L’avventura del margaro – Parte terza

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L’Uja di Bellavarda (2345 m), in Val Grande di Lanzo, domina la conca prativa ove sorge il santuario della Madonna del Ciavanis (1880 m)

Piergiuseppe ci contagia con il suo frizzante entusiasmo e ci racconta della sua grande passione. Nella narrazione emerge la gioia di rivedere i suoi amici ma anche la fatica e le difficoltà quotidiane che si incontrano a livello pratico, economico e burocratico. Le “bestie” non riconoscono le domeniche e le festività e una stessa situazione, come rappresentata dalla foto qui a sinistra, può essere incantevole per un’escursionista ma vista con gli occhi del margaro “…si è bella – dice Pier – ma pensaci, tra 10 minuti la temperatura si abbasserà di un bel po’ e tu stai portando i paletti del filo, e sei sudato…

Pier rievoca i giorni estivi trascorsi in alpeggio a quasi duemila metri di quota, sul versante esposto a mezzogiorno della Val Grande di Lanzo.


Eccomi qua, terza parte di un’avventura meravigliosa.

Per chi non avesse letto i post precedenti, mi presento. Sono Piergiuseppe, ho 14 anni e vivo in provincia di Padova (Teolo sui Colli Euganei). Mia nonna e mia bisnonna sono nate a Vonzo, paesino del comune di Chialamberto (To) a 1231 m.

Vonzo

Quest’anno ho frequentato la 3° media, e in questa occasione posso pensare a programmi estivi unici perchè non ci sono compiti per le vacanze.

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I garzoni del Ciavanis

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Gli estesi alpeggi della conca del Ciavanis nel versante a mezzogiorno della Val Grande di Lanzo

I nipoti margari di nonno Giuseppe (vedete prima questo post), Felice Alberto e Piergiuseppe, sono ritornati nelle loro amate Valli di Lanzo, più motivati e felici che mai.

Subito esclamano: “Questa non è solo più un’esperienza, ma una piccola passione che speriamo possa crescere“.

Nel loro scritto a due voci emerge, con vivo e sincero entusiasmo, la gioia di essere utili alla montagna, e a se stessi, ma anche la stanchezza provocata dal freddo, dalla pioggia copiosa e dalla grandine dell’estate 2014. Ma non si sono persi d’animo.

Piergiuseppe ha vissuto per un mese in alpeggio tra luglio ed agosto mentre Felice Alberto è stato in Inghilterra per studio ed è salito in alpeggio al suo ritorno.

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Il garzone del Trione

Alpe di Trione

Alpe Trione (1648 m). Sullo sfondo il Bec Ceresin e le montagne del versante a mezzogiorno della Val Grande

Nel XXI secolo il  vallone di Trione è una stupenda escursione della Val Grande di Lanzo il cui sentiero è una tratta della GTA (Grande Traversata delle Alpi).
Questo vallone è anche un fantastico alpeggio, venduto nel 2012 dal Comune di Chialamberto ad una società privata.
Quante volte ci è successo di percorrere sentieri che attraversano alpeggi abbandonati e poi di domandarci come doveva essere la vita di chi ci lavorava? Quante volte abbiamo pensato alla fatica di vivere la montagna lasciandoci alle spalle le baite crollanti, magnifici esemplari di architettura alpina?
Con il racconto che segue, e poi con il prossimo, cercheremo di costruire un ponte che ci permetta di collegare il presente con il passato, magari poi intravedendo tracce di avvenire nei sorrisi di nuove generazioni.
Il passato è il racconto di nonno Giuseppe che, da adolescente, nell’anno 1949 ha lavorato negli alpeggi del Trione. Il presente invece sono le esperienze straordinarie vissute dai suoi splendidi nipoti Felice Alberto e Piergiuseppe nel 2012 (all’epoca rispettivamente di 10 e 12 anni di età!) e nel 2013 che su questo blog hanno voluto raccontarle (qui il post del 2012 e qui quello del 2013). Non poteva finire così, perché anche la scorsa estate questi meravigliosi ragazzi hanno trascorso le loro vacanze negli alpeggi del Ciavanis, lasciandosi alle spalle, per alcune settimane, il mondo urbanizzato, artificioso ed ipertecnologico della pianura.
Ma questa è anche e soprattutto la storia di amore di due bellissimi valloni, il Trione e il Vassola, valloni laterali della Val Grande di Lanzo, autentici gioielli delle Alpi Graie meridionali. Uno è il vallone di Giuseppe, l’altro quello di Anna.
Storie di generazioni e di montagne tanto amate. Tanto anche da chi le ha vissute da semplici escursionisti, da turisti di passaggio o da viaggiatori stanchi delle “città atrofizzate che si credono il centro del mondo”, per dirla con le parole di Paul Virilio del libro “Città panico. L’altrove comincia qui”.
Un’ultima cosa: questo racconto contiene parole in patois francoprovenzale delle quali abbiamo cercato di fornire la traduzione, con le note a piè di pagina, per favorire la comprensione del testo. In quelle parole c’è la Montagna, c’è l’identità e l’autenticità dei luoghi alpestri delle Valli di Lanzo. In quei suoni c’è un mondo straordinario, una ricchezza ed una diversità che dovrebbero essere tramandate alle prossime generazioni.

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Lentezza al Pian Ciamarella

HPIM3616Non essendo un “fuoriclasse” dell’escursionismo in montagna, a volte mi limito a passeggiate brevi e a dislivelli modesti. Questo comunque è determinato anche dal tempo che ho a disposizione pertanto ci sono occasioni nelle quali si possono fare solo escursioni “mordi e fuggi” che comunque non sono prive di fascino. Una breve ma piacevolissima escursione che si può compiere a 50 Km da Torino è il Pian Ciamarella. Sicuramente uno dei posti più conosciuti dai frequentatori delle Valli di Lanzo, sia perché si trova immediatamente sopra all’inflazionato Pian della Mussa, sia perché è oggettivamente bello! Direi spettacolare per certi versi. Il versante Sud-Est dell’Uja di Ciamarella (3676 m) indubbiamente ci mette del suo dal momento che la sua vertiginosa parete meridionale si stacca per quasi duemila metri di dislivello dalla Pian della Mussa e, così facendo, contribuisce sicuramente ad aumentare il valore paesaggistico della zona, come si può notare nelle foto qui presentate che si riferiscono ad una mia escursione effettuata nell’ottobre 2008.
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Nel vallone di Trione

Bec Ceresin e Levanna Orientale

Bec Ceresin (1708 m) e Levanna Orientale (3555 m)

Di questo bellissimo vallone laterale della Val Grande di Lanzo ne abbiamo già parlato in due occasioni: una quando nel 2012 il Comune di Chialamberto ha deciso di venderlo per 90 mila euro (qui il post) e l’altra invece quando Ariela Robetto lo ha descritto magnificamente dopo averlo percorso fino all’Alpe Trione (qui il suo post).

In entrambi i casi sono mancate le foto che potessero testimoniare la straordinaria bellezza di questo ambiente alpino, situato sul versante nord e sul quale passa il percorso della Grande Traversta delle Alpi (GTA) e della Via Alpina (itinerario blu), nella tappa che da Pialpetta (1070 m) porta a Balme (1450 m), in Val d’Ala, grazie all’attraversamento del Colle di Trione (2498 m).

Il sentiero che collega il fondovalle della Val Grande a questo Colle è identificato sulle carte escursionistiche con il n. 305 e misura circa dieci chilometri per quasi 1500 metri di dislivello. In questo vallone una meta già molto ambita è quella rappresentata dagli incantevoli Laghi di Trione situati a circa 2200 metri di quota in una grandiosa comba di origine glaciale. Li abbamo raggiunti per la prima ed unica volta nel 2001 durante una giornata molto umida di fine agosto il cui cielo ci ha negato molti degli scorci panoramici dominati dalle vette della Val Grande di Lanzo.
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Abitare la montagna

20131103-819 (1280x960)“[…] Consideriamo soprattutto che l’uomo, per propria natura, è un organizzatore dello spazio, che antropizza il paesaggio e lo conforma  alle sue necessità. Compie sostanzialmente due tipi di intervento: la prima è diretta, determinata a trasformare il luogo della natura in uno spazio in cui sviluppare la sua cultura modificando l’ambiente, anche in modo fortemente invasivo, rispondendo esclusivamente ai suoi bisogni. La seconda è mentale: il paesaggio diviene espressione di stati d’animo, assumendo peculiarità simboliche non innate ma stabilite dalla cultura. Poiché non c’è paesaggio senza osservatore, appare chiaro che i valori attribuiti allo spazio sono strettamente legati a chi lo osserva.”

Da “I Sacri Monti” di Massimo Centini (Torino, 2013).

Non c’è paesaggio senza osservatore“.

E oggigiorno, non solo in montagna, chi osserva il paesaggio?

Vi suggerisco di ingrandire più che potete la foto che vedete qui in alto (cliccateci sopra) e poi di sprofondarci dentro per osservarla con attenzione.

L’ho scattata il 3 novembre scorso durante un’escursione molto remunerativa, sia per la bellezza dei luoghi attraversati e sia per la splendida compagnia di cui faceva parte anche Ventefioca, che l’ha brillantemente descritta nel post Dentro al vento – Testa Pajan.

Credo che sia molto difficile riuscire a racchiudere in un’unica foto di un paesaggio alpino i diversi livelli dell’abitare la montagna e questo scatto penso che sia riuscito nell’intento.

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Far nascere un filo d’erba (Vassola, un mondo dimenticato)

pascoloDopo il post sull’incantevole Vallone di Vassola descritto da Pier Luigi Mussa, che ci ha fatto così conoscere un mondo straordinario fabbricato dalla natura con la complicità dell’uomo, possiamo tentare di osservare questa valle sospesa indossando i panni del mandriano.

Forse avete già fatto un’escursione nel Vassola (o in altri luoghi simili ricchi di testimonianze di chi praticava la transumanza) e forse qualche domanda, su come potevano vivere i montanari per tre mesi all’anno in valloni così severi, ve la sarete posta, mentre scorrevano, lungo il vostro cammino, i segni inequivocabili degli ultimi colonizzatori dell’alta montagna.

Se quelle domande scabrose vi hanno scosso l’anima mentre eravate rapiti dalla bellezza di un manufatto di pietra creato da natura e uomo, allora è arrivato il momento di incontrare alcune risposte grazie a Maddalena Vottero-Prina che ci fa conoscere un mandriano di altri tempi.

Al termine troverete la sezione della carta n. 8 “Valli di Lanzo” ad alta qualità, relativa all’alto Vallone di Vassola. Ringrazio sentitamente Mario Fraternali per la gentile disponibilità ad aiutarci a comprendere con più chiarezza e profondità il territorio delle Valli di Lanzo, di pregevole valore paesistico, sia naturale che culturale.

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La festa è finita

IMG_0835aMi è sempre piaciuto pensare che per gli animali che hanno passato il lungo inverno chiusi nelle stalle, la salita in alpeggio e l’estate trascorsa all’aperto sui monti fossero una festa. E che sicuramente fossero animali più fortunati rispetto ai loro simili, chiusi per tutto l’anno nelle stalle di pianura.

Quest’anno, per molti di loro, la festa è finita all’improvviso con la nevicata di due sabati fa. In tutta fretta, la mattina di domenica, le mandrie hanno dovuto abbandonare l’alpeggio perché non c’era più da mangiare, l’erba ancora verde improvvisamente coperta da una quindicina di centimetri di neve.

L’operazione è anche rischiosa per gli animali non abituati a camminare sul terreno particolarmente scivoloso. Leggi il resto dell’articolo

L’esperienza del margaro. Un anno dopo

arcobalenoE’ trascorso un anno dalla prima esperienza in alpeggio di Felice Alberto e Piergiuseppe (qui il loro post del 4 settembre 2012) e adesso, oramai ragazzi, sono ritornati in montagna, testimoni attivi e partecipi di una civiltà alpina tramandata da generazioni.

Il loro sguardo ed il loro resoconto abbraccia, oltre alla pura vita d’alpeggio, anche alcune delle tematiche attuali con le quali tutti noi, che frequentiamo la montagna nel tempo libero, dobbiamo ineluttabilmente confrontarci: moto da trial che scorazzano sui sentieri impunemente, presenza di cinghiali introdotti negli anni ottanta del Novecento, il luogo montagna ed il suo delicato ecosistema, il susseguirsi delle stagioni della vita, e non solo…

Siamo molto felici ed onorati di poter pubblicare qui il racconto e le foto di Felice Alberto e Piergiuseppe, giovani italiani globalizzati, ma con splendide radici montane, e siamo sicuri che la loro esperienza li proietterà nel mondo degli adulti completamente consapevoli di quanto sia fondamentale ritrovare un sano dialogo con la nostra terra ed il nostro ambiente, senza mai dimenticare la cultura del limite.

Grazie ragazzi, siete davvero meravigliosi!

***

L’avventura, inizia il 2 di agosto per me, Felice Alberto “il grande” dato che ho già quasi 15 anni.

Felice Alberto al lavoro

Mia zia, mi accompagna dai “Gamba”, che mi ospitano all’alpeggio, al Ciavanis, (forse è il caso di ricordare che “il Ciavanis”, è un santuario di montagna, a 1800 metri di altezza, sopra Chialamberto -TO-), ci eravamo già accordati con i fratelli Gamba, nella prima settimana di luglio, pertanto al mio arrivo in alpeggio, dopo chiaramente i saluti e i brevi racconti dell’anno passato, inizia il divertimento. Leggi il resto dell’articolo

L’esperienza del margaro

La prima cosa che ho sentito dire da questi fanciulli straordinari, a seguito della loro entusiasmante esperienza tra i pascoli della Val Grande di Lanzo, è stata questa:

Almeno ci si sporca per qualcosa di giusto!“.

Secondo voi, da cittadino disincantato, che legge tutti i giorni il giornale, a chi potrei aver pensato immediatamente?

Lascio a voi immaginare.

Adesso godetevi questo bellissimo racconto di nuove generazioni che si approcciano al mondo della montagna con spirito davvero genuino ed autentico.

E con ragazzi così, possiamo stare sicuri che le Alpi non corrono il rischio di diventare un immenso luna park per cittadini “ricchi” ed annoiati.

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Trione Sold Out

Anche i valloni alpini possono essere venduti. Anche quelli dove passa una tappa della Via Alpina e della GTA.

E perché no?

Non si trovano ancora nell’outlet dietro casa ma, forse, nel comune dietro casa sì.

Questa volta non vi propino un mio post bensì quello di una vera montanara come lo è Marzia Verona.

Vendesi alpeggi?

http://pascolovagante.wordpress.com/2012/08/29/vendesi-alpeggi/

Arrivederci al prossimo effetto speciale, sempre sui maxischermi delle “nostre” Alpi.

Il vallone di Trione è stato venduto per 93.000 euro

Missirola

Missirola è, ma dovremmo più correttamente dire era, una borgata posta sull’inverso del comune di Chialamberto, sui pendii che scendono dal Monte Dubia, ad una quota di 1440m. Documenti risalenti al ‘700 chiamano la località “Boscajrola”, su come e perché nel tempo il nome si sia trasformato in Missirola non ho trovato informazioni. La borgata, non un semplice alpeggio, era abitata da parecchie persone come si può dedurre dal gran numero di baite presenti.

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Piste o peste?

Nell’ormai lontano anno 1994, Pro Natura Torino pubblicava un libretto, scritto da Balocco, Gubetti e Perotto, che riportava una riflessione sul problema delle strade agricole e forestali di montagna, come recita il sottotitolo.

Riporto qui la premessa (il grassetto è mio), giusto per aggiungere un punto di vista al problema delle sterrate percorse dai mezzi motorizzati (vedere il post Il limite nel Vallone d’Ovarda e seguenti).

“Le giuste ambizioni di sviluppo dei territori montani rimangono, salvo rare eccezioni, indissolubilmente legate all’apertura di nuove strade. Gli amministratori locali, in adesione al nesso atavico strade-progresso, chiedono strade per avere progresso. Di conseguenza la maggior parte degli interventi a favore della montagna si concretizza in opere viarie.

Ma i benefici per la montagna sono realmente adeguati all’entità dei finanziamenti dispensati? Noi ne dubitiamo, infatti le imprese costruttrici provengono quasi sempre dalla pianura; i finanziamenti si avviano quindi al fondovalle, e in montagna rimangono le opere. Nulla da eccepire sull’utilità di collegare i centri abitati con una buona rete stradale, ma, almeno per alcune delle strade o piste della viabilità minore, riteniamo sia doveroso interrogarsi sull’utilità effettiva dei manufatti che rimangono in montagna a fronte di cospicui finanziamenti. Ciò che rimane sono alcuni chilometri di pista sconnessa e sassosa, sommariamente rifinita – dal destino quanto mai incerto al sopraggiungere delle piogge stagionali – che si inerpica fino ad un alpeggio ancora encomiabilmente utilizzato; ma condotto come? e con quali prospettive? fino a quando? realmente beneficiato dalla strada? o forse le centinaia di milioni (il costo delle piste si aggira sui 100-200 milioni al km) avrebbero potuto essere utilizzate in modo più utile e proficuo per il margaro? Leggi il resto dell’articolo

Società alpina e cultura del limite

Sovente in questo blog ho parlato della cultura del limte. Dove è rinvenibile tale cultura, quando per esempio siamo tra i monti, magari durante un’escursione che attraversa zone di pascolo?

“Quello del pascolo alpino è un esempio efficace per comprendere il concetto di limite ambientale. Un appezzamento di un ettaro in media può ospitare e soddisfare le esigenze di 1.7 capi (capacità di carico): se sono di più, il pascolo si danneggia e l’anno dopo non sarà più in grado di sostenere alcun animale. Millenni di esperienza (ed errori) hanno portato le popolazioni alpine a confrontarsi con uno sfruttamento oculato delle magre possibilità del territorio. Questa è forse tra le più grandi acquisizioni di consapevolezza dell’umanità, che oggi è stata mascherata dalla disponibilità di energia fossile e dall’importazione di cibo e materie prime da luoghi lontani. Oggi, in un contesto tecnologico e sociale completamente mutato, questa consapevolezza deve riemergere, al fine di evitare quegli abusi che possono portare al collasso dei sistemi ambientali e delle civiltà.”

«Una vacca in più mantenuta nell’inverno salva una famiglia dall’orrore della fame, ma per avere il fieno per mantenerla, bisogna raccoglierlo fra le balze ed esporsi alla morte».

GIACOMO POLLINI, 1896

Tratto da “Saperi Alpini: un cairn verso un futuro rinnovabile” 2007 – Regione Autonoma Valle d’Aosta e Società Meteorologica Subalpina.

Le esperienze del passato, coniugate in chiave moderna, possono diventare una valida guida per affrontare i futuri problemi ambientali ed energetici.

Documento scaricabile qui: www.nimbus.it/biblioteca/Download_pubblicazioni/donwload.htm

Grazie Marzia!

Storie di pascolo vagante

Proprio prima di salire in alpeggio ho letto e commentato un post sul blog degli amici Camoscibianchi. L’argomento era quello della presenza di mezzi motorizzati “turistici” sulle piste agro-silvo-pastorali di montagna. La discussione è stata molto sentita, ad oggi vi sono già 30 commenti…

La mia posizione in merito non l’ho mai nascosta a nessuno. Io ho utilizzato e continuo ad utilizzare tali piste con scopi diversi. L’ho fatto a piedi, da escursionista, poi in MTB, sempre per piacere e per svago, quindi in fuoristrada per motivi di lavoro, studio e ricerca. Da qualche anno per lo più ne usufruisco come “alpigiano”, se ho la fortuna di essere in un alpeggio raggiungibile con una pista. Prendete la strada sopra, Val Pellice, salita all’Alpe Bancet. Anche se di difficile percorrenza, una vera manna per la famiglia che montica lassù. A quelle quote la stagione è breve, avere la strada…

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