Alla meta una croce

La croce di vetta di Punta Bellecombe (2755 m) nelle Alpi Cozie

La simbologia del sacro tra lo svago del cittadino e la quotidianità del valligiano

Testo e foto di Pier Mario Migliore*
(pubblicato sul numero di luglio/agosto 2020 de “L’escursionista”, rivista online dell’UET – Unione Escursionisti Torino, sottosezione del CAI Torino).

Spesso arrivando alla nostra meta montana ci troviamo al cospetto di una croce o di una statua (generalmente della Madonna); tutto questo non ci stupisce, anzi, se la punta o il colle ne sono privi ci sembra un luogo spoglio di un elemento famigliare.
Di tanto in tanto affiora nell’ambito dell’associazionismo dell’andar per monti o di ispirazione ambientalistica, il non ancora risolto dilemma pro o contro queste presenze antropiche in luoghi che l’immaginario collettivo vede come “incontaminati”.
Tralasciando questa diatriba alla vostra personale opinione, in questo mio nuovo articolo, vorrei catturare l’attenzione sul come vedere le varie espressioni di sacralità che incontriamo nelle nostre uscite.
Da sempre l’uomo ha identificato “l’alto” con il divino e di conseguenza l’altezza del monte diventa sinonimo di sacralità e come tale sede di divinità interdetta ai comuni mortali; Olimpo, monte Sinai, monte Ararat sono solamente alcuni esempi culturalmente a noi vicini, ma ancor più vicini sono Il Bego e il Rocciamelone.
Per i pastori della marina provenzale che in inverno dal mare vedevano il Bego innevato e in estate potevano alimentare le loro greggi con la rigogliosa erba dei suoi pascoli, il monte era fonte di vita e quindi sacro.
Il loro “grazie” verso il dono divino, ancor oggi lo possiamo ammirare nella moltitudine di graffiti scolpiti sulle rocce montonate della Valle delle Meraviglie.
Rocciamelone: l’attuale devozione verso la Madonna oggi simboleggiata da una gigantesca statua eretta a fine ottocento sulla vetta, altro non è che l’evoluzione di un culto che si perde nella notte dei tempi.
Questa vetta, ancor nel Medioevo considerata la montagna più alta delle Alpi, aveva ispirato Rotario d’Asti nell’onorare “il voto” fatto a seguito della sua liberazione dai mori in Terra Santa; portare l’immagine della Madonna sul quel monte.
Gli stessi Cozi nel primo secolo a.C., costruendo a Susa l’arco in onore ad Augusto per suggellare l’alleanza con i Romani, collocarono l’opera in un contesto paesaggistico in cui la prospettiva del sontuoso manufatto veniva surclassata dall’imponenza del monte a loro sacro.

Susa – Arco di Augusto con il Rocciamelone (3538 m) sullo sfondo

E’ sempre bello e istruttivo cercare di interpretare il “detto non detto” delle generazioni passate.
Questa sacralità verso la parte cacuminale del monte ha valicato i secoli, passando dal proibito del paganesimo, al “non vado perché è inutile andarci”, insito fino a ieri nella quotidianità dell’alpigiano.
Da parte di madre sono di “stirpe margara” e i miei avi per secoli (almeno dalla seconda metà del 700) hanno trascorso la stagione estiva in alpeggi ubicati sui 2000 m. Per tutti loro la vetta, se non atta al pascolamento, era un luogo inutile e come tale non meritevole di essere raggiunto.
Ricordo ancora quando al rientro da un’escursione raccontavo con orgoglio ai miei genitori il percorso per pietraie e lingue di neve verso la vetta; “non capivano” e in cuor loro si chiedevano come poteva essere bella e soddisfacente una montagna senza pascolo e senza possibilità di vita (umana).
Con questo non cadiamo nel preconcetto “goliardico alpinistico” per cui l’alpigiano non salisse la vetta perché non “sapeva farlo”. I primi alpinisti cittadini per muoversi nell’ambito montano si avvalsero di pastori locali intraprendenti, che con lungimiranza avevano intuito la nuova fonte di guadagno, formando il nucleo iniziale delle attuali guide alpine.
Ogni alpigiano, se doveva salvare qualche suo animale caduto in un dirupo o perso sui declivi più pericolosi, con maestria sapeva muoversi anche su questi terreni. La stessa capacità di movimento era utilizzata nei luoghi frontalieri, per far valicare sulle spalle merce reperibile sul proprio versante vallivo e scarsa sul lato opposto o viceversa. Altro stimolo per avventurarsi oltre la fascia prativa erano le ricorrenze religiose.
Anche in questo caso il camminare per tutto il giorno su percorsi poco agevoli veniva motivato dalla necessità di “guadagnare punti per il paradiso”, non disdegnando comunque l’occasione festosa che si creava in questi contesti.
Con il graduale affermarsi della fruizione turistica della montagna a partire da fine ottocento (il nostro sodalizio è uno degli esempi) inizia la collocazione, sulle mete “conquistate”, di simboli religiosi da parte di questi “non valligiani”, che finalmente arrivano su quei luoghi che per generazioni avevano solo ammirato “dal basso”.
Dall’impresa alla contemplazione, dalla contemplazione del creato al ricordo del suo creatore il passo è breve ed ecco che gradualmente avanza la necessità di materializzare questo sentimento in un appagante manufatto. A questa nuova pratica presto si accodano anche le comunità valligiane, che con iniziative parrocchiali contribuiscono ad ampliare il fenomeno.

Il redentore del Monte Saccarello (2201 m) nelle Alpi Liguri

Una spinta “di peso” arriva con le celebrazioni dell’Anno Santo 1900, dove alle piccole croci si affiancano imponenti statue di vetta. I redentori del Saccarello e della Colma di Mombarone fanno parte delle 18 statue edificate sulle cime di tutta l’Italia.
Nello stesso contesto storico dobbiamo annoverare la collocazione della statua della Madonna del Rocciamelone (1899); in questo caso, come precedentemente ricordato in questo articolo, la tradizione parte da lontano, ma la realizzazione del monumento ha radici in quella attualità.

Statua Mariana in vetta al Rocciamelone (3538 m) nelle Alpi Graie meridionali

La necessità di trasformare l’invisibile in visibile, umanizzando quell’entità suprema che aiuta a superare le difficoltà del quotidiano, è trasversale a tutte le culture e a tutte le epoche storiche. Dove la vita è maggiormente condizionata dagli eventi “naturali”, le azioni umane sono rivolte all’essenziale; anche per la manifestazione religiosa vale la stessa regola. Per l’abitante del monte, della collina, della campagna, del mare (non balneare), ogni giorno la competizione con l’ambiente circostante è motivo di sopravvivenza e un aiuto divino è sicuramente ben accetto.
Croci, piloni, cappelle, dipinti murali, sono quanto oggi possiamo vedere a ricordo del pulsare di vita di quei luoghi che nelle nostre escursioni spesso troviamo deserti.
Santi Tebei, santi Tebei a cavallo, Maddalene, ostensioni sindoniche, sono tra le immagini sacre che caratterizzano il nostro arco alpino occidentale e costituiscono chiari marcatori culturali di contesti storici ben definiti.
Tra la simbologia sacra cittadina di vetta e quella alpigiana collocata nella montagna abitata e vissuta, vi sono almeno due sostanziali differenze.
La prima riguarda l’aspetto del manufatto. Quanto troviamo nella “parte bassa” del monte è riconducibile al “casalingo”; cappelle e piloni hanno l’aspetto protettivo del casolare, mentre la semplice croce metallica posizionata ai “quattro venti”, ricorda un luogo inospitale.
L’altra sostanziale differenza tra le due espressioni di religiosità deriva dal perché sono stati costruiti.
La croce o la Madonna di vetta, spesso sono state collocate per ricordare una ricorrenza o per onorare qualche amico “andato avanti”.
La croce di punta Bellecombe (Piccolo Moncenisio), a mio avviso tra le più belle delle nostre vallate, è stata eretta a ricordo dei caduti tedeschi negli scontri avvenuti in quei luoghi negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale (operazione “Izard” 5-12 aprile 1945). La sua forma che racchiude una stella alpina, ci porta indiscutibilmente in un contesto alpino Allemanno.
Le cappelle, i piloni, i dipinti murali delle baite, sono stati fatti per “grazia ricevuta” o a talismano protettore della comunità, della famiglia, degli armenti o dei raccolti.
A questo riguardo porto ad esempio tre manufatti religiosi collegati alla storia della mia famiglia.
La cappella di Pian dell’Orso, pianoro ubicato sopra Villarfocchiardo sullo spartiacque tra la bassa val di Susa e la val Sangonetto, è stata edificata tra il 1843 e il 1845 da Antonio Montabone (bisnonno della mia nonna materna) a ringraziamento per aver trovato una nuova madre per i suoi nove figli rimasti orfani e nel contempo perché si era placata la malattia del carbonchio, che aveva colpito la sua mandria.

La cappella del Pian dell’Orso

La cappella dell’Alpe di Giaveno, posizionata sulla dorsale che da Pian Gourai porta al colle del Vento (val Sangonetto), venne fatta edificare da Trucchiero Margherita (nonna paterna di mia madre), a ringraziamento per il ritorno di tutti i suoi quattro figli (tra cui mio nonno) dalla “grande guerra”.

Cappella Alpe di Giaveno (val Sangonetto)

Il pilone votivo dell’Alpe di Giaveno Superiore (val Sangonetto) è stato fatto edificare da Re Giuseppe (mio nonno materno) nel 1945, in onore della Madonna nera di Trana, per aver protetto tutta la famiglia durante il periodo bellico 1940/1945. Il santuario di Trana dove si venera questa Madonna, era per loro punto di passaggio obbligato durante la transumanza tra le cascine di svernamento della pianura ovest di Torino e l’alpeggio in val Sangonetto.

Pilone votivo all’Alpe di Giaveno Superiore (val Sangonetto)

Foto della seconda metà degli Anni ’50 quando ancora si festeggiava la Madonna del Carmine (16 luglio) alla cappella dell’Alpe di Giaveno Superiore. Al centro (con baffi bianchi), Re Giuseppe (classe 1887) uno dei figli di Trucchiero Margherita ritornato dalla Grande Guerra.

Ancor oggi mia mamma ricorda nitidamente la salita all’alpe da Pianezza, nella notte tra l’11 e il 12 giugno del 1940 (giorno successivo alla dichiarazione di guerra), quando sopra le loro teste passarono gli aerei inglesi che andavano a bombardare Torino.
Ora mi fermo e nel congedarmi vi lascio con un pensiero estrapolato da un intervento del past president del CAI Annibale Salsa, che a mio avviso ben sintetizza il rapporto che dovrebbe esistere tra l’escursionista e l’alpigiano:

“All’escursionista è idealmente affidata la memoria storica di un patrimonio plasmato dalla fatica, sacrificio, dalla caparbia determinazione degli uomini della montagna. Ad esso competerà perciò la responsabilità morale nel rendere testimonianza degli ultimi segni della cultura materiale e spirituale delle genti delle Terre Alte”.

*Pier Mario Migliore
Accompagnatore Nazionale di Escursionismo (ANE) del Club Alpino Italiano

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