Mondi paralleli

Testo e foto di Manuela Casalino

Vieni a vedere la mia casa? Ho fatto la cucina nuova“…
L’aria è fresca e la mente immagina già di stanze, calore e un luogo comodo dove riposarsi un po’… Ma qui siamo sui monti… i miei monti… I monti Liguri. Qui non ci sono case; non ci sono strade. Qui la mente deve servirti soltanto a non compiere imprudenze. Il resto lo devi percorrere con l’anima.
Ma l’invito è vero e questa volta seguo quel pastore che il Cielo lo conosce bene; sa sempre quando ti accoglie e quando ti respinge.
Giovanni è alto, emana forza… Le sue mani sono inspessite come la corteccia di un albero e stringono forte un grosso bastone. Sì, ha la sua casa lì, tra i monti. Non ha stanze, non ha luce, né acqua… Eppure sorride… sempre… di un sorriso bellissimo, rassicurante, buono. E ti racconta di sé con una umiltà disarmante. A lui la città lo rende cattivo, violento, arrabbiato e fragile. Parla così… E lo ascolti, lo ascolteresti per ore… Per scendere in città per approvvigionarsi percorre più di 800 metri di dislivello, a piedi, tra quei sentieri rocciosi dall’aspetto selvaggio. I suoi grossi scarponi sono consumati ma lui, lì, è in pace…

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Nel cuore delle Alpi

Più gli anni passano e più mi sento vicino alla montagna di personaggi come Renzo Videsott, Anacleto VerrecchiaVirgilio Giacchetto, o di quel Guardaparco incontrato tra le pagine di un libro che mi ha proiettato verso escursioni indimenticabili. Personaggi che hanno avuto in comune qualcosa di importante da proteggere per consegnarlo all’avvenire.

In alta Val d’Ala (Valli di Lanzo), sospeso sul Piano della Mussa, il Piano della Ciamarella (2100 m) è nel cuore delle Alpi Graie meridionali. Dominato dalla mole dell’Uja di Ciamarella (3676 m), dall’Albaron di Sea (3261 m) e dalla Bessanese (3620 m), si concede come un affascinante ed incantevole punto di contatto grazie ad un umile sentiero che arranca fino al Ghicet di Sea (2726 m), valico che porta nel Vallone di Sea e nella Val Grande.

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L’avventura del margaro – Parte terza

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L’Uja di Bellavarda (2345 m), in Val Grande di Lanzo, domina la conca prativa ove sorge il santuario della Madonna del Ciavanis (1880 m)

Piergiuseppe ci contagia con il suo frizzante entusiasmo e ci racconta della sua grande passione. Nella narrazione emerge la gioia di rivedere i suoi amici ma anche la fatica e le difficoltà quotidiane che si incontrano a livello pratico, economico e burocratico. Le “bestie” non riconoscono le domeniche e le festività e una stessa situazione, come rappresentata dalla foto qui a sinistra, può essere incantevole per un’escursionista ma vista con gli occhi del margaro “…si è bella – dice Pier – ma pensaci, tra 10 minuti la temperatura si abbasserà di un bel po’ e tu stai portando i paletti del filo, e sei sudato…

Pier rievoca i giorni estivi trascorsi in alpeggio a quasi duemila metri di quota, sul versante esposto a mezzogiorno della Val Grande di Lanzo.


Eccomi qua, terza parte di un’avventura meravigliosa.

Per chi non avesse letto i post precedenti, mi presento. Sono Piergiuseppe, ho 14 anni e vivo in provincia di Padova (Teolo sui Colli Euganei). Mia nonna e mia bisnonna sono nate a Vonzo, paesino del comune di Chialamberto (To) a 1231 m.

Vonzo

Quest’anno ho frequentato la 3° media, e in questa occasione posso pensare a programmi estivi unici perchè non ci sono compiti per le vacanze.

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Noi resistiamo

2016-07-02-535-1024x683Le strade parlano alle macchine. I sentieri all’uomo.

Le ruspe avanzano con la stradizazzione forzata ma noi continuiamo a cercare gli antichi sentieri. E non importa se sono ridotti a brandelli, feriti e malconci da chi vuole soldi facili. Fintantoché potremo camminare, i sentieri non moriranno.
Resistiamo alle finte piste agro-silvo-pastorali che non portano in nessun luogo, che rendono anonima la montagna annientandone storia e cultura.

In una domenica di fine novembre desideriamo immergerci nello stupefacente Vallone di Crosiasse, in Val d’Ala, la mediana delle Valli di Lanzo (To), graffiato dalla caparbietà dei vecchi montanari e odorante della fatica di antichi minatori che con sapere celtico hanno edificato le montagne delle Valli di Lanzo.
Dal vecchio borgo di Bracchiello (843 m) – dove finisce l’asfalto e comincia la montagna – resistiamo ad una pista spaesante, che con tanto di cartello ufficiale Cai-Regione Piemonte ti invita a cominciare un’anonima escursione, per percorrere invece l’antico sentiero che passa tra i viottoli delle baite e tra i rovi dell’indifferenza e della resa culturale. Scelta azzeccata perché avremo la fortuna di incontrare Cristina, splendida montanara che resiste a tutto. Leggi il resto dell’articolo

I garzoni del Ciavanis

ciavanis

Gli estesi alpeggi della conca del Ciavanis nel versante a mezzogiorno della Val Grande di Lanzo

I nipoti margari di nonno Giuseppe (vedete prima questo post), Felice Alberto e Piergiuseppe, sono ritornati nelle loro amate Valli di Lanzo, più motivati e felici che mai.

Subito esclamano: “Questa non è solo più un’esperienza, ma una piccola passione che speriamo possa crescere“.

Nel loro scritto a due voci emerge, con vivo e sincero entusiasmo, la gioia di essere utili alla montagna, e a se stessi, ma anche la stanchezza provocata dal freddo, dalla pioggia copiosa e dalla grandine dell’estate 2014. Ma non si sono persi d’animo.

Piergiuseppe ha vissuto per un mese in alpeggio tra luglio ed agosto mentre Felice Alberto è stato in Inghilterra per studio ed è salito in alpeggio al suo ritorno.

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Il garzone del Trione

Alpe di Trione

Alpe Trione (1648 m). Sullo sfondo il Bec Ceresin e le montagne del versante a mezzogiorno della Val Grande

Nel XXI secolo il  vallone di Trione è una stupenda escursione della Val Grande di Lanzo il cui sentiero è una tratta della GTA (Grande Traversata delle Alpi).
Questo vallone è anche un fantastico alpeggio, venduto nel 2012 dal Comune di Chialamberto ad una società privata.
Quante volte ci è successo di percorrere sentieri che attraversano alpeggi abbandonati e poi di domandarci come doveva essere la vita di chi ci lavorava? Quante volte abbiamo pensato alla fatica di vivere la montagna lasciandoci alle spalle le baite crollanti, magnifici esemplari di architettura alpina?
Con il racconto che segue, e poi con il prossimo, cercheremo di costruire un ponte che ci permetta di collegare il presente con il passato, magari poi intravedendo tracce di avvenire nei sorrisi di nuove generazioni.
Il passato è il racconto di nonno Giuseppe che, da adolescente, nell’anno 1949 ha lavorato negli alpeggi del Trione. Il presente invece sono le esperienze straordinarie vissute dai suoi splendidi nipoti Felice Alberto e Piergiuseppe nel 2012 (all’epoca rispettivamente di 10 e 12 anni di età!) e nel 2013 che su questo blog hanno voluto raccontarle (qui il post del 2012 e qui quello del 2013). Non poteva finire così, perché anche la scorsa estate questi meravigliosi ragazzi hanno trascorso le loro vacanze negli alpeggi del Ciavanis, lasciandosi alle spalle, per alcune settimane, il mondo urbanizzato, artificioso ed ipertecnologico della pianura.
Ma questa è anche e soprattutto la storia di amore di due bellissimi valloni, il Trione e il Vassola, valloni laterali della Val Grande di Lanzo, autentici gioielli delle Alpi Graie meridionali. Uno è il vallone di Giuseppe, l’altro quello di Anna.
Storie di generazioni e di montagne tanto amate. Tanto anche da chi le ha vissute da semplici escursionisti, da turisti di passaggio o da viaggiatori stanchi delle “città atrofizzate che si credono il centro del mondo”, per dirla con le parole di Paul Virilio del libro “Città panico. L’altrove comincia qui”.
Un’ultima cosa: questo racconto contiene parole in patois francoprovenzale delle quali abbiamo cercato di fornire la traduzione, con le note a piè di pagina, per favorire la comprensione del testo. In quelle parole c’è la Montagna, c’è l’identità e l’autenticità dei luoghi alpestri delle Valli di Lanzo. In quei suoni c’è un mondo straordinario, una ricchezza ed una diversità che dovrebbero essere tramandate alle prossime generazioni.

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Il Campionato del Mondo di Mungitura a Mano di Vacche… In Valle Brembana

Domenica 28 settembre, dalle ore 9.00, prenderà avvio il primo Campionato Mondiale di Mungitura a Mano di Vacche, ospitato dall’Agriturismo Ferdy di Lenna (Bergamo)

La Baita dei Saperi e Sapori Brembani

Schermata 09-2456910 alle 11.47.58La Valle Brembana sulla vetta del mondo, con un posto d’onore nel mondo delle grandi sfide internazionali, e comunque andrà sarà sempre una vittoria. Domenica 28 settembre, dalle ore 9.00, prenderà avvio il primo Campionato Mondiale di Mungitura a Mano di Vacche, ospitato dall’Agriturismo Ferdy di Lenna (Bergamo). L’organizzazione dell’evento è affidata all’Associazione Fiera San Matteo di Branzi, con la collaborazione del Comune di Lenna, di Associazioni  di allevatori e sponsor. Premi e Partecipanti: In palio verrà messo un montepremi di 6.000,000 euro, che saranno ripartiti fra i primi tre podi nei rispettivi valori di 3.500,00 euro al primo classificato, 1.500,00 al secondo e 1.000,00 al terzo. A contendersi il primato saranno i mungitori che abitualmente frequentano gli alpeggi, che gareggeranno per la simbolica vittoria del Secchio d’Oro. Il Regolamento stilato prevede che gli sfidanti in gara debbano mungere quanto più latte possibile in un tempo limite di due minuti…

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La borgata che rivive

Monaviel

Versante sud del Monte Plu (2210 m) alle cui pendici si intravede il bianco della cappella del Monaviel, le baite a raggera ed il prato un tempo coltivato a segala e patate (Foto di Martellot).

Anche quest’anno la Festa della Madonna della Consolata ha fatto rivivere, per un giorno, la borgata del Monaviel (cliccare dentro la foto per vederla ingrandita).

Questo piccolo gruppo di baite, situato a 1282 metri nel versante solatio della Val d’Ala, è il nostro luogo del cuore e fa parte dei nostri affetti “geografici”.

E’ stata una giornata ricca di spiritualità e di gioia in cui ritrovare la consolazione dagli affanni della vita. Tutti insieme abbiamo pregato, cantato e abbiamo condiviso la gioia di ritrovarsi qui, anche sotto la pioggia.

Ringraziamo sentitamente Don Claudio (il nuovo parroco in Valle dal 2012) che ha celebrato la Messa e ci ha donato un po’ del suo tempo permettendoci così di ritrovarci tra le montagne che amiamo per vivere momenti di genuina vita alpina che rischiano di scomparire per sempre.
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Lou tchavrìn dal ròtches

La vista sul paese sottostante

Balme vista dalla parete rocciosa che la sovrasta

Testo e foto di Gianni Castagneri

Una parte consistente del seppur vasto territorio balmese, risulta essere improduttiva: diversi ettari della sua superficie sono infatti occupati dai ghiacci perenni, rocce e pietraie. In un simile scenario, dove anche la parte ritenuta fruttifera non è poi gran cosa, risulta difficile immaginare l’esistenza di un’economia rurale che sostentò per secoli qualche centinaio di montanari. Quella gran distesa rocciosa esposta a sud, “a l’andrèt”, che sembra solo una rugosa parete che si eleva verso il cielo alle spalle del capoluogo, dalla quale neanche i metalli furono mai estratti, ebbe anch’essa un ruolo nei tempi passati. “Al ròtches at Bàrmes”, le rocce di Balme, fino al secondo dopoguerra, rappresentarono una superficie sulla quale pascolare le capre, le bestie dei poveri. Nel bilancio delle fasce meno abbienti infatti, le capre rivestivano un ruolo importante, poiché il loro mantenimento era poco oneroso: in estate si mantenevano in buona parte con rovi e germogli, dopo le prime gelate autunnali venivano lasciate a brucare erba secca e arbusti e di nuovo ai primi tepori di fine inverno potevano trovare ben presto i primi nutrimenti. A causa anche di una certa propensione alla vita selvatica, succede ancora oggi che branchi di capre debbano essere recuperate nel pieno dell’inverno tra le rocce dove sono state sorprese dalle nevicate, alle quali non sempre sopravvivono. I caprini sono infatti capaci di resistere alle basse temperature, ma non sopportano la pioggia e la neve caduta sul corpo, tanto che tendono a ripararsi da esse correndo alla ricerca di sporgenze rocciose o alberi.

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Lago d’Afframont

2014-05-11 080 (1024x768)Il Lago d’Afframont è un incantevole specchio d’acqua alpino incastonato tra i monti come proprio il toponimo originale suggerisce, ovvero Lài fra li mount che in patois significa “Lago fra i monti”.

Si adagia a circa 2000 metri di altezza in una conca appartata delle Valli di Lanzo, precisamente in alta Val d’Ala nel suo versante all’inverso e lo si raggiunge con una breve ma appagante escursione con partenza dal Villaggio Albaron di Balme (provincia di Torino).

Per chi vuole cominciare a liberarsi sui monti, questo delizioso lago rappresenta una vera e propria perla delle Alpi Graie meridionali che ripaga completamente delle energie spese sul sentiero che inizialmente si arrampica ripidamente nei boschi che lo sostengono.

Insomma, se desiderate dedicarvi all’escursionismo, magari cominciando proprio con le Valli di Lanzo, così vicine a Torino, da qui potete iniziare per poi ritrovarvi incantati indelebilmente delle meraviglie custodite dalle nostre montagne, perché in quelle acque cristalline e fragili potrete specchiarvi con i paesaggi della vostra anima che non aspettano altro di manifestarsi al mondo con tutta la loro bellezza.

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Abitare la montagna

20131103-819 (1280x960)“[…] Consideriamo soprattutto che l’uomo, per propria natura, è un organizzatore dello spazio, che antropizza il paesaggio e lo conforma  alle sue necessità. Compie sostanzialmente due tipi di intervento: la prima è diretta, determinata a trasformare il luogo della natura in uno spazio in cui sviluppare la sua cultura modificando l’ambiente, anche in modo fortemente invasivo, rispondendo esclusivamente ai suoi bisogni. La seconda è mentale: il paesaggio diviene espressione di stati d’animo, assumendo peculiarità simboliche non innate ma stabilite dalla cultura. Poiché non c’è paesaggio senza osservatore, appare chiaro che i valori attribuiti allo spazio sono strettamente legati a chi lo osserva.”

Da “I Sacri Monti” di Massimo Centini (Torino, 2013).

Non c’è paesaggio senza osservatore“.

E oggigiorno, non solo in montagna, chi osserva il paesaggio?

Vi suggerisco di ingrandire più che potete la foto che vedete qui in alto (cliccateci sopra) e poi di sprofondarci dentro per osservarla con attenzione.

L’ho scattata il 3 novembre scorso durante un’escursione molto remunerativa, sia per la bellezza dei luoghi attraversati e sia per la splendida compagnia di cui faceva parte anche Ventefioca, che l’ha brillantemente descritta nel post Dentro al vento – Testa Pajan.

Credo che sia molto difficile riuscire a racchiudere in un’unica foto di un paesaggio alpino i diversi livelli dell’abitare la montagna e questo scatto penso che sia riuscito nell’intento.

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Far nascere un filo d’erba (Vassola, un mondo dimenticato)

pascoloDopo il post sull’incantevole Vallone di Vassola descritto da Pier Luigi Mussa, che ci ha fatto così conoscere un mondo straordinario fabbricato dalla natura con la complicità dell’uomo, possiamo tentare di osservare questa valle sospesa indossando i panni del mandriano.

Forse avete già fatto un’escursione nel Vassola (o in altri luoghi simili ricchi di testimonianze di chi praticava la transumanza) e forse qualche domanda, su come potevano vivere i montanari per tre mesi all’anno in valloni così severi, ve la sarete posta, mentre scorrevano, lungo il vostro cammino, i segni inequivocabili degli ultimi colonizzatori dell’alta montagna.

Se quelle domande scabrose vi hanno scosso l’anima mentre eravate rapiti dalla bellezza di un manufatto di pietra creato da natura e uomo, allora è arrivato il momento di incontrare alcune risposte grazie a Maddalena Vottero-Prina che ci fa conoscere un mandriano di altri tempi.

Al termine troverete la sezione della carta n. 8 “Valli di Lanzo” ad alta qualità, relativa all’alto Vallone di Vassola. Ringrazio sentitamente Mario Fraternali per la gentile disponibilità ad aiutarci a comprendere con più chiarezza e profondità il territorio delle Valli di Lanzo, di pregevole valore paesistico, sia naturale che culturale.

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L’esperienza del margaro. Un anno dopo

arcobalenoE’ trascorso un anno dalla prima esperienza in alpeggio di Felice Alberto e Piergiuseppe (qui il loro post del 4 settembre 2012) e adesso, oramai ragazzi, sono ritornati in montagna, testimoni attivi e partecipi di una civiltà alpina tramandata da generazioni.

Il loro sguardo ed il loro resoconto abbraccia, oltre alla pura vita d’alpeggio, anche alcune delle tematiche attuali con le quali tutti noi, che frequentiamo la montagna nel tempo libero, dobbiamo ineluttabilmente confrontarci: moto da trial che scorazzano sui sentieri impunemente, presenza di cinghiali introdotti negli anni ottanta del Novecento, il luogo montagna ed il suo delicato ecosistema, il susseguirsi delle stagioni della vita, e non solo…

Siamo molto felici ed onorati di poter pubblicare qui il racconto e le foto di Felice Alberto e Piergiuseppe, giovani italiani globalizzati, ma con splendide radici montane, e siamo sicuri che la loro esperienza li proietterà nel mondo degli adulti completamente consapevoli di quanto sia fondamentale ritrovare un sano dialogo con la nostra terra ed il nostro ambiente, senza mai dimenticare la cultura del limite.

Grazie ragazzi, siete davvero meravigliosi!

***

L’avventura, inizia il 2 di agosto per me, Felice Alberto “il grande” dato che ho già quasi 15 anni.

Felice Alberto al lavoro

Mia zia, mi accompagna dai “Gamba”, che mi ospitano all’alpeggio, al Ciavanis, (forse è il caso di ricordare che “il Ciavanis”, è un santuario di montagna, a 1800 metri di altezza, sopra Chialamberto -TO-), ci eravamo già accordati con i fratelli Gamba, nella prima settimana di luglio, pertanto al mio arrivo in alpeggio, dopo chiaramente i saluti e i brevi racconti dell’anno passato, inizia il divertimento. Leggi il resto dell’articolo

“Di questo lavoro mi piace tutto”

MarziaCon mia grande gioia ho finalmente rivisto Marzia la scorsa settimana durante la presentazione del suo libro, il cui titolo l’ho preso in prestito per questo post. La serata era stata organizzata dalla sottosezione del C.A.I. di Sparone: salone polifunzionale pieno nonostante la pioggia copiosa.

Il suo ultimo lavoro “Di questo lavoro mi piace tutto – Giovani allevatori del XXI secolo, la passiodi questo lavoro mi piace tuttone per combattere la crisi” è entrato a far parte dei sei finalisti del 41° Premio ITAS del Libro di Montagna.

Domani alle ore 18:00, all’interno del Trento Film Festival, si saprà il vincitore.

“Ho scelto giovani con meno di trent’anni di età perchè si tratta di un comparto che sta nascendo e si sta sviluppando, ma nella maggior parte dei casi senza che la loro attività sia ancora stabilmente avviata. Ho potuto così ascoltare le idee, i progetti, le difficoltà incontrate da ragazzi e ragazze con la voglia di trasformare in un mestiere la loro passione per gli animali.”

Excelsior!

La montagna dentro (2)

pastoreSono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere“.

Mi ha impressionato molto la drammatica vicenda del pastore della Valle Divedro Walter Bevilacqua che ha scelto di non sottoporsi ad un trapianto di rene per poter continuare a vivere.

Da quanto sto apprendendo dai mass media (anche sui notiziari della tv), le montagne perdono un uomo davvero speciale che aveva vissuto solo per gli animali e l’agricoltura.

Prima di tutto, prima di ogni riflessione, c’è la domanda: “Ma io lo avrei fatto?”. La risposta non è immediata, ma alla fine è un “no, forse no”. La mia debolezza mi scuote e solleva allo stesso tempo. Eppure, di fronte a Walter Bevilacqua, tolgo il cappello, con quel soffio di devozione piccola ma sincera che può sorgere anche tra uomini lontani.”

Così scrive Pino Suriano su “Tempi“.

Ecco quello che ho trovato su internet:

Il sacrifico del pastore. Rinuncia al trapiano e muore” – Vanity Fair (18 gen. 2013)

Lascio il mio posto a chi ha famiglia. Rinuncia al trapianto e muore” – La Stampa (19 gen. 2013)