Sentieri

sentieriTratto da Il tramonto delle identità tradizionali – Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi di Annibale Salsa (Priuli & Verlucca):

“I sentieri, le mulattiere, le antiche strade di arroccamento che cosa rappresentano ancora? Oggi li classifichiamo, li cataloghiamo come manifestazioni di una viabilità minore che si sta perdendo. Solo le associazioni alpinistiche ed escursionistiche, d’intesa con le Comunità montane, apprezzano il valore culturale ed economico di tali infrastrutture ma, putroppo, la mentalità prodotta e veicolata attraverso i ben noti circuiti mediatici non ne fa comprendere pienamente il valore. E’ difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Quest’ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. Il disprezzo per la teoria (il vedere che precede l’agire) sta generando derive che, lungi dal promuovere un saggio pragmatismo, favoriscono un empirismo rozzo ed inconcludente. La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della “nostra esperienza vissuta” (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli. La montagna ritorna ad essere percepita come un “incidente di natura”, una sorta di corrugamento penalizzatore. Se si analizzano i tratti fondamentali di questa filosofia di fondo (seduttiva e stregante), ci si accorgerà che alla base c’è proprio una libidine dell’effimero.”

Annibale Salsa

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Sui sentieri con l’antropologo. Un patrimonio di beni comuni per “sentire” la montagna in modo intelligente

Annibale Salsa, past president del Club Alpino Italiano, al convegno “I sentieri delle Alpi (vanno) verso il futuro”.

http://www.mountcity.it/index.php/2014/07/18/sui-sentieri-con-lantropologo-un-patrimonio-di-beni-comuni-per-sentire-la-montagna-in-modo-intelligente/

La libertà in montagna

Per aggiungere spunti di riflessione al post precedente, riporto un interessantissimo video con un’intervista fatta ad Annibale Salsa relatore al Congresso “La libertà delle proprie scelte, la libertà in montagna” che si è tenuto ad ottobre 2012 presso il Forum di Bressanone, all’interno dell’International Mountain Summit.

L’anima della montagna

Ho trovato molto interessante questo video dove Annibale Salsa ci spiega l’importanza della toponomastica per la conoscenza e la scoperta della montagna.

Se desiderate approfondire questo aspetto delle nostre montagne, allora vi suggerisco di leggere il post La Contessa del Lago fantasma partorito grazie ad un’escursione fatta agli inizi di dicembre dell’anno scorso insieme agli amici del blog (ma anche con Una donna bellissima… vi divertirete a sprofondare nella tana del bianconiglio…).

Quando ho iniziato ad incuriosirmi di toponomastica alpina, mi si sono davvero spalancati orizzonti senza fine grazie ai quali mi sono proiettato, come in una macchina del tempo, in un viaggio meraviglioso che mi ha spinto ad inseguire  le tracce della colonizzazione delle Alpi.

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Una notizia molto recente su quest’aspetto (evidentemente non compreso nella sua importanza), inerente il territorio della Valle d’Aosta, la trovate qui:

www.dagospia.com/rubrica-3/politica/linvasione-della-val-daosta-per-quale-motivo-nella-regione-alpina-autonoma-i-nomi-italiani-50037.htm

Il tempo rubato

Il vero antidoto contro la modernità è riprendersi il tempo. Vivere spazi di tempo liberato.

Marco Belpoliti, sulle pagine del quotidiano “La Stampa”, ci parla della generazione “No future” grazie a due libri: uno è di Marc Augé (l’antropologo francese che ha elaborato il concetto del nonluogo), e si intitola “Futuro“, e l’altro è di Gustavo Pietropolli Charmet che ha scritto “Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli“.

[…] È in corso un vero e proprio scippo del tempo, l’effetto di un’attiva invidia degli anziani, che culmina nella requisizione del tempo di vita dei ragazzi, per farlo diventare tempo della scuola, come accade nei licei, o del dopo scuola, come nelle attività sportive e nei corsi di addestramento, dalla musica alla dizione, fino alle vacanze-studio in Inghilterra: «tutte creazioni adulte finalizzate a ridurre il tempo libero dei ragazzi». […] Leggi il resto dell’articolo

La leggenda dell’Uomo Selvatico

Il giornalista Carlo Grande (http://www.lastampa.it/grande) ci parla del Carnevale e delle figure mitologiche come quella dell’Uomo Selvatico presente in tutto l’arco alpino.

La prima volta che ebbi l’occasione di sentire parlare di queste leggende, fu durante un ciclo di incontri serali organizzato dal CAI di Torino alla fine degli anni ’90. Tra i vari partecipanti ci fu anche l’allora vicepresidente del CAI, Annibale Salsa. Rimasi molto impressionato dalla sua competenza e bravura nello spiegare dell’importanza di certe figure nella cultura alpina.

Ecco l’articolo interessantissimo comparso nella rubrica “Mertedì tempi degli animali” del quotidiano “La Stampa” nell’edizione del  7 febbraio.

Qui sotto invece riporto un articolo scritto proprio da Annibale Salsa sulla figura dell’Uomo Selvatico. Leggi il resto dell’articolo

La cultura del limite

[…] “Tra tutti gli insegnamenti, ve n’è uno in particolare che Salsa ricorda volentieri: “la cultura del limite”. Per le genti di montagna, per i rustici montanari di un tempo, ciò significava non spingersi in zone pericolose o non chiedere troppo alla natura che li nutriva: insomma non eccedere con le proprie azioni per evitare di sbilanciare i delicati equilibri naturali. La cultura del limite, accolta poi anche dagli alpinisti, significa conoscere proprietà e limiti, per esempio, dell’attrezzatura per la scalata. “Sia per i popoli di montagna, sia per gli alpinisti d’oggi, la conoscenza di ciò che si può e non si può fare è alla base della sicurezza, del non mettere a repentaglio la propria vita. Ma per imparare questa cultura, per sapere fino a dove ci si può spingere, bisogna conoscere il territorio”. Solo così si può conoscere meglio anche se stessi, le proprie potenzialità ed i propri limiti.” […]
Tratto da “ lo “sguardo” di Annibale Salsa

Venerdì scorso, sul quotidiano La Stampa, mi imbatto in un articolo, che potete leggere integralmente alla fine di questo post, di cui riporto qui un breve pezzo che mi ha particolarmente colpito. L’articolo in questione si intitola “Dal fondo dell’oceano una lezione per l’umanità – Non siamo onnipotenti“, ed è davvero molto illuminante. E’ stato scritto da Luca Mercalli che da qualche tempo a questa parte è una delle firme più prestigiose de La Stampa. Ritrovo così, con immenso piacere, anche tre le sue affermazioni, quel concetto del limite, tanto connaturato nelle genti di montagna quanto pericolosamente assente nella nostra epoca progettata da filosofie “no limits” che purtroppo possiamo notare in tanti aspetti della nostra vita: no limiti allo sviluppo, no limiti alle acrobazie finanziarie che hanno affossato l’economia globale, no limiti allo sfruttamento dell’uomo come macchina per far soldi, no limiti al consumismo, no limiti allo spreco, no limiti ai rifuti, no limiti all’avidità,…

[…] Quindi la macchia oleosa, che fa danni dilagando sulle acque, e che ne avrebbe fatti comunque altri anche se fosse andata in fumo al termine del suo canonico destino verso un motore termico, porta con sé il messaggio del limite. Lo stesso elemento che cent’anni fa svincolava l’umanità dal limite della fatica fisica e della penuria materiale, oggi è foriero di una verità che non si può più nascondere: la Terra, le sue potenzialità di erogare risorse e metabolizzare rifiuti, non sono infinite.” […]

L’articolo integrale di Luca Mercalli, che vi suggerisco vivamente di leggere, lo trovate cliccando qui.

Beppeley

I nonluoghi

In alcuni post, e commenti vari su questo blog, qualche volta si è tirato in ballo il concetto di nonluogo (per esempio in questo mio commento sul post “Genius Loci“). Ho scoperto Marc Augé, l’antropologo francese che ha coniato questo termine, leggendo il libro di Annibale Salsa.

L’altro giorno, in una delle mie crisi mistiche, intercetto il blog di Ameya, dove ogni tanto amo approdare, per mettermi un po’ davanti allo specchio e capire qualcosina in più di me stesso, e scopro con immenso piacere che argomenta proprio su quel concetto. E lei lo fa in maniera splendida, chiarendo ancora di più questo neologismo che, di primo acchitto, può essere di non immediata comprensione.

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Avere nuovi occhi

Una cosa è certa. Per conoscere un territorio ricco e complesso come quello delle Alpi c’è un solo modo: mettersi in cammino. Ma, attenzione, è necessario non commettere l’errore di preparare il viaggio con troppa cura. Il viandante (o flâneur, o Wanderer, o Bergvagabunden che dir si voglia) non si pone mai mete inderogabili, e la paura di girare a vuoto, di perdere tempo, non dovrebbe esistere nemmeno per il camminatore alpino moderno. […] Escursionismo, dal latino ex currere, ovvero “porsi fuori”: un’attività innanzi tutto culturale che riprende quell’aspirazione all’altrove propria dei poeti romantici e dei viaggiatori europei del Grand Tour mossi alla ricerca di conoscenza e virtute. Una conoscenza congiunta all’andare e che riflette un insopprimibile bisogno di libertà. Per questo, io credo, camminare senza fretta […] può essere considerato oggi una forma di controcultura, l’antidoto a una vita dominata dall’ansia di fare, dall’assillo moderno della misurazione del tempo e della velocità. Non facciamo nostra la psicologia del weekend, no all’ossessione del fine settimana: quel tempo libero nella società moderna non è mai un tempo liberato, perché non interrompe la consuetudine di una quotidianità vissuta all’interno di un orizzonte metropolitano. […]

Questo il pensiero del Presidente Generale del CAI Annibale Salsa nell’introduzione al numero speciale di Meridiani Montagne sulla Via Alpina occidentale. Leggi il resto dell’articolo

Annibale Salsa e le identità da indossare

[…] Per “salvare” le Alpi bisognerà essere molto aperti sul piano delle nuove culture (anche migratorie) e dell’innovazione (anche tecnologica). Ma soprattutto occorrerà far propria una visione del mondo capace di valorizzare le differenze ed eliminare le separazioni, specie se – come conclude Salsa – nella relazione con la montagna “si realizza la pienezza del rapporto a tre livelli fra natura, relazioni sociali e interiorità soggettiva… La montagna può realizzare anche sul piano psichico quell’esperienza olistica che altre visioni alla moda  hanno eluso o apertamente confutato”.

Chissà che, dopo tanto sognare e tanto ridimensionare, non si impari a vedere le Alpi come un pezzo del nostro mondo, solo più fragile e più bisognoso di intelligenze.

Enrico Camanni – settembre 2007

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Solstizio d’estate a Monaviel

sole

A cavallo del solstizio d’estate, nel periodo in cui la luce si attarda più a lungo, la voglia di escursionismo esplode, si fa prorompente come un bisogno naturale che attende una pronta risposta culturale. E’ una sensazione profonda che ti avvolge e che ti fa sentire la necessità di condividere con gli altri le emozioni più vere. Il desiderio dell’“esotico” trova appagamento anche vicino a casa soprattutto quando, come oggi, il viaggiare si è banalizzato ed omologato.

L’andar-per-monti restituisce il sapore delle cose autentiche se viene praticato con “intelletto d’amore” se riesce a porci in sintonia con i ritmi della natura e dei montanari di un tempo, se viene declinato con ”scienza e coscienza” attraverso la capacità di meravigliarci e di stupirci. Proprio su questi ultimi due concetti vorrei fermare l’attenzione. La noia e l’apatia che opprimono gli uomini del nostro tempo (soprattutto i giovani) sono il rovescio della medaglia dell’ansia da prestazione (generatrice di stress) che accompagna l’ideologia “sportiva” dominante, tutta giocata sulla performance, su di un antagonismo amorale che sfocia spesso in palese immoralità (sopraffazione, voglia di emergere ad ogni costo ed a qualunque prezzo, doping ecc.) e travolge con sé anche il residuo di quel sano agonismo destinato a diventare sempre più una vuota enunciazione retorica. Leggi il resto dell’articolo

Alberi, le Colonne del Cielo

Prendo spunto da un articolo sulla morte delle querce (pubblicato da La Stampa il 2 marzo 2009 e che riporto alla fine di questo post) per parlarvi delle agende che il Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano cura ogni anno. Una di queste – davvero un’opera meravigliosa – è stata dedicata nel 2007 proprio agli alberi. Vi riporto la presentazione del Presidente Generale del Club Alpino Italiano, Annibale Salsa. Segue l’articolo del quotidiano La Stampa.

Alberi: testimoni muti del linguaggio vivo della Natura. L’appuntamento con l’Agenda 2007 del Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano è stato preso, dunque, con il mondo degli alberi. La loro presenza nella montagna, soprattutto nella media montagna ma non soltanto, genera frequentemente forme di benefica simbiosi con l’escursionista/alpinista. Egli, nel percorrere passo dopo passo, i sentieri dei boschi spesso per andare oltre ma anche per restarvi dentro – intrattiene un dialogo, quasi una “relazione di aiuto” con questi “fratelli separati”. La pianta, più degli animali, permette l’apertura di un dialogo e di una discorsività che non ha bisogno della parola o di qualsiasi emissione di voce umana, poiché si dipana nel silenzio della comunicazione meta-verbale.

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Sentieri

Sto rileggendo il bellissimo e difficile libro del Presidente del CAI Annibale Salsa (Il tramonto delle identità tradizionali – Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi edito da Priuli & Verlucca) dove riesco spesso a ritrovare quelle parole e quelle riflessioni che sanno dare un senso al mio essere uomo tra le montagne. Quando mi inoltro nella lettura è come se metaforicamente mi allontanassi dalla riva (la mia esperienza urbana?) e così riesco a vedere le cose nel suo insieme. Vi siete mai chiesti cosa rappresentano oggi i sentieri? Si domanda Annibale Salsa:

“I sentieri, le mulattiere, le antiche strade di arroccamento che cosa rappresentano ancora? Oggi li classifichiamo, li cataloghiamo come manifestazioni di una viabilità minore che si sta perdendo. Solo le associazioni alpinistiche ed escursionistiche, d’intesa con le Comunità montane, apprezzano il valore culturale ed economico di tali infrastrutture ma, putroppo, la mentalità prodotta e veicolata attraverso i ben noti circuiti mediatici non ne fa comprendere pienamente il valore. E’ difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Quest’ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. Il disprezzo per la teoria (il vedere che precede l’agire) sta generando derive che, lungi dal promuovere un saggio pragmatismo, favoriscono un empirismo rozzo ed inconcludente. La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della “nostra esperienza vissuta” (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli. La montagna ritorna ad essere percepita come un “incidente di natura”, una sorta di corrugamento penalizzatore. Se si analizzano i tratti fondamentali di questa filosofia di fondo (seduttiva e stregante), ci si accorgerà che alla base c’è proprio una libidine dell’effimero.”

Che,  vorrei aggiungere io, non porta da nessuna parte, in nessun luogo.

 by Beppeley