Sui sentieri dei pellegrini

Bacheca Sui sentieri dei pellegriniPellegrino, nel tuo viaggio | potresti andare lontano, | perché, pellegrino, è un lungo cammino | quello per scoprire chi sei… (Enya)

La prima definizione di pellegrino che ho trovato nel dizionario è “errante”, “errabondo”. Altra definizione è “straniero”, “forestiero”. Ma pellegrino  è anche “peregrino”, ovvero “usanze pellegrine”.

Dal CAI di Lanzo veniamo a conoscenza del nuovo itinerario escursionistico “Sui sentieri dei Pellegrini (SP)” e così, un sabato di inizio primavera, siamo andati a curiosare. Leggi il resto dell’articolo

Anello della Consolata

Cappella della Consolata

Cappella della Consolata

L’escursione di oggi si svolge nel territorio di Mezzenile (Valli di Lanzo, provincia di Torino) su una fitta rete di sentieri costruiti dai montanari che accarezzano borgate in pietra, un tempo abitate tutto l’anno.

La bellezza di un percorso escursionistico ad anello sta nella ricchezza degli ambienti attraversati e nella possibilità di percorrere una varietà di boschi e paesaggi in una sola uscita, offrendo più stimoli rispetto ad un tragitto “andata e ritorno”.

La quota del nostro viaggio è compresa tra i 700 e i 1400 metri in un dolce saliscendi tra castagni, betulle, faggi e radure prative, annaffiati dai rii Catelli e Cinaveri.

Qui la montagna è stata operosa e viva, addomesticata dalla mano dell’uomo ed ingentilita dalla testimonianza di piloni votivi e cappelle. Segni, questi, della religiosità popolare dei nostri vecchi e sostegni contro le avversità.

Il giro è ben segnato: i bolli bianco-rossi sono integrati da bandierine e cartelli indicatori posizionati nei crocicchi mentre bacheche illustrative ci raccontano la storia del luogo.

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Un Carnevale delle Alpi

brenlu a Mezzenile (1024x724)Domenica 7 febbraio a Mezzenile (provincia di Torino) ci sarà il giro del brënlou, ovvero il Carnevale di questa vivace comunità alpina delle Valli di Lanzo.
Dello storico brënlou ne abbiamo parlato lo scorso anno in questo post, presentando il bellissimo lavoro di Ariela Robetto sui carnevali delle Valli di Lanzo (Una maschera sul volto – Carnevale e Quaresima fra trasgressione e ordine), pubblicato dalla Società Storica delle Valli di Lanzo.
Qui trovate la locandina con il programma.
Tra le varie maschere che sfileranno, ce ne sono un paio animalesche che trovo particolarmente trasgressive, soprattutto pensando alla nostra epoca in cui si fatica non poco a trovare il corretto rapporto tra natura e cultura.
Vi invito a conoscerle proprio grazie ad un capitolo del libro appena citato. Leggi il resto dell’articolo

Dove i santi incontrano le masche

Cappella di san Matteo a PessineaLe leggende non puoi vederle mentre percorri i sentieri delle Valli di Lanzo. Eppure loro fanno parte a pieno titolo del paesaggio culturale delle montagne, quelle costruite dalle genti alpine.

La differenza tra una passeggiata per osservare montagne in vetrina, come se fossero su di un palcoscenico, e l’Escursionismo è tutta qui: andare alla ricerca di ciò che non si vede con gli occhi ma di quello che può “vedere” la nostra mente quando lasciamo scivolare l’anima lungo i sentieri delle Alpi.

Quanto segue è una parte dell’universo potenzialmente osservabile se vi troverete a condurre la vostra anima lungo l’anello storico di Lemie (v. post precedente).

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Il Branlou di Mezzenile

L'AlpinoDomenica 15 febbraio ho assistito al Branlou, il Carnevale di Mezzenile, nelle Valli di Lanzo.

Il Branlou è anche una danza che rileva l’anima celtica e pagana oscurata e repressa dal clero fin dal Medioevo in quanto vedeva nel ballo la pericolosità e la promiscuità dei sessi.

E’ da molto tempo che non partecipavo ad una sfilata di Carnevale e mi ha colpito piacevolmente.

Bandita la musica a tutto volume dei carri allegorici, tra i quali da bambina ero solita sfilare con il mio bel costume da spagnola preparato da mia madrina, spazio invece alle maschere mute che camminano per il paese con un prestabilito ordine e che terminano il loro giro ballando in cerchio nella piazza.

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Una maschera sul volto

Ceres anno 1979

Carnevale a Ceres 1979 (foto di Leandro Vighetti)

Mai come in questo periodo, in cui tutti i giorni sentiamo i nostri volti sferzati dalla violenza della bufera (le notizie orribili che invadono le nostre misere certezze), quella bufera che ti fa smarrire ogni punto di riferimento, che ti fa barcollare e ti fa sentire i piedi mancare il terreno, percepiamo impellente l’esigenza di un punto fermo, di radici forti e penetranti che sappiano inesorabilmente affondare nel terrreno ed aggrapparsi alla vita, la nostra vita.

Sono questi i frangenti di solitudine metropolitana in cui “vedo” il larice solitario, sovente incontrato tra le altezze silenziose delle Alpi, devastato dalla furia della tempesta, che si piega e si contorce sotto i colpi di venti burrascosi.

Piegarsi sì, spezzarsi mai.

Le radici sono il simbolo che racchiude i riti e le tradizioni del nostro Paese. E se il nostro Paese, come tanti altri del mondo Occidentale, è colpito al cuore, proprio nei nodi principali delle reti vitali, dove passa tutta l’informazione mainstream, allora è giunto il momento di salvarsi dal terrore e dalla violenza “emigrando” in periferia, dove resistere ai venti “da fine del mondo”.

Lì, più vive e più forti che mai, ritroveremo le nostre radici.

E sotto quelle maschere, la nostra identità.

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La processione dei morti

crepoL’ecosistema delle Alpi è estremamente delicato sia dal punto di vista climatico che economico.

La morte è intesa come presenza costante e parte integrante della vita dei montanari: è il ciclo della vita e i bambini imparavano a conviverci sin dalla tenera età.

Nella notte del primo novembre si percepisce particolarmente la presenza dei morti.

Le innumerevoli leggende fiorite sulle Alpi, e il rispetto per il sacro, permettevano alle genti alpine di sopportare meglio la durezza della vita e la mancanza di risposte razionali alle domande poste al severo e pericoloso ambiente che li ospitava.

Questa è quella che vorrei farvi leggere e che proviene dalla Valsesia (VC).
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L’immaginario popolare in Piemonte e Valle d’Aosta

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Ambiente di alta montagna nei pressi del Rifugio Cibrario in alta Val di Viù

Alberto Borghini, docente di antropologia culturale, e Francesca De Carlo (sua collaboratrice), insieme ai loro studenti, nel corso degli anni hanno ospitato volentieri masche e folletti nelle stanze del Politecnico di Torino. Gli scatoloni sono ormai colmi di testimonianze orali che evidenziano come l’immaginario popolare abbia saputo magnificamente colonizzare le montagne (ma non solo) di presenze più o meno inquietanti, con i loro fatti e misfatti.

Questo è quanto ho scoperto con entusiasmo qualche giorno fa leggendo l’articolo Curva pericolosa masche in agguato scritto da Mario Baudino per il quotidiano La Stampa che, tra l’altro, ci fa sapere che:

Ora è diventato un’opera sorprendente non solo per le dimensioni: Figure e figurazione dell’immaginario in Piemonte e Valle d’Aosta, vale a dire un lessico dove in ordine alfabetico intorno a ogni parola chiave si raccolgono fiabe, leggende, spauracchi dei bambini, immagini e luoghi della paura, tradizioni relative a piante, animali, paesaggi. È un mondo complesso di narrazioni popolari, nasce da interviste sul campo incrociate con i materiali esistenti, da quelli raccolti nelle scuole alla lunga tradizione di ricerca folclorica. Il quadro che ne deriva, anche per il lettore semplicemente curioso, è affascinante. Attraverso le leggende e gli spauracchi si ha accesso a un universo parallelo, sempre intuito e mai esplorato, una mitologia quotidiana e antichissima, un mondo di hobbit, e quegli hobbit siamo noi. Il primo volume, che si limita alla lettera A (B e C sono già pronte, ci dice il professor Borghini) è facilmente accessibile in rete, sia su carta sia in e-book, sulla bacheca di Lulu.com.

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