L’immensità del cielo

Lia, la nostra cara amica montanara della Val d’Ala (la mediana delle Valli di Lanzo che si trovano a nord-ovest di Torino), con la sua sensibilità ed amore per la natura, ci racconta dei giorni trascorsi in montagna con il papà, quando ancora era una bambina.

Sarebbe bello poter ritornare qualche volta indietro nel passato, quando avevo la forza della gioventù, e poter rivivere alcuni momenti di vita.

RicoCamoscirdo i giorni in cui salivo in alta montagna con mio padre. Appena spuntava l’alba partivamo inoltrandoci su per i boschi, accompagnati dal cinguettio degli uccellini: il loro canto era un inno alla gioia del nuovo giorno. Camminando di buon passo raggiungevamo presto la sommità del bosco e, lasciando alle spalle gli ultimi faggi, grandi, immensi, salivamo percorrendo lo stretto sentiero che portava in alto, fino alla punta della Carlera, una splendida montagna della Val d’Ala.

Dall’alto delle rocce i camosci, immobili, seguivano ogni nostro movimento, le marmotte fischiavano forte correndo a nascondersi fra le pietraie, e il fringuello di montagna compiva rapidi voli.

LunGenziane e rododendrigo i pendii crescevano tanti piccoli frutti: mirtilli, fragole, lamponi e la gustosa uva ursina, squisiti e ricchi di vitamine. Fra le rocce aguzze c’erano fiori bellissimi, sassifraghe di ogni colore e, fra l’erba profumata, genzianelle, viole, ranuncoli, rododendri e altri fiori deliziosi con proprietà medicinali: l’arnica per i dolori muscolari, la genziana lutea per i problemi dello stomaco, il genepì e la ruta per la digestione, come pure la camomilla che è anche un calmante.

L’immensità del cielo, il profilo delle montagne, la purezza dell’aria ci facevano sentire vicini al Paradiso e dal cuore saliva una preghiera: “Grazie, mio Dio! Fa’ che l’egoismo umano non distrugga mai lo splendore del tuo creato”.

Ricordo, a proposito, una semplice, significativa poesia che mi disse un giorno una persona che, come me, ama e rispetta la natura:

Fiori di montagna!
Li avete mai visti? Sono meravigliosi.
Piccole gemme sopra uno stelo,
lottano vittoriosi, contro il vento, la pioggia e il gelo.
Lottano invano contro una mano.

Lia Poma

Le rogazioni

Pascolo-Borgata Missirola (1440 m)

Pascolo della borgata Missirola (1440 m) in Val Grande di Lanzo

…A fulgure et tempestate… Libera nos Domine!…
…A flagello terraemotus… Libera nos Domine!…
…A peste, fame et bello… Libera nos Domine!…
…Ut fructus terrae dare et conservare digneris… Te rogamus, audi nos!
…Ut pacem nobis dones. Te rogamus audi nos!…

La primavera è giunta dopo un inverno anomalo e caldo che solo in zona cesarini ha portato qualche perturbazione benefica per la montagna.

Il periodo delle rogazioni si avvicina. Questa antichissima tradizione di benedire i campi, che risale addirittura all’epoca delle celebrazioni pagane, poi cristianizzate dalla Chiesa, sta scomparendo e rimane viva solo nella memoria degli anziani montanari. Leggi il resto dell’articolo

La processione del Giovedì Santo

Ricordi pasquali narrati dalla cara amica Lia (una delle ultime montanare delle Valli di Lanzo), appartenenti ad un mondo alpino dove la presenza divina era molto sentita ed era parte integrante della natura e della vita lavorativa.

tarabacole

Tarabacole – Foto da Lou Bouletìn Ёd SérЁss

Il Giovedì Santo è una ricorrenza importantissima per tutti i credenti, perché è il giorno che precede la morte in croce di Gesù, la sua passione con le torture subite, il suo estremo sacrificio. Le nostre nonne ci ripetevano sempre: “Chi non partecipa alla processione del Giovedì Santo non è un buon cristiano”.
Verso le quattro del pomeriggio, un lungo corteo percorreva tutto il paese nel silenzio, le campane erano mute, qualsiasi musica era vietata, né feste né canti; le donne si vestivano di nero e tutti, a capo chino, camminavamo lungo la strada pregando in silenzio. A Ceres qualcuno ricorda che apriva la processione il Parroco con la croce; lo affiancavano i chierichetti e lo seguivano tre donne rappresentanti la Madonna, la Maddalena e la Veronica che reggeva un telo bianco con l’immagine del volto di Cristo. Leggi il resto dell’articolo

Lavoro ed arte: memorie di un tempo

Donna che fila

Donna che fila la lana
Provenienza foto Claudia – Chiaves

Questo modo di vivere descritto dall’amica Lia può essere considerato green economy ed economia sostenibile?
Buona lettura.

Filare la lana è sempre stato necessario, come tessere la tela. L’uomo, da quando è al mondo, ha dovuto difendersi dal freddo e dalle intemperie, specialmente sulle montagne ove l’inverno è rigido e molto lungo.

Ricordo con tanta nostalgia le lunghe serate nelle stalle, il calore degli animali e il rumore monotono del ruminare delle mucche.

Le mamme e le nonne filavano al lume di una grossa lucerna a petrolio perché nelle frazioni più lontane non c’era ancora la luce. Mentre le dita tendevano la lana e l’arcolaio girava velocemente, ci raccontavano storie di ogni tipo: paurose, educative, anche tristi. E noi bambini aspettavamo con gioia quel momenti. Leggi il resto dell’articolo

Vita di un tempo

Vi delizio con una narrazione della cara amica Lia che con il suo sguardo particolare ed attento ci racconta della pastorizia in montagna. Le borgate di cui parla sono situate nelle Valli di Lanzo (To) ma si può dire che la situazione era simile anche nelle altre vallate alpine.

Non molto tempo fa le nostre borgate e le nostre valli vivevano di pastorizia; ogni borgata era piena di vita, vi abitavano parecchie famiglie e ognuna di queste possedeva come minimo due mucche, alcune capre e anche pecore, specialmente queste, per la produzione della lana. Coloro che possedevano più capi erano considerati benestanti o quasi ricchi.

Alpe d'Attia - Transumanza

Alpe d’Attia – Ultimo tramud in luglio

In estate gli animali venivano portati sugli alpeggi, in alta montagna, oppure nelle baite, piccole, di bassa altitudine, ma molto salubri: così che gli animali davano un latte nutriente e molto abbondante.

Ricordo sempre la settimana dopo Pasqua: quando il parroco saliva nelle borgate a portare la benedizione nelle case e nelle stalle. In ogni stalla era appesa l’immagine di S. Antonio Abate protettore dei contadini e degli animali. Era una fede semplice, vera, fatta di rispetto verso Dio, creatore dell’universo; era la speranza della risurrezione di Gesù e della nuova vita.

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Un frutto d’autunno

l'albero del paneLia, cara amica e montanara delle Valli di Lanzo, prosegue con i suoi racconti di un tempo non troppo lontano.

Una velata malinconia traspare quando parla del nonno col suo profondo legame con la terra ed i suoi frutti e il rispetto per la natura.

La castagna è un frutto autunnale: buono, dolce, nutriente. Non a torto il castagno era anche chiamato l’albero del pane. In passato le nostre zone erano ricche di questi meravigliosi alberi e i loro frutti erano una vera fonte alimentare, non solo per gli uomini, ma anche per gli animali. Erano splendidi alberi, maestosi e molto robusti; i rami si estendevano come una grande chioma verde dalla quale pendevano migliaia di ricci e ogni riccio racchiudeva da tre a quattro castagne. Tutto questo ben di Dio era gioia e sicurezza per le famiglie: con la raccolta si riempivano le dispense assicurando una fonte di nutrimento per l’inverno, spesso fino alla primavera. Quando nelle stalle le mucche mangiavano fieno e castagne, il latte aumentava ed era molto più gustoso.  Leggi il resto dell’articolo

Vita di un tempo nelle Valli di Lanzo

Chiesetta di montagna

La signora Lia, nativa delle Valli di Lanzo, ci racconta di una fede genuina “montanara” che è un tutt’uno con la propria vita, la natura ed il luogo in cui vive.

Quando nelle case non c’era la televisione, tutto era molto più semplice, oserei dire più umano. Nonostante le fatiche del lavoro pesante, nelle famiglie padri e figli, nonni e zii, giovani e anziani, trovavano sempre il tempo per dialogare, per stare insieme. Specialmente i nonni erano fonte di continui insegnamenti, erano una grande scuola di esperienza e di educazione, tanta era la loro saggezza. Leggi il resto dell’articolo

Spaccapietre

giovane donna con il garbin

Provenienza foto: “Lou Bouletìn ëd Sérëss” – Marzo 2013

Presento un’altra testimonianza scritta dalla cara amica Lia, montanara della Val d’Ala, che mi ha gentilmente concesso di pubblicarla qui.

Buona lettura!

Il tempo scorre veloce anche se qualche volta sembra non passi mai: è la nostra vita che rallenta ed è il ciclo naturale di noi tutti. Invecchiando le cose si osservano più intensamente e in modo diverso: si ripensa al passato e a coloro che ci hanno preceduti.

Quando percorro la strada provinciale che da Ceres sale ad Ala di Stura mi soffermo a guardare tutto il paesaggio: la strada asfaltata, bella, comoda, la natura tutto attorno selvaggia, i pendii coperti da ogni sorta di alberi, i rovi, le rocce enormi e le estese pietraie.

Nel 1920 questa strada era poco di più di un largo sentiero sterrato, percorso da calessi trainati da cavalli o da muli e da qualche rarissima vettura. La signora Solero Claudina di Bracchiello mi raccontava spesso di quegli anni. Noi ragazzi, diceva, finita la scuola e durante le vacanze eravamo mandati a fare la ghiaia per ricoprire la strada. Muniti di un sacco di iuta pieno di foglie secche per poterci inginocchiare sopra, spaccavamo tutto il giorno pietre che gli operai staccavano dalla montagna con le mine. Leggi il resto dell’articolo

Il “garbin”

Uno spaccato di vita montanara non troppo lontana nel tempo… non è raro, ancora oggi, vedere camminare persone sotto il peso di fieno o di foglie, oppure trasportare riso, toma e salsiccia per la festa di qualche deliziosa borgata adagiata sulle montagne…

La montagna è sempre stata vista come simbolo di forza, di durezza e il montanaro come un essere a parte: robusto, di carattere chiuso, indomito, abituato ai sacrifici più pesanti, alla durezza del clima, ai pericoli delle valanghe, alle camminate lunghe e pericolose. Tuttavia l’intelligenza umana, da sempre, ha cercato di alleviare questa vita grama, cercando di rendere la fatica più sopportabile. Purtroppo si poteva fare ben poco, perché, essendo poverissimi, mancavano sempre i mezzi di qualunque genere.

Qualsiasi merce doveva essere trasportata sulle spalle: non esistevano né strade, né motori e spesso anche gli animali non potevano essere usati perché, in certi punti, le rocce erano enormi e i pendii troppo scoscesi. Solo l’uomo riusciva a mala pena a passare sui sentieri e sui valichi stretti e im­pervi, caricandosi ogni cosa sulle spalle o sul dorso.

Da qui l’idea di costruire i garbin, contenitori, se così posso dire, alcuni più piccoli, altri più grandi a seconda di chi doveva farne uso: erano piccoli se i portatori erano donne o ragazzi, per non dire bambini.

Venivano costruiti con vimini intrecciati, li vench, rami del salice, pianta che allora si coltivava proprio per questo uso come pure per le gerle che però erano poco usate. In primavera, quando la linfa del salice risale lungo il tronco fino ai rami più lunghi,  questi venivano accuratamente tagliati lasciando il tronco potato con cura: in tal modo ogni due anni si poteva ripetere la stessa operazione. Ai vench, o vimini, appena raccolti, veniva tolta completamente la corteccia; rimanevano bianchissimi e, legati in tante piccole fascine, erano messi sui solai a indurire per almeno tre mesi. In tal modo, arrivato l’inverno, erano pronti per essere intrecciati; prima però bisognava lasciarli a bagno nell’acqua per almeno una settimana per riacquistare elasticità perché non si spezzassero quando venivano intrecciati.

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I Serayé

Autunno: tempo di letture.

Ed io pubblico volentieri uno scritto di Lia sulla vita economia della valli di un tempo non molto lontano.

Nel 1800 le Valli di Lanzo erano ricche di materiale ferroso: molte le miniere in cui si estraeva il ferro. Così si ebbe un forte sviluppo artigianale: dalle serrature a Ceres, ai chiodaioli di Mezzenile.

La costruzione delle serrature era compresa principalmente tra Almesio, Chiampernotto e Mezzenile. Erano fatte completamente a mano da fabbri che utilizzavano il materiale estratto dalle miniere locali. A Ceres, nel 1820, il Francesetti segnalava un consistente numero di officine. Il Clavarino nel 1867 confermava la notizia, precisando che queste serrature venivano anche smerciate a Torino, con un introito annuo di lire 15.000. Erano moltissime le famiglie di serayé,  fabbri serraturieri che lavoravano in piccole officine a domicilio.

Di grande importanza fu l’azienda fondata a Ceres nel 1823 da Pietro Bertoldo, originario di Almesio, e continuata, di padre in figlio, da Maurizio, Mario, Pietro; ultimo della dinastia Sergio Bertoldo. Mario Bertoldo diede una vera impronta all’azienda, con il marchio B.M. (poi modificato nel 1940 dal figlio Pietro in B.M.C.); da vero imprenditore, fece costruire una serratura da un bravo artigiano di Ceres e con questo manufatto partecipò, nel 1924, all’Esposizione di Roma, ricevendo una meritata onorificenza. In seguito l’azienda espanse il proprio giro di affari in tutta Italia e nelle isole. Leggi il resto dell’articolo

Arposes

Alcuni anni fa ho avuto ancora la fortuna di risalire in alta montagna verso la punta Carlera in Val d’Ala, ove vi sono tuttora alcuni alpeggi. Salendo su sentieri ripidi e sconnessi, spesso pericolosi, mi ritornavano alla mente una valanga di ricordi. Forse l’età ci fa osservare e riflettere di più, essendo ormai lontana la frenesia del tempo veloce della gioventù.

Salendo con calma, sono ritornata al tempo passato quando, con i miei nonni, facevamo la transumanza: era davvero una faticaccia, ma era anche molto bello accompagnare gli animali lungo i sentieri, sempre più in alto.

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La scuola di una volta

Aula dell’ex Istituto Bricco (Martassina – Valli di Lanzo)

Ogni giorno sentiamo ripetere che la scuola ha perso ogni valore, che i programmi stancano questi poveri bambini… stressati dalla fatica, che gli insegnanti pretendono troppo!

Siamo sicuri che sia così? Certo la scuola è cambiata e i metodi sono diversi.

Vorrei tornare indietro nel tempo, come scolara.

Nel Comune di Ceres vi erano allora quattro scuole comunali: a Ceres, Bracchiello, Grange Almesio e Fè. Essendo queste borgate molto abitate, ogni scuola era frequentata almeno da 15/20 ragazzi.

Molte famiglie di margari salivano in primavera agli alpeggi che erano situati a notevole distanza. Eppure i bambini continuavano a frequentare regolarmente la scuola, percorrendo chilometri con la loro cartella di legno sulle spalle. Al mattino presto già scendevano dalla montagna, su sentieri irti e difficili, agili come piccoli camosci, allegri come fringuelli, con il sole, con la pioggia e spesso ancora con la neve e facevano ritorno a casa mai prima delle due del pomeriggio. Nelle tasche avevano solo qualche noce e un pezzo di pane.

Spesso, durante l’inverno, ognuno portava un pezzo di legno per riscaldare la stanza in cui si tenevano le lezioni: c’era una piccola lavagna per imparare i numeri, pezzetti di gesso per scrivere e, su ogni banco, un calamaio pieno di inchiostro. Dovevamo stare attenti a non intingere troppo il pennino perché erano guai seri le «grosse macchie sui fogli»! La carta era considerata un bene prezioso: se strappavamo un foglio dal quaderno, la maestra ci toglieva un voto.

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I piloni votivi

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Tutti  noi, giovani o anziani, camminando lungo le strade e i sentieri delle nostre borgate e delle baite in montagna, ci siamo fermati a guardare queste piccole costruzioni, “I piloni votivi”. Quanti ne abbiamo visti! Alcuni piccoli, altri molto grandi, quasi piccole cappelle, tutti esempi di fede, di religiosità, talvolta anche di superstizione; e, nelle loro nicchie più o meno grandi, immagini sacre, Crocifissi, Madonne dallo sguardo dolcissimo. Sono stati costruiti spesso in ringraziamento per pericoli miracolosamente scampati, spaventose calamità naturali o per gravi incidenti.

I nostri nonni avevano tanta fede, ma soprattutto il “timor di Dio”, ormai sempre meno sentito. Il pilone era considerato luogo di devozione: passando davanti alla nicchia molti si facevano il segno della croce. Personalmente mi sono fermata tante volte per una breve preghiera.

Ho visto piloni in alta montagna nei luoghi più impervi, vicino alle baite. Mi ha sempre colpito un fatto: mentre le case venivano costruite in pietra a secco, spesso mal riparate, i piloni erano costruiti con sabbia e calce, perfetti nelle linee, il piccolo tetto coperto da lose, sormontato da una croce di ferro. Il biancore dei loro muri, fra il verde dei prati e dei boschi, faceva un forte contrasto, visibile da molto lontano ed era proprio questo a incutere rispetto per il luogo.

Degno di nota è il pilone, dedicato a San Vito, che si trova sulla provinciale di Voragno, salendo verso destra. Si racconta che un corteo funebre, scendendo lungo la strada per portare il defunto al cimitero di Ceres per la tumulazione, si fermò alla “posa”, luogo dove veniva posata la cassa per un breve tempo (una volta le salme venivano portate a spalla chiuse in una rudimentale cassa di legno). Ad un tratto coloro che stavano accanto al feretro parvero udire alcuni rumori provenienti dalla cassa; stupiti e anche un po’ timorosi decisero di sollevare l’asse di legno che,  fungeva da coperchio. Quale non fu il loro stupore nel vedere l’uomo disteso dentro al feretro che dava segni di vita! Portati i soccorsi necessari, l’uomo riprese piena coscienza; alcune testimonianze asseriscono che visse ancora per molti anni. Per questa miracolosa ripresa della vita fu costruito il pilone di San Vito, tuttora in buono stato di conservazione.

Con tristezza e nostalgia dobbiamo constatare che queste dimostrazioni di fede non sono più sentite. Molti piloni, testimonianza della religiosità e della civiltà della nostra gente di montagna, sono oggi coperti da rovi e cespugli o sono addirittura crollati; solo in rare nicchie resta qualche immagine del tempo che fu.

Ormai l’uomo si ritiene superiore ad ogni legge, come se fosse immortale.

Lia Poma

Per approfondimenti cliccare qui (il file e’ in pdf).

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I racconti di una montanara

Il nostro blog si impreziosisce delle testimonianze della nostra cara amica  Lia, il cui cuore immenso abita una minuscola frazione della Val d’Ala dove il campanile della sua piccola Cappella scandisce il tempo di questo angolo silenzioso delle Alpi Graie (la foto qui a lato non rappresenta la Cappellina di tale frazione ma è altrettanto preziosa ed amata).

Ciò che scrive lo si può anche trovare su Lou Bouletìn ëd Sérëss dal quale emerge lo sguardo ricco di rara umanità e di genuina fede di una vera montanara delle Valli di Lanzo.

Il volto di Lia è un volto che commuove, che lascia profondamente attoniti e stupiti di fronte alle sue parole traboccanti di amore e di orizzonti di senso.

Grazie ai suoi racconti ed alle sue fedeli ed appassionate descrizioni, possiamo comprendere un po’ di più il luogo montagna magari essendo meno distratti di fronte a tutti quei segni, e a quelle testimonianze della vita dei montanari, di cui le Alpi sono custodi, e che ancora possiamo facilmente rintracciare durante un’escursione.

Mai è stato più bello, appagante e vero viaggiare tra i monti dopo che ci ha donato la calorosa accoglienza della sua dimora.

Grazie Lia per averci permesso di riportare qui, nel via vai virtuale di internet, il colore e il “sapore”, talvolta amaro, talvolta doloroso, delle tue care ed amate splendide montagne.

Serpillo1

Il sogno di Lia

Che il sogno di una nostra grande amica possa avverarsi prima dei prossimi cinquant’anni?

Leggete cosa ho trovato su “La Repubblica” del 20 settembre 2009: un articolo di Rumiz chiamato….

…La grande ombra verde ALPAGO (Belluno) – Era come una lebbra. In pochi anni la boscaglia s’era mangiata tutto: stalle, alpeggi, pascoli, fienili, praterie, persino le strade e i sentieri. Quando in autunno tirava lo scirocco, aceri e frassini si gonfiavano come vele e, oscillando, scardinavano il terreno con le radici, facendo entrare la pioggia in profondità. L’acqua non aveva più freni, le scarpate diventavano colate di fango, i canali di deflusso saltavano. La montagna intera si scorticava, mostrava la pelle viva, passava continuamente dal rischio incendi al rischio alluvione. Leggi il resto dell’articolo