Una su mille

Ne abbiamo incontrate a centinaia lungo i sentieri delle Alpi. Disfatte, pericolanti, sfinite ma anche resistenti. Contro tutto e contro tutti: abbandono, oblio, spopolamento, ignoranza, urbanocentrismo. E poi contro neve, gelo, vento… Alcune sembrano monumenti all’essenzialità e alla bellezza. Alla sapienza. Altre sembrano sfidare il tempo breve della nostra epoca ammiccando all’eternità.

Quando le trovi ancora integre, caparbie, perfettamente innestate nel paesaggio alpino, fatto di rocce ed erba, di valanghe e di tempeste, di sentieri e di pareti, senti fuoriuscire tutta la precarietà e fragilità della tua vita di cristallo.

Loro, morenti o ancora testardamente in piedi, ti guardano negli occhi fino a rovistare dentro i tuoi malfermi e crollanti valori di cittadino europeo del XXI secolo. Quando succede, ti senti al centro di due estremità: povertà e opulenza. Una distanza che se misurata in chilometri fa rabbrividire, tanto è corta. Qui la fatica inimmaginabile e la frontiera dell’indigenza, là, verso la pianura, ogni sorta di eccesso, di pretesa, di soddisfacimento di bisogni sfrenati e senza limiti. Là solo diritti e nessun dovere.

Se potessimo costruire un ponte per unire queste due estremità, crollerebbe repentinamente il centro. Proprio dove mi trovo io. In piedi rimarrebbero due monconi: quello della baite in pietra degli antichi montanari e quello delle città di cemento e asfalto abitate da individui disorientati, malfermi e crollanti. Leggi il resto dell’articolo

Neve e cielo, nient’altro

Continua a tirar vento, di qua e di là dal colle e i cani se ne accorgono e abbaiano

L’anno che uccisero Rosetta, leggo nella terza di copertina, è il romanzo d’esordio di Alessandro Perissinotto, un Torinese semiologo e folclorista e conduce ricerche su fiabe e tradizioni delle Alpi.

Mi incuriosisco e capisco perché l’amico Giancarlo, tempo fa, mi ha prestato questo libro senza spiegarmi nulla…

Un riflessivo commissario di polizia, in un nevoso inverno degli anni ’60, si trova catapultato in uno sperduto paesino di montagna delle Alpi piemontesi ai confini con la Francia.

Scelto dai suoi superiori perché “la sua famiglia è di lassù”, deve indagare sull’oscura e misteriosa uccisione di Rosetta, giovane donna del luogo trovata morta davanti ad un antico castello disabitato.

Il fatto risale a vent’anni prima – nel 1944 – e l’indagine è stata chiusa in tre giorni: “Uccisa da ignoti appartenenti alla resistenza a causa di presunte collaborazioni con il comando tedesco”. A quei tempi, di tanti e di troppi morti, non si andava per il sottile e l’assassinio era stato archiviato a discapito della ricerca della verità.

Costretto ad usare massima discrezione perché “è questione molto delicata” ha l’obbligo di conferire solo con l’anziano sindaco evitando di far domande agli altri abitanti. Leggi il resto dell’articolo

In ricordo di David Bertrand

“Chi glielo fa fare, che ci mettono del tempo e delle notti a mangiare fumo, e si pagano pure le spese, e scendono dai boschi neri come tizzoni, e magari crepano bruciati”.

Non dovremmo mai arrivare al punto di commemorare la morte di chi ha lottato contro il fuoco. E non dovremmo mai far scoppiare incendi.
Se è vero che nella maggioranza dei casi la mano colpevole – e dolosa – è quella dell’uomo, è anche vero che a monte, come in tante altre devastazioni ambientali, c’è la nostra ignoranza. Sempre lei.

Non dovremmo mai smettere di parlare di incendi, di alluvioni, di terremoti, di dissesti idrogeologici, soprattutto in Italia. Anzi, nell’Antropocene dovrebbero essere temi costantemente dibattuti dai politici, e dall’opinione pubblica, vista la portata drammatica dei loro effetti. Che saranno sempre più amplificati dall’azione dell’uomo.

Oramai è un dato di fatto, e tutti noi dovremmo concentrare gli sforzi e le energie per affrontare con determinazione, costanza e indefessa volontà la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici. E’ la nostra missione. Se non l’accettiamo, non arriveremo da nessuna parte e decreteremo la fine dell’umanità. Leggi il resto dell’articolo

Non c’è più tempo

Balme ai giorni nostri (alta Val d’Ala, Valli di Lanzo) – foto Castagneri

Testo di Gianni Castagneri

Il recente incontro con Luca Mercalli, climatologo e volto noto della tv, che a Cantoira (Valli di Lanzo) ha rischiarato il numeroso pubblico presente con fondate ipotesi su quelli che saranno gli effetti dei cambiamenti climatici in montagna, richiede alcune riflessioni “locali”.

Possiamo indicare alcuni ordini di priorità. La prima riguarda le conseguenze che il riscaldamento globale comporta direttamente sul territorio, alcune delle quali già percepibili: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento della quota della neve, accentuata piovosità con precipitazioni aggressive concentrate in poche ore alternate a lunghi periodi di siccità, bufere capaci di scoperchiare tetti e sradicare alberi secolari. Questi fenomeni che purtroppo già ben conosciamo, cozzano direttamente con la pianificazione che si vuole fare del territorio antropizzato e con l’amministrazione più o meno straordinaria dello stesso. Il terreno che frana e interrompe di frequente le vie di comunicazione, le esondazioni dei fiumi, le piante che si abbattono su edifici, strade e linee elettriche e telefoniche, incidono direttamente sulla qualità della vita dei cittadini e richiedono spesso ingenti investimenti per far fronte alle emergenze. Dall’altro lato si riversano su aree vaste sulle quali l’incuria e l’abbandono hanno creato paesaggi che i valligiani non esitano a definire desertici, che non sono caratterizzati dalle dune di sabbia ma da una vegetazione cresciuta incontrastata e disordinata dove la lotta tra le piante e i rovi si combatte quotidianamente a svantaggio degli esseri umani, che da quei boschi brulicanti di selvatici, e di parassiti come le zecche, sono ricacciati brutalmente. Leggi il resto dell’articolo

Da zero a cento. Lentamente

Chi frequenta assiduamente le Valli di Lanzo si sarà accorto che negli ultimi anni c’è vivacità ed interesse verso gli aspetti culturali ed ambientali. Non vi sembra che dove tutto questo è perseguito con grande impegno ci siano anche ottimi risultati ed entusiasmo? Ma qual è il fattore vincente? Avremmo, a tal proposito, da proporvi una sorta di “geografia culturale” delle Valli per tentare qualche riflessione e far sorgere qualche domanda.

Partiamo dalle basse Valli di Lanzo e andiamo in Val Malone con il suo straordinario risveglio e la sua attenzione verso il territorio alpino. Gli ottimi risultati sono stati ottenuti grazie al prodotto culturale centrale per le montagne piemontesi: i sentieri, la cui rianimazione e cura è portata avanti con straordinario impegno dall’Associazione Sentieri Alta Val Malone (nata ufficialmente il 5 novembre 2015) che annovera ben oltre 550 associati in soli tre anni di vita!

Per saperne di più: “Sui sentieri della Val Malone“.

Spostiamoci nella più meridionale delle Valli di Lanzo: la Val di Viù. Altra area alpina, questa, che negli ultimi anni ha avuto buoni risultati dal punto di vista turistico. Ma se volessimo rintracciarne la chiave di successo? Andiamo in alta Valle e raggiungiamo il Comune di Usseglio che, oltre alle numerose manifestazioni estive (una su tutte la Mostra regionale della Toma di Lanzo che a luglio richiama migliaia di visitatori), vanta un polo culturale di tutto rispetto grazie al Museo Civico Alpino Arnaldo Tazzetti (ora anche su Twitter) e al progetto “Lungo la Stura di Viù“. Anche qui cultura. Leggi il resto dell’articolo

Il Pizzo Scalino

Manca poco all’alba. A sinistra si nota il Sasso Moro (3108 m), più in lontananza, mezzo nascosto tra le nuvole, il Piz Argient (3944 m), uno dei satelliti del Bernina.

Testo e foto di Giovanni Baccolo

Apriamo la porta del rifugio, il sole non è ancora sorto e la nebbia avvolge tutto in un’umida confusione. Qualche cima di larice sbuca qua e là tra le brume, un lontano rumore d’acqua, erba ingiallita, un silenzio ovattato che nasconde tutto, nient’altro. Sembra proprio che l’autunno non sia arrivato soltanto sul calendario, ma che abbia voluto annunciarsi con tutta la sua potenza in questo suo primo giorno.

Siamo in alta Valmalenco, una valle laterale della Valtellina che da Sondrio si incunea verso nord fino a raggiungere il 4000 più orientale delle Alpi, il Bernina, al confine con la Svizzera. La nostra idea è raggiungere la cima del Pizzo Scalino (3323 m) dalla via normale che attraversa il suo ghiacciaio. Si tratta di una gita non troppo lunga (dai rifugi intorno a Sasso Moro la cima dista circa 4 ore, con un dislivello di 1200 metri), ma che attraversa paesaggi meravigliosi che offrono splendide viste del massiccio del Bernina, di quello del Disgrazia e di vasta parte delle Alpi Centrali. La vista dallo Scalino è così ampia perché è una montagna solitaria e dalla sua cima non vi sono impedimenti che limitano lo sguardo. Esso rappresenta la massima elevazione di un massiccio poco conosciuto, credo a causa dei tanti vicini celebri che ne oscurano l’indubbio fascino. Ma al di là del fascino diciamo panoramico c’è anche quello provocato dall’ardita silhouette di questa montagna che non a caso è soprannominata il Cervino della Valmalenco. Il nome Scalino è dovuto alla curiosa presenza di un gigantesco scalino di roccia che lo circonda quasi interamente. La cima vera e propria è infatti separata dal basamento da ripide pareti che fanno sembrare questa montagna un’enorme piramide adagiata su un pulpito. Il motivo di tale conformazione è da ricercarsi nella geologia della montagna. Leggi il resto dell’articolo

Lasciamo spazi di silenzio

Si leggono tante cose sulla montagna, soprattutto in estate quando sembra che succeda tutto e il peggio di tutto. Tante banalità, tanto marketing, tanto spettacolo, tanta competizione, tanti numeri. Tanto consumismo. La montagna sembra trasformata in un gigantesco specchio delle nostre meschinità, della nostra misera quotidianità infarcita di carnevalate urbanocentriche.

E allora proviamo ad uscire dai “sentieri più battuti” per proporre una riflessione di Andrea Bocchiola sulle prospettive di sviluppo dell’Alpe Devero (pubblicata originariamente sul sito di Mountain Wilderness). La troviamo genuina e necessaria, come certe montagne che sudiamo nei nostri vagabondaggi. Colmi di silenzio, solitudine e di estraneità.

La necessità del vuoto. L’uomo e lo spazio alpino.

Nel Parco della Barre des Ecrins, in Francia, non ci sono impianti di risalita, non c’è copertura cellulare e i sentieri non sono segnati. Il parco è frequentatissimo.
Qui dove sono, mentre scrivo, la natura è selvatica e pericolosa. Il cellulare prende poco o nulla e all’ingresso dell’area un cartello avvisa che da quel punto in poi ognuno è responsabile di se stesso. Non sono disperso chissà dove in Karakoram. Sono in California, nella zona dei Needles, e siamo in tanti, alpinisti, scalatori, hikers. Nessuno sembra aver bisogno di nient’altro che del poco che c’è. Ossia niente. Nessuno pensa a sconvolgere questo spazio con i segni di quella antropizzazione che lo circonda da ogni dove.
Al Devero, piccola nicchia di solitudine alpina sin troppo sotto assedio, si pensa invece di penetrare persino quel poco di spazio selvatico rimasto, la valle del Bondolero e un tratto del Cazzola, con degli impianti di risalita. La cosa, vista da così lontano, è ancora più incomprensibile e inusitata.
Non penso alle molte ragioni ambientaliste, economiche, logistiche che si oppongono al progetto. Altri più addentro di me lo stanno già facendo. Leggi il resto dell’articolo

Tutte le strade portano in (alta) montagna

In bicicletta verso Pian del Re

Testo e foto di Toni Farina
Video da YouTube

Strade che salgono in alto. Oltre i paesi, verso le arene del silenzio. Le infrangono.
La questione è da tempo oggetto di contesa. E così accadrà anche quest’anno, 2018, con l’arrivo della calura estiva. Contesa fra portatori d’interesse diversi, talora opposti, sostenitori di posizioni che è arduo conciliare. Da un lato i fautori del turismo dolce per i quali queste strade devono essere in via prioritaria lasciate a camminatori e ciclisti. Una posizione che, è importante sottolinearlo, è fatta propria anche da titolari di esercizi commerciali, gestori di rifugi e posti tappa per i quali l’escursionista è il cliente principale. Un cliente esigente, che mal tollera la convivenza con i motori. Soprattutto se il cliente in questione proviene da oltralpe.
Dall’altro i fautori della massima “la montagna è di tutti”. “Non bisogna escludere nessuno”. Soprattutto non bisogna escludere quell’importante fetta di mercato composta da motociclisti e fuoristradisti, molti dei quali, provenienti anche da oltralpe, trovano sulle montagne del Bel Paese un terreno di gioco molto libero, impensabile nelle loro contrade. Una posizione condivisa da gran parte degli amministratori pubblici, restii a imporre limitazioni.
La questione è da tempo oggetto di contesa, ma nell’estate 2017 è diventata più stringente. Complice il gran caldo, la montagna è diventata luogo di salvezza. E così sarà anche quest’anno e nel tempo a venire. Ma la montagna è per sua intima natura anche luogo del limite: etico (per ci crede) e fisico. E così dalle Dolomiti alla Conca del Prà in Val Pellice, dall’Ossola alle Alpi Liguri è tutto un fiorire di soluzioni intermedie, “provvisorie”, “sperimentali”, spesso figlie dell’italica incapacità di decidere.
Numero chiuso, orario o periodo stagionale limitato, pedaggio, navetta. Lo scopo è di accontentare tutti. Col rischio di non accontentare nessuno.
Tuttavia emergono qua e là timidi segnali. Nulla di strutturato, però si inizia a capire che un accesso più dolce ai luoghi turistici di alta montagna non solo è possibile, ma può essere anche vantaggioso. Può creare qualità. E così si aderisce a campagne di mobilità sostenibile, nella speranza (convinzione sarebbe eccessivo) di dare un impulso a quel turismo tanto vagheggiato, quanto ancora semi-clandestino. Leggi il resto dell’articolo

Come una volta?

Poco importa se un sentiero lo percorri decine di volte. Ogni volta sarà diverso. Pensiamo poi a questo 2018, così insolito, dal punto di vista climatico, rispetto agli ultimi anni. Non ricordo ancora così tanta neve sopra i 2000 metri sebbene ci troviamo in primavera inoltrata. Ma questa montagna, così ricca di verde e bianco (l’azzurro non l’abbiamo visto molto…), com’è? Più vera? Più ricca? Più misteriosa? Più severa? Più silenziosa? Più rassicurante?
Ecco, la cosa che si percepisce immediatamente, anche senza percorrere sentieri, è che la montagna è molto più rumorosa perché i torrenti, con il progressivo aumento delle temperature, stanno rilasciando con gradualità imponenti quantità d’acqua. E’ ormai da qualche settimana che il fragore dei rii, di fondovalle o quelli di versante, ti accompagna costantemente. Questa è la prima inevitabile differenza del paesaggio montano (sì, perché credo che il paesaggio sia fatto anche di fondamentali elementi immateriali e invisibili, come i suoni della natura). Se è il silenzio profondo a contraddistinguere un inverno molto nevoso e con temperature “normali”, allora in primavera è il perpetuo fragore delle acque che restituisce anche un importante elemento paesaggistico delle Alpi. Di certo molto rassicurante, soprattutto quando noti come ogni versante sia solcato da rii e cascate che danno vita alla nuda roccia. E poi, quando si tratta di guadare, ti accorgi che finalmente in questa lunga primavera, la montagna è stracolma di energia. Fa quasi paura pensare di dover zampettare sui sassi ricoperti dalla corrente per proseguire lungo la tua ascesa. Questa meravigliosa sostanza arriva dagli estesi nevai che ancora si incontrano a quote relativamente basse per la stagione in corso. E’ davvero difficile credere di essere già a giugno e il confronto con gli ultimi anni ti lascia spiazzato e con mille domande.

Una per tutte: ma questa è la montagna di una volta? Leggi il resto dell’articolo

Il camoscio di Urtirè

Sono le 11 e 22 di un sabato vernale e umido quando un sentierino ci conduce nell’amena borgata di Urtirè, dove ad attenderci c’è un ignaro camoscio che bruca serenamente la sua fresca, tenera e verdissima erba, cascata dal cielo dopo il prodigo inverno.

Siamo sottovento e non percepisce la nostra presenza. Noi, immobili come statue, e col silenzio al massimo del volume, osserviamo questa bellezza delle Alpi, mentre scattiamo decine di foto.

Siamo a circa 100 metri di distanza dall’ungulato. Non è per niente facile riuscire a fare stare fermi i camosci perché appena sentono una minima presenza umana, fuggono con una rapidità impressionante, quasi imbarazzante.

Oggi succede qualcosa di incredibile. Il camoscio continua a brucare mentre noi giaciamo pietrificati tra le baite di Urtirè, sperando che questo incontro duri più delle altre volte. Ma fotografarlo con la testolina immersa nei fili d’erba e seminascosto dai i tronchi, non è molto accattivante. E allora, sempre stando piantati come pali, provo a fischiettare debolmente. Leggi il resto dell’articolo

Resilienza?

“Nella misura in cui aiuta una persona a muoversi nel mondo e a cercare il bene, un sentiero, per definizione, ha un valore.”
(Robert Moor)

Il meccanismo è semplice: ci sono dei fondi europei (leggi: imposte e tasse pagate dai cittadini tedeschi, svedesi, olandesi, ecc.) che servono per progetti di “sviluppo” da realizzarsi nei paesi membri dell’Unione Europea. Ad esempio, sviluppare la filiera del legno. La Regione Piemonte, che opera come una sorta di intermediario tra l’UE e le valli piemontesi, che hanno delle brillanti idee di sviluppo in proposito, propone bandi in tal senso.

Facciamola breve: c’è una torta da spartirsi e una scadenza per arrivare a mangiarne una fetta: i migliori piazzati (burocraticamente parlando) se l’aggiudicano. Fine. Dimenticatevi parole come “sviluppo” (i PSR), politica, progetti, futuro (della montagna) e tante altre belle parole buone solo ad annebbiare la mente dei creduloni.

Un esempio per tutti: siamo a dicembre del 2014 e i nostri piedi ci portano a prendere atto di questa schifezza (post: Una masticata di Valli di Lanzo). Se ne siete all’oscuro, vi prego di leggere e guardare le foto dell’articolo perché di seguito vi proponiamo un aggiornamento sul tema “torta da spartire” (guadagni privati) e dei suoi effetti collaterali (danni pubblici).

Da fine anno 2014 ad inizio (o quasi) anno 2018 trascorrono solo tre anni circa. Che fine ha fatto il denaro (la fetta di torta) che doveva servire per dare una spintarella all’economia delle Valli di Lanzo? Leggi il resto dell’articolo

Qui nasce il Po

Nevica ancora sulle Alpi piemontesi, neve benedetta dopo un’estate lunga il doppio, caldissima, che ha prosciugato la terra e le montagne. Anche le sorgenti del fiume Po erano sparite, vi ricordate? Sembra un lontano passato ma sono trascorsi solo pochi mesi nei quali abbiamo vissuto momenti terribili, come gli incendi in Val di Susa, confrontandoci tutti i giorni con un avvenire incerto e preoccupante.

Quando si percorre la tangenziale di Torino, magari verso Sud, sovente capita di essere accompagnati nel viaggio dalla cerchia delle Alpi dove il Monviso domina l’orizzonte, regalando un meraviglioso panorama agli automobilisti. E’ come un abbraccio vitale, stupefacente che lascia senza fiato. Dona una sensazione di benessere e rassicura perché, prima di diventare un luna park, prima di trasformarsi nell’ultima frontiera su cui depositare colate di cemento (leggete questa notizia), per la solita annichilente ed idiota rincorsa allo sviluppo ad ogni costo (e senza limiti), le montagne generano la vita se danzano con l’atmosfera: quando, come in questi ultime settimane, i fiocchi cadono copiosi e fa freddo, la cerchia trattiene l’oro bianco che servirà per soddisfare molteplici bisogni di noi voraci consumatori: acqua da bere, acqua per irrigare, acqua per l’energia, acqua per depurare, acqua per divertirsi… lascio a voi proseguire, invitandovi a soffermarvi sull’importanza di quella danza, il cui rassicurante spettacolo dipende molto da noi. Leggi il resto dell’articolo

Malciaussia, Valli di Lanzo: nuovi problemi, vecchie soluzioni

Un angolo del Piano della Mussa (1800 m circa), in una “normale” giornata estiva. Alta Val d’Ala – foto camosci bianchi

In realtà il problema in questione proprio nuovo non è. Perché a dire il vero inizia a presentarsi fin dagli anni Sessanta del Novecento, periodo in cui prende forma la motorizzazione di massa. Un’auto per ogni famiglia, l’auto simbolo di libertà e tante strade per muoversi, appunto, in libertà. Auto con cui risalire le valli nelle domeniche d’estate, in cerca di refrigerio.
Proprio nuovo non è, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni più rilevanti, direttamente proporzionali alle canicole estive. Auto ovunque, tante, troppe per la dimensione fisica della montagna. Questione di spazio, dunque, ma anche di decoro. Di sostenibilità.
La novità sta proprio lì: la sostenibilità. Lo sviluppo detto “sostenibile”. Un comandamento, l’undicesimo, soggetto però a interpretazioni varie, talvolta molto soggettive. E certo molto soggettiva e personale è stata l’interpretazione di “sostenibilità” che ha ispirato il progetto “Recupero ambientale e miglioramento della fruizione del Lago di Malciaussia” (tecnicamente uno studio di fattibilità).

Ambiente alpestre, alte montagne, il Rocciamelone che vigila a occidente

Così è Malciaussia, 1800 metri di quota, alla testata della Valle di Viù, la più meridionale delle tre Valli di Lanzo, a una cinquantina di chilometri da Torino.
Una conca in gran parte occupata da un invaso artificiale che al momento della realizzazione, negli anni Trenta del Novecento, sommerse il villaggio omonimo. Nello spazio residuo, sulla riva sinistra del lago, corre una strada sterrata che termina in località Pietramorta, poche case addossate a una rupe.
Dalla strada si alzano i ripidissimi pendii basali della Lera, altra montagna caratteristica della zona (pendii sui quali sale in allungati tornanti il sentiero per l’alto Colle dell’Autaret, antica via di collegamento tra Roma imperiale e la Gallia). Leggi il resto dell’articolo

Buone Feste

Quando la vita ti dà mille ragioni per piangere, dimostra che hai mille ed una ragione per sorridere.
Benite Costa Rodriguez

Milioni di persone nel mondo al posto di Giuseppe non riuscirebbero a sorridere. Anzi, non sarebbero nemmeno lì, nella tormenta, a cercare una via.

Quella che segue è una foto di Montagna tra le più belle che abbia mai scattato, tra centinaia di migliaia.

Il nostro miglior augurio che desideriamo porgervi è quello di incontrare sui vostri sentieri sorrisi così veri e spontanei, che possano farvi vedere la speranza tra le mille difficoltà della vita.

Ed è anche il sorriso che vogliamo donare a tutti gli amici dei Camosci bianchi – tanti – che tutti i giorni apprezzano con entusiasmo il nostro modo di vivere la Montagna.

Grazie di cuore.

Tanti auguri di Buone Feste.

P.S.
Se non sapete cosa sta facendo Giuseppe con suo figlio Daniele, scopritelo con questo post oppure su Facebook.

Una transumanza nella bufera

Nevica forte nelle Valli di Lanzo, molto di più di quanto previsto.
Tutti rimangono molto sorpresi dalla tanta neve caduta nella notte e al mattino continua a fioccare incessantemente.
Progredire con le ciaspole nello spesso strato di neve (quasi un metro…) è faticosissimo ma fantastico.

Anche Giuseppe non si aspettava tutti questi fiocchi. Le sue caprette, ricoverate a 1600 metri all’Alpe Arbösetta, sono bloccate dalla tormenta a monte di Balme (1450 m), in alta Val d’Ala.
Con suo figlio Daniele affronta la bufera per riportarle a valle. Noi siamo davanti che battiamo la traccia e non ci accorgiamo che loro ci seguono senza le racchette da neve. Sarà un grande piacere, appena si uniranno a noi, deviare dal nostro tragitto programmato per battere traccia fino all’Alp dove le capre stanno attendendo il loro pastore per mettersi al sicuro.

Giuseppe e il figlio Daniele sono due montanari veri delle Valli di Lanzo. Giuseppe (82 anni portati magnificamente) ha un sorriso meraviglioso. Sincero e genuino. Come le Alpi. Leggi il resto dell’articolo