I misteri delle Courbassère

Courbassère

Alpe Cré dou Riàn (1124 m). Sullo sfondo Testa Pajan

Un’escursione alla scoperta delle incisioni rupestri delle Valli di Lanzo grazie all’amico Giorgio Inaudi.

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Chiunque abbia frequentato una scuola di alpinismo nella provincia di Torino conosce bene la palestra delle Courbassère ad Ala di Stura, nelle Valli di Lanzo. Una distesa di blocchi di grandi dimensioni, di roccia scabrosa e talvolta addirittura abrasiva, che stende in pieno sole, al riparo dai venti che soffiano dall’alta valle. Il posto ideale per cimentarsi nei primi passi di arrampicata, per provare il brivido della corda doppia, fino alle difficoltà più sostenute. Una bella fontana, alcune panchine di legno ne fanno un luogo accogliente, senza trascurare la possibilità di ristorarsi nella rustica e simpatica trattoria che sorge nei pressi del piazzale sottostante.

Eppure questo luogo, solare e vivace, diventa di colpo severo e persino inquietante al calar del sole, quando gli ultimi arrampicatori riavvolgono le corde e scendono a valle, carichi di moschettoni tintinnanti. Il luogo torna ad essere quello che è davvero: un immane deserto di rocce che appaiono come frantumate da un gigantesco cataclisma.

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Le Courbassère vista dall’inverso della Val d’Ala

Era la notte del 17 settembre 1665. Dopo alcuni giorni di pioggia torrenziale una frana gigantesca si staccò dalla montagna sopra la borgata di Pian del Tetto e passò rasente alla chiesa parrocchiale di Ala, che per la scossa riportò gravi danni, ricoprendo una parte del villaggio, là dove ora sorge il Grand Hotel e dove è tradizione che vi fossero le concerie (li affaitàou). La frana arrivò ancora a far diga allo Stura, causando la distruzione della borgata di Pertusio, spazzata via dalle acque quando la diga cedette improvvisamente. La gente di Pertusio vide lo Stura prosciugarsi, si rese conto del pericolo ed ebbe il tempo di mettere in salvo se stessa, le proprie bestie e le proprie cose, ma la borgata non fu più ricostruita e di essa rimane soltanto il ricordo.

Il ricordo di tale cataclisma è ancora ben vivo ad Ala di Stura e Giovanni Cristoforo (Ninétu) ricorda di aver sentito raccontare dai vecchi che la catastrofe era stata accompagnata da un terremoto e che quando furono scavate le fondamenta del Grand Hotel, a molti metri di profondità fu ritrovato uno spesso strato di humus (tèra di tchàmp) che indicava il livello del suolo prima della frana ed anche alcuni arnesi che dovevano appartenere ad artigiani dell’epoca.

Piccola Courbassera

Piccola Courbassera

Gli abitanti di Pertusio, come quelli di molte altri villaggi delle Valli di Lanzo, erano minatori e per secoli avevano lavorato nelle cave di minerale che sorgevano qua e là sulla montagna. Il lavoro nelle cave, le bòrness, era assai duro e condotto con mezzi primitivi e rudimentali. Ferro, pirite solforosa, ma anche argento e persino oro (almeno secondo la leggenda) venivano scavati e raffinati, andando poi ad alimentare le officine artigianali della valle.

Ma la ricchezza di questo luogo della valle era la pietra ollare, una particolare varietà di cloritoscisto che ha la proprietà di essere relativamente tenera al momento dell’estrazione, divenendo poi più dura nel tempo. Così almeno dicono i montanari, che la chiamano péra doussa (pietra dolce) o anche con l’antico nome di péra dou lavassèi che si può riferire al francese vaisselle (le stoviglie). Fin dalla più remota antichità, infatti, la pietra ollare, lavorata al tornio o con il bulino, è stata usata per fabbricare utensili e recipienti.

Nei paesi dell’alta valle si conservano ancora molti manufatti in pietra ollare: stampi per fondere fibbie, croci, palle da fucile, ma anche tabacchiere, astucci, ferri da stiro e tanti altri oggetti di uso quotidiano. Molti anni or sono, quando fu disfatto il vecchio cimitero di Balme, furono ritrovati, insieme alle ossa di uomini giganteschi, numerosi lucerne e candelabri in pietra ollare, con curiose decorazioni di gusto esotico. Ed ancora è tradizione che i Balmesi andassero a rifornirsi di questa pietra in un giacimento che si trova sul versante savoiardo della Bessanese, dove oggi sorge il rifugio d’Avérole, qualche metro a valle di un pilone votivo tuttora esistente.

Bouiri dou servagiu

Bouiri dou servagiu (tana dell’Uomo selvatico)

Le cave di pietra ollare delle Courbassere si trovano sul versante sud-est della montagna, a circa mezz’ora di cammino dalla palestra di roccia. La zona è nota ad Ala di Stura con il nome di Bouìress d’l’Om Servàdjou (le tane dell’Uomo Selvatico), un nome pittoresco attribuito spesso nelle valli alpine ad un essere leggendario, metà uomo e metà bestia, solitario e scontroso ma sostanzialmente innocuo, che avrebbe insegnato ai montanari l’arte di fabbricare il formaggio. Sono molte le cavità in cui si dice che abitasse, prima di allontanarsi per sempre in seguito ai dispetti di cui sarebbe stato vittima da parte di alcuni malintenzionati.

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Segnaletica verticale alle Courbassere

Per visitare le Bouìress d’l’Om Servàdjou, si può partire dalla frazione Pian del Tetto, m 1150, seguendo un sentiero che incomincia sopra il piazzale posteggio e sale lentamente verso est. Raggiunto un crinale, il sentiero entra il un rado bosco di faggi e scende rapidamente verso la palestra di roccia, nel punto in cui si trova una fontana ed una baita che sulla carta è indicata come alpe Credariàn (in realtà Cré dou Riàn, crinale del torrente), m. 1224. Sul posto si possono notare le tracce evidenti di un’antica cava di lose.

Il sentiero attraversa in piano la zona dei massi di arrampicata e prosegue in direzione est, fino ad attraversare uno sperone che segna la separazione tra la parte alta e quella bassa della valle. Di qui si intravede in lontananza un grande monolito, detto Roc dou Tchapèl (la roccia del cappello), perché sormontato da un blocco apparentemente in bilico, che strapiomba sul lato verso valle. Proseguendo per il sentiero, prima in discesa e poi di nuovo in salita, si giunge rapidamente al monolito, m 1500 circa. Sul lato a monte, davanti al blocco del cappello, si trova una superficie liscia e piatta, interamente coperta di iscrizioni e di incisioni. Alcune di queste sono moderne, altre risalgono alla fine del secolo scorso, mentre alcune sono addirittura in caratteri ebraici o recano simboli massonici. Al di sotto di queste, vi sono altre incisioni più antiche, che recano croci, piccole coppelle, segni antropomorfi ed alberiformi, di incerta datazione ma probabilmente preistoriche. Le incisioni sono state oggetto di un attento studio di Giuseppe Isetti, nel corso degli anni ’60, confluite nella pubblicazione di Piero Barocelli, “L’opera paletnologica di Giuseppe Isetti e le figurazioni rupestri in Valle d’Ala di Stura”, edita dalla Società Storica delle Valli di Lanzo nel 1965.

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Proprio al centro della roccia, si trovano alcune grandi coppelle, del diametro di circa venti o trenta centimetri. Non sono collegate da canalette e risultano intagliate in modo molto netto. A differenza di altre coppelle, di probabile origine religiosa o comunque rituale, che si trovano in altri luoghi della valle e in genere di tutto l’arco alpino occidentale, è da ritenere che queste siano invece il risultato di un lavoro di estrazione di pietra allo scopo di intagliare manufatti (in questo caso vaschette circolari). Proprio davanti alla roccia, una di queste vaschette, quasi ultimata e poi abbandonata per la rottura di un margine, resta attaccata al blocco dentro al quale è stata intagliata, testimoniando le modalità di questa lavorazione. Tutta la roccia reca profonde incisioni, che testimoniano l’estrazione di piccoli blocchi e di barre di cloritoscisto, utilizzati poi per la costruzione di manufatti in pietra ollare.

sentiero tana del selvatico

Il sentiero 239A che conduce alle Bouìress d’l’Om Servàdjou

Nei pressi del Roc dou Tchapèl, e precisamente nel valloncello oltre il crinale, salendo per tracce di sentiero verso N, si trovano alcune cavità artificiali scavate per estrarre la pietra. Una di queste, appena sotto il Roc, è nota come “Barma della Masca” e vi si trovano, incise in alto, una croce antropomorfa e un disegno a forma di scala.

Queste incisioni sono ritenute dagli studiosi assai simili a quelle del Monte Bego, nella Valle delle Meraviglie e testimoniano un’antichissima presenza umana in questi luoghi, forse già nel neolitico o nella prima età dei metalli. E’ probabile che questa frequentazione fosse dovuta già allora all’estrazione della pietra ollare.

pietra ollare

Pietra ollare

E chi prima

Il XCI volume della SSVL uscito nell’anno 2005

Circa cinquanta metri più in alto, vi è un’altra cavità indicata con le lettere in vernice BS (Bouìri dou Sarvàdjou), dentro la quale, oltre ad alcune iscrizioni su di un blocco staccato sul pavimento, si trova anche una lunga scanalatura, intagliata nella parete della grotta e destinata a raccogliere in una piccola vaschetta le poche gocce d’acqua che colano in un punto della roccia. Tutta la zona infatti è completamente priva di sorgenti e gli operai che lavoravano nelle cave dovevano probabilmente rifornirsi a questa esigua fonte. Tutto intorno vi sono altre tracce di estrazione e altre cavità, alcune delle quali oggi parzialmente ostruite da frane. E’ probabile che nella zona si trovino ancora altri antichi luoghi di estrazione, che potrebbero riservare interessanti sorprese, tuttora nascosti dalla fitta vegetazione.

Poco sopra il Roc dou Tchapèl, in cima ad una pietraia, si trova anche un ricco giacimento di granati, spesso meta di incursioni clandestine di cercatori di cristalli, alcuni dei quali affrontano il filone con perforatori ed esplosivi, mentre altri si limitano a frugare tra i detriti sottostanti, alla ricerca dei frammenti dispersi dalle esplosioni.

L’escursione si conclude ad un colletto in cima al piccolo vallone, dal quale si intravedono a distanza i casolari di Monaviel, alle falde del Monte Plu, altro luogo in altri tempi abitato in permanenza ed ora completamente abbandonato. Nei pressi del colletto, si notano le tracce di un’antica mulattiera selciata con grandi lastre che attraversa la pietraia in direzione di Ala di Stura, costruita probabilmente per trasportare la pietra estratta mediante le slitte.

La gita è consigliabile soprattutto all’inizio della primavera o nel tardo autunno, a causa della forte esposizione al sole e si conclude tornando sui propri passi fino alla palestra di roccia ed eventualmente scendendo al piazzale sottostante.

Giorgio Inaudi – Barmes news n.13 (anno 2000)

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Per completezza ed aggiornamento di quanto segnalato da Giorgio Inaudi, segnalo che nell’anno 2005 la Società Storica delle Valli di Lanzo ha pubblicato il XCI volume intitolato “E chi prima?” scritto da Adalberto Donna D’Oledinico che ha contribuito così alla ricerca su quei segni antichissimi che ci suggeriscono la presenza umana nelle Valli di Lanzo in tempi preistorici.

Qui il file in pdf (234 KB) con la prefazione di questa pubblicazione (a cura del Presidente della Società Storica delle Valli di Lanzo Bruno Maria Gugliemotto-Ravet).

Per concludere, ecco qualche indicazione escursionistica per raggiungere la zona delle Bouìress d’l’Om Servàdjou:

Località di partenza: Pian del Tetto  (1150 m – fraz. di Ala di Stura)

Dislivello: 300 m circa

Difficoltà: E

Tempo di salita: 1 h e 30 minuti circa

Periodo consigliato: da aprile – maggio ad ottobre (in funzione delle condizioni di innevamento anche in altri periodi)

Cartografia: Alte Valli di Lanzo carta n.17 edita da L’Escursionista & Monti editori (anno di pubblicazione 2013) oppure Valli di Lanzo carta n. 8, scala 1:25.000 edita dalla FRATERNALI editore

Segnavia: n. 239A con bolli bianco rossi

Note: si raggiunge Pian del Tetto dalla provinciale per Balme (voltare a destra appena in vista della Chiesa di Ala di Stura) e si parcheggia l’auto al termine della strada asfaltata. Si torna indietro e in breve si segue una strada sterrata che si inoltra nel bosco in direzione Est. In 20 minuti circa si raggiunge l’Alpe Cré dou Riàn (con graziosa fontana). Svoltare a sinistra e seguire i cartelli e i bolli bianco rossi per raggiungere in un’ora circa la tana dell’Uomo selvatico. Attenzione che a quota 1339 m circa (sulla carta della Fraternali) il sentiero piega decisamente in direzione N diventando piuttosto ripido sia in discesa che nelle succesive risalite verso la Bouiri dou servagiu.

Info serpillo1
Frequento praticamente da sempre le Valli di Lanzo, mi piace "rallentare", nel mio tempo liberato, facendo escursionismo tutto l'anno. Sono accompagnatrice nel C.A.I.

2 Responses to I misteri delle Courbassère

  1. ventefioca says:

    siete in vena di tentazioni in questi giorni? ecco un ennesimo giro che mi piacerebbe fare…

    "Mi piace"

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