Malciaussia, Valli di Lanzo: nuovi problemi, vecchie soluzioni

Un angolo del Piano della Mussa (1800 m circa), in una “normale” giornata estiva. Alta Val d’Ala – foto camosci bianchi

In realtà il problema in questione proprio nuovo non è. Perché a dire il vero inizia a presentarsi fin dagli anni Sessanta del Novecento, periodo in cui prende forma la motorizzazione di massa. Un’auto per ogni famiglia, l’auto simbolo di libertà e tante strade per muoversi, appunto, in libertà. Auto con cui risalire le valli nelle domeniche d’estate, in cerca di refrigerio.
Proprio nuovo non è, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni più rilevanti, direttamente proporzionali alle canicole estive. Auto ovunque, tante, troppe per la dimensione fisica della montagna. Questione di spazio, dunque, ma anche di decoro. Di sostenibilità.
La novità sta proprio lì: la sostenibilità. Lo sviluppo detto “sostenibile”. Un comandamento, l’undicesimo, soggetto però a interpretazioni varie, talvolta molto soggettive. E certo molto soggettiva e personale è stata l’interpretazione di “sostenibilità” che ha ispirato il progetto “Recupero ambientale e miglioramento della fruizione del Lago di Malciaussia” (tecnicamente uno studio di fattibilità).

Ambiente alpestre, alte montagne, il Rocciamelone che vigila a occidente

Così è Malciaussia, 1800 metri di quota, alla testata della Valle di Viù, la più meridionale delle tre Valli di Lanzo, a una cinquantina di chilometri da Torino.
Una conca in gran parte occupata da un invaso artificiale che al momento della realizzazione, negli anni Trenta del Novecento, sommerse il villaggio omonimo. Nello spazio residuo, sulla riva sinistra del lago, corre una strada sterrata che termina in località Pietramorta, poche case addossate a una rupe.
Dalla strada si alzano i ripidissimi pendii basali della Lera, altra montagna caratteristica della zona (pendii sui quali sale in allungati tornanti il sentiero per l’alto Colle dell’Autaret, antica via di collegamento tra Roma imperiale e la Gallia). Leggi il resto dell’articolo

Valli di Lanzo: un parco naturale in alta Val Grande

Il Consiglio comunale di Groscavallo, riunitosi il 23 gennaio scorso, ha votato all’unanimità i due seguenti punti:

1. Richiesta di istituzione di un’area protetta regionale denominata “Parco naturale Alta Val Grande” gestita dall’Ente strumentale Aree protette delle Alpi piemontesi.

2. Richiesta di delimitazione di un’area contigua di Groscavallo al “Parco naturale Alta Val Grande” e annessi proposti indirizzi per la disciplina della gestione della caccia e della tutela dell’ambiente e della biodiversità.

Direi che non c’è miglior modo di iniziare un articolo. Per noi, abituati a novità tutt’altro che confortanti, quanto sopra è davvero una notizia, una bella notizia.
Un comune di montagna che chiede l’istituzione di un parco naturale. Non sarà la prima volta, ma certo è accaduto di rado.

Questo il commento di Toni Farina, membro di Mountain Wilderness e consigliere del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Leggi il resto dell’articolo

La montagna indorata

Quando scende la neve, come quella che ha fatto cadere la depressione Dora, è davvero oro in montagna.

Pensate a quante cose contiene un fiocco di neve: stupore, meraviglia, acqua, gioia, denaro, paura (se cade esageratamente), fanciullezza, ghiacciai, pulizia, silenzio, avvenire…

La domanda a questo punto sorge spontanea: dipendiamo più dal petrolio o più da un cristallo di neve?

Dora ha sconquassato per benino le Alpi Graie, Valli di Lanzo comprese. Nei fondovalli vento e secchiate d’acqua hanno provocato qualche danno mentre in quota si contano metri di neve.

Sabato scorso è grand beau in Val d’Ala. La neve, sui versanti a solatio, la si trova dai 1100-1200 metri in su, giusto per calzare le racchette da neve a Martassina e sparire nel manto nevoso che si diverte a cambiare pelle continuamente, obbligandoci – insolitamente – anche a togliere le ciaspole per progredire nei traversi dei pendii più ripidi.

Ma la pillola è davvero indorata. Sebbene siano ricomparsi i candelotti di ghiaccio dai tetti (non ne vedevamo da tempo), i torrenti rumoreggiano come se fosse primavera. Non illudiamoci di questo finto e strampalato inverno, soprattutto se pensiamo che solo due mesi fa (o poco più) la Valle di Susa bruciava dentro ad una siccità infinita.

Nel frattempo noi prendiamo quello che viene per continuare a gioire del silenzio caduto dal cielo che sabato si specchiava in un cielo blu indaco. Cosmico.

Finché c’è neve, c’è speranza. Leggi il resto dell’articolo

Buone Feste

Quando la vita ti dà mille ragioni per piangere, dimostra che hai mille ed una ragione per sorridere.
Benite Costa Rodriguez

Milioni di persone nel mondo al posto di Giuseppe non riuscirebbero a sorridere. Anzi, non sarebbero nemmeno lì, nella tormenta, a cercare una via.

Quella che segue è una foto di Montagna tra le più belle che abbia mai scattato, tra centinaia di migliaia.

Il nostro miglior augurio che desideriamo porgervi è quello di incontrare sui vostri sentieri sorrisi così veri e spontanei, che possano farvi vedere la speranza tra le mille difficoltà della vita.

Ed è anche il sorriso che vogliamo donare a tutti gli amici dei Camosci bianchi – tanti – che tutti i giorni apprezzano con entusiasmo il nostro modo di vivere la Montagna.

Grazie di cuore.

Tanti auguri di Buone Feste.

P.S.
Se non sapete cosa sta facendo Giuseppe con suo figlio Daniele, scopritelo con questo post oppure su Facebook.

L’oblio di Balmavenera

Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.
(Cesare Pavese)

Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati.
(Antonio Tabucchi)

Un sopralluogo per l’organizzazione di una delle prossime uscite del CAI Lanzo, volte al recupero dei vecchi sentieri, mi ha permesso di chiarire dubbi sulla toponomastica e scoprire fatti che ignoravo su di un luogo coperto dall’oblio. Leggi il resto dell’articolo

Tra Valle Tesso e Val Malone

Il tratto di cresta Rocca Rubat-Bric Castello (in primo piano) visto nei pressi di Punta Prarosso

In bassa Val di Lanzo, tra la Valle Tesso e la Val Malone, stanno rinascendo antichi sentieri che consentono di fare escursionismo tutto l’anno. Un lavoro straordinario è svolto dall’Associazione Sentieri Alta Val Malone (ASAVM) che, tra ottobre e novembre, insieme al Cai di Lanzo e ai volontari di Coassolo, ha deciso di riaprire il tratto di cresta tra Pian di Rossa (1307 m) e Punta Prarosso (1499 m), da anni impraticabile. Un’ultima fatica dell’ASAVM per chiudere in bellezza un anno intenso di lavori sulla rete sentieristica.

Si sviluppa tra gli 850 e i 1500 metri la bellissima escursione ad anello che abbiamo inventato grazie a questi interventi, con un affascinante e divertente percorso in cresta, ricco di panorami a 360°. Si parte da Vietti (849 metri, frazione del Comune di Coassolo), si tocca il Pilone del Merlo (1044 m, con stupendo panorama sulle Valli di Lanzo), immersi in boschi magnifici, per poi decollare verso la cresta passando da Pian di Rossa (1307 m, altro bellissimo colpo d’occhio verso ovest). Si rientra a Vietti passando da Saccona (900 m) con breve percorso su strada asfaltata.

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Una transumanza nella bufera

Nevica forte nelle Valli di Lanzo, molto di più di quanto previsto.
Tutti rimangono molto sorpresi dalla tanta neve caduta nella notte e al mattino continua a fioccare incessantemente.
Progredire con le ciaspole nello spesso strato di neve (quasi un metro…) è faticosissimo ma fantastico.

Anche Giuseppe non si aspettava tutti questi fiocchi. Le sue caprette, ricoverate a 1600 metri all’Alpe Arbösetta, sono bloccate dalla tormenta a monte di Balme (1450 m), in alta Val d’Ala.
Con suo figlio Daniele affronta la bufera per riportarle a valle. Noi siamo davanti che battiamo la traccia e non ci accorgiamo che loro ci seguono senza le racchette da neve. Sarà un grande piacere, appena si uniranno a noi, deviare dal nostro tragitto programmato per battere traccia fino all’Alp dove le capre stanno attendendo il loro pastore per mettersi al sicuro.

Giuseppe e il figlio Daniele sono due montanari veri delle Valli di Lanzo. Giuseppe (82 anni portati magnificamente) ha un sorriso meraviglioso. Sincero e genuino. Come le Alpi. Leggi il resto dell’articolo

Barmèra

Per molti di voi il titolo di questo post è criptico ed è assolutamente comprensibile. Vedetelo per il momento come un cartello del Cai lungo un sentiero – una freccia – che vi indica una direzione: vi farà attingere agli abissi del tempo. Se poi verrete nelle Valli di Lanzo, allora vi capiterà frequentemente di incontrare questa parola lungo le vostre escursioni, che ci parla di luoghi alpestri abitati fin dalla notte dei tempi.

Le balme (o barme) sono costruzioni tipiche delle Valli di Lanzo e rappresentano la forma più elementare di riparo sotto roccia. La configurazione «decisamente neolitica» fa supporre che siano stati i primi ripari edificati dai Liguri sfruttando il materiale lapideo. «Più o meno consolidate con sostruzioni a secco», se ne trovano numerose testimonianze perfettamente conservate e sono ancora oggi utilizzate con funzione di deposito per foglie e legname (Piercarlo Jorio, Vita e cultura nelle alte Valli di Lanzo, Museo delle genti delle Valli di Lanzo, Ceres 1984. p. 38).

Laura Solero (Tesi di laurea “Beni architettonici e ambientali in Val di Lanzo”)

Un magnifico esempio di balma (riparo sotto roccia) da cui successivamente è stata ricavata una baita in pietra (alp). La struttura risulta anche riparata dalle valanghe perché la copertura è stata realizzata in continuità con la curvatura della roccia. Alpe Riane (1800 metri; Val Grande di Lanzo)

Siamo alle origini dell’abitare nelle Valli di Lanzo, sui duri versanti in quota delle Alpi Graie meridionali. Leggi il resto dell’articolo

Nel Vallone del Rio Saulera

Ad inizio novembre, alla fine di una interminabile e rovente estate, sono in bilico su di un’esilissima linea rossa, risucchiato in un profondo ed oscuro vallone, da forze che non controllo.
Nel selvaggio West delle Alpi c’è puzza di bruciato. A novembre. Proprio quando un tempo l’acqua, dopo le consuete piogge ottobrine, si cristallizzava in attesa del disgelo primaverile.
Da pochi passi ho lasciato alle spalle due minuscoli ma incantevoli laghetti. Così giacevano nella mia memoria. Ora sono completamente in secca e spettrali come due orbite a cui hanno cavato gli occhi. Occhi esausti di guardare verso il cielo in attesa della pioggia.
A poche decine di chilometri in linea d’aria dal Vallone del Rio Saulera il fuoco infuria sulle montagne della Val Susa, alle pendici del Rocciamelone. E l’angoscia avanza imperterrita come la prepotente siccità che dura da mesi.
Attratto, da sempre, da ciò che nella vita barcolla ma resiste, da ciò che i distratti esseri umani consegnano all’oblio, mi faccio sedurre dal misterioso e discosto Vallone del Rio Saulera. Il suggerimento è una misera traccia sulla carta, in parte tratteggiata. In parte spezzata. Quindi un cammino incerto, senza riferimenti, senza segnaletica. Un viaggio nell’ignoto. Leggi il resto dell’articolo

Fino all’imbrunire

E’ impressionante percepire la velocità con cui tutto sta cambiando nella nostra epoca. Il clima, modificato da noi oppure no, è l’imperituro giudice che stabilisce chi avrà il diritto di continuare ad abitare la Terra.

Ma è altrettanto impressionante osservare, durante le escursioni sulle Alpi Graie, come ci sia qualcosa che non scompare tanto facilmente, sebbene quest’ultime siano spazzate da ogni sorta di evento atmosferico: sono le imponenti opere in pietra dei vecchi montanari.

Se volete ristabilire un contatto con il tempo cronologico portatevi in Val Grande di Lanzo e dimenticatevi l’auto a Bonzo. Il sentiero da prendere è il n. 322 (andate qui per la mappa), magari proprio in autunno per farvi accogliere dalle foreste incantate. Accorgersi di quante cose cambiano e passano rapidamente nel nostro tempo, osservando i lentissimi manufatti di nuda pietra, che resistono a tutto, è una doccia di benessere psicofisico. Sono stupefacenti e commuoventi.
Mentre ci passano a fianco sentiamo il loro sussurro che ci narra di come sia arduo, difficile e terribilmente faticoso modellare l’avvenire. Loro sapevano farlo e sono qui a testimoniarcelo. A noi non resta che riprendere l’incerto cammino a testa bassa, vergognandoci profondamente per non aver saputo cogliere il messaggio.
In tempo.

P.S.
Raggiunto a piedi Alboni, incantevole villaggio di pietra, si può ritornare a Bonzo con un giro ad anello molto appagante (basta proseguire per la Mea col sentiero 323 e poi scendere nel fondovalle col n. 322A).

Torneranno tutte le genti
che non hanno voluto parlare
scenderanno giù dai monti
ed allora staremo a sentire
quelle storie da cortile
che facevano annoiare
ma che adesso sono aria
buona pure da mangiare
.
(Negroamaro – Fino all’imbrunire) Leggi il resto dell’articolo

Autunno in Val Grande

No, non è la Val Grande del Parco omonimo piemontese. Questa invece è la più a nord delle Valli di Lanzo ed è, come dice il suo nome, la più ampia, caratterizzata da numerosi valloni sospesi che si innestano nel fondovalle. Valloni stupendi, come quelli esposti a mezzogiorno: si chiamano Vassola, Unghiasse, Vercellina… e sono tutti solcati da una rete di sentieri storici che permettono la conoscenza di ambienti incantevoli dove i vecchi montanari hanno posato segni straordinari della loro cultura materiale (baite, roye, sentieri, scalinate in pietra, bounòm…) e del loro duro lavoro in quota. Sentieri che sfiorano i 3000 metri di quota regalando panorami indimenticabili. Sentieri per troppo tempo dimenticati ma che ora iniziano a tornare funzionanti grazie all’opera di segnalazione.
Uno di questi, rimasto negli ultimi decenni impraticabile, soprattutto nella parte iniziale, è il n. 325 che comincia dal Comune di Chialamberto (864 m) spingendosi fino a 2500 metri, con notevole dislivello. Le strade asfaltate che conducono nelle amene borgate alpine situate a mezza costa (sopra i 1000 m) consentono di partire da quote più elevate, ma al contempo tendono a far stoltamente rigettare, nella programmazione delle escursioni, le fantastiche mulattiere di pietra che si diramano dal fondovalle. Chi avesse voluto così puntare agli orizzonti alpini dello spartiacque Val Grande-Valle dell’Orco, avrebbe tentato la partenza da Vonzo (1231 m) oppure da Candiela (1160 m), dove un sentiero storico conduce a Chiappili (1450 m), nel Vallone di Vassola poi e nell’adiacente bacino della Lombarda, punteggiato di alpeggi, uno più bello dell’altro.

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Francesetti e la letteratura del pre-alpinismo

La recente pubblicazione delle Lettres sur le vallées de Lanzo (1820 – 1822) di Luigi Francesetti di Mezzenile (1776 – 1850), tradotte in italiano a cura di Piero Gribaudi per la Società Storica delle Valli di Lanzo, ha riportato alla ribalta la figura del conte, singolare personaggio vissuto fra le Valli di Lanzo e la città di Torino e significativo esponente della letteratura di montagna nel periodo precedente la nascita del Club Alpino Italiano, tuttavia oggi quasi sconosciuto al grande pubblico.

La Società Storica delle Valli di Lanzo è il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi di Torino” intendono valorizzarne la vita e l’opera, nell’ambito del relativo periodo storico, con l’organizzazione dell’incontro sul tema “Luigi Francesetti di Mezzenile e la letteratura del pre-alpinismo“.
In attesa di un ulteriore appuntamento sull’argomento che i due sodalizi si propongono di realizzare prossimamente, esso si svolgerà nella sala del castello Francesetti (dimora estiva del conte), a Mezzenile (To), sabato 2 settembre 2017 con inizio alle ore 16, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di Mezzenile.

Con il direttore del Museo Nazionale della Montagna Aldo Audisio in veste di moderatore, Ezio Sesia, presidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, tratteggerà la figura del conte Francesetti, ad un tempo illuminista e conservatore, ma soprattutto appassionato conoscitore delle “sue” montagne, come traspare dalla sue precise relazioni su cime e valichi delle Valli di Lanzo; Roberto Mantovani, giornalista e scrittore, tratterà delle montagne prima dell’alpinismo, ancora avvolte da un’aura di mistero; Bruno Guglielmotto-Ravet, vicepresidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, mostrerà come Luigi Francesetti, attraverso le litografia presente nelle Lettres, inauguri la rappresentazione pittoresca delle Valli di Lanzo, individuandone gli aspetti “graziosi” più significativi, poi frequentemente riproposti nel tempo.

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Una storia semplice

La Blinant (1300 m) in Val Grande di Lanzo

Una storia semplice

Un uomo e un villaggio delle Valli di Lanzo

Testo e foto di Ariela Robetto  (da Panorami-Vallate Alpine n. 124 del 2007)

Quattro case e una cappella in altura: la Blinant.
In anni ormai lontani, dal Boschietto di Cantoira vi salivano gli armenti per il pascolo estivo. Poi fu l’abbandono.
Vi giunsi la prima volta, più di vent’anni or sono, lungo uno splendido sentiero, affacciato sull’aspra rupe di Santa Cristina, già in parte invaso dalla vegetazione, dopo l’incuria causata dalla costruzione della più comoda carrozzabile sterrata. La Blinant era sprofondata nel silenzio, le case grigie di pietra stavano rovinando, ortiche e cespugli spinosi ostruivano gli stretti passaggi fra le abitazioni. La bianca chiesetta, priva di campanile, vegliava dall’alto del pendio un mondo in penosa agonia.
Ritornai lassù sei anni dopo, seguendo la sterrata che si origina dal Colle di San Giacomo, nella Valle del Tesso, e poi scende in Val Grande sino alla Blinant, ridivenendo sentiero nel suo ultimo tratto, in un maestoso bosco di faggi, dopo il Pian d’Aoudjou dove le masche ballano il venerdì notte. Quando arrivammo in vista delle abitazioni, notai da subito che il panorama era cambiato: la cappella ed alcune baite erano ristrutturate, i passaggi ripuliti; a valle del villaggio scorgemmo pure una presenza umana che iniziò a guardare verso di noi con la diffidenza che sempre accompagna la solitudine. Ci dirigemmo verso l’uomo per rassicurarlo. Fu così che conoscemmo Linu dal Busiët: un viso scavato, magrissimo, due occhi vivaci e penetranti; un fisico asciutto, scattante, la statura bassa di quei larici costretti ad affondare le radici nella pietra che non li rende imponenti e maestosi, ma straordinariamente resistenti e forti.

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Nel cuore delle Alpi

Più gli anni passano e più mi sento vicino alla montagna di personaggi come Renzo Videsott, Anacleto VerrecchiaVirgilio Giacchetto, o di quel Guardaparco incontrato tra le pagine di un libro che mi ha proiettato verso escursioni indimenticabili. Personaggi che hanno avuto in comune qualcosa di importante da proteggere per consegnarlo all’avvenire.

In alta Val d’Ala (Valli di Lanzo), sospeso sul Piano della Mussa, il Piano della Ciamarella (2100 m) è nel cuore delle Alpi Graie meridionali. Dominato dalla mole dell’Uja di Ciamarella (3676 m), dall’Albaron di Sea (3261 m) e dalla Bessanese (3620 m), si concede come un affascinante ed incantevole punto di contatto grazie ad un umile sentiero che arranca fino al Ghicet di Sea (2726 m), valico che porta nel Vallone di Sea e nella Val Grande.

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Punti di contatto

Leggere la Natura con cuore aperto, ascoltare la Natura con la mente pronta: questo è il nutrimento per una sana crescita dell’intelligenza naturalistica.

Trovo molto suggestivo il pensiero del biologo Giuseppe Barbiero quando ipotizza punti di contatto con Gaia e la nostra psiche. Anzi, abolisco le ipotesi – con tutti i suoi “se” – e le do immediatamente verificate. Perdonatemi questa presunzione che è più che comprensibile dopo una magnifica escursione negli affascinanti ambienti naturali delle Alpi Graie.

“[…] Stiamo scoprendo che Gaia può influenzarci ad un livello psichico profondo. Proprio come una vera madre, Gaia è capace di attivare la nostra attenzione involontaria, affascinando i nostri sensi e favorendo la nostra capacità di attenzione. Se questo è vero siamo di fronte ad una questione cruciale che va colta nella sua interezza: qui Gaia è il soggetto attivo, mentre l’umanità riceve nutrimento psichico. Per chi, come l’uomo moderno, è abituato a considerare se stesso al centro dell’universo, agente unico nel bene e nel male del proprio destino, si tratta di un ribaltamento di prospettiva che lo pone in una prospettiva nuova e più umile: dipendiamo dall’integrità di Gaia non solo fisicamente, ma anche su un piano psichico […]. Leggi il resto dell’articolo