Lago del Servin o delle Tre Pietre

Risalendo il Vallone del Servin

“[…] Partiamo presto e nella fresca mattinata primaverile ci innalziamo lungo il ripido sentiero che risale il Vallone di Servin, ammirando sempre il sublime spettacolo del levar del sole che indora le alte superbe vette; la Lera vista da qui in quest’ora è veramente magnifica: una guglia di fuoco puntata contro il cielo. Breve fermata al Piano di Servin per prendere fiato, poi per l’ultima ripida scarpata raggiungiamo il Piano 3 Pietre, e qui ci riposiamo. […] “

Fra cielo e abisso – Carlo Virando alpinista, da Viù al Club Alpino Accademico Italiano di Marino Periotto (edito dalla Società Storica delle Valli di Lanzo)

Oltre che dal volo maestoso dei gipeti, il cielo del versante sud del Comune di Usseglio, in alta Valle di Viù, è dominato dalla Punta della Forcola (2248 m), contrafforte della Torre d’Ovarda (3069 m) i cui versanti precipitano delimitando due valloni: quello di Venaus, verso est, e quello del Servin ad ovest. Su quello di Venaus passa la conosciutissima autostrada escursionistica del Nord-ovest, ovvero la Grande Traversata delle Alpi coincidente con il Sentiero Italia (oltre 7000 chilometri lungo tutto lo Stivale), mentre quello del Servin è solcato da un sentiero (il n. 124 nel catasto dei sentieri della Regione Piemonte) che nel 2016 è stato rianimato dai volontari del Cai di Lanzo, dopo molti anni di abbandono e incuria. Da ovest verso est, le vette principali che fanno da corona al nostro Vallone sono: la Punta Corna (2960 m), il Monte Servin (3109 m), la cima Ortetti (2974 m) e la Torre d’Ovarda, con queste ultime tre che giacciono sullo spartiacque Val di Viù-Val d’Ala. A 2463 metri, proprio al centro del vallone, si adagia un piccolo ma incantevole specchio d’acqua: il Lago del Servin. Per scoprire perché chiamato anche “delle Tre Pietre” avete solo una cosa da fare: mettervi in cammino e lasciarvi sorprendere da un altro angolo stupefacente delle Valli di Lanzo. Leggi il resto dell’articolo

Montagne

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Mito e fortuna delle Alpi occidentali tra Ottocento e Novecento

Museo Civico Alpino «Arnaldo Tazzetti» | Usseglio
Dal 27 giugno al 26 luglio 2020

Testo di Emanuela Lavezzo*

Il Museo Civico Alpino “Arnaldo Tazzetti” di Usseglio, capofila del Museo Diffuso Valle di Viù, quest’estate propone la mostra Montagne. Mito e fortuna delle Alpi occidentali tra Ottocento e Novecento. Ideata e fortemente voluta da Alberto Tazzetti, presidente del Museo, e realizzata in collaborazione con Luca Mana, direttore della Fondazione Accorsi-Ometto, Antonio Musiari, docente dell’Accademia Albertina di Belle Arti, e con il contributo per gli approfondimenti storici di Eugenio Garoglio e Alessia Giorda.

L’esposizione offre un percorso cronologico su come la montagna è stata percepita e raffigurata da vari artisti, a partire dalla fine del Settecento, quando iniziarono le prime esplorazioni “d’alta quota”, fino alla metà del secolo scorso, attraverso quattro sezioni tematiche: dall’alba dell’alpinismo, al mito delle Alpi, alla montagna come luogo di distensione e svago.

Aprono la rassegna alcune interessanti opere provenienti dalla Fondazione Accorsi-Ometto che propongono al visitatore l’approccio pioneristico di scoperta della montagna, avviato negli ultimi decenni del Settecento, quando contemporaneamente ai primi studi scientifici di botanica e di geologia, nasceva l’alpinismo. Leggi il resto dell’articolo

La corda spezzata

Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia.
(Proverbio africano)

Nel 2012 la Società Storica delle Valli di Lanzo pubblicò Le belle età, un volume bellissimo e ricco di splendide fotografie di Enzo Isaia, che documenta i giorni della vecchiaia in alta Valle di Viù, nelle Valli di Lanzo.

Questo libro non contempla la nostalgia. Documenta e analizza il passato e l’odierna quotidianità di donne e uomini che testimoniano non solo la loro storia, ma quella di un paese, di una valle. Lo fanno attraverso l’intervista e lo scatto fotografico (dalla presentazione di Bruno Guglielmotto-Ravet).

Resistere è un imperativo in questa epoca e non soltanto nella parentesi epidemica. Resistere alla deriva umana e culturale soprattutto, perché se nel XXI secolo stiamo facendo spirare venti di morte, la responsabilità è solo nostra. E’ inaccettabile aver permesso ad un virus di sfogare tutta la sua letalità sui più deboli ed indifesi, sebbene circondati da scoperte scientifiche eccezionali e mirabili tecnologie che non dovrebbero solo servire per giocare e fare business, ma soprattutto per vivere umanamente e dignitosamente. Leggi il resto dell’articolo

Malciaussia, Valli di Lanzo: nuovi problemi, vecchie soluzioni

Un angolo del Piano della Mussa (1800 m circa), in una “normale” giornata estiva. Alta Val d’Ala – foto camosci bianchi

In realtà il problema in questione proprio nuovo non è. Perché a dire il vero inizia a presentarsi fin dagli anni Sessanta del Novecento, periodo in cui prende forma la motorizzazione di massa. Un’auto per ogni famiglia, l’auto simbolo di libertà e tante strade per muoversi, appunto, in libertà. Auto con cui risalire le valli nelle domeniche d’estate, in cerca di refrigerio.
Proprio nuovo non è, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni più rilevanti, direttamente proporzionali alle canicole estive. Auto ovunque, tante, troppe per la dimensione fisica della montagna. Questione di spazio, dunque, ma anche di decoro. Di sostenibilità.
La novità sta proprio lì: la sostenibilità. Lo sviluppo detto “sostenibile”. Un comandamento, l’undicesimo, soggetto però a interpretazioni varie, talvolta molto soggettive. E certo molto soggettiva e personale è stata l’interpretazione di “sostenibilità” che ha ispirato il progetto “Recupero ambientale e miglioramento della fruizione del Lago di Malciaussia” (tecnicamente uno studio di fattibilità).

Ambiente alpestre, alte montagne, il Rocciamelone che vigila a occidente

Così è Malciaussia, 1800 metri di quota, alla testata della Valle di Viù, la più meridionale delle tre Valli di Lanzo, a una cinquantina di chilometri da Torino.
Una conca in gran parte occupata da un invaso artificiale che al momento della realizzazione, negli anni Trenta del Novecento, sommerse il villaggio omonimo. Nello spazio residuo, sulla riva sinistra del lago, corre una strada sterrata che termina in località Pietramorta, poche case addossate a una rupe.
Dalla strada si alzano i ripidissimi pendii basali della Lera, altra montagna caratteristica della zona (pendii sui quali sale in allungati tornanti il sentiero per l’alto Colle dell’Autaret, antica via di collegamento tra Roma imperiale e la Gallia). Leggi il resto dell’articolo

Barmèra

Per molti di voi il titolo di questo post è criptico ed è assolutamente comprensibile. Vedetelo per il momento come un cartello del Cai lungo un sentiero – una freccia – che vi indica una direzione: vi farà attingere agli abissi del tempo. Se poi verrete nelle Valli di Lanzo, allora vi capiterà frequentemente di incontrare questa parola lungo le vostre escursioni, che ci parla di luoghi alpestri abitati fin dalla notte dei tempi.

Le balme (o barme) sono costruzioni tipiche delle Valli di Lanzo e rappresentano la forma più elementare di riparo sotto roccia. La configurazione «decisamente neolitica» fa supporre che siano stati i primi ripari edificati dai Liguri sfruttando il materiale lapideo. «Più o meno consolidate con sostruzioni a secco», se ne trovano numerose testimonianze perfettamente conservate e sono ancora oggi utilizzate con funzione di deposito per foglie e legname (Piercarlo Jorio, Vita e cultura nelle alte Valli di Lanzo, Museo delle genti delle Valli di Lanzo, Ceres 1984. p. 38).

Laura Solero (Tesi di laurea “Beni architettonici e ambientali in Val di Lanzo”)

Un magnifico esempio di balma (riparo sotto roccia) da cui successivamente è stata ricavata una baita in pietra (alp). La struttura risulta anche riparata dalle valanghe perché la copertura è stata realizzata in continuità con la curvatura della roccia. Alpe Riane (1800 metri; Val Grande di Lanzo)

Siamo alle origini dell’abitare nelle Valli di Lanzo, sui duri versanti in quota delle Alpi Graie meridionali. Leggi il resto dell’articolo

Combanera ci salverà

La diga di Ridracoli è simile nello scopo e nelle dimensioni a quella di Combanera

E’ ora di tirare nuovamente in ballo la diga di Combanera in Val di Viù (pensate che lo si fa dagli anni ’60) dopo due mesi di siccità che sta colpendo il Piemonte. Questa volta a parlarne è il presidente della Cia del Piemonte, Ludovico Actis Perinetto. L’articolo è stato pubblicato il 13 dicembre scorso su Targatocn.it, quotidiano online della Provincia di Cuneo.

A cosa servirebbe quest’opera ciclopica? E perché bisognerebbe sommergere una parte della Val di Viù?

Forse non tutti sanno che questa Valle (siamo in provincia di Torino) già dagli anni ’60 è stata letteralmente requisita per tutelare il fabbisogno umano di acqua per Torino e la sua cintura.

Si ripresenta puntualmente il drammatico rapporto tra sviluppo economico fuori controllo, che “corre” come una locomotiva impazzita senza macchinista, e risorse finite del Pianeta.

Se non avete ancora letto questo post, pubblicato la prima volta sui camosci l’11 gennaio 2013 (adesso aggiornato con l’ultimo articolo di Targatocn.it), vi invito a farlo perché continua ad essere oltremodo attuale e perché credo che saprà spiegarvi molte cose dello schizofrenico rapporto tra uomo e ambiente, tra Torino e le Alpi.  Leggi il resto dell’articolo

Dove i santi incontrano le masche

Cappella di san Matteo a PessineaLe leggende non puoi vederle mentre percorri i sentieri delle Valli di Lanzo. Eppure loro fanno parte a pieno titolo del paesaggio culturale delle montagne, quelle costruite dalle genti alpine.

La differenza tra una passeggiata per osservare montagne in vetrina, come se fossero su di un palcoscenico, e l’Escursionismo è tutta qui: andare alla ricerca di ciò che non si vede con gli occhi ma di quello che può “vedere” la nostra mente quando lasciamo scivolare l’anima lungo i sentieri delle Alpi.

Quanto segue è una parte dell’universo potenzialmente osservabile se vi troverete a condurre la vostra anima lungo l’anello storico di Lemie (v. post precedente).

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L’anello storico di Lemie

Cresta del Vent

“Cresta del Vento” lungo il tratto Villaretti-Forno di Lemie

Questa escursione è presa in considerazione dalla pubblicazione “Valli di Lanzo – 20 escursioni tra natura, storia, fede e leggende“, edita dal Cai di Lanzo grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo, e rientra tra quelle attinenti il tema della fede. Ma a dire il vero, questo è un percorso che permette di apprezzare molteplici aspetti dell’ambiente di montagna di un angolo molto affascinante della Val di Viù: panorami suggestivi, piccole borgate sospese, paesaggi terrazzati, cascate e sorgenti, tracce intense della vita dei montanari di un tempo, piloni votivi e chiesette, sia adagiate sui pendii e sia giacenti sul fondovalle… Insomma, se cercate l’intimità e l’identità dei luoghi, per allontanarvi dalla riva e dalla deriva degli orizzonti metropolitani, ecco che questo giro ad anello saprà appagarvi pienamente anche perché ottimamente segnalato ed arricchito con bacheche che ci narrano dei luoghi attraversati.

E’ impossibile poter riassumere in poche righe tutte le meraviglie che si possono incontrare lungo questo itinerario. Vorrei però soffermarmi su due aspetti che hanno catturato la mia attenzione: la particolarità di questo insolito giro ad anello e i paesaggi straordinari che ci permette di osservare e dominare.

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Il Calcante

Uja di Calcante da Nord

Uja di Calcante da Nord

“Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi.”

-Walter Bonatti-

L’Uja di Calcante è una montagna aguzza (“uja” in patois significa ago) che domina lo spazio alpino della bassa Val di Viù e della Val d’Ala. Su di lei confluiscono i territori di Viù, di Mezzenile e di Traves.

Maddalena Vottero-Prina soleva ricordarla come una montagna con la “M” maiuscola. Sfogliando in uno dei  suoi due volumi sulla vita e ricordi della frazione Pugnetto di Mezzenile (A l’ombra ‘d Calcant) ho trovato uno stralcio della sua poesia “La mia montagna” che riporto:

“Questa è la mia montagna

e ciò

che ne imprime il ricordo

quando ne son lontana”

Diversi itinerari permettono di raggiungerla: questa volta abbiamo scelto un bel giro ad anello partendo dalla frazione Fubina di Viù, nell’omonima Valle.

E’ una lunga ma gradevole e panoramica escursione. Si srotola, in gran parte, su un’ottima mulattiera eretta durante i rimboschimenti tra il 1910 e il 1933.

Più di un motivo per esplorare la zona. Leggi il resto dell’articolo

Il Tour della Bessanese

20090811-0117 (1024x756)[…] Il colle è il punto che precede la vetta, la montagna, la trascendenza. E’ la “porta del cielo”: annuncia e prelude la montagna con i simboli che rappresentano.

Il colle è il punto da cui si sale definitivamente e inevitabilmente. Per i  valligiani il colle è la montagna. Per tutti è il punto in cui si transita; è il punto dell’attrazione e della confusione e del mistero. […]

Tratto da Attraverso i monti di Luigi Capra e Giuseppe Saglio ed edito da Priuli & Verlucca editori.

Non si può parlare del Tour della Bessanese senza pensare ai colli di alta montagna (posti ad oltre 3000 metri di altitudine) che si oltrepassano lungo questo affascinante viaggio à travers monts. Valichi come il Colle dell’Autaret (3072 m) o il Passo del Collerin (3208 m), passaggi storici che hanno favorito già in epoche molto lontane il contatto tra le genti alpine che solo apparentemente vivono divise da formidabili barriere di rocce.

Immaginare questi colli, e le loro montagne che ne fanno da contorno, vuol anche dire pensare ad un bellissimo libretto, scritto da Francis Tracq e dall’amico Giorgio Inaudi, che si intitola Pastori, contrabbandieri e guide tra Valli di Lanzo e Savoia: Leggi il resto dell’articolo

Richiaglio, il paese delle gerle

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Richiaglio (736 m)

Il vallone di Richiaglio, vallone laterale della Val di Viù, si è spalancato ai miei occhi, per la prima volta, quando ho letto il lavoro fatto da Italo Losero sul “progetto Combanera”, ovvero la diga che attende dagli Anni ’60 di emergere dall’alveo della Stura per abbeverare la città di Torino.

Quello è stato il mio primo stupore verso questo luogo ed è stato così intenso che di quel progetto ne ho ampiamente parlato in questo post, scritto nel gennaio scorso.

Il secondo stupore l’ho provato quando Ariela Robetto ha descritto in modo incantevole, per il bimestrale Panorami-vallate alpine (n. 95 di marzo-aprile 2012), la sua stupenda escursione primaverile fatta proprio a Richiaglio partendo da Molar del Lupo.

Il terzo di stupore, quello che finalmente mi ha dato la scossa per partire con lo zaino in spalla, è emerso grazie all’ultimo volume della Società Storica delle Valli di Lanzo – A dorso d’uomo, gerle e garbin della Valli di Lanzo – scritto da Aldo Audisio, Vittorino Romanetto e Claudio Santacroce.

Tre sguardi verso la montagna e un’infiintà di riflessioni sul nostro mondo e su chi, oggi, ha ancora voglia di caricarselo sulle spalle.

Tre mondi che, forse, vorrebbero parlarsi: quello cittadino, quello dell’escursionista consapevole e quello dei montanari.

Dialogo possibile?

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Un pugnale del 1300 a.C. in Val di Viù

Lago Malciaussia e Lago Nero

Lago di Malciaussia e, in alto, il Lago Nero

Al momento i dati sull’età del Bronzo (2200-900 a.C.) nelle Valli di Lanzo sono pochissimi. In questo periodo in Europa si svilupparono le prime società complesse, con grandi villaggi che possono raggiungere decine di ettari di superficile e centinaia, se non migliaia, di abitanti. Il territorio inizia ad essere segnato da ampi campi coltivati con l’aratro e fertilizzati con il letame degli animali domestici; i percorsi che attraversano il continente diventano più stabili e frequentati ormai da commercianti che veicolano, anche a grande distanza, materie prime preziose e prodotti dell’artigianato come tessuti, gioielli, armi. E’ la fine della preistoria e l’inizio di quel periodo detto protostoria, ovvero “la prima storia”, perché le società umane ormai hanno tutti i caratteri delle società complesse, storiche, ma mancano ancora forme di trasmissione degli eventi come la scrittura […].

Francesco Rubat Borel in Pagine nuove 3 – Giovani autori per la storia e la cultura delle Valli di Lanzo della Società Storica delle Valli di Lanzo. Leggi il resto dell’articolo

Masche di montagna

Stimolato dalla lettura del post “La notte di Samain all’Alpe Grosso”, mi vengono in mente alcune considerazioni sulle leggende alpine. In particolare mi tornano alla mente le famose masche ovvero le streghe già evocate da Beppeley nel post citato e che tanta parte hanno avuto nella popolarità piemontese. Innanzitutto ritengo che l’asprezza e la natura selvaggia di determinati luoghi abbiano forse contribuito quanto meno ad aumentare nell’uomo del passato un profondo senso di rispetto e di paura.

Basti pensare ad un bosco montano, di notte (che già è ombroso e misterioso per conto suo), situato magari sotto alte pareti rocciose incombenti ed ecco che ci sono tutti gli ingredienti scenografici per far sì che la fantasia viaggi.

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La notte di Samain all’Alpe Grosso

La Rocca Moross alle cui pendici sorge l’Alpe Grosso

Chissà se starà nevicando all’Alpe Grosso… E chissà se in qualche malga c’è ancora un pastore lassù, a quasi 1800 metri di quota, dove le masche amano danzare…

Riporto una bella leggenda della notte di Samain che riguarda la Val di Viù e che fa parte del capitolo “Inizi di novembre: il culto dei morti e San Martino del libro “Il segno dei Giorni” di Ariela Robetto di cui ho parlato nel post precedente.

Per chi volesse raggiungere il pastore, segnalo che l’escursione parte dall’Alpe Bianca situata nella bella Conca dei Tornetti…

***

Nella zona di Viù un’altra leggenda è legata alla data dell’1 novembre. Racconta di un pastore di pecore che, la vigilia dei Santi, era ancora all’Alpe Grosso (42) con i suoi animali e di lì a pochi giorni sarebbe sceso a valle. Cominciò a nevicare ed egli si mise accanto al camino per scaldarsi, ma dalle lose del tetto sentì una voce esclamare: “Ooooh, che fret!(43). Egli invitò lo sconosciuto ad entrare per scaldarsi e dal tetto cadde la gamba di una persona. L’esclamazione si ripeté più volte e ad ogni invito del pastore una parte di corpo scese sul pavimento di fronte al camino. Alla fine il corpo si ricompose ed ordinò all’uomo di scavare il pavimento; egli ubbidì e ritrovò una pignatta piena zeppa di marenghi d’oro. Egli l’afferrò velocemente e fuggì inseguito dal corpo, che era la morte, il quale ripeteva: “Fium, fium, sinto l’audeu ‘d cristianum!(44). La fuga durò tutta la notte ed il mattino seguente il pastore con le pecore e la pignatta scese a valle (45). Leggi il resto dell’articolo

Il limite nel Vallone d’Ovarda

Il traffico “fuori strada”, sia estivo (4×4, quad, trial), sia invernale (motoslitte) e dei voli a scopo turistico (eliski) e commerciale è in aumento

Ho commentato con grande entusiasmo il lavoro svolto dai volontari del CAI di Lanzo (leggete il post “Pulizia e manutenzione dei sentieri” del 4 luglio scorso) lungo il sentiero dei laghi d’Ovarda (Val di Viù), di cui l’amico paologiac fa parte, ma credo sia corretto fare qualche doverosa osservazione perché stiamo trattando della fruizione turistica della Alpi.

In questo caso si parla di ambienti di montagna (e non di luna park) che si trovano ad alta quota e che sono raggiungibili con mezzi motorizzati da chiunque e non solo da chi deve trasportare materiale per fare gli interventi di manutenzione della Rete del Patrimonio Escursionistico della Regione Piemonte.

Ho conosciuto l’incantevole Vallone d’Ovarda durante un’escursione a fine dicembre del 2006 lasciando l’auto ad Inversigni (1266 m – frazione di Lemie), dove termina il tratto asfaltato. Paologiac ci ha raccontato che per “attaccare” il sentiero che porta ai laghi d’Ovarda in estate si può percorre una strada sterrata di circa 10 chilometri di lunghezza. Ho chiesto direttamente a lui, via mail, se per caso quella strada è accessibile con i mezzi motorizzati a chiunque oppure se vige un qualche divieto di percorribilità (ai volontari del Cai, per la manutenzione dei sentieri, è generalmente data l’autorizzazione a percorrere le strade a fondo naturale, che sono chiuse al traffico, al solo scopo di facilitare il trasporto dei materiali). Leggi il resto dell’articolo