Uja di Ciamarella (3676 m)

Ciamarella da Punta Collerin

Il versante Ovest dell’Uja di Ciamarella (3676 m) dove passa la “normale”

Grazie a Giorgio Inaudi ho potuto apprendere la storia della collocazione dell’immagine della Vergine sulla vetta di una delle mie montagne preferite.

La vicenda si svolge centoquattordici anni fa.

Per chi non lo sapesse, l’Uja di Ciamarella (3676 m) si eleva completamente in territorio italiano e rappresenta la cima più alta delle Valli di Lanzo (superata nel settore delle Alpi Graie meridioniali solo dallo Charbonel, 3752 metri).

Il primo salitore è stato l’ingegnere catastale Antonio Tonini insieme al suo canneggiatore Ambrosini, aprendo così la via “normale” il 31 luglio 1857. Erano ancora lontani i tempi dell’alpinismo eroico ed il Club Alpino Italiano non era ancora stato fondato.

Il nostro uomo si avventura in cima alle montagne per portare a termine il suo lavoro: misurare i rilievi. Le sue doti alpinistiche e di intuizione possono essere paragonate ai grandi alpinisti attuali. Non dimentichiamoci che in quel periodo la montagna era dimora di diavoli, mostri e di anime in pena del purgatorio imprigionate nei ghiacci e lo stesso Tonini non trovò nessuno che in Balme lo accompagnasse nelle sue ascensioni. Ambrosini fu obbligato nella salita sulla Ciamarella, pena il licenziamento.
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Antonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni

Antonio_ Castagneri

Antonio Castagneri detto Tòni dìi Toùni (1845-1890)
ritratto di Gigi Chessa

Ho scritto tempo fa dell’Ecomuseo delle Guide Alpine di Balme  “Antonio Castagneri” ed ora cerco di raccontare il personaggio al quale è stato dedicato l’Ecomuseo stesso.

Non lo faccio usando parole mie, ma quelle del  reverendo  W.A.B. Coolidge grande estimatore del nostro Tòni dii Toùni e pure lui abile esploratore ed alpinista nel periodo vittoriano.

Questa sua commemorazione/elogio è stata pubblicata  dall’ Alpine Club of London sulla più antica e  prestigiosa tra le riviste di montagna: Alpine Journal (da qui si può ben intuire che la fama di Antonio Castagneri aveva valicato i confini italiani e lo stesso Coolidge ne apprezzava le doti, lui così duro ed avido di guidizi nei riguardi dei montanari francesi ed italiani per via della loro arretratezza culturale e sociale). Quella che riporto qui sotto è stata recuperata da Barmes News n.14.

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I misteri delle Courbassère

Courbassère

Alpe Cré dou Riàn (1124 m). Sullo sfondo Testa Pajan

Un’escursione alla scoperta delle incisioni rupestri delle Valli di Lanzo grazie all’amico Giorgio Inaudi.

***

Chiunque abbia frequentato una scuola di alpinismo nella provincia di Torino conosce bene la palestra delle Courbassère ad Ala di Stura, nelle Valli di Lanzo. Una distesa di blocchi di grandi dimensioni, di roccia scabrosa e talvolta addirittura abrasiva, che stende in pieno sole, al riparo dai venti che soffiano dall’alta valle. Il posto ideale per cimentarsi nei primi passi di arrampicata, per provare il brivido della corda doppia, fino alle difficoltà più sostenute. Una bella fontana, alcune panchine di legno ne fanno un luogo accogliente, senza trascurare la possibilità di ristorarsi nella rustica e simpatica trattoria che sorge nei pressi del piazzale sottostante. Leggi il resto dell’articolo

Il fascino della grande parete

E’ possiiscrizionebile immaginare, con uno “sguardo” cittadino, che una parete di roccia possa essere un luogo che custodisce un vissuto umano molto importante? Qualcuno, che sa molto di montagna, ogni tanto parla di “paesaggio culturale”, ovvero di ciò che non è immediato percepire con i nostri occhi se prima non abbiamo fatto provvista di conoscenza. E allora proviamo a guardare con occhi culturali, grazie a Giorgo Inaudi, uno straordinario paesaggio di alta montagna.

Giorgio ci narra della parete che sovrasta il Comune di Balme (Val d’Ala, provincia di Torino) e di come, per poter sopravvivere in ambienti ostili, si è cercato di “addomesticarla” non dimenticando, però, tradizioni ed usanze.

“Quest’oggi tempo bello sono a cercare sette pecore per queste montagne del diavolo”.

E’una delle tante iscrizioni che si trovano incise sulle rocce a picco che sovrastano le case di Balme. Molte recano nomi e soprannomi, date, osservazioni sul tempo, sulle stagioni, sul lavoro, ma ci sono anche dichiarazione di fede religiosa o di filosofia di vita come, ad esempio, tuti abbiamo di morire oppure cibrario tundu’ giuan domenico dei costantini figlio di costantino di uceglio buon pastore per fare pascolare le pecore e vi saluto tutti in paradiso se procureremo di andare, ali 26 di ago 1865.

L’Ròtchess” – le rocce –  è il nome che i Balmesi danno alla grande parete che incombe sul loro villaggio e che sulle carte militari è indicata con il nome di Torrioni del Ru [NdA: “Ru” significa “canale irriuguo di alta quota”].

Una parete priva di vegetazione e solcata da cascate, che piomba per quasi mille metri di salto dalle vette della Punta Rossa e dell’Uja di Mondrone fino dietro ai magri campi e le vecchie case di pietra. Una parete che di lontano appare uniforme e compatta e che invece si articola in una miriade di anfratti, di canali, e di torrioni, che assumono reali proporzioni soltanto quando le nuvole s’insinuano nel rilievo delle creste e dei contrafforti o quando la neve si posa sulle cenge e sulle terrazze, disegnando i contorni di un gigantesco labirinto verticale. Leggi il resto dell’articolo

Torre d’Ovarda (3069 m)

diapositivaReduce da una serata organizzata dal Corso Base di Escursionismo del C.A.I. UGET Torino,  in cui si affrontava il primo soccorso, la chiamata del 118 e l’organizzazione del Soccorso Alpino, ho ritenuto interessante riportare un articolo (più sotto) scritto dal nostro amico Giorgio Inaudi per Barmes news n.15 che parla di un intervento accaduto negli Anni ’20 del secolo scorso.

Oggi il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, che fa parte del Club Alpino Italiano ed è un’associazione di volontariato senza scopo di lucro, è nato ufficialmente nel 1954 ma il grande spirito di solidarietà delle genti di montagna ha sempre permesso, anche prima di quella data, il soccorso in montagna  fin dalla nascita del C.A.I. (1863).

La Repubblica Italiana, con Legge 74/2001, ha riconosciuto al C.N.S.A.S. la funzione di Servizio di Pubblica Utilità sul territorio nazionale. Leggi il resto dell’articolo

Il ponte delle Scale

Ponte delle Scale…ma la valle si restringe ancora, di rado scorgersi la Stura a grande profondità,  finchè il Ponte dell Scale (era stato ricostruito in pietra nel 1584 (VII;57) verso il 1606 un’inondazione che desolò la Val d’Ala lo distrusse per la prima volta), ardito, ad un arco solo, appare sull’acqua, e deve mettere una nota assai triste nel paesaggio, per chi non ignora che a poca distanza da quello, trovasi il comune di Pertusio (VII; 58) che già danneggiato da forte inondazione nel 1645, andò distrutto per sempre dalla Stura il 17 di settembre del 1665, dopo un violento temporale; ed una tradizione ricordata dagli alpigiani narra che i suoi abitanti perirono tutti, travolti insieme al gregge dalla violenza dell’acqua. – Le Valli di Lanzo – Bozzetti e leggende di Maria Savi Lopez, Torino, 1886, Libreria Editrice Brero.

Leggendo il commento di Ariela Robetto al post Quando le masche ballavano al Piano della Mussa, che ci incanta con un’altra leggenda che vede coinvolta la zona di Pian Soletti,  mi è venuto in mente il bel ponte delle Scale, situato poco sotto la chiesetta – siamo a l’anvers (versante in ombra)  della Val d’Ala -,  che  collegava il Comune di Ceres con Ala di Stura ed il resto della Valle. Più volte distrutto nel corso dei secoli dalle alluvioni, ed altrettante volte ricostruito subito dopo, ha visto, sembra, la sua fine definitiva dopo la piena devastante dell’ottobre 2000. Da bimba, con mia nonna, camminavo sulla mulattiera pulita fino alle malghe Le Quaie. Per me (bimba cittadina) era sempre un’emozione nuova arrivare là, sentire il rumoreggiare della Stura, avvicinarsi al Ponte ed immaginare di trovare strani personaggi che mi sbarravano la strada e pretendevano un obolo per poi scomparire… Probabilmente sono gli stessi folleti (foulàt) che hanno nascosto a casa mia il negativo della foto qui pubblicata (o è solo il mio disordine?) tant’è che sono andata a rifotografarla a casa di una mia amica che la tiene  appesa ad una parete.

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Quando le masche ballavano al Piano della Mussa

Gorgia di Balme

(archivio Gianni Castagneri)

I miti e le leggende (dispositivi mentali formidabili che le popolazioni tramandavano per spiegare i fenomeni naturali e l’origine del mondo) sono scomparsi ai tempi di internet o ci permettono ancora di elaborare, di fronte alla crisi, progetti e sogni per il nostro futuro?

Vi presento, grazie a Giorgio Inaudi “le masche, mascoùn, i foulàt” che popolano Balme..

Sono molti i viaggiatori, anche illustri, che, giunti a Balme per la prima volta, furono affascinati dalla cupa e selvaggia bellezza dei luoghi. Una bellezza che, durante il giorno, può apparire severa e grandiosa ma che diviene sinistra e spettrale al crepuscolo, quando la luna si alza ad illuminare le grandi pareti rocciose che incombono sul villaggio, ormai lambito dalle ombre che salgono dalla Gòrdji, la cascata dove precipitano le acque gelide dello Stura.

Non è più la montagna solare, idilliaca ed oleografica delle cartoline, ma un mondo misterioso e inquietante, che ne prende il posto ogni sera, dove la soglia tra la realtà e il soprannaturale non appare più così precisa e netta. Un mondo dove sembrano diventare possibili incontri che altrove non avvengono, se non nei sogni e negli incubi. Leggi il resto dell’articolo

Scartablàri d’la modda d’Séreus (Valàddeus eud Leuns)

copertina vocabolarioPresso una gremita Sala Consiliare del Comune di Ceres (TO) gli autori Diego Genta Toumazìna e Claudio Santacroce – insieme al Sindaco Davide Eboli – hanno presentato sabato 27 aprile il volume dello Scartablàri d’la modda d’Séreus (Valàddeus eud Leuns) – Vocabolario del Patois Francoprovenzale di Ceres (Valli di Lanzo).

La lingua è viva ed in continuo movimento. Mi piace paragonarla ad una sorgente:  sgorga pura ma prima di giungere alla foce si contamina.

Questo vocabolario è la base di partenza per fissare vocaboli magari in disuso o dimenticati e parlati solo più da qualche anziano del paese.

Tramandare il patois non è una lotta contro il tempo, la contaminazione esiste.  Prima dal piemontese e dall’italiano e poi, chissà, le prossime saranno il cinese ed il rumeno o l’arabo a contaminare questa parlata.

In nome di un’unità nazionale e quindi di un’unica lingua, non si insegnava ai piccoli il proprio dialetto per paura che, giunta l’età scolare, questi non sapessero parlare correttamente l’Italiano.  Diversi studi dimostrano, invece, che i bimbi avendo a disposizione più codici linguistici (ad esempio il dialetto e  l’italiano) apprendono più facilmente anche altre lingue. Leggi il resto dell’articolo

Quando i pastori parlavano ai mesi

greggeOltre a studi approfonditi sul clima non dimentichiamoci dei detti popolari e l’acuta osservazione della natura da parte dei montanari unita ad uno spirito di sopravvivenza…

Articolo a cura di Giorgio InaudiBarmes news n.15

A Balme avviene spesso che il mese di aprile, invece di portare la primavera, come avviene alle quote più basse, porti invece furiose tempeste di neve. Qualche volta accade addirittura che siano le nevicate più intense dell’anno, magari dopo un inverno avaro di precipitazioni, trascorso a sperare l’arrivo della sospirata neve tra una perturbazione annunciata e un’altra che si risolve soltanto in un po’ di tormenta e di vento marino. Leggi il resto dell’articolo

Ometti, cairns, bounòm e mongioie

Scopro per caso un interessante articolo di Giorgio Inaudi (scritto per “Barmes News“, la rivista semestrale del piccolo villaggio alpino di Balme, ricca di spunti culturali e di curiosità) che ci parla di quei monticelli di pietre che sovente si incontrano lungo i sentieri di montagna. Ce ne sono di diversi tipi, da quelli piccoli che ci indicano la direzione di marcia, a quelli giganteschi, veri e propri monoliti misteriosissimi, come quelli che si incontrano sui pascoli posti a mezzogiorno della Val Grande di Lanzo (per saperne di più, al termine dell’articolo di Inaudi lascio alcuni link per eventuali approfondimenti).

Ometti, cairns, bounòm e mongioie

Giorgio Inaudi

Chi frequenta l’alta montagna, soprattutto se ama uscire dai sentieri segnati, ha certamente avuto occasione di smarrirsi nella nebbia. È un’emozione certamente spiacevole, ma in qualche modo emozionante. Si perde completamente il senso dell’orientamento, non si capisce più se si sale o si scende, tratti brevi di strada appaiono lunghissimi e altre volte il contrario, creste e costoni perdono rilievo oppure si ingigantiscono come non mai, fino a confondere la nozione dello spazio e persino del tempo. Spesso si finisce per girare in tondo, soprattutto quando il terreno è innevato e può capitare di trovarsi a calpestare le proprie tracce e persino di seguirle fiduciosi, convinti di aver finalmente ritrovato il giusto cammino. Un’illusione che dura poco, il tempo di passare di nuovo davanti a quella certa roccia o di ritrovare il fazzoletto di carta lasciato cadere non molto tempo prima.

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I Francoprovenzali, chi sono, da dove vengono?

L’amico alpinista Giorgio Inaudi, scrittore di libri di cultura alpina e grande conoscitore di quell’area transfrontaliera che si rintraccia tra Valli di Lanzo e Savoia, mi ha permesso di pubblicare qui un suo articolo con cui spiega magnificamente chi sono i Francoprovenzali. Felice di poterlo condividere con voi e di lasciarlo veleggiare in rete.

Mille grazie Giorgio per la gentile concessione e per la tua splendida opera di divulgazione della cultura alpina.

I Francoprovenzali, chi sono, da dove vengono?
Giorgio Inaudi

Da molto tempo, ormai, è divenuto di moda parlare di minoranze linguistiche. Si potrebbe anzi dire che più si riduce il numero di coloro che si riconoscono nelle “lingue tagliate”, più l’argomento diventa attuale, o almeno “politicamente corretto”. Ma quanti sanno davvero che cos’è il patois francoprovenzale? Proviamo a cercare qualche spiegazione, senza rubare il mestiere ai glottologi ed ai linguisti.

Incominciamo dalla parola patois.

In francese significa genericamente dialetto, tuttavia nelle valli alpine occidentali c’è l’abitudine di chiamare patois in modo specifico le parlate che fanno parte delle famiglie occitana e francoprovenzale. A questo punto entriamo nel difficile, perché verrebbe spontaneo pensare che il termine francoprovenzale indichi una mescolanza di francese e di provenzale, ma non è assolutamente così. Si tratta invece di un gruppo di dialetti, più o meno simili tra loro, con caratteristiche distinte sia dal francese sia dal provenzale. Leggi il resto dell’articolo

Il silenzio della neve

Solo fino a qualche giorno fa, i giornali e le televisioni ci hanno inondato di notizie riguardanti le nevicate, più o meno “imponenti”, che si sono abbattute sulla nostra Penisola, al nord come al sud, creando gravi problemi nei confronti di cittadini ed istituzioni completamente impreparati ad affrontare eventi simili.

Anche in una città come Torino, sebbene la neve non abbia insistito come in altre zone del nostro Paese, ci sono state polemiche e lamentele per qualche disagio che la neve ha creato scombussolando il “normale” svolgimento della vita cittadina.

Durante quei giorni, catturato come tanti dal  flusso, anch’esso imponente,  di notizie, foto, servizi televisivi, interviste, attacchi vari ai sindaci delle città, polemiche e così via, ho pensato spesso ad un silenzio particolare, insolito, ma anche molto elegante ed eloquente. E’ il silenzio che proviene da certe valli alpine distanti solo un’ora di auto dalla metropoli in cui vivo.  Frugando nei ricordi dei racconti dei vecchi e tra le letture che ho potuto fare, ho pensato che grandi nevicate ce ne sono sempre state, anche quando non c’era tutta questa tecnologia che ci circonda e che ci fa sentire illusoriamente così potenti ma in verità così fragili da ritorvarci in un batter d’occhio profondamente smarriti e disarmati sotto un’insistente ed “inattesa” nevicata  da inverno di “una volta”.

Di questo silenzio, ammantato di bianco, vorrei rendervi partecipi riportando qui uno scritto del mio amico Giorgio Inaudi, autore di libri di cultura alpina, grande conoscitore e straordinario narratore di quell’area francoprovenzale che si rinviene nei dintorni di Balme, piccolo villaggio alpino delle Valli di Lanzo. Leggi il resto dell’articolo