza non comune, ha esplorato l’arte della scrittura, della poesia, della pittura e della scultura, oltre l’architettura che fu la sua professione.
Ma qui lo voglio ricordare come “sapiente della montagna”.
La montagna era il suo mondo, la fonte della sua ispirazione, “alle montagne di uomini e di cose”, com’egli stesso amava dire, ha dedicato i suoi studi, le ricerche, le indagini sul campo, sempre con occhio attento, proiettato là dove gli altri non riuscivano a scorgere nulla.
Delle sue scoperte ha lasciato numerosi, interessantissimi testi, composti con quella sua scrittura non sempre facile, a volte addirittura ostica, cui talora è necessario approcciarsi in compagnia di un dizionario. Ma Piercarlo era fatto così: la convenzionalità, la mediocrità lo annoiavano, doveva sempre guardare oltre, cercare ancora, non si accontentava mai e, anche nello scrivere, esperimentava inusitate forme, nuovi termini, un virtuosismo della penna che plasmava un linguaggio solamente suo, immediatamente riconoscibile come suo, così come accade ai grandi.
Fu spesso un pioniere, un precursore nell’indirizzare i propri interessi; così, ad esempio, fu un anticipatore nell’individuare nelle incisioni rupestri un importante documento per la conoscenza della storia delle valli alpine; non per nulla il suo primo volume, edito nel 1980, reca significativamente il titolo “In principio era la pietra”. Leggi il resto dell’articolo

Le rogazioni

Pascolo-Borgata Missirola (1440 m)

Pascolo della borgata Missirola (1440 m) in Val Grande di Lanzo

…A fulgure et tempestate… Libera nos Domine!…
…A flagello terraemotus… Libera nos Domine!…
…A peste, fame et bello… Libera nos Domine!…
…Ut fructus terrae dare et conservare digneris… Te rogamus, audi nos!
…Ut pacem nobis dones. Te rogamus audi nos!…

La primavera è giunta dopo un inverno anomalo e caldo che solo in zona cesarini ha portato qualche perturbazione benefica per la montagna.

Il periodo delle rogazioni si avvicina. Questa antichissima tradizione di benedire i campi, che risale addirittura all’epoca delle celebrazioni pagane, poi cristianizzate dalla Chiesa, sta scomparendo e rimane viva solo nella memoria degli anziani montanari. Leggi il resto dell’articolo

Il maestro dei fiori

Fioritura primaverile nel pascolo alpino

Fioritura primaverile nel pascolo alpino

I fiori mi hanno parlato più di quanto posso dire scrivendo. Sono i geroglifici degli angeli, amati da tutti gli uomini per la bellezza del loro carattere, perché pochi possono decifrare anche frammenti del loro significato.
Lydia M. Child

Incontriamo Cesare Lasen, montanaro e studioso di flora e vegetazione alpina, in un cortometraggio di 10 minuti intitolato “Cesare, figlio del San Mauro”.

Dieci vitali minuti dove le immagini, dense di poesia e silenzio, ci raccontano il suo cammino dentro la natura e le montagne, mentre esprime il suo immenso amore, passo dopo passo. Leggi il resto dell’articolo

Se bastano i viandanti a tracciare una strada

2015-11-07 590 (1024x683)Voglio vivere in un Paese dove chi cammina non è un’anomalia. Un Paese dove un individuo non si giudica dalla cilindrata dell’automobile e dove chi arriva a piedi in un albergo o B&B viene accolto anche meglio degli altri. Come in Francia, Spagna o Germania. Un Paese dove il “pedone” non è il figlio di un dio minore, ma qualcuno che ha la precedenza sulle macchine, non accetta di ritirarsi nelle riserve indiane gentilmente concesse dai gommati e si ostina a rivendicare la completa percorribilità della sua terra. Un Paese dove i sentieri e le corsie preferenziali per chi va a piedi o in bicicletta in modo non competitivo entrano a pieno diritto nel novero delle infrastrutture vitali del Paese.
C’è un solo modo perché questo avvenga: aprire sentieri con le nostre gambe, mettere le Istituzioni di fronte al fatto compiuto, inserirci a pieno titolo in Europa portando a termine una rivoluzione che apra a tutti, dai vecchi ai bambini, una rete efficiente di mobilità “dolce”. Perché le strade fatte con i piedi hanno una caratteristica: si fanno da sé. Non servono grandi spese o piani complicati gestiti dal centro. Basta la certezza di una linea, una cartografia aggiornata, l’indicazione di una rete di supporto logistico, e la via si fa, a furor di popolo. Cento viandanti all’anno, all’inizio, bastano a segnare una strada. I tempi sono cambiati. Gli italiani lo vogliono e ce la faranno, ne sono certo.
Sono stufo di farmi interpellare in lingua inglese quando attraverso l’Italia con lo zaino. Sono italiano, perdio, mi tocca rispondere un po’ piccato. Anche i nostri sono capaci di camminare. Leggi il resto dell’articolo

Le orme di un viandante

virgilio giacchettoVirgilio Giacchetto è uno di quei personaggi della montagna che sono da scovare.
Quando mi sento ingabbiato nei circuiti del mondo metropolitano, quando stento a capirlo, cercando così una via di fuga, amo seguire le sue orme. E se non sono in montagna, leggo i suoi pensieri.


Testo e foto di Virgilio Giacchetto

Non so spiegare il motivo di questa mia attrazione per la montagna, ma credo abbia a che fare con una questione di radici, di solitudine, di pace e di silenzio. A cavallo delle stagioni mi stacco dal lavoro e dalla città per dedicarmi ai monti, finché la neve me lo consente; tardi, verso l’autunno inoltrato, lontano dai periodi delle grandi vacanze, alla larga da chi cerca fra le montagne nuovi luna-park ed esperienze “estreme”.
Parto presto, di notte, perché mi piace vedere come nasce il giorno; mi attardo alla sera per cogliere il preciso istante in cui gli ultimi raggi di sole si staccano dalle vette più alte. Poi rimango immobile per un po’ a guardar le prime stelle che spuntano nel cielo.
Vado curvo sotto lo zaino colmo, pesante; col binocolo che mi balla sul petto percorro i sentieri, scavalco i colli, le valli, mi fermo a dormire nei bivacchi freddi o nei reparti invernali dei rifugi chiusi per l’inverno. Leggi il resto dell’articolo

Meteora alpina

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Ninì Pietrasanta

“..Se la salita era stata difficile e pericolosa, la discesa m’appariva impossibile. Il valligiano che ci accompagnava, passata la corda ad un grosso anello infisso nella parete, la gettò nel vuoto, incitandomi a scendere. Dapprima mi rifiutai, tanto la cosa m’apparve pazzesca, e mi decisi solamente, quando vidi la mia fedele guida avvolgersi la corda attorno alla gamba destra, facendola poi scorrere su la spalla sinistra, creando così una specie di carrucola frenabile, che gli permetteva di scivolare lento giù per la fune. Con misurati colpi di piedi contro la parete, si staccò dalla roccia ed iniziò la discesa.
Mi accorsi allora che la cosa era assennata e anche assai divertente. Mi ci provai e ci presi gusto. Scendevo lentamente, senza scosse, senza rumore: librata così nello spazio, senza alcun contatto con le rupi del monte, mi pareva di essere un ragno, sospeso al proprio filo, intento a tesser la sua tela.
Quando la mia trasvolata ebbe termine, mi trovai su una piccola cengetta, dove mi liberai dal groviglio dei cordami. Per ultimo discese il valligiano, che tirò a sè la corda.
Così, un po’ coi mezzi soliti, un po’ con l’aiuto provvidenziale della corda, ci ritrovammo in breve ai piedi del Campanile.
Lo contemplai lieta e commossa. Mi rispose il sorriso della vetta baciata dal sole.
(Pellegrina delle Alpi – Ninì Pietrasanta che racconta “..La prima volta che sperimentai le precipiti pareti rocciose delle Dolomiti, fu nella scalata del Campanile Basso di Brenta, fantastico obelisco che si eleva, per trecento metri dal punto d’attacco, in linea arditamente verticale; slanciato, severo, è una delle Dolomiti più audaci, più eleganti, più classiche..”)

La curiosità e la passione nel leggere libri di montagna mi hanno portato ad incontrare Ninì Pietrasanta. Leggi il resto dell’articolo

Sua Maestà

2015-04-18 226 (1024x683)Ceresole Reale, 14 settembre 1951.

Tutto quello che scende in basso, laggiú dove vivono gli uomini, s’insozza. Penso a questi ruscelli cosí limpidi e puri, che vanno a portare la vita a sua maestà l’uomo. E che cosa ricevono in compenso? Tonnellate e tonnellate di escrementi, di liquami e di altre sozzure. Dal paradiso terrestre alla fogna: è questo il divino corso della storia di cui parla Hegel? Mi chiedo che cosa sarà del nostro pianeta fra cento o duecento anni, quando la popolazione si sarà almeno quadruplicata. L’uomo sarà pure l’animale piú nobile, però è sporco e contamina. Per i mussulmani contaminano i morti, tanto è vero che non li portano nei loro templi; ma i vivi contaminano molto piú dei morti.

Anacleto Verrecchia, Diario del Gran Paradiso (Fògola Editore in Torino)


Nel 1951 la popolazione mondiale contava circa 2 miliardi e mezzo di abitanti, ancora non troppo numerosa per evitare alcune domande di lungo termine, magari sorte negli orizzonti dell’alta quota del guardaparco Verrecchia.

Sessantaquattro anni dopo siamo già oltre 7 miliardi sulla Terra (in perfetto orario) e noi quella tua domanda, caro Anacleto, cominciamo a viverla sulla2014-06-23 914 (1024x768) nostra pelle, tanto quanto basta per inibirci ulteriori tentativi di visioni sui prossimi cento o duecento anni.

Lo scorso anno è uscito un bel libro che fa comprendere perfettamente quanto sia determinante, per il nostro futuro, la pressione demografica.

«Non voglio dare una sforbiciata selettiva a nessuno in vita oggi. Auguro a ogni essere umano sul pianeta una vita lunga e sana. Ma se non prendiamo il controllo e non caliamo di numero, senza brutalità, reclutando pochi nuovi membri della nostra razza affinché un giorno ci sostituiscano, sarà la natura a darci una bella pila di lettere di licenziamento».

Alan Weisman, Conto alla rovescia (Giulio Einaudi editore)

Se volete saperne di più, segnalo l’articolo pubblicato su “l’Espresso” il 29 novembre 2014: “L’allarme: presto saremo 11 miliardi. La chiave? L’istruzione delle donne.