Sui sentieri dei pellegrini

Bacheca Sui sentieri dei pellegriniPellegrino, nel tuo viaggio | potresti andare lontano, | perché, pellegrino, è un lungo cammino | quello per scoprire chi sei… (Enya)

La prima definizione di pellegrino che ho trovato nel dizionario è “errante”, “errabondo”. Altra definizione è “straniero”, “forestiero”. Ma pellegrino  è anche “peregrino”, ovvero “usanze pellegrine”.

Dal CAI di Lanzo veniamo a conoscenza del nuovo itinerario escursionistico “Sui sentieri dei Pellegrini (SP)” e così, un sabato di inizio primavera, siamo andati a curiosare. Leggi il resto dell’articolo

Anello della Consolata

Cappella della Consolata

Cappella della Consolata

L’escursione di oggi si svolge nel territorio di Mezzenile (Valli di Lanzo, provincia di Torino) su una fitta rete di sentieri costruiti dai montanari che accarezzano borgate in pietra, un tempo abitate tutto l’anno.

La bellezza di un percorso escursionistico ad anello sta nella ricchezza degli ambienti attraversati e nella possibilità di percorrere una varietà di boschi e paesaggi in una sola uscita, offrendo più stimoli rispetto ad un tragitto “andata e ritorno”.

La quota del nostro viaggio è compresa tra i 700 e i 1400 metri in un dolce saliscendi tra castagni, betulle, faggi e radure prative, annaffiati dai rii Catelli e Cinaveri.

Qui la montagna è stata operosa e viva, addomesticata dalla mano dell’uomo ed ingentilita dalla testimonianza di piloni votivi e cappelle. Segni, questi, della religiosità popolare dei nostri vecchi e sostegni contro le avversità.

Il giro è ben segnato: i bolli bianco-rossi sono integrati da bandierine e cartelli indicatori posizionati nei crocicchi mentre bacheche illustrative ci raccontano la storia del luogo.

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La borgata che rivive

Monaviel

Versante sud del Monte Plu (2210 m) alle cui pendici si intravede il bianco della cappella del Monaviel, le baite a raggera ed il prato un tempo coltivato a segala e patate (Foto di Martellot).

Anche quest’anno la Festa della Madonna della Consolata ha fatto rivivere, per un giorno, la borgata del Monaviel (cliccare dentro la foto per vederla ingrandita).

Questo piccolo gruppo di baite, situato a 1282 metri nel versante solatio della Val d’Ala, è il nostro luogo del cuore e fa parte dei nostri affetti “geografici”.

E’ stata una giornata ricca di spiritualità e di gioia in cui ritrovare la consolazione dagli affanni della vita. Tutti insieme abbiamo pregato, cantato e abbiamo condiviso la gioia di ritrovarsi qui, anche sotto la pioggia.

Ringraziamo sentitamente Don Claudio (il nuovo parroco in Valle dal 2012) che ha celebrato la Messa e ci ha donato un po’ del suo tempo permettendoci così di ritrovarci tra le montagne che amiamo per vivere momenti di genuina vita alpina che rischiano di scomparire per sempre.
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Abitare la montagna

20131103-819 (1280x960)“[…] Consideriamo soprattutto che l’uomo, per propria natura, è un organizzatore dello spazio, che antropizza il paesaggio e lo conforma  alle sue necessità. Compie sostanzialmente due tipi di intervento: la prima è diretta, determinata a trasformare il luogo della natura in uno spazio in cui sviluppare la sua cultura modificando l’ambiente, anche in modo fortemente invasivo, rispondendo esclusivamente ai suoi bisogni. La seconda è mentale: il paesaggio diviene espressione di stati d’animo, assumendo peculiarità simboliche non innate ma stabilite dalla cultura. Poiché non c’è paesaggio senza osservatore, appare chiaro che i valori attribuiti allo spazio sono strettamente legati a chi lo osserva.”

Da “I Sacri Monti” di Massimo Centini (Torino, 2013).

Non c’è paesaggio senza osservatore“.

E oggigiorno, non solo in montagna, chi osserva il paesaggio?

Vi suggerisco di ingrandire più che potete la foto che vedete qui in alto (cliccateci sopra) e poi di sprofondarci dentro per osservarla con attenzione.

L’ho scattata il 3 novembre scorso durante un’escursione molto remunerativa, sia per la bellezza dei luoghi attraversati e sia per la splendida compagnia di cui faceva parte anche Ventefioca, che l’ha brillantemente descritta nel post Dentro al vento – Testa Pajan.

Credo che sia molto difficile riuscire a racchiudere in un’unica foto di un paesaggio alpino i diversi livelli dell’abitare la montagna e questo scatto penso che sia riuscito nell’intento.

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Fiou at San Giàn

La peonia selvatica non ho avuto ancora la fortuna di vederla perchè non sarei riuscita a dimenticare i suoi grandi fiori rossi ma ricordo molto bene quella viola porpora in giardino da mia mamma che a maggio ce ne regalava di splendidi.

Riporto uno scritto di Ariela Robetto che parla  di questa pianta e del perchè, a Balme, viene chiamata fiore di San Giovanni.

Paeonia_peregrina da wikispeciesGli storici Giovanni e Pasquale Milone, nel loro studio relativo alle Valli di Lanzo del 1911, scrivevano: «Una cinquantina d’anni fa in Balme usavasi ancora il giorno di S. Giovanni Battista ornare esternamente la cappella della Visitazione con fronde e fiori, in particolare con peonie selvatiche, che diconsi ivi fiori di S. Giovanni, nonché inalzare presso la stessa cappella una specie di albero della cuccagna, adorno di fiori e di nastri».

La ricorrenza del Battista doveva essere particolarmente sentita in paese sin dai tempi della sua costituzione, portando il nome del santo colui il quale può essere considerato il capostipite dei balmesi, Gioanni (Jouan) Castagnero Ljintch.

La cappella della Visitazione della Beata Vergine, o di Sant’Urbano, venne costruita nel 1608; nel 1674, come riferisce la Visita Pastorale dell’Arcivescovo monsignor Michele Beggiamo, era chiusa davanti con cancelli, presentava un’icona dipinta sul muro ed apparteneva alla comunità. Leggi il resto dell’articolo

La Sacra (a) Pasqua

05Dato che la Pasquetta si preannuncia umida e fredda, decidiamo di dedicare la giornata di Pasqua, alla passeggiata “fuori porta”. La neve, caduta nuovamente nei giorni scorsi, è ancora bassa, niente di meglio allora che rispolverare quelle passeggiate a bassa quota nei dintorni della città, di solito trascurate per privilegiare le classiche mete in mezzo ai monti.

La Sacra di San Michele, arroccata come un nido d’aquila in cima al Monte Pirchiriano, ci affascina e stuzzica la nostra fantasia ogni volta che transitiamo ai suoi piedi per entrare in Val di Susa, immediatamente le immagini de Il Nome della Rosa tornano in mente riportandoci con la fantasia al Medio Evo. Per cogliere meglio il suo significato ed immergersi nell’atmosfera, decidiamo allora di salire a questo straordinario monumento del nostro passato, utilizzando una delle mulattiere che per secoli abitanti della valle e pellegrini hanno usato per raggiungerla, quella che sale da Sant’Ambrogio. Per completare poi in modo degno questo “pellegrinaggio” e per avere una visione più ampia delle caratteristiche di questa singolare montagna, scegliamo di scendere per l’altra mulattiera che porta a Chiusa San Michele. Leggi il resto dell’articolo

Paesaggi liminari

Questa foto qui sotto l’ho scattata a circa 1800 metri di quota sopra Forno Alpi Graie nel versante a solatio dell’alta Val Grande di Lanzo, proprio dove questa Valle sbatte contro la muraglia della sua testata.

E’ l’imbocco del recondito vallone di Sea.

vallone di Sea

Di fronte alla rara, selvaggia e severa bellezza di questo profondo e tortuoso solco rimango muto, impassibile con l’anima nuda ad ascoltare la potenza della natura, immerso in silenzi arcaici.

Poche valli possono vantare un luogo così distante dal mondo, quasi repulsivo se lo si osserva da lontano, come state facendo. Vi viene voglia di addentrarvi? Leggi il resto dell’articolo

Lou biancoùn, pietra bianca con funzione protettiva

Mi ha sempre affascinato questa pietra bianca messa sul camino o sul tetto delle malghe ancora prima di scoprire che veniva usata per “scacciare” la malasorte (soprattutto masche…).

Questo articolo è stato tratto da Barmes News n.38 (la rivista del Comune di Balme) ed è stato scritto da Gianni Castagneri.

Sui tetti delle case e delle baite più vecchie o su alcuni di quelli da poco ristrutturati si può notare una pietra candida posta sulla punta sommitale del colmo. Quello che a prima vista potrebbe soltanto sembrare un semplice vezzo estetico in un luogo dove i sassi non mancano, ha invece una funzione molto più antica perlopiù sconosciuta. Nel tentativo di indagare tra i più anziani su quale potesse essere il suo significato, mi fu risposto che lou biancoùn serviva come difesa dai fulmini.

Funzione sicuramente improbabile, talora rimpiazzata nell’immaginario comune da un ruolo più magico e misterioso, quello cioè di scacciare le masche e in generale gli influssi malefici.

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La Contessa del Lago fantasma

Pian dell'UccelloIl silenzio di questi luoghi dove nulla vive, nulla si muove, dove il fracasso del mondo abitato non giunge… tutto concorre a rendere le meditazioni più profonde, a dar loro quel tono severo, quel carattere sublime ch’esse acquistano quando l’anima plana… sugli abissi del tempo.

R. De Carbonnières

Paologiac a novembre, con Storia e Preistoria a Cantoira, ci ha parlato di presenze megalitiche in Val Grande di Lanzo, precisamente a monte di Cantoira (To), e noi camosci, il 9 di dicembre, ci ritroviamo proprio su quel sentiero 301A che unisce questo Comune con il “Santuario di Santa Cristina in rupe“.

L’idea di fare un giretto nella zona del Dolmen nasce inizialmente da un commento di Gp (blog Ventefioca).

Dopo essermi soffermato sull’estratto della carta n. 8 sulle Valli di Lanzo edita della Fraternali (già segnalata nel post e qui sotto riportata) parlo con paologiac e ci troviamo immediatamente d’accordo su organizzare l’uscita. Leggi il resto dell’articolo

Foliage

La stagione che preferisco è la primavera ma l’autunno ha nulla da invidiare ai verdi virgulti ed ai fiori dagli intensi colori gialli, rosa e bianchi.

La parola inglese foliage viene tradotta in foglie, fogliame ma indica anche un’emozionante attività: il vedere ed osservare le  foglie che cadono in autunno.

Non serve recarsi in Canada, Stati Uniti e Giappone: l’Italia, con i nostri boschi, parchi e vigneti ha nulla da invidiare ai paesi stranieri.

Buon viaggio nei boschi incantati di montagna, pennellati di giallo, arancio, rosso, viola e marrone e mi raccomando, scegliete bene il momento perchè non tutti i giorni sono uguali.

FOGLIE GIALLE

Ma dove ve ne andate,

povere foglie gialle,

come tante farfalle

spensierate?

Venite da lontano

o da vicino?

Da un bosco

o da un giardino?

E non sentite la malinconia

del vento stesso

che vi porta via?

Trilussa

Ometti, cairns, bounòm e mongioie

Scopro per caso un interessante articolo di Giorgio Inaudi (scritto per “Barmes News“, la rivista semestrale del piccolo villaggio alpino di Balme, ricca di spunti culturali e di curiosità) che ci parla di quei monticelli di pietre che sovente si incontrano lungo i sentieri di montagna. Ce ne sono di diversi tipi, da quelli piccoli che ci indicano la direzione di marcia, a quelli giganteschi, veri e propri monoliti misteriosissimi, come quelli che si incontrano sui pascoli posti a mezzogiorno della Val Grande di Lanzo (per saperne di più, al termine dell’articolo di Inaudi lascio alcuni link per eventuali approfondimenti).

Ometti, cairns, bounòm e mongioie

Giorgio Inaudi

Chi frequenta l’alta montagna, soprattutto se ama uscire dai sentieri segnati, ha certamente avuto occasione di smarrirsi nella nebbia. È un’emozione certamente spiacevole, ma in qualche modo emozionante. Si perde completamente il senso dell’orientamento, non si capisce più se si sale o si scende, tratti brevi di strada appaiono lunghissimi e altre volte il contrario, creste e costoni perdono rilievo oppure si ingigantiscono come non mai, fino a confondere la nozione dello spazio e persino del tempo. Spesso si finisce per girare in tondo, soprattutto quando il terreno è innevato e può capitare di trovarsi a calpestare le proprie tracce e persino di seguirle fiduciosi, convinti di aver finalmente ritrovato il giusto cammino. Un’illusione che dura poco, il tempo di passare di nuovo davanti a quella certa roccia o di ritrovare il fazzoletto di carta lasciato cadere non molto tempo prima.

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Arposes

Alcuni anni fa ho avuto ancora la fortuna di risalire in alta montagna verso la punta Carlera in Val d’Ala, ove vi sono tuttora alcuni alpeggi. Salendo su sentieri ripidi e sconnessi, spesso pericolosi, mi ritornavano alla mente una valanga di ricordi. Forse l’età ci fa osservare e riflettere di più, essendo ormai lontana la frenesia del tempo veloce della gioventù.

Salendo con calma, sono ritornata al tempo passato quando, con i miei nonni, facevamo la transumanza: era davvero una faticaccia, ma era anche molto bello accompagnare gli animali lungo i sentieri, sempre più in alto.

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La Pereuva

Alpe Parona 1696 m

Grazie all’ultimo numero del notiziario Barmes News (n. 38) scopro l’origine di un toponimo presente sulle carte escursionistiche della Val d’Ala che sicuramente molti frequentatori della zona avranno avuto occasione di accorgersene, durante la loro consultazione, per programmare un’uscita all’ombra dell’Uja di Mondrone.

Il toponimo in questione è “Parona” e lo si incontra percorrendo la GTA (la Gran Traversata delle Alpi) nel tratto che dalla borgata Molera (1458 m – fraz. di Ala di Stura) porta fino al Colle di Trione (2498 m), passando per il suggestivo Lago Vasuero (2237 m). Dal Colle poi si può proseguire per scendere fino in Val Grande di Lanzo verso Migliere (1054 m – frazione di Groscavallo), sempre lungo la GTA.

Con questo esempio di toponimo criptico (vero e proprio fossile come sovente capita di incontrarne nelle Alpi), Ariela Robetto, autrice di libri ed articoli molto interessanti e ricchi di spunti culturali sulle Valli di Lanzo, ci parla di una pietra particolare che ci attende proprio sulla GTA. E’ così che possiamo capire, grazie alla sua straordinaria capacità narrativa, che anche stando fermi ad osservare, possiamo fare un escursionismo davvero estremo, lungo il tempo e lo spazio.

Spero che il racconto di Ariela Robetto vi faccia sorgere una sana curiosità escursionistica verso quel luogo adagiato misteriosamente sul versante solatio della Val d’Ala (senza perdervi poi l’Alpe Pian Prà, distante pochi minuti di marcia da Parona, dove il panorama è davvero stupendo).

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I piloni votivi

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Tutti  noi, giovani o anziani, camminando lungo le strade e i sentieri delle nostre borgate e delle baite in montagna, ci siamo fermati a guardare queste piccole costruzioni, “I piloni votivi”. Quanti ne abbiamo visti! Alcuni piccoli, altri molto grandi, quasi piccole cappelle, tutti esempi di fede, di religiosità, talvolta anche di superstizione; e, nelle loro nicchie più o meno grandi, immagini sacre, Crocifissi, Madonne dallo sguardo dolcissimo. Sono stati costruiti spesso in ringraziamento per pericoli miracolosamente scampati, spaventose calamità naturali o per gravi incidenti.

I nostri nonni avevano tanta fede, ma soprattutto il “timor di Dio”, ormai sempre meno sentito. Il pilone era considerato luogo di devozione: passando davanti alla nicchia molti si facevano il segno della croce. Personalmente mi sono fermata tante volte per una breve preghiera.

Ho visto piloni in alta montagna nei luoghi più impervi, vicino alle baite. Mi ha sempre colpito un fatto: mentre le case venivano costruite in pietra a secco, spesso mal riparate, i piloni erano costruiti con sabbia e calce, perfetti nelle linee, il piccolo tetto coperto da lose, sormontato da una croce di ferro. Il biancore dei loro muri, fra il verde dei prati e dei boschi, faceva un forte contrasto, visibile da molto lontano ed era proprio questo a incutere rispetto per il luogo.

Degno di nota è il pilone, dedicato a San Vito, che si trova sulla provinciale di Voragno, salendo verso destra. Si racconta che un corteo funebre, scendendo lungo la strada per portare il defunto al cimitero di Ceres per la tumulazione, si fermò alla “posa”, luogo dove veniva posata la cassa per un breve tempo (una volta le salme venivano portate a spalla chiuse in una rudimentale cassa di legno). Ad un tratto coloro che stavano accanto al feretro parvero udire alcuni rumori provenienti dalla cassa; stupiti e anche un po’ timorosi decisero di sollevare l’asse di legno che,  fungeva da coperchio. Quale non fu il loro stupore nel vedere l’uomo disteso dentro al feretro che dava segni di vita! Portati i soccorsi necessari, l’uomo riprese piena coscienza; alcune testimonianze asseriscono che visse ancora per molti anni. Per questa miracolosa ripresa della vita fu costruito il pilone di San Vito, tuttora in buono stato di conservazione.

Con tristezza e nostalgia dobbiamo constatare che queste dimostrazioni di fede non sono più sentite. Molti piloni, testimonianza della religiosità e della civiltà della nostra gente di montagna, sono oggi coperti da rovi e cespugli o sono addirittura crollati; solo in rare nicchie resta qualche immagine del tempo che fu.

Ormai l’uomo si ritiene superiore ad ogni legge, come se fosse immortale.

Lia Poma

Per approfondimenti cliccare qui (il file e’ in pdf).

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Genius Loci

Santuario di Santa Cristina - Valli di LanzoMi imbatto nel Genius Loci per puro caso. Non ne so nulla e allora mi immergo nella Rete. Due clic, uno su Wikipedia e un altro su Peacelink, e così mi ritrovo ad “ascoltare” Eduardo Zarelli – Il rito e l’identità nelle forme culturali dell’abitare.

A dire il vero desideravo scrivere  in merito ai sentieri dimenticati, alla trascuratezza e all’abbandono del territorio montano come purtroppo sovente riscontro nelle Valli di Lanzo. Poi il fato ha voluto che le mie riflessioni si rispecchiassero in questo scritto che ho voluto riportare qui inframezzandolo con alcune foto delle nostre escursioni. Le ho scelte con cura, pensando così di facilitare le riflessioni, importanti e potenti, che Zarelli proietta nella nostra anima di viandanti. Riflessioni che dovrebbero aiutarci a vivere tutti insieme meglio e con più rispetto. Perché l’ambiente, di cui oggi tanto si parla, non è altro che una parte di noi stessi, forse solo un po’ più fragile e bisognosa di cura e attenzioni. Leggi il resto dell’articolo