No alla montagna dei divieti

2010Annibale Salsa definisce il tempo che si può vivere in montagna come “tempo liberato” per contrapporlo al “tempo libero” che oramai, nella nostra epoca, si è ridotto ad un mero “luogo” di scambio, dove ogni nostro desiderio è pronto ad essere realizzato: basta pagare.

Peccato che spesso i bisogni nel tempo libero sono indotti, non spontanei e stimolati per sviluppare il business di aziende che producono profitti organizzandoci il “tempo libero”: un tempo nato e studiato dalla scienza del marketing.

Franco Michieli (post “Il tempo in vendita”), quando ci invita ad osservare il tempo degli animali che vivono in montagna, afferma che il Tempo, anche quello destinato al gioco e all’esplorazione, appartiene loro per natura: nessuno si premura di organizzarglielo in cambio di un compenso. Anche l’uomo ha vissuto per decine di migliaia di anni in condizioni simili. La conoscenza dei mille segreti del territorio, del comportamento degli animali e dei possibili utilizzi delle diverse piante doveva bastare alla vita: il tempo libero dalle attività volte alla sopravvivenza permetteva di sviluppare relazioni e pensieri spontanei, che nessuna “agenzia” si occupava di mettere in vendita. Anzi, in epoche arcaiche il Tempo era la divinità stessa: era identificato col moto circolare del cielo, nel quale i vari allineamenti del sole, dei pianeti e delle costellazioni dello zodiaco costituivano gli eventi supremi che influenzavano il corso dell’esistenza sulla terra.
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Giochi di nebbia

Vaghiamo nella nebbia.

I confini si dilatano e si perdono.

Solo i contorni neri delle malghe, delle pietre e degli alberi rimangono meno ovattati. Ma sono senza ombra.
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Un soffio di libertà nella conca del Ciavanis

Il Santuario della Madonna del Ciavanis (1880 m) è un luogo molto amato da chi apprezza le Valli di Lanzo, meta in estate di una facile e breve escursione (detta semplicemente “Ciavanis”) con partenza da Vonzo (1231 m), deliziosa borgata alpina adagiata nel versante solatio della Val Grande.

Il bianco splendente della costruzione accompagna il viandante lungo gli innumerevoli itinerari che si ramificano nel Vallone del Rio della Paglia (soprattutto nella parta alta). Stupendo è contemplarla dalla cima del Monte Bellavarda (2345 m) mentre signoreggia sulla conca di Vonzo.

Ora però nevica e tutto intorno è candidamente bianco come i muri che custodiscono la Madonna del Carmine (da Monte Carmelo, in Palestina): noi abbiamo voglia di salire fin lassù, noncuranti della fatica a cui andremo incontro e senza particolari pretese di “riuscita”.

Fatica (e assenza di pretese) ampiamente ripagata da paesaggi straordinari spolverati da leggeri fiocchi di neve e di sorrisi che riempiono il cuore facendoti amare la montagna ancora di più.

Altre foto di questa fantastica ciaspolata le potete ammirare nello slideshow (pulsante in basso a destra per vederle a tutto schermo) oppure nella semplice galleria.

A tutti gli amanti delle escursioni in ambiente innevato rivolgo l’invito a prestare la massima attenzione nel programmare le uscite: fondamentale è consultare metodicamente e costantemente il bollettino delle valanghe e saperlo interpretare (per il Piemonte: www.arpa.piemonte.it/bollettini/bollettino_valanghe.pdf).

Indispensabile indossare l’ARTVA e avere nello zaino pala e sonda (e saperli usare).

Un libretto interessante ed utile sulle valanghe è pubblicato dall’AINEVAwww.aineva.it/download/levalanghe2012.pdf

Attenzione che solo un comportamento responsabile e consapevole potrà allontanare definitivamente il rischio (crescente) che venga vietata la montagna sebbene il numero dei morti da valanga sia costante da decenni (circa 20 a stagione; leggete cosa dice un esperto). Eppure il clamore suscitato dai giornali provoca reazioni scomposte ed esagerate da parte delle istituzioni (qualche notizia di sindaci che ultimamente hanno chiuso la montanga la trovate sfogliando i tweet recenti: vedete a destra del blog).

[…] Libertà in montagna è libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione o se qualcuno ci sconsiglia di farlo. Per questi motivi l’attività alpinistica e scialpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, ovunque e in ogni periodo dell’anno. E non deve essere confusa con l’attività sportiva, ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Tratto da www.banff.it/divieto-sul-grignone (31 gennaio 2014).

Grazie ad Alessandro Gogna (Twitter@capo1946) che difende vigorosamente e con genuina passione la libertà dell’andar-per-monti.

Rifugio Giorgio Bertone

Per cominciare l’anno con buoni auspici, ci ritroviamo al cospetto di Sua Maestà il Bianco che, sebbene svogliato, alla fine riesce a farsi ammirare nella sua splendida livrea invernale.

Per gustare altre foto della bellissima escursione con le racchette da neve, ecco la collezione su Flickr (slideshow) oppure la semplice galleria delle foto.

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Courmayeur – Rifugio G. Bertone

BiancoLocalità di partenza: Courmayeur (1220  m).

Dislivello: 750 m

Difficoltà: E o EAI (a seconda della stagione).

Tempo di salita: 2 h e 15 min. dal centro di Courmayeur; 1h e 45 min da Villair Superiore (1327 m).

Cartografia: Carta dei sentieri n.1 – Monte Bianco Courmayeur 1:25000 edita da L’Escursionista Editore.

Segnavia: n. 42; bolli gialli con paline segnaletiche (questo itineriario fa parte dell’Alta Via n.1 della Val d’Aosta. Rientra nel TMB); attenzione a non farsi ingannare dai bolli bianco-rossi (in uso dalla Forestale). In Valle d’Aosta i bolli ufficiali sono di colore giallo. Leggi il resto dell’articolo

Il Silenzio di Pian della Mussa

Neve tanta. Silenzio ancora di più.

Intorno tutto tace e il mondo occupa un cristallo di eternità.

Ho fatto il pieno di Silenzio.

Così bianco e così libero, il Piano della Mussa è un monumento al Silenzio.

Mi dispiace tanto per tutti coloro che non lo amano, non sanno ascoltarlo e non credono ad esso.

Le montagne uniscono

Poggio Tre Croci

Sajjad ricorda il suo caro amico Mohammad Mokhtari, martire per la libertà, il giorno del suo anniversario sul Poggio Tre Croci (Val di Susa)

Sebbene percepite dalla cultura urbanocentrica come barriere naturali, le montagne in verità hanno spesso favorito l’unione tra gli abitanti delle Terre Alte.

Sono stati gli esseri umani ad erigere le montagne come frontiere (per motivi politici), tracciando a tavolino dei confini.

In compagnia di Sajjad ed Ahmad si sono trascorse due intense giornate a camminare in montagna con il Cai Uget Torino all’insegna della conoscenza e del rispetto reciproco.

Ahmad (iraniano) nella sua breve vacanza di otto giorni a Torino (mai vista prima) non si è fatto sfuggire l’occasione per realizzare un suo sogno: fare un’escursione nel cuore della Alpi Graie Meridioniali.

E di sogno ha anche realizzato il mio: ovvero di conoscere finalmente un turista che sapesse coniugare le bellezze di una città italiana con il contorno strepitoso delle sue montagne. Insomma… Torino e le Alpi.

Ahmad è rimasto molto sorpreso nell’accorgersi che noi italiani, quando camminiamo, non cantiamo e non condividiamo insieme la gioia di un’uscita tra i monti. Lui sostiene che con l’unione delle voci si trova la forza per andare avanti ed essere liberi.

Mi ha canticchiato una nostalgica canzone persiana che parla di partigiani e di libertà.

Ed io gli ho intonato la nostra “Bella ciao“. Ha sorriso perché già la conosceva e mi ha accompagnato con la melodia della bocca. Leggi il resto dell’articolo

La libertà in montagna

Per aggiungere spunti di riflessione al post precedente, riporto un interessantissimo video con un’intervista fatta ad Annibale Salsa relatore al Congresso “La libertà delle proprie scelte, la libertà in montagna” che si è tenuto ad ottobre 2012 presso il Forum di Bressanone, all’interno dell’International Mountain Summit.

Meta e sentimento nella scalata

Meta e sentimento nella scalata“Conserva sempre lo spirito dei pionieri,
conserva sempre lo sguardo di un bambino,
perché per ben vedere non basta aprire gli occhi,
bisogna innanzi tutto aprire il cuore”
 

Gaston Rébuffat

Ed io devo confessarvi che ho davvero aperto il cuore leggendo questo libretto, leggero come una brezza alpina (meno di quaranta pagine) che sta in una tasca della giacca a vento o un in angolo dello zaino, per poi magari sfogliarlo sotto un cielo profondo blu di montagna.

Notevole e molto apprezzabile lo sforzo di sintesi di Marco Blatto che con questo lavoro ha saputo afferrare con vigore lo spirito profondo ed autentico dell’andar-per-monti sia esso declinabile nella scalata vera e propria, lungo pareti di roccia o ghiaccio, o sia essa declinabile nel “semplice” viaggio verso una nostra personale meta persa in qualche angolo delle montagne.

Viaggio, meta e sentimento si amalgamano indissolubilmente traendo energia da quelle sensazioni più profonde su cui il grande alpinista Gian Piero Motti amava porre l’accento, trascurando completamente la ricerca ossessiva della propria affermazione. Leggi il resto dell’articolo

Senza limiti

«Viviamo in mezzo alla finzione e al frastuono e il recupero di una dimensione acustica della vita passa attraverso il silenzio. E la montagna è il grande serbatoio del nostro silenzio». Paolo Rumiz

Paraloup, “difesa dai lupi” ma non dai mezzi motorizzati. Del post su questa zona alpina ricca di valenze storiche attinenti alla nostra libertà, fondamentale ed imprescindibile bene comune della democrazia, non ho parlato di un aspetto vergognoso, ovvero di chi utilizza i sentieri e le sterrate di montagna, che ci consentono di conoscere e respirare i luoghi della Resistenza, come appunto lo sono Paraloup e il Monte Tamonealla stregua di piste da motocross.

A quello che potete vedere di seguito (foto scattate il 24 novembre scorso) è la prima volta che mi capita di assistere da quando compio escursioni sulle Alpi: mi provoca molto amarezza pensare che certi comportamenti odiosi si manifestino proprio in ambienti che non meritano questa stolta indifferenza. Comportamenti che, oltre a deturpare e a disturbare, banalizzano e degradano la montagna. Leggi il resto dell’articolo

No Ads

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Con questo post vorremmo rimanere fedeli a quanto ha scritto qualche anno fa Franco Michieli sulla oramai estinta Rivista della Montagna (articolo pubblicato nel 2001 dall’allora casa editrice Edizioni CDA: se vi interessa leggerlo integralmente qui il post, più attuale che mai). Leggi il resto dell’articolo

“Conquistatore dell’inutile”

Alberto Magliano in vetta al Denali (foto dal suo sito “www.sevensummits.it”)

Questo è un blog e talvolta penso che più che scrivere  di argomenti complessi e spinosi, come quello relativo alla caccia, forse dovrei semplicemente buttare giù qualche pensiero personale, che attiene ai sentimenti ed alle emozioni.

Sicuramente molti di voi avranno saputo della tragedia del Manaslu (l’ottavo “8000”) di fine settembre scorso dove, tra i tredici alpinisti morti a causa di una valanga di ghiaccio, c’è anche l’italiano Alberto Magliano.

Ogni qualvolta muore un alpinista sento come se si spegnesse una stella in cielo perché ritengo gli alpinisti straordinari ed unici messaggeri di libertà.

Quando posso osservare la volta celeste, lontano dai disturbi cittadini, una delle più intense sensazioni che provo è proprio quella relativa alla libertà che mi sa trasmettere tutto l’immenso che alberga sopra la mia testa. Leggi il resto dell’articolo

A sud della Kinzejna

Il momento giusto per salire la Quinzeina me lo suggerisce una previsione meteo:

Cielo: soleggiato o abbastanza soleggiato oltre i 1300-1500 metri circa e su interno Valle d’Aosta, irregolarmente nuvoloso altrove, anche più nuvoloso al mattino e verso sera.”

“…oltre i 1300-1500 metri circa…”

Oltre. A me interessa quello. Andare oltre.

L’auto l’abbandono a 1100 metri in bocca alla borgata Chiapinetto per raggiungere la quota di crociera di 2300 metri, la vetta nord della Quinzeina. Una punta escursionistica, niente scalata ma solo una lunga scarpinata tra pascoli abitati da giovani malgari e dalle loro bestie. E da abitazioni primitive straordinariamente belle. Favolose perché narrano. Raccontano come non sanno fare invece i palazzoni cementificati e civilizzati della mia city. Leggi il resto dell’articolo

Apocalypse Alps

La “chiazza” oleosa e maleodorante della “civiltà” occidentale avanza inarrestabile come quando una petroliera si incaglia e riversa nel mare il suo devastante contenuto. Non sono soli gli oceani ad essere devastati dall’homo oeconomicus ma anche e soprattutto le montagne.

Annichilente è accorgersi puntualmente che in questo Paese è praticamente impossibile erigere valide “barriere”, soprattutto culturali prima che normative, nei confronti della barbarie.

Purtroppo in Italia nessuno cammina, come ha recentemente e validamente scritto Enrico Camanni (ma già negli anni Cinquanta lo diceva Anacleto Verrecchia), e quindi difendere quegli spazi naturali dall’invadenza della “civiltà” motorizzata è impresa assai ardua. Peccato, soprattutto se a rimetterci sono le nuove generazioni a cui dovremmo donare ambienti in cui vivere un tempo liberato, magari presidiati da quei rifugi che dovrebbero anche saper accogliere l’anima dei viandanti, di coloro che cercano silenzi, oltre che la magnata domenicale per disabili normodotati.

Leggete qui di seguito cosa è successo nelle Alpi Orobie (tratto dell’editoriale dei lettori del quotidiano La Stampa del 19 settembre).

Una giornata sui monti della Bergamasca funestata da jeep ed elicotteri che vanno e vengono per scarrozzare i turisti al rifugio. Una nuova barbarie

Davide Sapienza*

Domenica ho deciso di portare il mio bambino di 3 anni a fare un giro e mostrargli il lago d’Iseo dal Monte Alto, sopra i rifugi Magnolini e Pian della Palù. La zona è bella ma so cosa potrebbe attenderci, perché qui ci vivo. Sino al Magnolini va quasi bene: incrociamo solo la jeep che porta i «disabili normodotati» al rifugio, che per fare un km a piedi si fanno caricare; poi due moto e il super leggero che da anni volteggia vicino a terra sul comprensorio. Leggi il resto dell’articolo

Il limite nel Vallone d’Ovarda

Il traffico “fuori strada”, sia estivo (4×4, quad, trial), sia invernale (motoslitte) e dei voli a scopo turistico (eliski) e commerciale è in aumento

Ho commentato con grande entusiasmo il lavoro svolto dai volontari del CAI di Lanzo (leggete il post “Pulizia e manutenzione dei sentieri” del 4 luglio scorso) lungo il sentiero dei laghi d’Ovarda (Val di Viù), di cui l’amico paologiac fa parte, ma credo sia corretto fare qualche doverosa osservazione perché stiamo trattando della fruizione turistica della Alpi.

In questo caso si parla di ambienti di montagna (e non di luna park) che si trovano ad alta quota e che sono raggiungibili con mezzi motorizzati da chiunque e non solo da chi deve trasportare materiale per fare gli interventi di manutenzione della Rete del Patrimonio Escursionistico della Regione Piemonte.

Ho conosciuto l’incantevole Vallone d’Ovarda durante un’escursione a fine dicembre del 2006 lasciando l’auto ad Inversigni (1266 m – frazione di Lemie), dove termina il tratto asfaltato. Paologiac ci ha raccontato che per “attaccare” il sentiero che porta ai laghi d’Ovarda in estate si può percorre una strada sterrata di circa 10 chilometri di lunghezza. Ho chiesto direttamente a lui, via mail, se per caso quella strada è accessibile con i mezzi motorizzati a chiunque oppure se vige un qualche divieto di percorribilità (ai volontari del Cai, per la manutenzione dei sentieri, è generalmente data l’autorizzazione a percorrere le strade a fondo naturale, che sono chiuse al traffico, al solo scopo di facilitare il trasporto dei materiali). Leggi il resto dell’articolo

Il tempo rubato

Il vero antidoto contro la modernità è riprendersi il tempo. Vivere spazi di tempo liberato.

Marco Belpoliti, sulle pagine del quotidiano “La Stampa”, ci parla della generazione “No future” grazie a due libri: uno è di Marc Augé (l’antropologo francese che ha elaborato il concetto del nonluogo), e si intitola “Futuro“, e l’altro è di Gustavo Pietropolli Charmet che ha scritto “Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli“.

[…] È in corso un vero e proprio scippo del tempo, l’effetto di un’attiva invidia degli anziani, che culmina nella requisizione del tempo di vita dei ragazzi, per farlo diventare tempo della scuola, come accade nei licei, o del dopo scuola, come nelle attività sportive e nei corsi di addestramento, dalla musica alla dizione, fino alle vacanze-studio in Inghilterra: «tutte creazioni adulte finalizzate a ridurre il tempo libero dei ragazzi». […] Leggi il resto dell’articolo