Intorno all’Uja di Calcante

Reportage a pedali in un sabato di mezza estate

Lanzo, tre valli in cerca di futuro

È ormai trascorso più di un secolo da quando les touristes scoprirono il piacere di inerpicarsi sui bricchi alpini. Da luogo di fatica e lavoro per molti, le montagne divennero luogo di svago per pochi. Prossime alla pianura, le Valli di Lanzo parteciparono di buon grado a questa trasformazione epocale.
Non c’erano strade per salire ai borghi più alti, ma non era certo la mancanza di comodità a frenare i signori, avidi di altezze, ansiosi di respirare l’aria fina dei 3000. Un privilegio il loro: farsi accompagnare da Antonio Castagneri (Tòni dìi Toùni), emerita guida balmese, a “conquistare l’inutile” e vantare poi le gesta nei salotti buoni della città.

I 3000 della testata della Val d’Ala (Valli di Lanzo). Foto camosci bianchi

Poi le parti si invertirono. A partire dal secondo dopoguerra l’esodo svuotò le montagne, le “nostre” montagne in particolare, prive di anticorpi economici e sociali. In pochi anni svanì un modello d’uso del territorio. Lassù restarono in pochi, in compenso molti si fecero turisti, o meglio villeggianti. Ansiosi non tanto di faticare sui bricchi, ma di portare sui bricchi le comodità della pianura.

Torino con le montagne delle Valli di Lanzo all’orizzonte. Foto di martellot.


La scoperta dell’oro bianco ha poi fatto il resto: l’invenzione della montagna-luna park, il turismo come industria, con le annesse derive culturali e architettoniche. Solo in anni recenti, complice la minor nevosità a bassa quota e i costi di gestione degli impianti, non più sostenibili, si sta tentando di riorientare l’offerta di svago. La neve tocca fabbricarla, ma costa, e allora è tutto un rifiorire di sentieri.
Arriviamo così all’oggi, al 2021. Un giro di boa della storia che coglie di sorpresa anche la Montagna. I cambiamenti climatici smontano ghiacciai e certezze. Ma proprio i climate change possono creare nuove opportunità, uno spunto per rivalutare modelli che parevano desueti. Natura, paesaggio, storia, la scoperta dell’acqua calda… Anche le Valli di Lanzo ci provano: pur tra evidenti contraddizioni anche le Tre Valli “giardino dei torinesi” sono in cerca di identità.
Di un futuro possibile.

In bicicletta intorno al Calcante. Per cercare risposte e segnali

La bicicletta è il mezzo idoneo per un reportage nelle nostre Valli. Tra bonus e progetti di ciclopiste la bicicletta va per la maggiore. Un modo antico e attualissimo di viaggiare: anche questo è un cambiamento epocale.
Grazie anche alla tecnologia le due ruote a pedali sono oggi un mezzo ideale per il celebrato outdoor, ma per quanto mi riguarda la bicicletta è soprattutto un mezzo perfetto per guardarsi intorno. E così in un sabato di mezza estate decido di andare a vedere.
Cirié, Lanzo, Mezzenile, Colle della Dieta, Tornetti, Viù, Lanzo, Cirié. Un anello ormai classico dopo l’apertura stradale del valico. Pedalando con studiata lentezza.

L’Uja di Calcante (1614 m) da nord. Foto camosci bianchi.

Per andare pedalando da Cirié a Lanzo, tra Stura e Banna ci sono ben due soluzioni ciclabili e semi-ciclabili e una terza è in arrivo. Troppa grazia… A Lanzo tocca scavallare il Monte Buriasco, ma il borgo storico si concede gradevole e superata la strettoia di Germagnano si giunge al bivio fra le valli di Viù e di Ala.
Un cartello a lato strada dà il “Benvenuti”, insieme a Sant’Ignazio contro cielo. Il corso della Stura in primo piano, la sua acqua verde nel verde di metà estate integra il quadretto d’insieme. Penso che oltre al cartello “Benvenuti” ci starebbe bene un’area di sosta con annessa bacheca per la “lettura del paesaggio”: il bel paesaggio delle Tre Valli (mi ricordo a tal proposito di un progetto regionale).

Il torrente Stura e il santuario di Sant’Ignazio sul Monte Bastia (970 m).

È sabato, molti sono i pedalatori sportivi, ma ancor di più sono i gitanti motorizzati ansiosi di respirare l’aria rigenerante del Pian della Mussa. L’invito a mantenere una distanza di sicurezza (1,5 m dal ciclista) è rimasto confinato al tempo del Giro d’Italia, un desiderata tra i tanti. Il passaggio della corsa rosa è ragione di sano entusiasmo popolare, poi i pedalatori tornano a essere un disturbo, un intralcio (potrebbero anche stare più a destra!).

Ciclisti in bassa valle.


Un centauro emulo del Valentino nazionale inanella curve in elegante sequenza. Una folgore, poi il rombo del motore si perde nella valle sulle ali della brezza. E certo non ne dissuade l’esibizione un cartello stradale “max 50 orari” caduto in terra a lato strada. Se ne sta lì, triste, inutile e coperto d’erbe. Ne condivide la sorte un cartello indicante la più vicina stazione dei carabinieri.
Mancanza di manutenzione? Che vado a pensare, si tratterà certo di una forma di land art

Ai Monti, ai Monti

L’indicazione “Mezzenile” indica la via di fuga dal trambusto. E così mi accodo ai pedalatori che sfruttano la possibilità concessa da questa strada interna che sale alla Borgata Monti (1096 m) e poi al Colle della Dieta (1538 m), recente collegamento stradale fra le basse valli di Ala e di Viù.
Un valico fatto apposta per loro…
Prima di salire al borgo mi concedo un’istruttiva variante alla stazioncina. Bella stazioncina stile svizzero, però triste e inutile pure lei. Per quanto riguarda il trasporto su ferro la Svizzera è molto lontana e, per l’ennesima stagione estiva, la storica ferrovia non è più Torino-Ceres bensì Torino-Cirié (anzi, Borgaro-Cirié). Scelte davvero poco ragionate. Chissà se la prospettata rivoluzione “green” e la strategia per le aree interne sortiranno il miracolo di far rinascere questa ferrovia. I dubbi sono leciti, vista la scandalosa condizione del trasporto locale nostrano. Per non parlare dei TIR che si intrufolano nella valle per portare al piano l’acqua del Pian della Mussa. Ferrovia ferma e TIR avanti e indietro. Lo sviluppo in-sostenibile.

Stazione ferroviaria di Mezzenile.
Stazione di Mezzenile.

Chissà che ne penserebbe dello storico trenino dismesso il Conte Francesetti, lui viaggiatore d’antan che ispirato da queste valli scrisse le sue “Lettres” (sur les Vallèes de Lanzo). Correva l’anno 1823, il Vallone dei Monti (di Mezzenile) era assai meno boscoso. Ma ben vengano oggi queste rigogliose fronde che, dispensando ombra e frescura, agevolano la salita.
Più in alto il sole ha la meglio sull’ombra, fa caldo, e così la vista del campanile della borgata Monti contro cielo è fonte di sollievo. Lo striscione “Benvenuti ai Monti” fa il resto: sosta pranzo!

La chiesa di Monti di Mezzenile.

Monti: davvero un bel nome per la borgata principale di questo solitario vallone. E che quiete, e che bella l’arcigna Uja di Calcante che vigila a mezzogiorno e sul mezzogiorno. Saranno solo 1614 metri, ma non è la quota che importa. Grazie alla posizione defilata, il Calcant è uno storico e rinomato belvedere. Cinque stelle la vista da lassù, ma che sgarbo quel ripetitore. Signori miei, l’ansia da connessione ha il suo prezzo.

La frazione Monti del Comune di Mezzenile si intravede subito a sinistra del masso, con la strada che sale al Colle della Dieta. Foto camosci bianchi.

Sosta pranzo e sosta di riflessione. Mentre addento il panino mi vengono in mente le parole di un ex sindaco di Viù: “Se non facciamo la strada del Colle della Dieta il Vallone dei Monti muore”. Allora qui a Monti c’era un ristorantino, oggi la strada è fatta ma il ristorantino ha chiuso. In compenso, come in altre località, c’è un’associazione a tener viva la borgata almeno ad agosto.
Un plauso all’associazione, minor plauso all’ex sindaco.

Colle della Dieta, ideale per non fare dieta

Fra Monti e Colle della Dieta.

Chissà quale era il toponimo originario di questo passaggio naturale fra due valli. Certo è che il luogo poco invoglia alla dieta, e grazie alla comoda strada che ha ormai sostituito il sentiero la merenda è ancora più abbondante. E questo è un segnale in controtendenza.
Strada che s’impenna, orizzonte che si amplia. Un cartello stradale del Comune di Mezzenile informa: “Strada chiusa ai veicoli a motore – luglio e agosto 2020 – tutti i giovedì dalle 9 alle 13”.
E nel 2021? La domanda è lecita, ma, a parte ciò, la chiusura di una strada in un orario in cui si contano al massimo quattro mezzi motorizzati non si può davvero definire un atto di supremo coraggio. Un segnale al massimo, così per vedere che effetto che fa. Si attendono ora ben più innovative decisioni: a quando una giornata interamente riservata alle biciclette sulle provinciali di fondovalle? Una festa di pedali insomma. Coraggio dunque, si fa altrove, si può fare anche qui.

Sul Colle della Dieta.

Lo ammetto, sono curioso: novità mi aspettano ai 1400 metri del valico. Ma una volta lassù resto deluso: mi attendevo la Big Bench e invece sul colle mi attende una banale, normalissima panchina ricavata da un tronco. Possibile che domani, 18 luglio, si inauguri in pompa magna solo questo?

Colle della Dieta, Normal Bench; sullo sfondo, l’Uja di Calcante.

Lì nei pressi, i componenti di una famiglia mi informano però che per vedere la Grande Panchina c’è un po’ da camminare. Hanno l’aria scocciata: “ma non potevano metterla qui?”.
Li capisco, camminare su un sentiero di montagna con calzature simil-ciabatte non è davvero il massimo. Ma non importa, la Big Bench in anteprima val bene una breve scarpinata. Conosco il sentiero e così li guido condividendo con loro l’ansia della scoperta: una grande panchina color ciclamino con lo sfondo della Rocca Moross è il sudato premio. Seguono selfie a raffica e restano delusi quando scoprono che mi esento dal cerimoniale.

Big Bench.

Tornato al colle, un collega pedalatore mi chiede della grande panca. “Na buricada” (Una stupidaggine) è il suo lapidario commento. “Ma a la gent ai pias e a fa bin al turismo” (Ma alla gente piace e fa bene al turismo).
Ci auguriamo a vicenda buona discesa. Il Calcante osserva in disparte, svettante e discreto. Saluto l’Uja e scendo in opposta direzione: la conca dei Tornetti, in quel di Viù, mi attende.

Tornetti, di rotonde forme

Conosco il luogo e conosco le sue contraddittorie vicende recenti. A partire appunto da questa strada, ex pista di servizio a un acquedotto costruita sul sedime di una splendida mulattiera selciata.
Uscito dalla faggeta (davvero una splendida faggeta, come la mulattiera che fu), il colpo d’occhio sulla conca, anche già se visto innumerevoli volte, impone una sosta. E penso: anche qui ci vorrebbe un cartello che invogli alla lettura del paesaggio. Questa zona fu fra le prime frequentate da turisti nelle Valli di Lanzo (il primo albergo risale al 1842) e le ragioni sono in parte da cercare nel paesaggio accogliente, distinto da una diffusa “rotondità” di linee. Olivieri Dante nel suo Dizionario di toponomastica piemontese afferma infatti che Tornetti possa derivare da “torno”, ovvero altura tondeggiante.

Conca dei Tornetti (Val di Viù), porzione verso ovest, vista da sud. In alto a destra, lambita dalle nuvole, la Rocca Moross (2134 m).

Nelle Valli di Lanzo, caratterizzate da forme assai più severe, il Vallone dei Tornetti di Viù costituisce un’anomalia morfologica, un ambiente per molti aspetti unico che ben altra attenzione e cura avrebbe meritato nel recente passato. Non sono le faggete, né i verdeggianti pascoli, né il buon formaggio, e neppure il Roc Sapai e il Lago di Viana, ad aver generato diffusa notorietà per questo vallone, ma l’Ecomostro. In località Alpe Bianca una ingombrante testimonianza di scelte improvvide, di tempi passati. Passati?

La Conca dei Tornetti (porzione verso est con la Rocca Moross in evidenza) sempre vista da nord, in una giornata autunnale. Sullo spartiacque boscoso, a destra della foto, si trova il Colle della Dieta. Foto camosci bianchi.

A vedere gli attuali stanziamenti di risorse pubbliche per l’industria sciatoria così non parrebbe. E dire che qui a Tornetti, come in tanti altri luoghi, negli anni nevosi (talvolta ancora nevica) gli estimatori della neve non attrezzata arrivano a frotte. Ed è questa una opportunità non ancora compresa.

Skilift abbandonato all’Alpe Bianca. Foto camosci bianchi.

Oggi, anno 2021, a Tornetti non ci sono più alberghi, in gran parte rimasti all’800. Come in molte valli piemontesi altre sono state le scelte residenziali. Che dire ancora. Che conosco il luogo, ci ho camminato parecchio. Ho segnato sentieri, in collaborazione con la locale Associazione Amici dei Tornetti ho fatto un libro: “Ai Tornetti in punta di piedi”.
Titolo non casuale. Perché in Montagna, oggi più di un tempo, bisognerebbe appunto entrare così. Intorno al villaggio principale, l’erba è alta e ingiallita, in compenso il parcheggio è pieno di auto. Tipico di agosto e dei caldi week-end di luglio. Oggi alla fame d’erba di cui narrava Gianfranco Bini, nel suo libro dedicato ai pastori, è subentrata la fame di parcheggi.

Calcante, che bella montagna

Ritorna il Calcant. Il versante sud-ovest calamita lo sguardo una volta usciti dalla conca. Doppiata la boa della Borgata Polpresa, una sosta è necessaria per divagare con lo sguardo nell’intrigo di canaloni rocciosi.

Uja di Calcante (1614 m).

Rocce, antiche miniere: Calcant e Péra Cagni o valont pi che Fransi e Spagni (Il Calcante e Pera Cagni valgon più di Francia e Spagna) recita un detto. E non meno preziosi sono i tesori botanici, Euphorbia gybelliana Peola, specie arbustiva endemica che, a metà maggio, si mostra sui pendii del Calcante (e sul crinale del Colle del Lys) con i suoi fiori gialli, offrendo un bel contrasto cromatico con i rododendri. Storia, paesaggio, natura, come sul Colle del Lys ci sarebbe anche qui da pensare a una riserva naturale. Se ne è parlato, ma oggi è tempo di big bench

Euphorbia gibelliana Peola. Foto camosci bianchi.

Sul crinale boscoso ai piedi dell’Uja di Calcante sta il Colle della Cialmetta, crocevia di sentieri, luogo di incontro, oggi come un tempo. Insomma, quel che oggi si dice uno “snodo autostradale”. La ristrutturazione della chiesetta-rifugio sul colle è stata davvero una bella cosa. Un plauso agli autori.

Colle della Cialmetta (1305 m) con la cresta est del Calcante. Foto camosci bianchi.

E così si plana in Viù. Come sempre nei giorni di festa o semi festa, i parcheggi esterni all’abitato sono quasi deserti, mentre la piazza centrale è ingombra di lamiere. Un malanno endemico molto nostrano.

La piazza principale di Viù.

La strada verso valle, curve e controcurve, buon manto d’asfalto, è un piacere per il ciclista. E per il moto-ciclista: l’anello Almese-Colle del Lys-Viù-Lanzo è classico. E in certi giorni d’estate par d’essere a Misano, o al Nürburgring. I centauri si esibiscono in plastiche evoluzioni. Limiti di velocità? Chi li conosce.

Viù, angolo di sosta per pedalatori.

Fermarsi? Giammai! Eppure la curva presso le Porte di Viù sono un angolo ideale per una sosta con vista sublime sulla valle: Viù in primo piano e il Rocciamelone (per gli amici Roccia) sullo sfondo.

Rocciamelone (3537 m) dalle Porte di Viù.

Nei giorni di vento, più che una piramide pare una vela tesa dal Maestrale, il Roccia. E anche qui una bacheca ci potrebbe stare, per rendere edotti i frettolosi passanti che in tempi medioevali il Roccia era considerata la cima più alta delle Alpi.
Borgo (di Germagnano). Dopo il ponte la strada corre sinuosa e alta sulla Stura di Viù. Un amico canoista mi dice che è un tratto stupendo. Un mondo riservato a loro. Integro, misterioso. E che tale rimanga.
Ora il Calcante mostra nuovamente il suo lato a mattino, il primo a incontrare il sole che emerge dalla foschia della pianura.
Il ponte sul torrente Stura segna la fine dell’anello. Sant’Ignazio, in alto contro cielo, e la Stura in primo piano, danno l’arrivederci.

Toni Farina

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