Sguardi sulla Val Grande di Lanzo

Frassi

Ritorno lì, in quei luoghi dove ho lasciato il cuore. Lo faccio grazie allo sguardo di Gian Marco Mondino. Lassù, sopra Chialamberto, c’è qualcuno che vuole portare avanti i suoi progetti di smantellamento del peasaggio e di requisizione delle ultime risorse superstiti. Senza accorgersi che certe ricchezze non hanno prezzo e dovrebbero essere consegnate intatte alle future generazioni. Come le montagne di Chialamberto.

A Chialamberto, montagne da riscoprire

Testo di Gian Marco Mondino – tratto dal n° 56 del bimestrale Panorami

Riscoprendo antichi sentieri, visitando borgate ed alpeggi.

Chiazze di case, il bianco d’una chiesetta, spuntano dalla distesa uniforme dei boschi sopra Chialamberto, là dove un tempo i pendii verdeggiavano d’erba; tetti di lose che luccicano al tramonto, quando il sole radente li lambisce con gli ultimi raggi. Chi osserva s’immagina a fatica gli scenari d’una volta, con la vegetazione che ingoia e nasconde le tracce del passato; doveva essere un paesaggio ampio e variegato, e l’occhio correva liberamente dai prati ai campi coltivati, da un villaggio all’altro. Ora una fitta coltre, troppo spesso boscaglia, rende indistinti i profili, celando rupi e pianori che “prima” avevano un nome, baite e sentieri di cui nemmeno si pensa più l’esistenza. Salendo in Val Grande pochi colgono in quelle chiazze di case ancora in vista un frammento del mondo intensamente popolato che animava la montagna. Vonzo, Candiela, Pianardi, Ronco Bianco, luoghi aperti ed esposti al sole, che in inverno li indora fino a tardo pomeriggio, mentre il blu del fondovalle, ormai in ombra, dà un senso di gelo. Su queste pendici, ben più che nel piano, si raccoglieva in epoca antica gran parte della gente, che sembra addirittura avervi scelto la sede iniziale provenendo dalla valle di Locana.

Purtroppo l’esodo del secolo appena trascorso ha svuotato ogni villaggio, grande o piccolo, che oggi si rianima solo nella bella stagione, quando, insieme ai villeggianti, torna qualcuno originario dei posti, troppo affezionato alla propria terra per staccarsene del tutto. Ora le carrozzabili giungono dappertutto, ma svolgono una funzione turistica per chi è in vacanza e per gli escursionisti che, partendo già in quota, possono dedicarsi alle mete più lontane; tuttavia, pur utilissime, esse hanno segnato l’oblio degli antichi sentieri di accesso alle borgate, autentici capolavori di costruzione, con le loro gradinate, tornanti, muri di sostegno incredibili per la perfezione e la mole di lavoro, con il loro seguito di piloni votivi uno diverso dall’altro. Su queste “vie” è raro incontrare qualcuno, tanto meno gitanti. Non penso sia solo un fattore di pigrizia, vista la disponibilità della strada, ma dipenda anche dalla mancanza d’informazioni e di stimoli, poiché le istituzioni locali non fanno nulla per valorizzare tale patrimonio, non monetizzabile a breve scadenza, e puntano ad altri obiettivi. Se desideriamo riscoprire i monti di Chialamberto, potremmo partire di qui: ad inizio stagione proviamo a dimenticare per una volta la carrozzabile ed a raggiungere Vonzo, Candiela e gli altri paesini lungo le “viassi”, prestando attenzione a tanti particolari che altrimenti ci sfuggirebbero. Poi, più avanti, ci sarà tempo per le salite più impegnative e per i grandi spazi.

QUEGLI ULTIMI LASSU’ NELLE BORGATE

A monte di Chialamberto, a solatio, sorgono le tante borgate che un tempo costituivano insediamenti stabili e fittamente popolati. Nel 1784 Vonzo, ancora Comune a sé, contava ben 347 abitanti, mentre Chialamberto, con le varie frazioni del fondovalle ne aveva quasi un centinaio di meno; 170 erano i residenti di Candiela, 216 quelli dei nuclei sparsi di Balmavenera Inferiore, Pianardi, Becchetto, Casa Nuova e Ronco Bianco, che tutti insieme formavano l’agglomerato di Balmavenera. Nel 1921, pur non essendo più Municipio da quasi un secolo, Vonzo arrivava addirittura a 363. C’erano il prete, la scuola, il forno, i mulini. Con l’esodo della metà del secolo scorso, questo mondo si è rapidamente dissolto e sopravvive unicamente nel ricordo dei pochi che ne conservano i valori: parlare con loro significa ritrovarne qualche frammento.

Oggi, a Vonzo, vivono tutto l’anno solo più due persone anziane, il signor Battista Giors e la moglie Lina. Nel tardo autunno, tornando all’imbrunire dalle mie passeggiate, vedo da lontano il fumo del loro camino e la luce solitaria della finestra di casa. Provo un senso di malinconia, ma anche di tenerezza per quell’ultimo segno di vita nel villaggio addormentato. Il signor Giors mi racconta di aver lasciato ad un certo momento la sua terra, ma senza resistere a lungo, e di esservi tornato per continuare il mestiere di allevatore, finché ne ha avuto la possibilità. Nelle sue parole è costante pilonevotivol’apprezzamento per il lavoro di una volta, duro, poco redditizio, ma sempre svolto con cura ed impegno, senza recriminazioni per la fatica che richiedeva, poiché era un modello assimilato attraverso le generazioni. Ben diverso, mi dice, dal modo in cui sono gestiti i pochi alpeggi ancora utilizzati, dove non si irriga né si concima più ed i cinghiali portano rovina. Concorda con lui la moglie Lina, una laboriosa vita alle spalle, quando andava a servizio negli alberghi di Chialamberto percorrendo su e giù il ripido sentiero. Il loro è un mondo ormai concluso, di cui serbano forte il ricordo: mi parlano con orgoglio del loro compito di custodi della chiesa, dei lavori che sono stati fatti, e con profondo rammarico dei furti che vi sono stati perpetrati, un colpo al cuore per chi vede nel sacro edificio un legame vivo con il passato. Nella piccola borgata di Cadrò (Ca’ d’Reu), appena sotto Candiela, abita per lunga parte dell’anno il signor Domenico Perrone: per decenni maestro di scuola a Vonzo ed a Chialamberto, rappresenta una vera e propria istituzione, una memoria storica che è tale per l’amore che lo lega ai valori ed alla cultura della sua terra. Dobbiamo alla gentilezza sua e della moglie, la signora Cristina, notizie, racconti e tanti particolari della vita d’un tempo, che non ci stancheremmo mai di ascoltare, per conoscere, non avendola vissuta, un’epoca ormai trascorsa della montagna, ma soprattutto per quel suo modo di narrare, sereno e nostalgico insieme, che coinvolge e ricrea fatti, persone, atmosfere. Al nostro primo incontro hanno accolto me e mia moglie nella linda aia di casa, dove la vista si apre e corre fino alle cime.

La loro prima preoccupazione, tornando ogni primavera a Cadrò dal fondovalle, è sempre ripulire il sentiero che dalla frazione scende a Chialamberto e che hanno percorso tante volte recandosi al lavoro. L’insegnamento, per il signor Domenico, rappresentava ben più di una trasmissione di saperi; era il modo per guidare i ragazzi ad un sistema di principi e radicarli nella propria cultura. In franco-provenzale, di cui conosce perfettamente la complessa grafia, egli ha scritto una serie di racconti per la pura soddisfazione di conservare nel tempo le peculiarità di questo antico linguaggio, tanto che li tiene in un suo quaderno senza pensare di pubblicarli. È bello sentirlo parlare in patois con la moglie, in un mondo che è soltanto loro, per far riemergere luoghi, abitudini, oggetti di vita quotidiana. In momenti ormai lontani, in cui la tutela delle realtà locali non era così sentita, il maestro assegnava di compito ai suoi allievi delle ricerche sul concreto che li circondava, le usanze, le attività d’ogni giorno, i sentieri, i piloni, raccogliendo poi gli elaborati migliori in una sorta di libro. Un lavoro che coinvolgeva e si imprimeva nella mente, come testimonia il nipote, il signor Giuseppe Perotti, che è stato suo scolaro. Suscitano contemporaneamente tenerezza ed ammirazione le gite scolastiche di allora, che erano brevi escursioni nei posti più significativi dei dintorni, come il Roch d’ le Masche, Pian di Vassola, Chiappili.

E come dimenticare le giornate precedenti Ognissanti, dedicate alla visita del cimitero, al ricordo dei defunti e perciò delle proprie radici? I ragazzi d’oggi partecipano in quartiere alle feste interetniche, a scuola imparano a conoscere il couscous, ma in una regione come il Piemonte, dove la montagna occupa tanta parte, non sanno che cosa sia una balma, una cengia, una posa. Si asseconda il consumismo scegliendo per gli scolari “uscite didattiche” in luoghi sempre più distanti e costosi, che fanno colpo, e si cancella ogni riferimento al passato. Anche tra i pochi giovani rimasti in valle si vanno perdendo le memorie di fatti, luoghi, persone, perché, non più supportate, hanno smarrito la valenza emozionale che rivestivano per gli anziani. Allievo del maestro Perrone è stato Giovanni Drò, che per molti mesi all’anno torna nella sua Candiela. Gli abitanti di questa borgata erano chiamati “vaiola”, quelli che parlano forte, gridano, ma il signor Giovanni non è così: il suo è un parlare pacato, quasi sommesso, che induce all’ascolto. Insieme alla moglie ci riceve con disponibilità nella sua casa, restaurata con cura, e ci documenta con una memoria eccezionale sulla toponomastica di cime, baite, pascoli, ruscelli, che sfilano con i loro nomi che nessuna carta riporta. Gli s’illuminano gli occhi quando elenca valichi e punte, dove saliva andando in cerca di ruta, genziana ed altre piante medicinali o dell’erba “rungioira” (una specie di timo) che si dava alle bestie per facilitarne la ruminazione. Negli alpeggi della zona ha conosciuto presto la fatica, lavorando come garzone dai dieci anni in poi e conservandone tanti ricordi. Come quella volta che, a settembre, in una giornata di maltempo le mucche gli erano scappate ed aveva dovuto inseguirle correndo al lontano Pian Quarchietto, inzuppato fino all’osso; o quando, seduto presso una baita, ne aveva sentito provenire un rumore di voci misteriose che l’aveva impressionato, salvo scoprire dopo un bel po’, con il padrone da lui coinvolto nella ricerca, che era l’effetto del vento su un vetro rotto.

Molte memorie del signor Drò sono legate al tempo di guerra, ad episodi della lotta partigiana e dei rastrellamenti fascisti. Da ragazzo, secondo l’usanza, egli aveva la passione di catturare degli uccellini da tenere nella stalla, dove mangiavano le mosche, e da liberare a primavera. Una sera, mentre si avvicinava cautamente al “trabucet” per controllare se vi fosse la preda, fu avvistato da una pattuglia di “repubblichini” che, insospettiti dal suo modo d’incedere, gli piombarono addosso scambiandolo per una spia. Solo l’intervento di una conoscente che passava di lì lo aveva salvato, ma per convincerli del tutto aveva dovuto condurli a casa e mostrare la propria “collezione”. Tragico fu l’evento della fucilazione, da parte dei partigiani, di sei tedeschi a Pian Gioé sotto il Cialm. Il signor Drò ricorda l’angoscia diffusa di quei momenti, poiché, se fossero stati scoperti i cadaveri, la popolazione di Candiela sarebbe stata decimata per rappresaglia. Alcuni andarono a bruciarne i resti, approssimativamente sepolti, ed a nasconderli, indirizzando poi nel posto sbagliato chi era venuto ad indagare. Sono stati allievi del maestro Perrone anche i figli di Orsolina Poma, Roberto e Giuliana; appartengono ad un’altra generazione, ma hanno ancora frequentato la scuola facendo su e giù per i sentieri. La signora Orsolina continua a trascorrere molti mesi all’anno nella sua casa di Ronco Bianco, il nucleo più alto di Balmavenera, dove è vissuta per tanto tempo dedicandosi, pur dopo la morte del marito, alla cura del bestiame. I ripidi pendii d’intorno sono tuttora ben tenuti ed il loro verde tenero risalta da lontano tra i boschi.

È merito soprattutto del figlio Roberto, che dedica il proprio tempo libero alla cura dei prati, benché di recente abbiano dovuto rinunciare alle ultime mucche, da cui ricavavano quel burro così buono. Anche per la signora Poma la montagna è stata una realtà di lavoro e di sacrificio, a cui ripensa però senza recriminazioni, anzi con tanti bei ricordi, come le feste patronali, ad esempio alla Frassi, quando, dopo la Messa, si consumava insieme il pranzo al sacco e poi si cantava accompagnati dai suonatori. L’affetto del marito l’aveva aiutata a superare le difficoltà di un ambiente più duro di quello di provenienza. Mi è rimasto impresso un suo racconto. Appena sposata, al mattino, per colazione si era preparata il caffè come era abituata, ed il suocero le aveva chiesto se non si sentisse bene. La famiglia non era certo povera, possedendo un buon numero di bestiame, eppure tale bevanda era un lusso da concedersi solo in caso di grossi malanni. Un mondo così diverso dal nostro. Adesso, ci dice con tristezza il signor Roberto, alla montagna si cerca soltanto più di prendere il poco che resta, senza dar nulla. E non parla unicamente di quanti vengono per i funghi, i mirtilli, magari le noci o le mele prese nei terreni altrui. Anche chi sale per un’escursione si gode la bellezza dei luoghi, ma non si sogna di spostare una pietra dal sentiero, di spezzare uno sterpo che ingombra il cammino.

QUANDO I PAESI VIVEVANO

Oggi si associa l’idea del villaggio di montagna ad un nucleo di case circondate da prati, ancora falciati nei casi migliori. Tale paesaggio deriva da una trasformazione che risale alla metà del secolo scorso, quando divenne più conveniente concentrare gli sforzi nella produzione di foraggio. Nelle epoche precedenti, invece, si destinavano i poderi migliori alla coltivazione di segale, patate, canapa. Il signor Perrone racconta che gli abitanti di Vonzo erano chiamati i “giai”, i “colorati”, per ché la conca alle spalle del paese era divisa in tanti fazzoletti dalle tinte più svariate, a seconda del prodotto e dell’uso di letame o meno, come la veste di Arlecchino.

A Candiela era messo a coltura il lato più soleggiato del pendio, mentre in quello più a monte, vicino al corso d’acqua, predominava l’erba da sfalcio. Oltre a segale e patate un importante ruolo alimentare svolgevano i castagni. Gli abitanti di Balmavenera vantavano la grossezza dei propri frutti, tanto da essere soprannominati i “cocca”; secondo un detto, dopo aver mangiato tre sole castagne del genere dovevi per forza bere. Talvolta se ne mescolava alla segala la farina, come accadeva anche per le patate, per fare il pane. Era ben difficile che si usasse quella di grano. La madre del signor Perrone, nata nel 1878, gli raccontava come ai suoi tempi una sola persona di Vonzo potesse permettersi di comperare un po’ di frumento, il postino, che era l’unico a disporre di uno stipendio. Il pane si preparava di solito una volta al mese. Si battevano le spighe sulle poche aie disponibili (in uso gratuito), poi si portava il prodotto alla macinazione. Nell’Ottocento a Vonzo esistevano cinque mulini, ridotti a due nel secolo successivo. Anche Candiela ne aveva uno, di cui restano le rovine, ed è interessante notare, lungo il sentiero per Chiappili, quanto rimane dell’ingegnoso canale per l’afflusso dell’acqua. Ancora in perfetto stato, in un’amenissima conca appartata, quello di Balmavenera, appartenente alla signora Poma. Quindi veniva il momento della preparazione e della cottura per la quale il proprietario del forno veniva compensato da ognuno con una pagnotta.

A Natale si facevano due infornate, perché le forme si conservavano di più. Invece quello di maggio tendeva ad ammuffire: era un pane di qualità mediocre, da consumare all’alpeggio; eppure, osserva il signor Domenico, il pezzo che ci si metteva in tasca andando al pascolo finiva così presto! Una pianta piuttosto diffusa era la canapa, che richiedeva tempo e fatica particolari per la coltivazione e la successiva lavorazione. Il maestro Perrone con la moglie ha pazientemente annotato tutte le operazioni necessarie, quasi una trentina. Si cominciava a primavera, portando il concime nei campi e stendendolo dopo averli lavorati, quindi seminando e coprendo i semi. Al momento del raccolto si tagliavano inizialmente gli steli maschili, che si mandavano al maceratoio, poi quelli femminili, dai quali si estraeva la semente (canapuccia). Si divideva la parte migliore di fibra (“rista”) dalla stoppa, finché veniva il momento della filatura, da cui si ricavava dapprima la “marela” (matassa), poi il “gromicel” (gomitolo). Quando tutto era pronto, si scendeva nel fondovalle per la tessitura. La signora Cristina ci mostra con orgoglio i suoi asciugamani di una volta, lodandone qualità e durata. Quanto all’allevamento, ogni famiglia possedeva due o tre mucche (quattro erano già l’eccezione) e qualche capra. Era un segno di distinzione avere un letamaio grosso, indice di un buon numero di animali; il proprietario era un buon partito per le ragazze di allora. I prati nei dintorni delle borgate venivano curati ed irrigati meticolosamente, spesso convogliando l’acqua da lontano, come nella zona di Chiappili, dove era prelevata assai più in alto, in un punto incassato del Rio Vassola, la “Goj Neri”. Il signor Giors mi ha spiegato che certi pascoli e baite sopra Vonzo, ora ingoiati dalla boscaglia, erano alimentati da un canale lunghissimo, per il ripristino del quale, ogni anno, occorreva una settimana. Di quest’ acqua preziosissima si poteva fruire solo a turno, in giorni ed ore stabiliti (e tanto peggio se toccava di notte).

Regole e consuetudini erano fissate anche per i lavori da eseguire collettivamente, come la pulitura dei sentieri a primavera o la riapertura dei medesimi in caso di neve. Poiché l’erba dei prati irrigui non era sufficiente, la si cercava un po’ dappertutto, compresi i territori comunali, spingendosi nelle zone più elevate ed impervie. Si tagliava dove il terreno ripido e sassoso obbligava a lavorare chini con la “massoira” (il falcetto), tornando carichi sotto il peso delle “trousse”. La signora Cristina ci racconta di un detto, secondo cui a Vonzo ogni giorno ne arrivava l’equivalente a mantenere una mucca per tutto l’inverno, cioè una sessantina. Con la bella stagione veniva il momento della monticazione. Gli abitanti di Candiela, dai primi di maggio agli inizi di giugno, salivano alla borgata estiva di Chiappili, con il bestiame, che nutrivano soprattutto con fieno dell’anno prima; poi lo affidavano ai margari degli alpeggi, per dedicarsi alla fienagione, provvedendo subito dopo ad irrigare per far crescere la “riorda” (secondo sfalcio). A Vonzo, invece, dove pochi disponevano di “miande” (case intermedie), le mandrie erano mandate direttamente ai “tramud”. I pendii d’altura, nel selvaggio vallone di Vassola o in quello più dolce ed aperto del Ciavanis, brulicano di baite, situate in luoghi remoti ed ora impensabili. Ci si spingeva persino nella valle di Locana, attraverso il colle del Bojret, con un sentiero arditissimo, lungo il quale si predisponeva una persona ogni due o tre mucche per guidarle in modo che non precipitassero.

I pascoli del Ciavanis ospitavano fino ad otto margari, contro i due di oggi (con la strada!). Le frazioni di Balmavenera facevano salire il bestiame soprattutto alla Frassi e poi nella zona di San Berné. Nella buona stagione il latte per l’alimentazione domestica era fornito, in prevalenza, dalle capre, che restavano in paese tutto l’anno e “si allargavano” nei terreni più poveri o nella boscaglia, custodendo a turno il gregge del villaggio. Non si può parlare di capre senza nominare una leggenda che risalirebbe ad un’epoca assai lontana. Lungo il sentiero che da Candiela sale a Chiappili, ai piedi d’una rupe, si trova una bassa apertura che dà accesso ad una grotta (“lu buerru du servaju”). Qui sarebbe vissuto appunto un “selvaggio” che portava in pastura le capre del paese. All’alba saliva su una grande roccia e gridava: “Largias ciavras e bouch che lu servaju u guernat tout” (date il largo a capre e caproni che il selvaggio li custodisce tutti). La gente liberava il gregge, appendendo alle corna di uno degli animali il cibo che costituiva il compenso di quello strano pastore. Poiché l’usuale fatica spesso non bastava per il sostentamento della famiglia, si doveva integrare il reddito in altri modi. In inverno, quando i lavori della terra erano sospesi, alcuni svolgevano mestieri artigianali, come quello di cestaio, o diventavano boscaioli. Tuttavia per molti la soluzione più diretta era l’emigrazione temporanea. Parecchi scendevano in città per “fare la stagione” come salumieri o agnellai.

Erano talvolta gli stessi che poi, a maggio, prendevano la strada della Francia per andare a lavorare l’ardesia, lasciando alle donne l’onere delle mansioni agricole. Era una caccia alle risorse, anche minime, a cui si era abituati fin da piccoli. La signora Cristina ricorda l’abitudine diffusa, da ragazzi, di arrampicarsi sui pendii più elevati per raccogliere erbe medicinali, come la ruta, la genziana e la genzianella, allora abbondanti nei pascoli ben tenuti, che poi erano vendute nelle fiere o ad un mercante che veniva appositamente alle borgate, dove passava la notte, ottenendo ospitalità. Era il merciaio di Ceres, che girava le vallate acquistando teli prodotti e vendendo abiti e tessuti (spesso a credito, basandosi su una fiducia ben riposta). A questi villaggi salivano in tanti per le feste religiose delle varie chiese e cappelle. A Candiela si venerava la Madonna della Visitazione, il 18 maggio. A Balmavenera, per San Pancrazio, i festeggiamenti duravano due o tre giorni e chi proveniva da fuori era accolto in stalle e fienili. Nella chiesa di Vonzo, oltre a San Bernardo a cui è dedicata, i riti si tenevano per Sant’ Antonio e l’Immacolata Concezione. Antecedente ad essa, ma ormai abbandonata, è la cappella di San Giovanni, nella parte inferiore del paese, che aveva a sua volta la propria ricorrenza. Poi c’erano gli alpeggi: la Madonna delle Grazie alla Frassi, San Vito a Chiappili e la Madonna del Carmine al Ciavanis, la più amata, capace di richiamare ancora adesso, ogni 16 luglio, tantissima gente che vi sale per assistere alle funzioni e partecipare all’incanto. Questo è sempre stato il mezzo principale per provvedere alle spese relative alla manutenzione ed alle celebrazioni.

Una volta il ricavato era piuttosto modesto, vista la diffusa povertà. Il signor Perrone ci racconta che a Candiela ognuno dava, secondo le possibilità, qualche “brassià” (bracciata) di fieno, che poi veniva venduto all’asta. Attualmente solo più la festa del Ciavanis richiama un numero cospicuo di persone, segno evidente di una decadenza non solo del senso religioso, ma anche delle tradizioni. Spiace che tale crisi comporti il degrado di edifici sacri che hanno un valore storico e talvolta artistico, come le cappelle abbandonate di San Matteo a Balmavenera Inferiore e San Giovanni a Vonzo, il cui bell’affresco sulla facciata sta scomparendo. Ma per queste cose, di fronte a discoteche e polentate di oggi, chi ha più interesse?

Beppeley

6 Responses to Sguardi sulla Val Grande di Lanzo

  1. gpcastellano says:

    trovare il tempo per leggerlo con calma è un’avventura, ma ci proverò.
    Grazie per rendere questi momenti condivisibili in rete
    gp

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  2. blacksheep77 says:

    chi ha ancora interesse? ci sono, ci sono…
    magari pochi, ma per fortuna ci sono!
    bellissime foto, come sempre

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  3. roby58 says:

    Ci proverò dammi tempo per leggerlo e capire.

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  4. ometto83 says:

    Bellissimo questo articolo, anche perchè parla di zone a me molto care..leggendo sembra di rivivere in quelle lontane atmosfere.
    La montagna ha un duplice fascino: quello incontaminato della natura selvaggia e quello antropizzato, frutto di immani fatiche operate dai montanari.
    Il rammarico è solo quello dovuto al fatto che una cultura antichissima, quella alpina, si sta ormai perdendo per sempre.
    Che fare?
    La politica interverrà sempre e solo marginalmente, troppi pochi interessi, e ormai siamo agli sgoccioli..l’ultima generazione se ne sta andando…

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  5. serpillo says:

    Sante parole quelle del Sig.Mondino e quelle di Ometto83.
    Grazie Beppeley che ci permetti di leggerle on-line.

    Serpillo

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  6. paolo59 says:

    Bellissimo articolo, che parla dei posti che amo di più

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