Il tempo in vendita

Ho letto il commento di ometto83 al post Mount Disney e mi è subito tornato in mente un articolo esemplare scritto da Franco Michieli sul n.250 della Rivista della Montagna (pubblicato nel 2001 dall’allora casa editrice Edizioni CDA).

A quell’epoca avevo da poco iniziato la mia esplorazione delle montagne. Amavo “condire” le mie escursioni anche con delle buone letture (cosa che continuo a fare con entusiasmo). Questa che vi propongo qui, mai scordata e che condivido in pieno, è stata sicuramente quella che più mi ha segnato. Quella che tuttora mi accompagna quando, nel mio peregrinare fra i monti, mi capita di osservare, da lassù, le nostre città, le nostre pianure. La nostra civiltà.

Come ho detto correva l’anno 2001. Era l’epoca in cui l’economia (cosa molto importante di cui oggi però si fa pericolosamente fatica a capirne il senso), era solo più ridotta a new-economy (quella rappresentata da Internet e dallo scambio delle azioni delle società che operavano nelle nuove teconologie). Non c’era ancora l’Euro ma di certo c’era già un buon commercio di montagna: non solo come oggetto ma anche e soprattutto come tempo dedicato ad essa. ll nostro tempo, quello che appartiene alla sfera più intima.


Testo di Franco Michieli

Quando il commercio diventa l’anima dell’alpinismo

Oggi consideriamo naturale che salire sulle montagne comporti un costo in denaro, modesto nel caso di una gita vicino a casa, ma anche altissimo nel caso di spedizioni a mete remote o prestigiose, che risultano pertanto riservate a un’élite. Non dovrebbe però sfuggirci che l’entità di tali costi ha subito una rapida evoluzione negli ultimi decenni, seguendo la rivoluzione economica che ha coinvolto non solo le società occidentali, ma il mondo intero. Se pensiamo che una cinquantina d’anni fa giovani alpinisti destinati in seguito a divenire famosi compivano le loro prime imprese con corde per stendere il bucato o sacchetti della frutta in testa al posto del passamontagna, possiamo renderci conto di quanto l’uso della ricchezza abbia guadagnato nel frattempo uno spazio decisivo nella frequentazione della montagna. Ricordo anche che poco più di vent’anni fa, tornando a Milano da gite in Grigna con addosso scarponi e zaino, in metropolitana si suscitava ogni volta scandalo: le signore, in particolare, facevano critiche a voce alta, e una volta fui aspramente rimproverato perché ritenuto un vagabondo drogato. Oggi si fa perfino fatica a ricordare tutto questo: l’abbigliamento da montagna è di moda, come lo è portare lo zaino, e le attività alpinistiche sono state omologate per mezzo dell’unico sistema capace di spianare la strada alle idee più strambe o anticonformiste, cioè quello di inglobarle nel campo dell’economia: la pratica della montagna è divenuta parte dell’industria del tempo libero.

Chi avrebbe mai detto, in un passato non lontanto in cui i più faticavano ad avere il denaro necessario per sfamarsi e per vestirsi, che anche il tempo della nostra vita sarebbe diventato un bene in commercio, cui destinare spese non indifferenti? Il concetto può sembrare strano, ma è di tale rilevanza nella società attuale che non possiamo più ignorarne le conseguenze. Facciamo una semplice constatazione: gli stambecchi passano la vita sulle crode, ma non spendono una lira; le aquile si librano sopra le cime e non si curano affatto della prossima entrata in vigore dell’Euro. Il Tempo, anche quello destinato al gioco e all’esplorazione, appartiene loro per natura: nessuno si premura di organizzarglielo in cambio di un compenso. Anche l’uomo ha vissuto per decine di migliaia di anni in condizioni simili. La conoscenza dei mille segreti del territorio, del comportamento degli animali e dei possibili utilizzi delle diverse piante doveva bastare alla vita: il tempo libero dalle attività volte alla sopravvivenza permetteva di sviluppare relazioni e pensieri spontanei, che nessuna “agenzia” si occupava di mettere in vendita. Anzi, in epoche arcaiche il Tempo era la divinità stessa: era identificato col moto circolare del cielo, nel quale i vari allineamenti del sole, dei pianeti e delle costellazioni dello zodiaco costituivano gli eventi supremi che influenzavano il corso dell’esistenza sulla terra. Oggi pochi di noi collegano ancora in modo diretto il trascorrere del tempo con i moti silenziosi degli astri, anche quando ci troviamo in montagna o in luoghi selvaggi: il tempo è quello degli orologi, e ci stiamo bene attenti perché il tempo che passa costa. Costa assentarsi un giorno in più dal lavoro, rispondere in ritardo alle mail o non essere telefonicamente reperibili per più di qualche ora. Oppure costa tardare, anche in montagna, perché dovremo pagare di più il rifugio, l’agenzia, i portatori, le guide, il rinnovo dei viveri e così via. Il tempo non solo non è più sacro (anzi, è il motore invisibile che fa maturare i rendimenti in banca o in borsa), ma sta diventando una delle merci principali, specialmente nell’ambito delle società tecnologicamente più avanzate. Vediamo come.

Le nuove tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni, divenute in pochi anni molto utilizzate anche in montagna, hanno accelerato enormemente il processo di mercificazione non solo di beni e servizi tradizionali, ma anche di tutto ciò che può occupare il nostro tempo. In pratica, grazie soprattutto al cyberspazio, sono le relazioni a essere al centro dello sviluppo della cosiddetta new economy: le relazioni non solo tra persone, ma anche delle persone con la cultura, l’ambiente, ogni genere di hobby e, di conseguenza, anche con la montagna. L’esperienza che ciascuno ricerca nel desiderio di godere del proprio tempo libero viene sistematicamente proposta in vendita sotto forma di “pacchetto”: un termine che dovrebbe farci inorridire, e che invece procura affari d’oro. Per restare nel nostro ambito, sappiamo che sono diventati un “pacchetto” gli 8000, le alte vie, innumerevoli trekking in giro per il mondo, i soggiorni in rifugio o nell’agriturismo, il week-end di sport “estremi”: la settimana con la guida (per non parlare della settimana bianca), e non ultima la testata giornalistica specializzata legata a una vasta gamma di opzioni collaterali capaci di indirizzare la nostra vacanza. Se in passato chiudendoci in casa potevamo pensare di essere lasciati tranquilli col nostro tempo, oggi è proprio tra le mura domestiche che veniamo attaccati più duramente: televisione a parte, il tempo – anche e specialmente quello notturno – è divorato da Internet (anche i siti sulla montagna sono innumerevoli); ed è un tempo che paghiamo, sotto forma di bolletta e, in modo indiretto, della pubblicità contenuta nei siti, che inevitabilmente ci sublima nella testa. Restando alla fine con una poco piacevole impressione: che, nonostante tutta l’ammirazione dovuta agli eroici aggiornatori dei siti, quel parapiglia di immaginette e trafiletti abbia ben poco a che vedere con la realtà, causa i limiti insiti nel mezzo stesso. Si può sfuggire? Sì, ma come ha ben detto l’ex vicepresidente americano AI Gore, «chi non è su Internet non esiste». Dunque tra poco esserci sarà davvero obbligatorio, se non per i sinceri eremiti. Tanto è vero che gran parte delle spedizioni non riesce già più a farne a meno.

Fin dove arriverà questo processo? L’accesso alla natura diverrà a pagamento, o sarà obbligatorio acquistare specifici servizi di “aiuto” alla fruizione? Per chiarire questa eventualità con voce più autorevole della mia, cito alcuni brani tratti da un articolo pubblicato recentemente in prima pagina sul “Corriere della Sera” (12.04.00), a firma dell’economista e filosofo americano Jeremy Rifkin: «Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che ogni aspetto del vostro essere è diventato una faccenda commerciale, che la vostra vita si è trasformata in una ineguagliabile esperienza di shopping. […] Nel mondo degli affari, il nuovo termine operativo è life time value (LTV), cioè il valore del tempo di vita dell’acquirente. Parliamo della misura teorica di quanto potrebbe valere un essere umano se ogni momento della sua vita venisse mercificato dentro la sfera commerciale». Anni fa si diceva che presto progresso e benessere ci avrebbero assicurato sempre più tempo libero. Molti di noi sognavano che le possibilità di passare lunghi periodi nella natura, lontano dalla fretta della civiltà, si sarebbero moltiplicate. Ma non si era capito che invece il progresso identificato con la crescita economica illimitata non può sussistere se non conquistando sempre nuovi angoli dell’esistenza, cioè rendendo produttivi spazi e tempi rimasti in precedenza fuori dal mercato. Reso disponibile ogni oggetto materiale, il mercato per ampliarsi deve riuscire a vendere anche beni immateriali, cioè le relazioni. L’avventura è ovviamente tra questi. Alpinismo ed escursionismo, il cui pregio più grande è stato il loro far parte della sfera del gratuito – che non vuol dire senza spese, ma piuttosto che appartiene al tempo interiore della persona, come gli affetti, i sentimenti, la fede, o la memoria di certe opere d’arte con cui ci si sente in totale sintonia –  rischiano di diventare l’opposto di se stessi, anche se esteriormente paiono le medesime attività di prima. E invece no: una cosa che si compra non ha niente a che vedere con ciò che nasce da una relazione spontanea, anche se il desiderio di partenza è simile.

E’ l’attacco al nucleo più interno della persona a quello spazio di intimità che ciascuno dovrebbe sempre e comunque poter conservare in sé, a fare la differenza. È utile ricordare che proprio intorno a questo punto si sviluppa il lucidissimo romanzo 1984 di George Orwell (l’inventore del vero Grande Fratello, tanto per intenderci), in cui con logica inflessibile si mostra come terrore e tortura possano smantellare proprio quel nucleo vitale più interno all’uomo. Il potere contemporaneo, cioè l’economia, benché non sia presieduto da alcuna singola mente perversa, ma faccia capo a convinzioni diffuse, ha scoperto un metodo per certi versi più efficace per ottenere un risultato simile: l’immersione dell’essere umano sotto una cascata di risposte pronte e in vendita per soddisfare ogni suo più piccolo desiderio, con scroscio tanto intenso da stordire e far cadere ogni difesa. Anche così, riuscendo a far mercato di ogni piccolo sogno, quel nucleo intimo si sta sgretolando. Ma lasciamo continuare il già citato Rifkin: «La mercificazione delle relazioni umane è un’avventura malsana. […] Se la giornata è limitata e fissata in un arco di ventiquattr’ore, i nuovi tipi di servizio e di rapporti commerciali sono limitati soltanto dalla capacità dell’imprenditore di immaginare nuovi modi di mercificare il tempo. […] E mentre abbiamo creato ogni sorta di aggeggio e di attività salva-tempo e salvafatica per provvedere ai bisogni e ai desideri reciproci nella sfera commerciale, stiamo cominciando ad avvertire una mancanza di tempo per noi stessi come mai era accaduto nella storia dell’uomo. Ciò perché l’enorme proliferazione dei servizi salva-tempo e salvafatica non fa che aumentare la varietà, il ritmo e il flusso dell’attività mercificata intorno a noi».

Pensiamoci bene: se a causa di infrastrutture, supporti informativi e servizi – che in un modo o nell’altro sono sempre a pagamento e per questo vengono creati – anche il nostro saltuario rapporto con natura e montagna perde la sua spontaneità, dove andremo ad attingere esperienze e risposte libere dai condizionamenti imperanti? Rifkin conclude realisticamente così: «Quando praticamente ogni aspetto del nostro essere diventa un’attività a pagamento, la stessa vita umana si trasforma in prodotto, e la sfera commerciale nell’arbitro finale della nostra esistenza privata e collettiva».

Qualcuno potrebbe liquidare l’argomento da noi proposto come l’inutile filosofia di chi non sa adeguarsi alla propria epoca. Qui intendiamo invece invitare i lettori a considerare l’importanza pratica, e non filosofica, della questione. La sempre più grave mancanza di tempi e spazi per sviluppare atteggiamenti spontanei non finalizzati al profitto in senso lato è un problema assolutamente concreto, che si ripercuote negativamente sulla qualità della vita, sullo stato dell’ambiente e sulla salute psicologica di un numero sempre maggiore di persone, per non parlare delle più vaste tragedie del sottosviluppo. Il che non significa negare che attività come il rapporto con la natura possano avere anche, in parte, un apprezzabile valore commerciale. Ma è compito nostro far sì che tale valore non superi certi limiti, annientando altri concretissimi significati dell’esperienza nell’ambiente naturale.

Ritrovare sulle montagne il tempo perduto è ancora possibile? Dal punto di vista delle montagne, certamente sì. Sopra di esse il cielo e i suoi astri, per quanto tracciati da scie di aerei e da riflessi di satelliti, segnano ancora il trascorrere di un tempo cosmico che non si lascia toccare dalle frenesie della superficie terrestre. Il problema è capire se in quel tempo riconosciamo ancora la presenza di un valore; se possediamo il desiderio di rientrare durante alcuni periodi liberi nel ritmo del divenire naturale, lasciando che sensazioni e pensieri si accordino col flusso degli eventi privi di fretta e di obiettivi prefissati che animano la montagna. A parole sembra che molti non aspettino altro; ma ribellarsi all’utopia tecnologica di cui il mondo è caduto (provvisoriamente) preda è oggettivamente difficile. Perciò incoraggiamoci a vicenda: aiutare l’umanità, oggi, significa anche difendere spazi e tempi per le relazioni gratuite. Salvare una montagna che abbia queste caratteristiche può rappresentare la vera, grande sfida tra le cime del prossimo futuro.

***

Post by Beppeley

9 Responses to Il tempo in vendita

  1. blacksheep77 says:

    sto giusto meditando su di una cosa: provare a prendere una chiavetta e vedere se riesco a amndare e-mail dall’alpeggio… oppure lassù essere isolata?
    però: e se questo isolamento vuol dire non poter salire, dover restare a casa un giorno solo perchè, per lavoro, bisogna mandare una certa e-mail con allegato?
    la tecnologia ci rende schiavi, a volte, ma ci permette anche di trovare soluzioni e compromessi che aiutano a vivere la montagna

  2. ometto83 says:

    Gran bell’articolo…ci sarebbero decine di spunti di riflessione a tal proposito.
    Una volta per andare in montagna bastava un paio di scarponi in cuoio e qualche maglione di lana, un impermeabile se si voleva in caso di pioggia. Oggi, grazie al marketing che riesce a far presa sul 99% delle persone, sono necessari scarponi ultratecnologici in goretex, superpile fosforescenti anallergici (indossati rigorosamente sopra un capo intimo sintetico antisudore), wind-rain-stopper ultraleggero compattabile in dimensione scatoletta di tonno.
    Risultato: spesa per “poter” andare in montagna decuplicata! E ancora peggio, se uno viene acchiappato dal meccanismo, e disgraziatamente l’anno dopo esce una giacchetta con un coefficiente di impermeabilità più alto dell’1%, si sentirà defraudato e una forza oscura lo spingerà a investire mezza tredicesima in un “naturale” e “necessario” upgrade….!!
    Per il proprio bene ovviamente!
    Ora, senza essere estremisti, non tutto il male viene per nuocere: in medio stat virtus dicevano i Latini. Ci sta anche un bel pile o uno scarpone più comodo, ma quello che vogliono farci passare è un modello che deve divenire standard, per la gioia delle tasche dei produttori!
    Per gironzolare in montagna, (non parlo di alte quote), bastiamo noi stessi e poco altro.
    D’estate è bello anche prendersi qualche goccia di pioggia dentro al bosco, e respirarne i profumi.
    Il vento e l’acqua fanno parte di un nostro patrimonio atavico, ci fanno sentire parte del Tutto…proviamo qualche volta a non mettere troppe barriere tra noi e la Natura.

  3. serpillo says:

    Questo articolo che hai postato (nonostante risalga ben al 2001) e’attualissimo.

    La tecnologia puo’ essere un freno all’abbandono della montagna…

    …e la vera ricchezza e’ chi ha tempo libero da gestire a piacimento.

    Serpillo

  4. Beppeley says:

    La tecnologia è una cosa fantastica, grandiosa, utilissima se e solo se è al servizio dell’uomo e non esclusivamente del profitto. Credo che oggi si confonda troppo facilmente e pericolasamente il FINE con il MEZZO: si va in montagna per provare la nuova giacca in gore-tex, gli ultimi ramponi con la nanotecnologia (questi sono dei FINI) e il MEZZO e la montanga. Il fine precipuo deve essere la conoscenza del luogo montagna. Con quale mezzo posso attuare tutto ciò? Beh, che male c’è ad avere con se un gps se può essermi di aiuto anche ad esplorare (ecco il FINE) la montagna andando fuori dai sentieri più battuti e segnati (e quante cose si scoprono!) Se il mio scopo è quello di conoscere il Monte Rosa (ovvero quello di attivare il cervello e non quello di farlo morire) e ci vado anche grazie a dei buoni dispositivi di protezione individuali (come lo sono x es. i ramponi super nanotecnologici: ecco il mezzo), che male c’è?

  5. Beppeley says:

    @serpillo: la vera ricchezza è quella cha ha colui che ha del tempo liberato. Come lo intende, a mio modesto parere correttamente, il sig. Michieli (è un personaggio davvero straordinario… magari ve ne parlerò…) il tempo libero oggi esiste solo più in una concezione economica di sfruttamento. ll tempo libero, per asservire il paradigma economico, deve essere un tempo dedicato agli acquisti. Noi crediamo di avere tempo libero: in realtà c’è già qualcuno che ti ha già confezionato tutto. Devi solo aprire il portafoglio. Devi solo lasciarti persuadere dalla pubblicità dell’ultimo “pacchetto”. E tu sei convinto di viaggare. Ma la ri-creazione, in tutta questa asfissia, dove sta? Dove sta il tempo per noi stessi in cui si possa lasciare andare il nostro cervello verso orizzonti di libertà?

    E dove sta la liberta, oggi? Dove?

  6. ometto83 says:

    Volevo ribadire che sono d’accordissimo con Beppeley, quando diche che la tecnologia deve essere al servizio dell’uomo e non del profitto.
    Fare uso del gps come strumento per “battere” posti non segnati sulle carte è una cosa fantastica:qui si che il mezzo ci permette di raggiungere il nostro fine.
    L tecnologia deve restare un mezzo, senza divenire una barriera tra noi e il mondo naturale..
    E se ci viene incontro ottimo: ben venga anche la chiavetta-usb per spedire mail dall’alpeggio! :-))

  7. gpcastellano says:

    Intriganti post e commenti: la tecnologia, se usata bene e con criterio, senz’altro ci aiuta, anche solo a non avere zaini ultrapesanti ed ingombranti o a non perderci in boschine e valloni. O a mantenerci in contatto con il lavoro anche mentre siamo altrove, vero marzia?
    L’importante è non perdere di vista il nostro essere “naturali”, non come concetto svagato e un po’ new age, ma come consapevolezza delle proprie sensazioni, emozioni e – perchè no? – dei propri limiti.

  8. Pingback: Qualcosa di molto più grande | camoscibianchi

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