By fair means

Reinhold Messner – Foto di rottonara da Pixabay

Sei un folle se nel mezzo della vita
non temi l’approssimarsi della morte;
perché tutto ciò che fai e ritieni grandioso
non vale nulla ai suoi occhi.

Da Bardo Thodol. Il libro tibetano dei morti

Già negli anni Sessanta amavo George H. Leigh Mallory, nel periodo in cui realizzavo le grandi salite della mia carriera alpina. Lo amavo come amavo anche il pioniere inglese del Nanga Parbat, Albert Frederick Mummery, per le sue appassionate discussioni sull’uso dell’ossigeno.

In un tempo in cui l’industrializzazione era appena cominciata e l’impiego di ausili tecnici veniva considerato un progresso, questi due personaggi sentivano già il problema del by fair means, dei mezzi leali; già allora avevano riconosciuto che con l’utilizzo della tecnica viene a mancare qualcosa di essenziale, cioè il desiderio, la gioia, la sensazione di felicità nel raggiungere qualcosa di apparentemente impossibile attraverso le proprie forze, attreverso l’impegno totale delle proprie possibilità fisiche e psichiche. Mallory e Mummery erano per me degli esempi, come lo fu più tardi Paul Preuss, che per gli stessi motivi e con la stessa fermezza aveva condannato l’uso dei chiodi nell’arrampicata su roccia.

Oggi, molto più di quanto questi arguti inglesi potessero immaginare, viviamo in un mondo di macchine, in un mondo tecnicizzato. Su questo nostro devastato pianeta sono ormai pochi gli spazi di libertà nei quali possiamo dimenticare la società industrializzata e sperimentare indisturbati le nostre forze e capacità ataviche.

Questo è il motivo fondamentale per cui a mio parere non c’è altra sfida più affascinante di quella che mette a confronto un uomo e una montagna. Io mi rifiuto di farmi guastare questa sfida dai mezzi tecnici. Per poter sopravvivere in un’epoca di massificazione, di deserti di cemento, di isolamento per i troppi impegni dettati da un folle meccanismo di produzione e di gestione, io ho bisogno della montagna come compensazione.

Chi non capisce la mia disperazione e pensa che la mia filosofia del by fair means sia un capriccio esagerato, dovrebbe fare un viaggio fino al campo base dell’Everest sotto la seraccata del Khumbu. Se vede la sterminata discarica di immondizie vasta chilometri quadrati che gli evoluti alpinisti del mondo occidentale con la loro tecnica dello spreco hanno lasciato dietro di sé, allora mi capirà.

Reinhold Messner in Everest Solo. Orizzonti di ghiaccio. (Corbaccio, 2020)


Il 20 agosto 1980 Reinhold Messner raggiunge la vetta dell’Everest in solitaria e senza ossigeno.

Monte Everest (8850 m), visto da nord – Foto di Peter Anta da Pixabay

Info Beppeley
Un amante della montagna, quella vera, non quella stereotipata della neve e dello sci. Accompagnatore del CAI, mi piace fare escursioni in tutte le stagioni cercando di vedere con occhi nuovi la montagna, trasformando la mia "vista" da cittadino adulto in quella da bambino che scopre cose nuove.

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